Incarico – Julio Cortázar

 

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi,  faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia  del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortázar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

***

Encargo 

No me des tregua, no me perdones nunca.
Hostígame en la sangre, que cada cosa cruel sea tú que vuelves.
¡No me dejes dormir, no me des paz!
Entonces ganaré mi reino,
naceré lentamente.
No me pierdas como una música fácil, no seas caricia ni guante;
tállame como un sílex, desespérame.
Guarda tu amor humano, tu sonrisa, tu pelo. Dálos.
Ven a mí con tu cólera seca de fósforo y escamas.
Grita. Vomítame arena en la boca, rómpeme las fauces.
No me importa ignorarte en pleno día,
saber que juegas cara al sol y al hombre.
Compártelo.

Yo te pido la cruel ceremonia del tajo,
lo que nadie te pide: las espinas
hasta el hueso. Arráncame esta cara infame,
oblígame a gritar al fin mi verdadero nombre.

Julio Cortázar

da “Salvo el crepúsculo”, Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

La morte del poeta – Vladimír Holan

Joseph Sudek, Ràve de Pierre, 1953

 

L’ultimo suo desiderio non fu complicato:
fu un bimbo, che supplicava di ricevere una lettera dallo spazzacamino.
L’ultimo suo gesto fu del tutto semplice:
gettò via il lenzuolo dell’ospedale
in cui era tessuta un’immagine di donna divaricata.
L’ultima sua nudità fu del tutto semplice:
nessuno la baciava,
per quella non si rilasciavan neanche tessere di mendicanza.
Gli ultimi suoi occhi furono del tutto semplici:
tacquero così confessatamente che nessuno osò dire
che quest’anno è tutto pieno di vermi.
E l’ultimo suo ricordo fu un ricordo,
in un tempo remoto e in un remoto luogo visto,
d’un’alba nebbiosa di settembre,
un ricordo sbucato dalla nebbia,
per nulla perituro, costante, anzi fedele
d’un vermiglio ramoscello di amarene…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 -1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Smrt básníka

Poslední jeho touha nebyla složitá:
bylo to dítě, jež žadonilo dostat dopis od kominíka.
Poslední jeho pohyb byl docela prostý:
odhodil špitální prostěradlo,
do něhož byl vetkán obraz rozkročené ženy.
Poslední jeho nahota byla docela prostá:
nikdo ji nelíbal,
na tu se nevydávaly už ani žebračenlcy.
Poslední jeho oči byly docela prosté:
mlčely tak doznaně, že se nikdo neodvážil říci,
že letos je všechno červivé.
A poslední jeho vzpomínka byla vzpomínka
na kdysi dávno a kdesi dávno zřené
mlhavé zářijové ráno,
vzpomínka na z mlhy vyhouplou,
nic nekončící, stálou, ba věrnou
zarudlou višňovou větývku…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

Ti dono questi versi affinché… – Charles Baudelaire

Erwin Blumenfeld, Blaue Augen, ca. 1938

 

XXXV

Ti dono questi versi affinché, se il mio nome
approderà felice ad epoche lontane
e sogneranno una sera i cervelli umani,
vascello spinto da un grande aquilone,

il tuo ricordo simile a favole incerte
martelli come un timpano il lettore
e ad un fraterno e mistico anello
rimanga come appeso alle mie rime altere,

essere maledetto cui nulla, dall’abisso profondo
al più alto dei cieli, tranne me risponde!
– O tu che uguale a un’ombra dalla effimera traccia,

calpesti a passi lievi e con sguardo sereno
gli stupidi mortali che ti hanno giudicata amara,
statua dagli occhi di giada, grande angelo impassibile!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

∗∗∗

XXXV

Je te donne ces vers afin que, si mon nom
Aborde heureusement aux époques lointaines,
Et fait rêver un soir les cervelles humaines,
Vaisseau favorisé par un grand aquilon,

Ta mémoire, pareille aux fables incertaines,
Fatigue le lecteur ainsi qu’un tympanon,
Et par un fraternel et mystique chaînon
Reste comme pendue à mes rimes hautaines;

Être maudit à qui de l’abîme profond,
Jusqu’au plus haut du ciel rien, hors moi, ne répond!
— Ô toi qui, comme une ombre à la trace éphémère,

Foules d’un pied léger et d’un regard serein
Les stupides mortels qui t’ont jugée amère,
Statue aux yeux de jais, grand ange au front d’airain!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, ‎Paris, Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Maturità – Mario Luzi

Foto di Deborah Turbeville

Foto di Deborah Turbeville

 

Che fu dietro quei vetri che straziano il silenzio
e irraggiano nel vuoto lo stupore
d’un viso che non sente più il suo rosa?
Attoniti si perdono gli occhi in banchi d’azzurro
e neppure il tuo pianto si ripete.
Ondeggia il sicomoro stranamente fedele.

Gelo, non più che gelo le tristi epifanie
per le strade stillanti di silenzio
e d’ambra e i riverberi lontani
delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane.
Ombra, non più che un’ombra è la mia vita
per le strade che ingombra il mio ricordo impassibile.

Equoree primavere di conche abbandonate
al vento il cui riflesso è solitario
nel fondo col tuo viso scarduffato!
Schiava ai piedi di un’ombra, ombra d’un’ombra
disperdi nel tremore dell’acqua il tuo sorriso.
Una nuvola oscilla e un incerto paradiso.

Non più nostro il deserto che ci avvince e ci separa
nella bocca inarcata dall’oblio,
non più il dominio audace di pallore
delle tue braccia al vento dall’alte balaustrate.
Sguardi deserti, forme senza nome
nella notte pesante pendula sul tuo cuore.

Mario Luzi

da “Avvento notturno”, Vallecchi, Firenze, 1940

«Non capirsi è terribile…» – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Foto di Vladimir Mishukov

Foto di Vladimir Mishukov

 

Non capirsi è terribile –
non capirsi e abbracciarsi.
Ma per quanto  strano,
è altrettanto terribile, altrettanto,
capirsi in tutto.

Ci feriamo comunque.
E, segnato da una precoce conoscenza,
l’animo tuo soave
io con l’incomprensione non offenderò
e non ucciderò con la comprensione.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1956

(Traduzione di Evelina Pascucci)

da “E. Evtušenko, Poesie d’amore”, Newton Compton, 1986

***

Не понимать друг друга страшно –
не понимать и обнимать,
и все же, как это ни странно,
но так же страшно, так же страшно
во всем друг друга понимать.

Тем и другим себя мы раним.
И, наделен познаньем ранним,
я душу нежную твою
не оскорблю непониманьем
и пониманьем не убью.

Евгений Александрович Евтушенко

1956

da “Евгений Александрович Евтушенко, Стихотворения и поэмы: 1952-1964”, Сов. Россия, 1987

«Chiedi al poeta» – Laura Chiarina

Marc Chagall, Ballet Russe Highlights, 1945-46

 

Chiedi al poeta
della sua tristezza:
l’adornerà di cieli gonfi
e salici chini sulle nubi
di aurore stese sui tetti
di lenzuola aulenti;

parlerà di vie assolate
di volti sorridenti
di una rosa smarrita
che arresta
il rotolare di un sasso;

di un cagnolino
che fiuta il vento,
                (che arruffa i voli e sbianca
                le onde).

Parlerà del sole
che affoga così lento
affinché l’azzurro
possa intiepidire
il trasparente ventre
della luna.

Chiedigli di Dio:
ti poserà sul palmo
una goccia
e tu vedrai gli oceani.

Ti convincerà che il cielo
confina con i sogni
ed oltre, l’abisso sarà
greve di nuove stelle.

Ti parlerà dell’Infinito:
che è in un seme
e nel tuo sguardo,
mentre scioglie la giostra
dei suoi smarrimenti.

Chiedi ciò che vuoi al poeta
ti darà semplicemente
la meraviglia del suo nulla.

Laura Chiarina

Testo inedito, 29.03.2016

All rights reserved – © Ed.DIVINAFOLLIA

Laura Chiarina

Nuvole dalle braccia
Le vele di Penelope

«Talpa antica porta peste» – Attila József

 

Talpa antica porta peste
il pensiero non pensato,
ficca il muso nel mangiare
e da un uomo a un altro corre.
Per sua colpa non sa l’ubriaco,
mentre in vino strozza il tedio,
di sorbire la minestra
vuota, ai poveri atterriti.

E perché dalle nazioni
giusta linfa non spreme lo spirito,
una nuova infamia accampa
gli uni contro gli altri i popoli.
Gracchia a stormi l’oppressione, cala
come su carogne, ai cuori;
e sul globo la miseria
cola come a ebete bava.

Fitte all’ago del bisogno
le ali delle estati pendono.
Come insetti su chi dorme,
sulle anime le macchine
brulicano. In profondo,
gratitudine, fiducia
si nascondono, le lacrime
bruciano, lottano voglia
di vendetta e coscienza.

Come lo sciacallo vomita
alle stelle le sue urla,
al nostro cielo, dove gli strazi ardono,
guaìsce inutile il poeta…
Oh voi, stelle! Rugginose, rozze
lame, quante volte
siete scese dentro l’anima!
(Si sa, qui, solo morire).

Eppure ho fede. Piangendo ti prego,
bel futuro, non esser così arido!
Ho fede, non ci impalano più, oggi,
come i nostri avi, una volta.
Verrà la calma della libertà,
la sofferenza si affìna…
E finalmente saremo dimenticati anche noi
nell’ombra quieta delle pergole.

Attila József

1957

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia”, “I Supercoralli” Einaudi, 1982