«Sto modellando la tua ombra» – Pedro Salinas

Foto di René Groebli

Foto di René Groebli

 

[LVI]

Sto modellando la tua ombra.
Le ho già tolto le labbra,
rosse e dure: bruciavano.
Te le avrei baciate
ancora molte volte.

Ti fermo poi le braccia,
lunghe nervose, rapide.
Mi offrivano la via
perché io ti stringessi.

Ti strappo il colore, la forma.
Ti uccido il passo. Venivi
dritta verso di me. Ciò che
piú mi ha fatto soffrire,
quando l’ho messa a tacere,
è la tua voce. Densa, calda,
piú palpabile del tuo corpo.
Ma stava ormai per tradirci.

Cosí
il mio amore è libero, affrancato,
con la tua ombra spoglia di carne.
E posso vivere in te,
senza temere
ciò che desidero di piú,
il tuo bacio, i tuoi abbracci.
Non pensare ormai ad altro
che alle labbra, alla voce,
al corpo,
che io stesso ti ho sottratto
per potere, senza di loro infine,
amarti.
Io, che li amavo tanto!

E stringere all’infinito, senza pena
– mentre se ne va inafferrabile,
e dietro a lei il mio grande amore,
la carne per il suo cammino –
il tuo solo corpo possibile:
il tuo dolce corpo pensato.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)
 
da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

***

[LVI]

Me estoy labrando tu sombra.
La tengo ya sin los labios,
rojos y duros: ardían.
Te los habría besado
aún mucho más.

Luego te paro los brazos,
rápidos, largos, nerviosos.
Me ofrecían el camino
para que yo te estrechara.

Te arranco el color, el bulto.
Te mato el paso. Venías
derecha a mí. Lo que más
pena me ha dado, al callártela,
es tu voz. Densa, tan cálida,
más palpable que tu cuerpo.
Pero ya iba a traicionarnos.

Así
mi amor está libre, suelto,
con tu sombra descarnada.
Y puedo vivir en ti
sin temor
a lo que yo más deseo,
a tu beso, a tus abrazos.
Estar ya siempre pensando
en los labios, en la voz,
en el cuerpo,
que yo mismo te arranqué
para poder, ya sin ellos,
quererte.
¡Yo, que los quería tanto!

Y estrechar sin fin, sin pena
– mientras se va inasidera,
con mi gran amor detrás,
la carne por su camino –
tu solo cuerpo posible:
tu dulce cuerpo pensado.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«È stato, accadde, è vero.» – Pedro Salinas

Emil Otto Hoppé, Ms. Ann Hayes, 1934

 

[V]

È stato, accadde, è vero.
Fu in un giorno, fu una data
che segna il tempo al tempo.
Fu in luogo che io vedo.
I suoi piedi toccavano il suolo
questo stesso che tutti tocchiamo.
Il suo vestito
era simile ad altri
che indossano altre donne.
Il suo orologio
sfogliava calendari,
senza scordare un’ora:
come contano gli altri.
E quello che lei mi disse
fu in una lingua del mondo,
con grammatica e storia.
Cosí vero
che sembrava menzogna.

No.
Devo viverlo dentro,
me lo devo sognare.
Togliere il colore, il numero,
il respiro tutto fuoco,
con cui mi bruciò nel dirmelo.
Mutare tutto in forse,
in mero caso, sognandolo.
Cosí, quando vorrà smentire
ciò che mi disse allora,
non mi morderà il dolore
d’una felicità perduta
che io tenni fra le braccia,
come si tiene un corpo.
Crederò di aver sognato.
Che tutte quelle cose, cosí vere,
non ebbero corpo, né nome.
Che perdo
un’ombra, un sogno ancora.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[V]

Ha sido, ocurrió, es verdad.
Fue un día, fue una fecha
que marca el tiempo al tiempo.
Fue en un lugar que yo veo,
Sus pies pisaban el suelo
este que todos pisamos.
Su traje
se parecía a esos otros
que llevan otras mujeres.
Su reló
destejía calendarios,
sin olvidarse una hora;
como cuentan los demás.
Y aquello que ella me dijo
fue en un idioma del mundo;
con gramática e historia.
Tan de verdad
que parecía mentira

No.
Tengo que vivirlo dentro,
me lo tengo que soñar.
Quitar el color, el número
el aliento, todo fuego
con que me quemó, al decírmelo.
Convertir todo en acaso, en azar puro,
soñándolo.
Y así cuando se desdiga
de lo que entonces me dijo
no me morderá el dolor
de haber perdido una dicha
que yo tuve entre mis brazos,
igual que se tiene un cuerpo.
Creeré que fue soñando,
que aquello tan de verdad,
no tuvo cuerpo, ni nombre.
Que pierdo
una sombra, un sueño más.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«I cieli sono uguali.» – Pedro Salinas

Jerry N. Uelsmann, Untitled, 2008

[XXXV]

I cieli sono uguali.
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane,
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XXXV]

Los cielos son iguales.
Azules, grises, negros,
se repiten encima
del naranjo o la piedra:
nos acerca mirarlos.
Las estrellas suprimen,
de lejanas que son,
las distancias del mundo.
Si queremos juntarnos,
nunca mires delante:
todo lleno de abismos,
de fechas y de leguas.
Déjate bien flotar
sobre el mar o la hierba,
inmóvil, cara al cielo.
Te sentirás hundir
despacio, hacia lo alto,
en la vida del aire.
Y nos encontraremos
sobre las diferencias
invencibles, arenas,
rocas, años, ya solos,
nadadores celestes,
náufragos de los cielos.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Addio con variazioni – Pedro Salinas

Rodney Smith, Bernadette Twirling, 1997

Rodney Smith, Bernadette Twirling, 1997

18

Ma che peccato, peccato, peccato
che quel divano dov’era sdraiato
il tuo corpo serenissimo,
come una sera sopra il suo orizzonte,
fosse di quel colore azzurro unanime!
Ah, se avesse avuto
la sua tela con disegni geometrici
ad indicarci norme o un seminato
di dolci fiorellini colorati,
per calmare la smania dei giardini,
senza pianti, così le quattro e mezza
sarebbero state ben altro: tutto,
la morte di orologi e di stagioni.
E chiamando una macchina
noi saremmo saliti, tra la neve,
a cercar manichini, a farci fare
un buon amore invernale su misura.
Ma quella tela azzurra, azzurra, azzurra,
a te dette un colore d’eternità, infinita.
Ed io mi figurai che su quel fondo
mai ti saresti mossa da te stessa.

Che peccato
che tu non fossi uscita dalla stanza
— dove, incredibile, in dieci minuti,
si trasformò il carbone in un diamante
che porterai sempre all’anello —,
come ti è naturale — tu, splendore —:
sfondando il tetto come per miracolo,
dissolvendoti tutta verso l’alto;
o al contrario, gettandoti
giù da quaranta piani mascherata
da una lettera con una scrittura
minuscola e che scende così lenta
che quando arriva a terra è ormai bianchissima
ed ha lasciato in aria la sua storia
perché gli uccelli imparino a cantare!
Che errore, andare via con le tue gambe,
nel fondo corridoio, ed accettando,
la porta stretta — uso secolare:
mentre io guardavo il tuo corpo
rimpicciolire nell’allontanarsi,
senza vederlo, se non nello specchio,
rimpiccolente, con la cornice d’acqua,
attaccato sopra il camino.
Perché ti ho visto andartene così, diminuendo?
Si stringeva il tuo petto, ormai impossibile
che lì vivessero due, e lo sguardo,
diventato il tuo volto così piccolo,
restò sospeso in aria, sostenuto
da due ali di lacrime.
Al contrario della rosa,
te ne andasti chiudendoti — agonia
nel mercurio convesso —, esaurendo
la tua splendida vita ad ogni passo,
per le stesse ragioni della sera
quando la luce dilegua, in gennaio,
che eran le cinque e un quarto
e in un altro emisfero ti aspettavano.
Anch’io ti aspetto. Si resuscita
sempre dentro lo stesso specchio
dove si muore. Io passerò gli anni
andando dal mercurio ai laghi,
semmai tu ti stancassi
d’essere, giorno giorno, il tuo ricordo.

E che peccato, sì, quando ripenso
a quel ballo profondo,
a quel nono piano, sotto terra
 — il cabaret più nuovo —,
e al nostro lento valzer, così lontano dalla vita
al nostro valzer,
al rigoroso livello dei morti!
Che peccato
che ti fossi stancata di ballare con me
proprio quando stava albeggiando
negli alti lampadari, sul soffitto,
in nidi di cristallo il nuovo uccello
che stava per volare al cielo
in cerca di quegli ordini che attendi!
Ma tu eri stanca. Lo capisco.
Avevamo ballato sette giorni
quel valzer lento, molto più che lento,
capendoci solo con gli occhi
e con le maschere sempre sul viso.
Poi venne la mia voce, ad invitarti,
e inchinandomi come
un vecchio frac romantico
con dentro il suo presagio di cadavere,
ti sussurrai, alle tre del mattino:
«Posso forse invitarti a questo ballo?
Discende dalle tube degli angeli,
si balla al loro tempo, e non ne hanno.
Durerà un po’ di più dei balli
soliti con le orchestre
di solitudini o d’usignoli.
E bisogna ballarlo fino in fondo.
Rimarremo da soli
in questa grande sala color mandorla,
a girare e girare
come un mondo noi due, un mondo solo
che gira sul suo amore
secondo quella legge che scoprimmo
nei nostri sguardi una sera d’estate.
E può darsi che prima che l’angelica
musica taccia nei clarini
che percorrono i cieli sulle piume,
qualcuno, nel vederci ancora uniti,
ci salvi e ci dica, collocandoci
fra le immortalità e i cipressi:
‘Ballavan bene, senza mai staccarsi,
e sempre stretti giunsero fin qui’.
(Ultimo qui dell’uomo: il suo scheletro)».
Non accettasti; stanca. Ed io ti porsi il braccio.
Pur trovandoci così in basso,
scendemmo scale,
che non ricordavamo aver salito,
perché eran fatte con gradini d’aria,
di serate, di delizie; e l’amore
si rende conto a che altezza viveva
solo quando riscende, quando conta
quanti scalini era alto il piacere
con cifre di cristallo
che tiepide gli solcano le guance.
Aspettavo alla porta della notte
una carrozza di unicorni
che conducesse a casa i nostri corpi.

In braccio ti portai sull’alta torre
e per non farti male,
per lasciarci senza patire,
io tolsi le mie mani piano piano,
e con qualcosa che era più durevole
e sempre ti amerà, ti abbandonai sulla tua spiaggia,
sulle lenzuola bianche.
E quando vidi chiudersi i tuoi occhi
compresi l’imminente:
che il mare si apprestava a riprendersi il suo.
E che se anche al mondo ci saranno
sempre le stesse aurore ad ogni giorno,
non tutte tornano le luci; un corpo
non albeggerà più con il tuo sguardo.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Il corpo, favoloso. Lungo lamento”, Passigli Poesia, 2015

***

Adiós con variaciones 

¡Qué lástima, qué lástima, qué lástima
que el diván donde estaba reclinado
tu cuerpo serenísimo,
lo mismo que una tarde en su horizonte,
fuese de aquel color azul unánime!
Ah, si hubiese tenido
su tela con dibujos geométricos,
que nos marcaran normas, o un sembrado
de leves florecillas de colores,
para calmar el ansia de jardines,
sin tener que llorar, las cuatro y media
no habrían sido lo que fueron: todo,
la muerte del reló y las estaciones.
Y llamando algún coche
hubiésemos salido, entre la nieve,
a buscar maniquíes, a encargarnos
un buen amor de invierno a la medida.
Pero la tela azul, azul, azul,
te dio un color de eternidad, infinita.
Y yo me figuré que en aquel fondo
nunca te moverías de ti misma.

¡Qué lástima
que no salieras de aquel cuarto
—donde asombrosamente, en diez minutos,
se trasmutó el carbón en un diamante
que siempre llevarás en la sortija—,
como te es natural —tú, maravilla—
rompiendo el techo por algún milagro,
y toda deshaciéndote hacia arriba;
o al revés, arrojándote
de aquel piso cuarenta,
disfrazada de carta con la letra
muy menuda, y que baja tan despacio
que cuando llega al suelo está blanquísima
y se deja su historia por los aires
para que aprendan a cantar los pájaros!
¡Qué error, irte en tus pasos,
por el corredor hondo, y aceptando,
costumbre secular, la puerta estrecha;
mientras que yo miraba
reducirse tu cuerpo al alejarse
sin verlo, reflejado en el espejo,
diminutivo, con su marco de agua,
colgado encima de la chimenea!
¿Por qué te vi marchar así, menguando?
Se estrechaba tu pecho, ya imposible
que en él vivieran dos, y la mirada
al volvérsete el rostro tan menudo,
se te quedó en el aire, sostenida
en dos alas de lágrimas.
Al revés que la rosa,
te marchaste cerrándote —agonía
en un convexo azogue—, desviviendo
tu hermosa vida a cada nuevo paso,
sin más razones que las de la tarde
cuando se va la luz, por los eneros,
que eran las cinco y cuarto
y que en otro hemisferio te esperaban.
Yo te espero también. Se resucita
siempre en el mismo espejo
donde se ha muerto. Pasaré los años
yendo de los azogues a los lagos,
por si acaso te cansas
de ser, día tras día, tu recuerdo.

¡Y qué lástima, sí, cuando yo pienso
en aquel baile hondo,
en aquel piso nueve, bajo tierra
—el cabaret más nuevo—,
y en nuestro vals, tan lejos de la vida,
en nuestro lento vals,
al nivel riguroso de los muertos!
¡Qué lástima
que te cansaras de bailar conmigo
precisamente cuando alboreaba
en las altas arañas, junto al techo,
en nidos de cristal el ave nueva
que iba a volar al cielo
en busca de las órdenes que aguardas!
Pero estabas cansada. Lo comprendo.
Habíamos bailado siete días
aquel vals lento, mucho más que lento,
entendiéndonos sólo por los ojos,
y con los antifaces siempre puestos.
Por fin llegó mi voz, para invitarte,
e inclinándome al modo
de un viejo frac romántico,
con su presagio de cadáver dentro,
te susurré, a las tres de la mañana:
«¿Podríamos bailar quizá este baile?
Baja desde las tubas de los ángeles,
por su tiempo se cuenta, y no lo tienen.
Durará un poco más de lo que sueles
bailar con las orquestas
de soledades o de ruiseñores.
Hay que bailarlo todo.
Nos quedaremos solos,
en este gran salón color de almendra,
dando vueltas y vueltas
como un mundo los dos, un mundo solo
sobre su amor girando
conforme aquella ley que descubrimos
una tarde de estío en dos miradas.
Y es muy posible que antes que la música
angelical se calle en los clarines
que recorren los cielos sobre plumas,
alguien, al ver que no nos separamos,
nos salve y diga, colocándonos
entre inmortalidades o cipreses:
“Bailaban bien, no se soltaron nunca,
y estrechados llegaron hasta aquí.”
(Último aquí del hombre: su esqueleto.)»
No aceptaste; cansada. Te di el brazo.
Y aunque tan hondo estábamos,
bajamos escaleras,
que no se recordaba haber subido,
porque sus escalones eran de aire,
de tardes, de delicias; y el amor
sólo sabe la altura a que vivía
cuando la ha de bajar, y cuando cuenta
cada peldaño que llevaba al gozo
con cifras de cristal
que tibiamente caen por las mejillas.
Esperaba en la puerta de la noche
el coche de unicornios
a llevar nuestros cuerpos a tu casa.
Te subí en brazos, a la torre alta
y por no hacerte daño,
para dejarte sin que nos doliera,
muy poco a poco me quité las manos,
y con algo que dura más que ellas
y siempre te querrá, te eché en tu playa,
en las sábanas blancas.
Y al ver cómo tus ojos se cerraban
comprendí lo inminente:
que el mar iba a volver por lo que es suyo.
Y que aunque las auroras de este mundo
sigan acaso siendo tan diarias,
hay luces que no vuelven; que un cuerpo
no amanecerá nunca tu mirada.

Pedro Salinas

da “Largo lamento”, Alianza Editorial, 1989

«Se tu sapessi che questo» – Pedro Salinas

Anna Karina, da "Vivre sa vie" di Jean-Luc Godard, Francia, 1962

Anna Karina, da “Vivre sa vie” di Jean-Luc Godard, Francia, 1962

 

[LXI]

Se tu sapessi che questo
enorme singhiozzo che stringi
fra le braccia, che questa
lacrima che asciughi
baciandola,
vengono da te, sono te,
dolore tuo mutato in lacrime
mie, singhiozzi miei!

Allora
non chiederesti piú
ai cieli, al passato,
alla fronte, alle carte,
perché soffro, che ho.
E tutta silenziosa,
con quel grande silenzio
della luce e del sapere,
mi baceresti ancora,
e desolatamente.
Con la desolazione
di chi non ha vicino
un altro essere, un dolore
altrui; di chi è solo
ormai con la sua pena.
E vuole consolare
in un chimerico altro,
il gran dolore ch’è suo.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979
 
***

[LXI]

¡Si tú supieras que ese
gran sollozo que estrechas
en tus brazos, que esa
lágrima que tú secas
besándola,
vienen de ti, son tú,
dolor de ti hecho lágrimas
mías, sollozos míos!

Entonces
ya no preguntaría
sal pasado, a los cielos,
a la frente, a las cartas,
qué tengo, por qué sufro.
Y toda silenciosa,
con ese gran silencio
de la luz y el saber,
me besarías más,
y desoladamente.
Con la desolación
de que no tiene al lado
otro ser, un dolor
ajeno; del que está
sólo ya con su pena.
Queriendo consolar
en un otro quimérico,
el gran dolor que es tuyo.

Pedro Salinas

 da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

La materia non pesa – Pedro Salinas

Dipinto di Renzo Crociara

 

[XLV]

La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitú, sentono ali.
I baci che tu mi dài
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l’alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l’impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un’altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull’anima sento
quest’oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo piú lieve.
Ma ciò che non sopporto
e che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.

Sí, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XLV]

La materia no pesa.
Ni tu cuerpo ni el mío,
juntos, se sienten nunca
servidumbre, sí alas.
Los besos que me das
son siempre redenciones:
tú besas hacia arriba,
librando algo de mí,
que aún estaba sujeto
en los fondos oscuros.
Lo salvas, lo miramos
para ver cómo asciende,
volando, por tu impulso,
hacia su paraíso
donde ya nos espera.
No, tu carne no oprime
ni la tierra que pisas
ni mi cuerpo que estrechas.
Cuando me abrazas, siento
que tuve contra el pecho
un palpitar sin tacto,
cerquísima, de estrella,
que viene de otra vida.
El mundo material
nace cuando te marchas.
Y siento sobre el alma
esa opresión enorme
de sombras que dejaste,
de palabras, sin labios,
escritas en papeles.
Devuelto ya a la ley
del metal, de la roca,
de la carne. Tu forma
corporal,
tu dulce peso rosa,
es lo que me volvía
el mundo más ingrávido.
Pero lo insoportable,
lo que me está agobiando,
llamándome a la tierra,
sin ti que me defiendas,
es la distancia, es
el hueco de tu cuerpo.

Sí, tú nunca, tú nunca:
tu memoria es materia.

Pedro Salinas

 da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«Svegliati. Il giorno ti chiama» – Pedro Salinas

Scultura di Roberto Manzano

Scultura di Roberto Manzano

 

[XXIV]

Svegliati. Il giorno ti chiama
alla tua vita: il tuo dovere.
A nient’altro che a vivere.
Strappa ormai alla notte
negatrice e all’ombra
che lo celava, quel corpo
di cui è in attesa, sommessa,
la luce, nell’alba.
In piedi, afferma la retta
volontà semplice d’essere
pura vergine verticale.
Senti il tuo corpo.
Freddo, caldo? Lo dirà
il tuo sangue contro la neve
da dietro la finestra;
lo dirà
il colore sulle tue guance.
E guarda il mondo. E riposa
senz’altro impegno che aggiungere
la tua perfezione a un altro giorno.
Il tuo compito
è sollevare la tua vita,
giocare con lei, lanciarla
come voce alle nubi,
a riaffermare le luci
che ci hanno lasciato.
Questo è il tuo destino: viverti.
Non devi fare nulla.
La tua opera sei tu, niente altro.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

***

[XXIV]

Despierta. El día te llama
a tu vida: tu deber.
Y nada más que a vivir.
Arráncale ya a la noche
negadora y a la sombra
que lo celaba, ese cuerpo
por quién aguarda la luz
de puntillas, en el alba.
Ponte en pie, afirma la recta
voluntad simple de ser
pura virgen vertical.
Tómale el temple a tu cuerpo.
¿Frío, calor? Lo dirá
tu sangre contra la nieve
de detrás de la ventana;
lo dirá
el color en las mejillas.
Y mira al mundo. Y descansa
sin más hacer que añadir
tu perfección a otro día.
Tu tarea
es llevar la vida en alto,
jugar con ella, lanzarla
como una voz a las nubes,
a que recoja las luces
que se nos marcharon ya.
Ese es tu sino: vivirte.
No hagas nada.
Tu obra eres tú, nada más.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933