Grammatica – Enrico Testa

Will Barnet, Woman by the Sea

 

la litania dei casi recitata al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo

sotto, nel fondo, anche quando
parliamo falsi o compiti
o arroganti nelle nostre riunioni,
c’è sempre una corrente impetuosa
di frammenti di sogni,
di cantilene, di grida,
di frasi a metà, di visioni,
di foglie che il vento disperde:
ulivi, salici, olmi:
preghiere al verde

sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio

elma in turco significa mela.
Iridescente prisma delle lettere
che riflette separa ricongiunge
anche qui tra mura e minareti
cipressi scuri e costa d’asia
o ragnatelo esile e incerto
che se pure manca la sua cosa
(luce prima o mosca)
ci tiene – tra sbreghi impacci e nodi –
ancora legati insieme

oh venisse una sua breve notizia
(fioca e speranzosa)
lungo il viale dei tigli
che porta alla stazione…
mi basterebbe una lettera sola
anche smangiata o corrosa…

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

Naufragi – Enrico Testa

Foto di Hengki Koentijoro

Foto di Hengki Koentijoro

 

invece di spolverare i mobili
Virginia prende la porta
s’avvia verso i campi
arriva all’acqua
e, due grosse pietre in tasca,
cerca il naufragio
a pochi passi da casa.
Ma anche qui
nel buio che l’accoglie
– i pesci guizzanti
le alghe verde-marroni
la melma sul fondo –
brilla qualcosa
che dà luce al mondo

∗∗∗

a filo d’acqua intravedo
gli oleandri fioriti sulla riva
il porto tranquillo
le case sulla collina
il campanile della mia chiesa
i bagnanti di porcellana
illuminati dal sole.

Ma all’improvviso la scena appassisce
come un’eclisse.
Basta – gorgoglio mentre l’onda
mi schiuma in gola –
basta di tutto questo!
Non sentite quanta pena
si nasconde, ritrosa,
dietro l’idillio?

Allora – mi dico – meglio scendere
e scendere ancora nel profondo
sino a toccare l’ombra
vagante sola sul fondo…

∗∗∗

«ma io naufragio l’ho fatto davvero
– dice una voce da dietro –
tra Otranto e Othonoí
quando la notte il Da Noli s’inabissò
colpito da una motosilurante.
In mare petrolio e sangue
bidoni e lamenti
sotto grappoli di stelle
ironiche e indifferenti.

Al mattino ci raccolsero gli inglesi.
Ci aspettavano mesi e mesi
in un campo di prigionia in Puglia:
pane secco, gamelle di tè, ricordi di casa,
le stanche partite sul prato
e tante corse tristi dietro il reticolato»

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

«che fanno quei due» – Enrico Testa

André Kertész, Chaises du Luxembourg, Paris, 1925

André Kertész, Chaises du Luxembourg, Paris, 1925

 

che fanno quei due
seduti su una panchina,
che ridono e parlano
parlano e ridono,
presi tutti nel raccontarsi
l’un l’altra la vita?
Ora si fermano e tacciono:
passa per i viali
di questa villetta cittadina
l’antica ombra
che tanti anni prima
(o forse nel tempo anteriore
della loro comparsa)
li protesse a Lisbona
– all’Alto de Santa Catarina –
dal colloquio col sangue.
Restano immobili,
gli sguardi fissi sul porto
e le mani, sottili e gelide,
strette sul dopo.
Ma senza paura,
solo un poco affannati
per l’ora incombente della chiusura

Enrico Testa

da “Pasqua di neve”, Einaudi, Torino, 2008

«a filo d’acqua intravedo» – Enrico Testa

Foto di Ansel Adams

Foto di Ansel Adams

 

a filo d’acqua intravedo
gli oleandri fioriti sulla riva
il porto tranquillo
le case sulla collina
il campanile della mia chiesa
i bagnanti di porcellana
illuminati dal sole.

Ma all’improvviso la scena appassisce
come un’eclisse.
Basta – gorgoglio mentre l’onda
mi schiuma in gola –
basta di tutto questo!
Non sentite quanta pena
si nasconde, ritrosa,
dietro l’idillio?

Allora – mi dico – meglio scendere
e scendere ancora nel profondo
sino a toccare l’ombra
vagante sola sul fondo…

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

Testa Enrico, Ablativo, “Collezione di poesia” Einaudi (Formato Kindle)
E-reader Kindle

«quanti ascensori ho già preso fin qui!» – Enrico Testa

Florence Henri, Composition - Autoportrait à l’ombre I, 1938

Florence Henri, Composition – Autoportrait à l’ombre I, 1938

 

quanti ascensori ho già preso fin qui!
di alberghi condomini uffici musei
università biblioteche ospedali
ciascuno diverso dall’altro
per foggia arredo odore e colore:
déco, intarsiati e aperti
sul vano delle scale
o ermetici di metallo lucente,
rapidissimi su per l’erta di un grattacielo
o lenti e cigolanti nel casamento
di una Praga lontana e deserta.
Con la sensazione anche salendo
di muovermi invece verso il basso
in precipitante discesa.
E ogni volta uscendo voltarmi
per controllare se la mia ombra
mi seguisse fedele
oppure, riottosa, dentro rimanesse
adagiata sul quadrato del pavimento

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013