«Non ho un bicchiere d’acqua» – Valerio Magrelli

Mayumi Terada, View of Moon and Bottle, 2007

 

Non ho un bicchiere d’acqua
sopra il letto:
ho questo quaderno.
A volte ci segno parole nel buio
e il giorno che segue le trova
deformate dalla luce e mute.
Sono oggetti notturni
posati ad asciugare,
che nel sole s’incrinano
e scoppiano. Restano pezzi sparsi,
povere ceramiche del sonno
che colmano la pagina.
È il cimitero del pensiero
che si raccoglie tra le mie mani.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1989

L’abbraccio – Valerio Magrelli

Foto di René Groebli

 

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell’unica torcia paleozoica.

Valerio Magrelli

da “Esercizi di tiptologia”, “Il Nuovo Specchio” Mondadori, 1992

«Sto rifacendo la punta al pensiero» – Valerio Magrelli

Foto di Boris Smelov

 

Sto rifacendo la punta al pensiero,
come se il filo fosse logoro
e il segno divenuto opaco.
Gli occhi si consumano come matite
e la sera disegnano sul cervello
figure appena sgrossate e confuse.
Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto,
gli oggetti si nascondono:
è come se parlassero per enigmi continui
ed ogni sguardo obbligasse
la mente a tradurre.
La miopia si fa quindi poesia,
dovendosi avvicinare al mondo
per separarlo dalla luce.
Anche il tempo subisce questo rallentamento:
i gesti si perdono, i saluti non vengono colti.
L’unica cosa che si profila nitida
è la prodigiosa difficoltà della visione.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1989

La lettura è crudele. Undici endecasillabi in forma di ipertesto – Valerio Magrelli

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e
la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce
e la lingua riposavano.
                                                                               Agostino          
O che il testo non sia, alla fin fine, un miserrimo
e stecchito parapetto che impedisce a certi psichi
di precipitare entro i baratri lautrémontiani del
«loro» corpo, e attraverso di essi in quelli del
 gran tutto.
                                                                            Andrea Zanzotto
[Matrice]

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giú
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lí in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato alla vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

I. 
Ti guardo, cerco di guardarti dentro,

Trovarsi a fianco qualcuno assorto nella lettura,
mi porta a domandargli: dove sei?
Per questo cerco di cercarti dentro,
di raggiungerti dentro quel dentro
da cui mi sento irrimediabilmente escluso.
Per questo mi viene da chiederti:
perché non mi porti con te?

II. 
come se mi sporgessi su un abisso.

Sei a fianco, eppure mi sembra di guardarti dall’alto.
Forse perché, leggendo, guardi in basso,
verso quel punto dove ti sei ritirata
sottraendoti a me.
Ecco perché vengo avanti piano piano,
come sull’orlo di un baratro.
Ecco perché mi protendo verso il vuoto
in fondo al quale posso a malapena intravederti.

III. 
Mi affaccio al parapetto e guardo giú

Il tuo corpo mi fa da parapetto.
Mi ci posso appoggiare,
tanto non c’è nessuno.
Tu sei già andata via, sparita in basso,
nel fondovalle della tua lettura.
Mi aggrappo alle tue braccia
e scruto nella gola dove ti sei cacciata,
laggiú, piccola piccola, appartata.

IV. 
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi

Il vuoto del tuo corpo,
il suo silenzio,
dimostrano che il padrone non è in casa.
Resta solo il cappello, posato sulla sedia
per occupare il posto dell’assente.
Quando leggi, vai via, e mi lasci solo.

V. 
in una lontananza irraggiungibile.

Quando leggi, vai via, mi lasci solo
e inoltre mi impedisci di seguirti.
È come se, partendo,
non mi dicessi la tua destinazione.
Anche se la scoprissi (e l’ho scoperta,
tant’è vero che posso vederti,
se soltanto mi sporgo),
comunque non mi lasci avvicinare.
La lettura è crudele, è ostile e solitaria.

VI. 
Vorrei stare con te lí in basso, invece

Quanto mi piacerebbe stare insieme!
O meglio: stare insieme laggiú.
Riuscire a condividere quello spazio
da cui mi escludi, e che esiste soltanto
perché tu me ne escludi.
Sarebbe come chiedere di essere con te
nella lettura, ovvero nel «non-essere-con-te».
Il fatto è che ti installi dove io,
insieme a te, non potrò mai,
remota, assorta, sola,
nel giardino sul fondo del giardino.

VII. 
resto inchiodato a questo ponticello

Questo sono io:
il crampo di chi si afferra al corrimano
paralizzato dalle vertigini.
Ti guardo con occhi sbarrati,
terrorizzato dal vuoto, ipnotizzato
dalla tua immagine sul fondo del burrone,
e intanto il desiderio si tramuta
nell’intensità della presa con cui mi tengo stretto
al corrimano del tuo corpo.

VIII. 
atterrito e remoto, separato,

Impaurito dall’altezza e lontano da te,
significa in ultimo:
attratto da ciò che ci separa.
Il panico di chi teme di cadere
riflette il desiderio di cadere,
ossia di superare il vuoto che divide.
Tutto si intreccia, tutto si confonde
per generare nostalgia.

IX. 
legato alla vertigine che amo,

Cosí arriviamo al nodo, alla vertigine
come attrazione del vuoto, incomprensibile
amore della paura.
(Bisogna sempre pensare alle mani
che serrano spasmodicamente il loro appiglio.
Sta a loro dire quanto costi caro lo sforzo di trattenersi:
vorrei venire da te, ma non posso farlo).

X.
se amore è la distanza che ci chiama

Pare che la parola greca per «bellezza»
provenga dal verbo «chiamare».
Se la prima condizione della felicità
sta nel bisogno di essere strappati a noi stessi,
«portami con te» vuol dire allora:
«toglimi via da me».

XI.
e insieme la paura di varcarla.

Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014

«Fine come un capello» – Valerio Magrelli

Karl Hofer, Zwei Freundinnen, 1939

 

Fine come un capello,
si vede solamente controluce,
a malapena, ma si vede (si vede?),
la cicatrice che una sua compagna
tracciò sopra la guancia di mia figlia.

La seguo di continuo col mio sguardo,
la cerco, nella speranza di non trovarla,
la trovo, col rimpianto d’averla cercata,
ma è piú forte di me, è la stessa forza
insopprimibile della gelosia, forza dell’organismo

che nutre il suo male: conoscere. Che sarà mai!, mi dico,
e intanto frugo avidamente per rintracciarne
la curva, segno e solco irreversibile.
Perché la guardo? Solo per ripetermi che il Tempo
lí è trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014

«Ricevo da te questa tazza» – Valerio Magrelli

Dipinto di Francisco De Zurbàran

Dipinto di Francisco De Zurbàran

E la crepa nella tazza apre
un sentiero alla terra dei morti
                                        W. H. Auden
… come quando una crepa
attraversa una tazza
                                  R. M. Rilke

Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il paesaggio sonoro,
di smalto.

Valerio Magrelli

da “Clecsografie”, in “Valerio Magrelli, Nature e venature”, Mondadori, 1987

Raccoglimento – Valerio Magrelli

Andrew Wyeth, Afternoon flight, 1976

Andrew Wyeth, Afternoon flight, 1976

 

Uno diceva: io sono prevenuto contro me stesso fin dalla nascita
                                                                                     Friedrich Nietzsche

 

Mia debolezza, debolezza mia,
ma che devo fare con te?
Ho cinquant’anni e tremo quando tuona,
e sbaglio ancora posto
come quando sbagliai banco all’asilo.
Ho un corpo trapunto da graffe,
il sonno come un campo di macerie,
la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi,
e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu,
mia ferita, mio Graal, codice a barre
di un estraneo che è leso, che è fallato,
costretto a essere me.
Mia debolezza, talpa del nemico,
creaturina indifesa che mi rendi indifeso,
il solo, vero premio della morte
sarà saperti morta insieme a me,
mio motore,
mio orrore,
mia consustanziale sconfitta.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014