«Hai un sangue, un respiro» – Cesare Pavese

Frederick C. Frieseke, Nudo alla luce screziata del sole, 1915

Frederick C. Frieseke, Nudo alla luce screziata del sole, 1915

 

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano –
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano –
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte –
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

Cesare Pavese

21 marzo 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

«Ti ho sempre soltanto veduta» – Cesare Pavese

Foto di Paul Apal'kin

Foto di Paul Apal’kin

 

     Ti ho sempre soltanto veduta,
senza parlarti mai,
nei tuoi istanti piú belli.
     Ma ho l’anima ormai tanto tesa,
schiantata dalla tua figura,
che non trovo piú pace
al suo brivido atroce.
     E non posso parlarti,
nemmeno avvicinarmi,
ché cadrebbero tutti i miei sogni.
     Oh se tale è il tremore orribile
che ho nell’anima questa notte,
e non ti conoscerò mai,
che cosa diverrebbe il mio povero cuore
sotto l’urto del sangue,
alla sublimità di te?
     Se ora mi par di morire,
che vertigine folle,
che palpiti moribondi,
che urli di voluttà e di languore
mi darebbe la tua realtà?
     Ma io non posso parlarti,
e nemmeno avvicinarmi:
nei tuoi istanti piú belli
ti ho sempre soltanto veduta,
sempre soltanto sognata.

Cesare Pavese

[27 dicembre 1927]

da “Prima di «Lavorare stanca», 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

«Hai viso di pietra scolpita» – Cesare Pavese

Bill Brandt, Nude, Campden Hill, London, 1949

 

Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra – l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo – le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s’apriva l’alba.

Cesare Pavese

5 novembre 1945.

da “La terra e la morte”, in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Notturno – Cesare Pavese

Albert Edelfelt, Under the Birches, 1881 (dettaglio)

 

La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi piú puro.

                                     Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

Cesare Pavese

[19 ottobre 1940]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

«Tutta la perfezione» – Cesare Pavese

Cléo de Merode

Cléo de Merode

     

     Tutta la perfezione
è nel sogno della tua danza, ballerina bruna.
Come l’ignaro slancio primitivo
delle cose piú belle.
     Muovi come un grande sorriso
dolcissimo e vivo,
ma profondo, raccolto
in un’intensità che stordisce
nella spontaneità meravigliosa
dei fiori delle nubi e della gioia
di tutte le cose.
     Anche quando esprimi il dolore
nei movimenti stanchi
e negli occhi assenti,
sempre
il tuo corpo vibrante nel tuo viso
è il grido ignaro,
modulato nel ritmo,
della gioia fremente del tuo sogno.
     O giovanissima
che forse inconsciamente
crei tanto splendore,
io ti seguo cogli occhi, perdutamente,
vivificando nello slancio ignaro
di questa tua vita di sogno,
l’agonia disperata
della mia anima delusa
pazza e stanca di sforzi
anelanti verso l’alto,
devastata d’amore
e di ali rabbiose
contenute e schiacciate
in un buio fremente.
     Un’agonia atroce
come di chi già stremato
debba ancora avanzare.
    E dimentico in te
il mio lento morire.
     Anch’io o giovanissima
ho scelto nella mia vita
di creare per gli uomini il mio sogno
e gettarlo nel mondo.
     Ma è un tremendo dolore
che mi làcera l’anima
lento e febbrile
e me ne lascia in volto
le traccie disperate.
     Io sovente barcollo:
dinanzi alla tua gioia
non sono, o danzatrice,
che una pallida cosa in rovina.
    E un amore segreto
come tutte le cose piú belle
mi distrugge per te.
     E per la mia abbiezione,
per la tua, per tutto il dolore,
talvolta mi soffoca l’anima,
mi accascia nel buio;
ed io non sono piú, non sono piú.
     Ma a tratti mi accende
brividi intensi al cuore
e mi riarde mi soffoca di gioia
il pensiero che sopra tutto il fango,
sopra la morte,
quelle poche parole disperate
ch’escono limpide dal mio dolore,
sono le stesse che tu esprimi,
e non ti conoscerò mai,
nel rapimento ignaro
della verginità del tuo sogno.

Cesare Pavese

[2 gennaio 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

«Tu che non sai e splendi di tanta poesia» – Cesare Pavese

Edward Weston, Sibyl Anikeeff, 1921

Edward Weston, Sibyl Anikeeff, 1921

 

Tu che non sai e splendi di tanta poesia
o donna che fiorisci sopra la mia agonia,
fa ch’io risorga un giorno.
O tu che sei passata nel crepuscolo immondo
di tutti noi e sorgi come l’alba d’un mondo
fa ch’io risorga un giorno.

Cesare Pavese

[aprile 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

You, wind of March – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Lella, 1948

Édouard Boubat, Lella, 1948

 

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose –
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

Cesare Pavese

25 marzo 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951