Elegia per mio padre – Mark Strand

(Robert Strand 1908-1968)
 1 IL CORPO VUOTO

Le mani erano tue, le braccia erano tue,
ma tu non c’eri.
Gli occhi erano tuoi, ma chiusi, e non si aprivano.
Il sole lontano c’era.
La luna sospesa sulla spalla bianca del colle c’era.
Il vento su Bedford Basin c’era.
La luce verde tenue dell’inverno c’era.
La tua bocca c’era,
ma tu non c’eri.
Quando qualcuno parlò, non vi fu risposta.
Nubi calarono
e seppellirono gli edifici sull’acqua,
e l’acqua fu muta.
I gabbiani guardavano.
Gli anni, le ore, che non t’avrebbero trovato
ruotavano ai polsi degli altri.
Non c’era dolore. Se n’era andato.
Non c’erano segreti. Non c’era nulla da dire.
L’ombra spargeva le sue ceneri.
II corpo era tuo, ma tu non c’eri.
L’aria rabbrividiva sulla sua pelle.
Il buio si chinava nei suoi occhi.
Ma tu non c’eri.

2 RISPOSTE

Perché viaggiavi?
Perché la casa era fredda.
Perché viaggiavi?
Perché è quel che ho sempre fatto fra tramonto e alba.
Cosa indossavi?
Indossavo un abito blu, camicia bianca, cravatta e calze gialle.
Cosa indossavi?
Non indossavo nulla. Mi riscaldava una sciarpa di pena.
Con chi dormivi?
Dormivo ogni notte con una donna diversa.
Con chi dormivi?
Dormivo solo. Ho sempre dormito solo.
Perché mi mentivi?
Ho sempre pensato di dire la verità.
Perché mi mentivi?
Perché la verità mente più di ogni altra cosa e io amo la verità.
Perché te ne vai?
Perché nulla ha senso per me ormai.
Perché te ne vai?
Non lo so. Non l’ho mai saputo.
Quanto dovrò aspettarti?
Non aspettarmi. Sono stanco e mi voglio sdraiare.
Sei stanco e ti vuoi sdraiare?
Sì, sono stanco e mi voglio sdraiare.

3 IL TUO MORIRE

Niente riusciva a fermarti.
Non il giorno più bello. Non la quiete. Non l’ondeggiare dell’oceano.
Continuavi a morire.
Non le piante
sotto cui camminavi, non le piante che ti davano ombra.
Non il dottore
che ti aveva avvertito, il dottorino biancocrinito che già una volta t’aveva salvato.
Continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti. Non tuo figlio. Non tua figlia
che ti imboccava e ti aveva reso di nuovo bambino.
Non tuo figlio che credeva saresti vissuto per sempre.
Non il vento che ti strattonava il bavero.
Non l’immobilità che si offriva al tuo movimento.
Non le scarpe che ti si appesantivano.
Non gli occhi che si rifiutavano di guardare avanti.
Niente riusciva a fermarti.
Te ne stavi in camera e guardavi la città
e continuavi a morire.
Andavi al lavoro e lasciavi che il freddo ti penetrasse i vestiti.
Lasciavi trasudare sangue nei calzini.
Il volto ti si faceva bianco.
La voce ti si spezzava in due.
Ti appoggiavi al bastone.
Ma niente riusciva a fermarti.
Non gli amici che ti consigliavano.
Non tuo figlio. Non tua figlia che ti guardava rimpicciolire.
Non la stanchezza che viveva nei tuoi sospiri.
Non i polmoni che si riempivano d’acqua.
Non le maniche che sopportavano il dolore delle braccia.
Niente riusciva a fermarti.
Continuavi a morire.
Quando giocavi con i bambini continuavi a morire.
Quando ti accomodavi a pranzo,
quando ti svegliavi la notte, bagnato di lacrime, il corpo scosso da singhiozzi,
continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il passato.
Non il futuro con il suo bel tempo.
Non la vista dalla finestra, la vista del cimitero.
Non la città. Non la città orrenda dagli edifici di legno.
Non la sconfitta. Non il successo.
Non facevi altro che continuare a morire.
Avvicinavi l’orologio all’orecchio.
Ti sentivi venir meno.
Stavi a letto. 
Ti mettevi a braccia conserte e sognavi il mondo senza te,
lo spazio sotto gli alberi,
lo spazio in camera tua,
gli spazi che si sarebbero fatti vuoti di te,
e continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il tuo respiro. Non la tua vita.
Non la vita che volevi.
Non la vita che avevi.
Niente riusciva a fermarti.

4 LA TUA OMBRA

Hai la tua ombra.
I luoghi in cui sei stato l’hanno restituita.
I corridoi e i prati spogli dell’orfanotrofio l’hanno restituita.
La Newsboys Home l’ha restituita.
Le strade di New York l’hanno restituita e anche le strade di Montreal.
Le camere di Belém dove lucertole divoravano zanzare l’hanno restituita.
Le strade scure di Manaus e quelle afose di Rio l’hanno restituita.
Città del Messico dove te ne volevi andare l’ha restituita.
E Halifax dove il porto si lavava le mani di te l’ha restituita.
Hai la tua ombra.
Quando viaggiavi la scia bianca del tuo incedere affondava l’ombra, ma quando arrivavi la trovavi ad attenderti.
Avevi la tua ombra.
Le soglie che varcavi ti sottraevano l’ombra e quando uscivi te la restituivano. Avevi la tua ombra.
Anche quando te la dimenticavi, la ritrovavi; l’ombra era stata con te.
Una volta in campagna l’ombra di un albero coprì la tua ombra e tu non venisti riconosciuto.
Una volta in campagna pensasti che la tua ombra fosse proiettata da un altro. L’ombra non disse nulla.
I tuoi abiti portavano dentro la tua ombra; quando li toglievi, lei si diffondeva come il buio del tuo passato.
E le tue parole che volavano come foglie in un’aria persa, in un luogo che nessuno conosce, ti hanno restituito la tua ombra.
Gli amici ti hanno restituito la tua ombra.
I nemici ti hanno restituito la tua ombra. Hanno detto che era pesante e avrebbe coperto la tua tomba.
Quando moristi la tua ombra dormiva sulla bocca del forno e mangiò come pane le ceneri.
Esultava tra le rovine.
Vigilava mentre gli altri dormivano.
Risplendeva come cristallo tra le tombe.
Componeva se stessa come aria.
Voleva essere come neve sull’acqua.
Voleva non essere nulla, ma non era possibile.
Venne a casa mia.
Mi si sedette sulle spalle.
La tua ombra è tua. Glielo dissi. Le dissi che era tua.
L’ho portata con me troppo tempo. La restituisco.

5 LUTTO

Ti piangono.
Quando ti alzi a mezzanotte
e la rugiada luccica sulla pietra delle tue guance,
ti piangono.
Ti riconducono nella casa vuota.
Riportano dentro le sedie e i tavoli.
Ti fanno sedere e ti insegnano a respirare.
E il tuo respiro brucia,
brucia la scatola di pino e le ceneri cadono come luce del sole.
Ti danno un libro e ti dicono di leggere.
Ascoltano e gli occhi gli si colmano di lacrime.
Le donne ti carezzano le dita.
Ti pettinano restituendo il giallo ai tuoi capelli.
Radono via il gelo dalla tua barba.
Ti massaggiano le cosce.
Ti vestono elegante.
Ti strofinano le mani per tenerle calde.
Ti danno da mangiare. Ti offrono denaro.
Si inginocchiano e ti scongiurano di non morire.
Quando ti alzi a mezzanotte ti piangono.
Chiudono gli occhi e continuano a sussurrare il tuo nome.
Ma non possono sfilarti dalle vene la luce sepolta.
Non possono afferrare i tuoi sogni.
Vecchio mio, è impossibile.
Alzati e continua ad alzarti, non giova a nulla.
Ti piangono come possono.

6 L’ANNO NUOVO

È inverno, anno nuovo.
Nessuno ti conosce.
Via dalle stelle, dalla pioggia della luce,
giaci sotto il clima delle pietre.
Non c’è alcun filo che ti riconduca qui.
Gli amici s’assopiscono nel buio
del piacere e non possono ricordare.
Nessuno ti conosce. Sei il vicino del nulla.
Non vedi la pioggia e l’uomo che s’allontana a piedi,
il vento sudicio che soffia le proprie ceneri per la città.
Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.
Non vedi il cuore ferito andare in fiamme,
i crani degli innocenti farsi fumo.
Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.
È finita. È inverno, anno nuovo.
I mansueti trascinano la propria pelle in paradiso.
I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno nulla da nascondere.
È finita e nessuno ti conosce.
Luce di stella alla deriva su acqua nera.
Vi sono pietre nel mare che nessuno ha visto.
C’è una riva e la gente aspetta.
Perché è finita.
Perché c’è silenzio invece di un nome.
Perché è inverno, anno nuovo.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

Elegy for my father

(Robert Strand, 1908–68)
1 THE EMPTY BODY

The hands were yours, the arms were yours,
But you were not there.
The eyes were yours, but they were closed and would not open.
The distant sun was there.
The moon poised on the hill’s white shoulder was there.
The wind on Bedford Basin was there.
The pale green light of winter was there.
Your mouth was there,
But you were not there.
When somebody spoke, there was no answer.
Clouds came down
And buried the buildings along the water,
And the water was silent.
The gulls stared.
The years, the hours, that would not find you
Turned in the wrists of others.
There was no pain. It had gone.
There were no secrets. There was nothing to say.
The shade scattered its ashes.
The body was yours, but you were not there.
The air shivered against its skin.
The dark leaned into its eyes.
But you were not there.

2 ANSWERS

Why did you travel?
Because the house was cold.
Why did you travel?
Because it is what I have always done between sunset and sunrise.
What did you wear?
I wore a blue suit, a white shirt, yellow tie, and yellow socks.
What did you wear?
I wore nothing. A scarf of pain kept me warm.
Who did you sleep with?
I slept with a different woman each night.
Who did you sleep with?
I slept alone. I have always slept alone.
Why did you lie to me?
I always thought I told the truth.
Why did you lie to me?
Because the truth lies like nothing else and I love the truth.
Why are you going?
Because nothing means much to me anymore.
Why are you going?
I don’t know. I have never known.
How long shall I wait for you?
Do not wait for me. I am tired and I want to lie down.
Are you tired and do you want to lie down?
Yes, I am tired and I want to lie down.

3 YOUR DYING

Nothing could stop you.
Not the best day. Not the quiet. Not the ocean rocking.
You went on with your dying.
Not the trees
Under which you walked, not the trees that shaded you.
Not the doctor
Who warned you, the white-haired young doctor who saved you once.
You went on with your dying.
Nothing could stop you. Not your son. Not your daughter
Who fed you and made you into a child again.
Not your son who thought you would live forever.
Not the wind that shook your lapels.
Not the stillness that offered itself to your motion.
Not your shoes that grew heavier.
Not your eyes that refused to look ahead.
Nothing could stop you.
You sat in your room and stared at the city
And went on with your dying.
You went to work and let the cold enter your clothes.
You let blood seep into your socks.
Your face turned white.
Your voice cracked in two.
You leaned on your cane.
But nothing could stop you.
Not your friends who gave you advice.
Not your son. Not your daughter who watched you grow small.
Not fatigue that lived in your sighs.
Not your lungs that would fill with water.
Not your sleeves that carried the pain of your arms.
Nothing could stop you.
You went on with your dying.
When you played with children you went on with your dying.
When you sat down to eat,
When you woke up at night, wet with tears, your body sobbing,
You went on with your dying.
Nothing could stop you.
Not the past.
Not the future with its good weather.
Not the view from your window, the view of the graveyard.
Not the city. Not the terrible city with its wooden buildings.
Not defeat. Not success.
You did nothing but go on with your dying.
You put your watch to your ear.
You felt yourself slipping.
You lay on the bed.
You folded your arms over your chest and you dreamed of the world without you,
Of the space under the trees,
Of the space in your room,
Of the spaces that would now be empty of you,
And you went on with your dying.
Nothing could stop you.
Not your breathing. Not your life.
Not the life you wanted.
Not the life you had.
Nothing could stop you.

4 YOUR SHADOW

You have your shadow.
The places where you were have given it back.
The hallways and bare lawns of the orphanage have given it back.
The Newsboys’ Home has given it back.
The streets of New York have given it back and so have the streets of Montreal.
The rooms in Belém where lizards would snap at mosquitos have given it back.
The dark streets of Manaus and the damp streets of Rio have given it back.
Mexico City where you wanted to leave it has given it back.
And Halifax where the harbor would wash its hands of you has given it back.
You have your shadow.
When you traveled the white wake of your going sent your shadow below, but when you arrived it was there to greet you. You had your shadow.
The doorways you entered lifted your shadow from you and when you went out, gave it back. You had your shadow.
Even when you forgot your shadow, you found it again; it had been with you.
Once in the country the shade of a tree covered your shadow and you were not known.
Once in the country you thought your shadow had been cast by somebody else. Your shadow said nothing.
Your clothes carried your shadow inside; when you took them off, it spread like the dark of your past.
And your words that float like leaves in an air that is lost, in a place no one knows, gave you back your shadow.
Your friends gave you back your shadow.
Your enemies gave you back your shadow. They said it was heavy and would cover your grave.
When you died your shadow slept at the mouth of the furnace and ate ashes for bread.
It rejoiced among ruins.
It watched while others slept.
It shone like crystal among the tombs.
It composed itself like air.
It wanted to be like snow on water.
It wanted to be nothing, but that was not possible.
It came to my house.
It sat on my shoulders.
Your shadow is yours. I told it so. I said it was yours.
I have carried it with me too long. I give it back.

5 MOURNING

They mourn for you.
When you rise at midnight,
And the dew glitters on the stone of your cheeks,
They mourn for you.
They lead you back into the empty house.
They carry the chairs and tables inside.
They sit you down and teach you to breathe.
And your breath burns,
It burns the pine box and the ashes fall like sunlight.
They give you a book and tell you to read.
They listen and their eyes fill with tears.
The women stroke your fingers.
They comb the yellow back into your hair.
They shave the frost from your beard.
They knead your thighs.
They dress you in fine clothes.
They rub your hands to keep them warm.
They feed you. They offer you money.
They get on their knees and beg you not to die.
When you rise at midnight they mourn for you.
They close their eyes and whisper your name over and over.
But they cannot drag the buried light from your veins.
They cannot reach your dreams.
Old man, there is no way.
Rise and keep rising, it does no good.
They mourn for you the way they can.

6 THE NEW YEAR

It is winter and the new year.
Nobody knows you.
Away from the stars, from the rain of light,
You lie under the weather of stones.
There is no thread to lead you back.
Your friends doze in the dark
Of pleasure and cannot remember.
Nobody knows you. You are the neighbor of nothing.
You do not see the rain falling and the man walking away,
The soiled wind blowing its ashes across the city.
You do not see the sun dragging the moon like an echo.
You do not see the bruised heart go up in flames,
The skulls of the innocent turn into smoke.
You do not see the scars of plenty, the eyes without light.
It is over. It is winter and the new year.
The meek are hauling their skins into heaven.
The hopeless are suffering the cold with those who have nothing to hide.
It is over and nobody knows you.
There is starlight drifting on the black water.
There are stones in the sea no one has seen.
There is a shore and people are waiting.
And nothing comes back.
Because it is over.
Because there is silence instead of a name.
Because it is winter and the new year.

Mark Strand

da “The Story of Our Lives”, Atheneum, 1973 

Dalla lunga festa triste – Mark Strand

Foto di Nicholas Buer

Foto di Nicholas Buer

 

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’ora tarda”, 1978, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

***

From the Long Sad Party

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps toward morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had noticed.
Then someone said something about the planets, about the stars,
how small they were, how far away.

 Mark Strand

da “The Late Hour”, Atheneum, 1978

Frammento di tempesta – Mark Strand

Meredith Frampton, Marguerite Kelsey, 1928

Per Sharon Horvarth

Dall’ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, impalpabile,
è entrato nella tua stanza e s’è fatto strada 
fino al bracciolo della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro, lo scorgesti nell’attimo in cui si posava. Tutto 
qui. Null’altro che un solenne destarsi
alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell’attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. Null’altro
tranne la sensazione che questo frammento di tempesta,
dissoltosi davanti ai tuoi occhi possa tornare,
che qualcuno negli anni a venire, seduta come adesso sei tu, possa dire:
«È ora. L’aria è pronta. C’è uno spiraglio nel cielo».

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

***

A Piece of Storm

                                                                                          for Sharon Horvath

From the shadow of domes in the city of domes,
A snowflake, a blizzard of one, weightless, entered your room
And made its way to the arm of the chair where you, looking up
From your book, saw it the moment it landed. That’s all
There was to it. No more than a solemn waking
To brevity, to the lifting and falling away of attention, swiftly,
A time between times, a flowerless funeral. No more than that
Except for the feeling that this piece of the storm,
Which turned into nothing before your eyes, would come back,
That someone years hence, sitting as you are now, might say:
«It’s time. The air is ready. The sky has an opening».

 Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988

Specchio – Mark Strand

Robert Hutinski, The Mirror

Robert Hutinski, The Mirror

 

Un salone bianco nel vivo di una festa
e io stavo con amici
sotto un grande specchio dalla cornice dorata
leggermente inclinato in avanti
sopra al caminetto.
Bevevamo whisky
e alcuni tra noi, non provando dolore,
disquisivano
su quale fosse l’esatta sfumatura di giallo
che il sole cadente conferiva ai nostri bicchieri.
Chiusi gli occhi solo per un poco
poi alzai lo sguardo allo specchio:
una donna vestita di verde stava
appoggiata alla parete più lontana.
Pareva assente,
le dita di una mano
giocavano nervose con la collana,
e lei guardava fisso nello specchio
non me, ma oltre di me, uno spazio
che poteva essere colmato da qualcuno
che ancora doveva arrivare, che in quell’istante
forse iniziava il viaggio
che l’avrebbe condotto da lei.
Poi, d’improvviso, gli amici
dissero che era ora di muoversi.
Sono passati anni,
e anche se ho scordato
dove andammo e chi fossimo,
ricordo ancora l’istante in cui alzai lo sguardo
e vidi la donna guardare fisso oltre di me
un luogo che potevo solo immaginare
e ogni volta provo una pena acuta,
come se in quel momento uscissi
dalle profondità dello specchio
ed entrassi nel salone bianco, ansimante e ardente,
soltanto per scoprire troppo tardi
che lei lì non c’è.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

***

Mirror

A white room and a party going on
and I was standing with some friends
under a large gilt-framed mirror
that tilted slightly forward
over the fireplace.
We were drinking whiskey
and some of us, feeling no pain,
were trying to decide
what precise shade of yellow
the setting sun turned our drinks.
I closed my eyes briefly,
then looked up into the mirror:
a woman in a green dress leaned
against the far wall.
She seemed distracted,
the fingers of one hand
fidgeted with her necklace,
and she was staring into the mirror,
not at me, but past me, into a space
that might be filled by someone
yet to arrive, who at that moment
could be starting the journey
which would lead eventually to her.
Then, suddenly, my friends
said it was time to move on.
This was years ago,
and though I have forgotten
where we went and who we all were,
I still recall that moment of looking up
and seeing the woman stare past me
into a place I could only imagine,
and each time it is with a pang,
as if just then I were stepping
from the depths of the mirror
into that white room, breathless and eager,
only to discover too late
that she is not there.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Alfred A. Knopf, 2006

Il nuovo manuale di poesia – Mark Strand

Timothy Greenfield-Sanders, Mark Strand

for Greg Orr and Greg Simon

  1    Se un uomo capisce una poesia,
                  avrà dei problemi.

  2    Se un uomo vive insieme a una poesia,
                  morirà solo.

  3    Se un uomo vive insieme a due poesie,
                  ne tradirà una.

  4     Se un uomo concepisce una poesia,
                  avrà un figlio in meno.

 5   Se un uomo concepisce due poesie,
                 avrà due figli in meno.

 6   Se un uomo si mette in testa una corona quando scrive,
                verrà smascherato.

7   Se un uomo non si mette in testa una corona quando scrive,
               non ingannerà nessuno tranne se stesso.

8    Se un uomo si arrabbia con una poesia,
                verrà deriso dagli uomini.

 9    Se un uomo persiste nell’arrabbiarsi con una poesia,
                 verrà deriso dalle donne.

10    Se un uomo condanna pubblicamente la poesia,
                  le scarpe gli si riempiranno di urina.

11    Se un uomo rinuncia alla poesia per il potere,
                 avrà molto potere.

12    Se un uomo si vanta delle sue poesie,
                  verrà amato dagli stolti.

13    Se un uomo si vanta delle sue poesie e ama gli stolti,
                  non scriverà più.

14    Se un uomo prova un ardente desiderio di attenzione per le sue poesie,
                  sarà come un somaro al chiaro di luna.

15    Se un uomo scrive una poesia e loda una poesia di un collega,
                   avrà un’amante bellissima.

16    Se un uomo scrive una poesia e loda all’eccesso una poesia di un collega,
                   allontanerà da sé l’amante.

17   Se un uomo rivendica la poesia di un altro,
                 il suo cuore diverrà grande il doppio.

18    Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude
                  avrà paura della morte.

19    Se un uomo ha paura della morte,
                 verrà salvato dalle sue poesie.

20    Se un uomo non ha paura della morte,
                 le sue poesie forse lo salveranno forse no.

21    Se un uomo finisce una poesia,
                 si immergerà nella scia bianca della propria passione
                 e verrà baciato dalla pagina bianca.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

THE NEW POETRY HANDBOOK
for Greg Orr and Greg Simon

1     If a man understands a poem,
               he shall have troubles.
 

   If a man lives with a poem,
               he shall die lonely.

3    If a man lives with two poems,
               he shall be unfaithful to one.

   If a man conceives of a poem,
               he shall have one less child.

5    If a man conceives of two poems,
               he shall have two children less.

6    If a man wears a crown on his head as he writes,
               he shall be found out.

7    If a man wears no crown on his head as he writes,
               he shall deceive no one but himself.

   If a man gets angry at a poem,
               he shall be scorned by men.

9    If a man continues to be angry at a poem,
               he shall be scorned by women.

10    If a man publicly denounces poetry,
               his shoes will fill with urine.

11    If a man gives up poetry for power,
               he shall have lots of power.

12    If a man brags about his poems,
               he shall be loved by fools.

13    If a man brags about his poems and loves fools,
               he shall write no more.

14    If a man craves attention because of his poems,
               he shall be like a jackass in moonlight.

15    If a man writes a poem and praises the poem of a fellow,
               he shall have a beautiful mistress.

16    If a man writes a poem and praises the poem of a fellow overly,
               he shall drive his mistress away.

17    If a man claims the poem of another,
               his heart shall double in size.

18    If a man lets his poems go naked,
               he shall fear death.

19    If a man fears death,
               he shall be saved by his poems.

20    If a man does not fear death,
               he may or may not be saved by his poems.

21    If a man finishes a poem,
               he shall bathe in the blank wake of his passion and be kissed by white                                                                                                                                 [ paper.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

Cos’era – Mark Strand

Foto di Nicola Bertellotti

Foto di Nicola Bertellotti

 

I

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che affoga
in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

II

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo ore, giorni. Era quello. Solo quello.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

What It Was

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened—a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988

Il mio nome – Mark Strand

Dipinto di Aron Wiesenfeld

Dipinto di Aron Wiesenfeld

 

Una sera che il prato era verdeoro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
nell’aria fragrante, e la campagna tutta palpitava
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato dove mi sarei trovato,
e per quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii come
si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

∗∗∗

My Name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Knopf Doubleday Publishing Group, 2008