da «Scuola di canto» – Seamus Heaney

Jack McManus, Seamus Heaney in the 1970s

Il mio animo ebbe bel tempo di semina, crebbi
nutrito di bellezza e paura,
favorito non poco dal mio luogo di nascita e non meno
da quella amata valle dove più avanti
fui trapiantato…
                         William Wordsworth, Preludio
Egli [lo stalliere] aveva un libro di versi orangisti e i giorni in cui li leggevamo insieme nel fienile mi diedero per la prima volta il piacere della rima. In seguito ricordo che sentii raccontare, quando ci fu il sentore di una rivolta feniana, che agli orangisti erano stati distribuiti dei fucili, e così, quando cominciai a sognare la mia vita futura, pensai che avrei voluto morire combattendo con i feniani.
                                      W. B. Yeats, Autobiografie
1. IL MINISTERO DELLA PAURA
a Seamus Deane

Bene, come ha detto Kavanagh, siamo vissuti
in luoghi importanti. La cresta solitaria
del St Columb’s College, dove fui acquartierato
sei anni, dominava il tuo Bogside.
Fissavo nuovi mondi, la gola infiammata
di Brandywell, la sua pista per cani illuminata,
l’accelerata della lepre. La prima settimana
soffrii tanto di nostalgia da non riuscire a mangiare
nemmeno i biscotti dati per addolcirmi l’esilio.
Li gettai oltre la staccionata una notte
nel settembre 1951
quando le luci delle case in Lecky Road
nano ambra nella nebbia. Fu un gesto
furtivo.
              Poi Belfast, e poi Berkeley.
«Eccoci qui, due raffinati», che si dilettavano
di versi finché son diventati
una vita: da buste voluminose che arrivano
in tempo di vacanza fino ai volumi sottili
spediti «con i saluti dell’autore».
Quelle poesie scritte a mano, strappate dalla spirale
del tuo quaderno, mi confondevano…
Vocali e idee libere
come gusci di semi volanti via da sicomori.
Cercai di scrivere sui sicomori
innovando una rima di South Derry
con hushed e lulled in eco a pushed e pulled.
Quegli stivali chiodati da oltre la montagna
camminavano, per Dio, per tutti i rifiniti
prati all’inglese dell’elocuzione.
                                                   Sono cambiati i nostri accenti?
«I cattolici, in genere, non parlano
bene come gli studenti delle scuole protestanti.»
Ricordi quella roba? Complessi
d’inferiorità della stessa sostanza dei sogni.
«Come ti chiami, Heaney?»
                                                  «Heaney, padre.»
                                                                                   «E va bene.»
Il mio primo giorno, la cinghia di cuoio
divenne epilettica in Direzione,
con l’eco sciabordante sulle nostre teste chine,
ma io scrivevo lo stesso a casa che la vita del convittore
non era così male, come sempre schivando.

Nelle lunghe vacanze, poi, venni alla vita
sul sedile dei baci di una Austin 16,
parcheggiata di fianco a una casa a motore acceso,
le mie dita strette come edera sulle sue spalle,
una luce lasciata accesa per lei in cucina.
E tornando a casa, la libertà estiva
che si esauriva notte su notte, l’aria
tutta di luna piena e profumo di fieno, i poliziotti
agitavano le loro pile rosse, affollandosi attorno
alla macchina come una nera mandria, fiutando
e puntandomi nell’occhio la canna di uno sten:
«Il tuo nome, autista?»
                                          «Seamus…»
                                                                 Seamus?

Una volta lessero le mie lettere a un posto di blocco
puntando le loro torce sui tuoi geroglifici,
«Frasi eleganti» in uno stile molto fiorito.

L’Ulster era britannico, ma senza alcun diritto
sulla lirica inglese: ovunque attorno a noi,
l’avevamo lasciato senza nome, il ministero della paura.

 2. UN AGENTE FA VISITA

La sua bicicletta era appoggiata al davanzale,
il paraschizzi di gomma del frangifango
seguiva la ruota anteriore,
le manopole grosse e nere

si scaldavano al sole, la patata
della dinamo lucida era alzata,
i pedali ciondolavano affrancati
dallo stivale della legge.

Il berretto era rovesciato
sul pavimento, vicino alla sedia.
La linea della sua pressione scanalava
i capelli un po’ sudati.

Aveva slegato
il pesante registro, e mio padre
dava conto della resa del terreno
in acri e pertiche.

Aritmetica e paura.
Io seduto fissavo la fondina lucida
con il risvolto abbottonato, l’anello di cordone intrecciato
assicurato al calcio della pistola.

«Altre radici commestibili?
Barbabietole o cavoli da foraggio? Niente del genere?»
«No.» Ma non c’era una fila
di rape dove finiva il seminato

del campo di patate? Ipotizzai
piccole colpe e immaginai
la cella di punizione della caserma.
Si alzò, spostando la guaina del manganello

più in là sulla cintura,
chiuse il gran libro del rendiconto,
si calcò il berretto con due mani,
e mi guardò mentre salutava.

Un’ombra sobbalzò alla finestra:
stava chiudendo la molla del portapacchi
sul registro. Lo stivale diede la spinta
e la bicicletta si mosse, tic tic tic.

4. ESTATE 1969

Mentre la polizia copriva la marmaglia
che sparava nella Falls, io soffrivo
soltanto il sole prepotente di Madrid.
Ogni pomeriggio, nel  caldo da casseruola
dell’appartamento, mentre sudavo
sulla vita di Joyce, il tanfo del mercato del pesce
saliva come fetore di lino macerato.
Di notte, sul balcone, il rosso del vino,
una sensazione di bambini nei loro angoli bui
e vecchie in scialli neri accanto a finestre aperte,
l’aria un canyon scorrente in spagnolo.
Fummo a casa, a parole, su pianure stellate,
dove il cuoio verniciato dei berretti della Guardia Civil
luccicava come pance di pesci in acque avvelenate dal lino.

«Torna» uno disse, «prova a stare tra la gente.»
Un altro evocò Lorca dalla sua collina.
Restammo là seduti tra conte dei morti e resoconti di corride
alla televisione, le celebrità arrivavano
da dove accadevano ancora cose importanti.

Mi ritirai nel fresco del Prado,
Le fucilazioni del tre maggio di Goya
copriva una parete, le braccia alzate,
lo spasmo del ribelle, i militari
con elmetto e zaino, l’efficiente
sventagliata dell’esecuzione. Nella sala accanto
i suoi incubi, innestati nel muro del palazzo,
cicloni scuri, adunati, dispersi; Saturno
ingemmato del sangue dei suoi figli,
e il Caos gigantesco che volge i fianchi brutali
sopra il mondo. E anche quel duello all’ultimo sangue
dove due forsennati si bastonano a morte per onore,
nella palude fino al ginocchio, affondando.

Lui dipingeva di polso e gomito, sventolava
la muleta macchiata del suo cuore mentre la storia caricava.

5. AFFIDAMENTO
a Michael McLaverty

«Descrizione è rivelazione!» Royal
Avenue, Belfast, 1962,
un sabato pomeriggio, lieto di incontrare
me, neonato nella lingua, mi afferrò
per il gomito. «Ascolta. Va’ per la tua strada.
Fa’ il tuo lavoro. Ricorda
Katherine Mansfield – Io dirò
come scricchiolava la cesta del bucato… quella nota di esilio.»
Ma guai a strafare:
«Non far pulsare le tue vene nella biro.»
E poi, «Povero Hopkins!». Ho i Diari
che mi diede, sottolineati, il suo io piegato
inchinato al loro dolore. Riconosceva
i lineamenti della pazienza, ovunque,
e mi allevò e mi lasciò andare, con parole
che si imposero sulla mia lingua come oboli.

6. ESPOSIZIONE

È dicembre a Wicklow:
ontani gocciolanti, betulle
ereditanti l’ultima luce,
il frassino, freddo da guardare.

Una cometa che si era persa
dovrebbe essere visibile al tramonto,
quei milioni di tonnellate di luce
bagliore di bacche e rosa canina.

E io a volte vedo una stella cadente.
Potessi imbattermi in un meteorite!
Invece cammino su foglie umide,
gusci, i resti consumati dell’autunno,

immaginando un eroe
in un recinto fangoso,
il suo dono come una pietra fiondata
a difesa dei disperati.

Come sono finito così?
Spesso penso ai bei consigli
prismatici degli amici,
e al cervello a incudine di chi mi odia

mentre siedo pesando e soppesando
i miei responsabili tristia.
Per che cosa? Per l’orecchio? Per la gente?
Per ciò che si dice alle spalle?

La pioggia cade tra gli ontani,
le sue basse voci concilianti
mormorano di erosioni e delusioni
ma non c’è goccia che non risvegli

gli adamantini assoluti.
Non sono né una spia né un internato,
sono un émigré interno, capelli lunghi,
e pensoso, un ribelle sbandato

sfuggito al massacro,
che si mimetizza
col tronco e la corteccia, e sente
il soffio di ogni vento,

che, mentre soffia su queste scintille
per il loro povero calore, ha perduto
il portento di una volta nella vita,
la rosa pulsante della cometa.

Seamus Heaney

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Nord”, in “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

1. Il ministero della paura (The Ministry of Fear): tetrametri e pentametri giambici non rimati; 2. Un agente fa visita (A Constable Calls): quartine di trimetri e tetrametri giambici con rime occasionali. 4. Estate 1969 (Summer 1969): tetrametri giambici non rimati; 5. Affidamento (Fosterage): tetrametri giambici non rimati; 6. Esposizione (Exposure): quartine di trimetri giambici non rimati.
The Wearing of the Black: An Anthology of Contemporary Ulster Poetry, ed. by Padraic Fiacc, Blackstaff Press, Belfast 1974, pp. 42-3 (from Singing School).
Prendendo spunto dalla sesta sezione, si può definire quest’ultima parte di North come “quadri di un’esposizione” autobiografica (seguendo l’antologia New Selected Poems 1966-1987, si omette qui la terza delle sei parti che compongono questa sequenza poetica, parte peraltro che era stata composta diversi anni prima delle altre cinque). Il titolo, preso dalla poesia Sailing to Byzantium di Yeats («né c’è scuola di canto che lo studio / dei monumenti della sua magnificenza», trad. it. di Ariodante Marianni, in W.B. Yeats, L’opera poetica, Mondadori, Milano 2005, p. 587, vv. 13-4), è seguito da una doppia epigrafe: riflessioni autobiografiche che fanno da preludio a quelle di Heaney, che saranno incentrate sui propri “monumenti”. Lo scarto tra le parole di Wordsworth e quelle di Yeats sta nell’importanza e nell’impatto che le circostanze politiche e il condizionamento culturale a esse legato hanno sulla formazione di un individuo. Nei movimenti che scandiscono la sua «scuola di canto», ciascuno un tour de force psicologico e testuale, Heaney esplora le sfumature e i significati di questo scarto. Nel primo – legato al ricordo di Seamus Deane, dedicatario della sequenza, suo compagno di scuola al St Columb’s College e poi di università e affermatosi anch’egli come scrittore e critico –descrive l’atmosfera in Irlanda del Nord dagli anni Quaranta agli anni Cinquanta. Sono anni di studio e di vacanza, di impegno e di libertà, delle prime esperienze poetiche, di conoscenza di sé e degli altri: esperienze su cui però aleggia il «ministero della paura» (titolo ripreso da un romanzo di Graham Greene) di cui i posti di blocco e i controlli attuati dalla polizia nordirlandese sono il correlativo oggettivo più visibile e invadente.
Nella seconda sezione, Heaney ricorda l’ispezione di un agente alla fattoria paterna per verificare che tutto fosse in regola con il rendiconto dei guadagni e il pagamento delle tasse. Il giovane Seamus è già abbastanza maturo da comprendere le conseguenze per chi non dice la verità. Sospeso tra le ragioni del padre e quelle dell’agente, tra «aritmetica e paura», Heaney segue ogni movimento dell’agente, cercando di intuire il successivo, fino al «tic tic tic» della bicicletta che si allontana (in questo ticchettio come di bomba innescata alcuni critici hanno colto un’allusione ai Troubles).
Nel quarto movimento il poeta si trova all’estero, in Spagna, ma la gravità delle tensioni tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord è al centro dei suoi pensieri. È profondamente scosso dalle notizie che provengono da Belfast – e forse lo è ancora di più proprio per il senso di colpa di essere lontano, impegnato con attività di poco conto se messe a confronto con quanto stava succedendo nelle strade proletarie nella zona occidentale di Belfast. Quattro quadri di Goya (Le fucilazioni del tre maggio, Saturno che divora i suoi figli, Il colosso e Duello rusticano) permettono al poeta di essere “presente in absentia” al dramma dei Troubles.
Il quinto movimento – che si apre con un verso programmatico, «Descrizione è rivelazione!», preso da Wallace Stevens (Description without Place) – è la descrizione dell’incontro con Michael McLaverty, preside della scuola dove Heaney svolge il suo tirocinio di insegnante. Si tratta di un incontro “rivelatore” e “premonitore”. Da McLaverty – scrittore cattolico di grande intensità emotiva e tensione etica (nelle cui parole echeggiano quelle di Gerard Manley Hopkins), pronto a riconoscere e seguire un alto esempio morale e letterario – il giovane aspirante poeta riceve un insegnamento e un invito a trovare la propria voce e i propri temi poetici. L’intenzione di affidarsi a dei modelli è riflessa nel titolo della sezione: la parola inglese fosterage descrive infatti la tradizione, caratteristica dell’antica società irlandese, di affidare un minore alla cura di un membro del clan familiare (sull’“affidamento”, da intendersi nel senso di “apprendimento” e “discepolato”, il poeta ritorna nei versi di Station Island e di Fosterling, in Seeing Things).
Heaney decide di lasciare l’Irlanda del Nord per dedicarsi alla scrittura nella pace della campagna dublinese, dove è ambientato il sesto movimento. La scelta che per lui è chiara («Non sono né una spia né un internato, / sono un émigré interno») è percepita da altri («cervello a incudine di chi mi odia») come un errore, un abbandono, addirittura un tradimento, e le critiche non tardano a venire, sia da parte cattolica sia da parte protestante. Facendo proprio come esempio di integrità morale e artistica un altro scrittore perseguitato, Osip Mandel’štam, da lui definito «il Lazzaro della poesia russa moderna» (Envies and Identifications: Dante and the Modern Poet, «Irish University Review», XV, 1, Spring 1985), Heaney s’interroga sulle proprie responsabilità e sulle conseguenze che lo aspettano sia sul piano artistico che umano. La poesia e il libro si chiudono su una nota di incertezza e perplessità che va oltre la caratteristica umiltà del poeta. Intervistato da Henri Cole (Seamus Heaney: The Art of Poetry, No. 75, «Paris Review», 144, Fall 1997) Heaney spiega che l’ansia che avvolge i versi finali di Exposure è generata da un dubbio: se «ciò che scaturisce da questo spostamento [da Belfast a Dublino] sarà in qualche modo adeguato. La poesia si domanda: c’è abbastanza qui per far fronte alle atrocità che stanno avvenendo lassù? E il poeta dice: che cosa sto facendo se non attizzare qualche piccola scintilla quando l’occasione necessita di una cometa?».
1, vv. 1-2. come ha detto Kavanagh, siamo vissuti / in luoghi importanti: allusione ai primi versi della poesia Epic di Patrick Kavanagh nella quale i «luoghi importanti» e i «grandi eventi» sono in realtà, ironicamente, luoghi e beghe contadine. Era stato McLaverty a introdurre Heaney alla poesia di Kavanagh facendogli leggere A Soul for Sale, opera che, soprattutto con la lunga poesia The Great Hunger, fu fondamentale nell’evoluzione poetica di Heaney.
1, v. 4. Bogside è un quartiere cattolico di Derry dove è nato Seamus Deane. Brandywell (v. 6) è lo stadio di Derry, usato sia per le partite di calcio sia per le corse dei cani.
1, vv. 13-4. Fu un gesto / furtivo:  citazione da The Prelude di W. Wordsworth (I 361).
1, v. 15. Eccoci qui, due raffinati: citazione leggermente modificata da King Lear III IV 100.
1, v. 51. «Il tuo nome, autista?» / «Seamus…» / Seamus?: in Irlanda del Nord i nomi che hanno forma irlandese, come appunto Seamus (Giacomo), tendono a essere usati dai cattolici (si veda qui in North anche Whatever You Say Say Nothing III 17-8).
2, v. 30. il gran libro del rendiconto: l’espressione inglese domesday book, letteralmente “libro del Giorno del giudizio”, allude all’omonimo registro che racchiude il rilevamento generale di tutte le terre e le proprietà dell’Inghilterra, ordinato da Guglielmo il Conquistatore nel 1086.
4, vv. 1-2. la marmaglia / che sparava nella Falls: la Falls Road di Belfast è nel cuore della zona repubblicana.
5, vv. 7-8. Io dirò / come scricchiolava la cesta del bucato: citazione da un passo di Katherine Mansfield (1888-1923), in cui la scrittrice si propone di attingere ai propri ricordi neozelandesi per «far balzare il nostro Paese ancora da scoprire agli occhi del Vecchio Mondo […]. Racconterò tutto, persino di come scricchiolava la cesta del bucato» (The Katherine Mansfield Notebooks, ed. by Margaret Scott, Lincoln University Press, Lincoln [PA] 1997, vol.II, p. 32). (Marco Sonzogni)

∗∗∗

Singing School

Fair seedtime had my soul, and I grew up
Fostered alike by beauty and by fear;
Much favoured in my birthplace, and no less
In that beloved Vale to which, erelong,
I was transplanted …
         William Wordsworth, The Prelude
He [the stable-boy] had a book of  Orange rhymes, and the days when we read them together in the hay-loft gave me the pleasure of rhyme for the first time. Later on I can remember being told, when there was a rumour of a Fenian rising, that rifles were being handed out to the Orangemen; and presently, when I began to dream of my future life, I thought I would like to die fighting the Fenians.
                   W. B. Yeats, Autobiographies
1. THE MINISTRY OF FEAR
for Seamus Deane 

Well, as Kavanagh said, we have lived
In important places. The lonely scarp
Of St Columb’s College, where I billeted
For six years, overlooked your Bogside.
I gazed into new worlds: the inflamed throat
Of Brandywell, its floodlit dogtrack,
The throttle of the hare. In the first week
I was so homesick I couldn’t even eat
The biscuits left to sweeten my exile.
I threw them over the fence one night
In September 1951
When the lights of houses in the Lecky Road
Were amber in the fog. It was an act
Of stealth.
                  Then Belfast, and then Berkeley.
Here’s two on’s are sophisticated,
Dabbling in verses till they have become
A life: from bulky envelopes arriving
In vacation time to slim volumes
Despatched ‘with the author’s compliments’.
Those poems in longhand, ripped from the wire spine
Of your exercise book, bewildered me –
Vowels and ideas bandied free
As the seed-pods blowing off our sycamores.
I tried to write about the sycamores
And innovated a South Derry rhyme
With hushed and lulled full chimes for pushed and pulled.
Those hobnailed boots from beyond the mountain
Were walking, by God, all over the fine
Lawns of elocution.
                               Have our accents
Changed? ‘Catholics, in general, don’t speak
As well as students from the Protestant schools.’
Remember that stuff? Inferiority
Complexes, stuff that dreams were made on.
‘What’s your name, Heaney?’
                                             ‘Heaney, Father.’
                                                                      ‘Fair
Enough.’
                On my first day, the leather strap
Went epileptic in the Big Study,
Its echoes plashing over our bowed heads,
But I still wrote home that a boarder’s life
Was not so bad, shying as usual.

On long vacations, then, I came to life
In the kissing seat of an Austin 16
Parked at a gable, the engine running,
My fingers tight as ivy on her shoulders,
A light left burning for her in the kitchen.
And heading back for home, the summer’s
Freedom dwindling night by night, the air
All moonlight and a scent of hay, policemen
Swung their crimson flashlamps, crowding round
The car like black cattle, snuffing and pointing
The muzzle of a Sten gun in my eye:
‘What’s your name, driver?’
                                          ‘Seamus …’
                                                            Seamus?

They once read my letters at a roadblock
And shone their torches on your hieroglyphics,
‘Svelte dictions’ in a very florid hand.

Ulster was British, but with no rights on
The English lyric: all around us, though
We hadn’t named it, the ministry of fear.

2. A CONSTABLE CALLS

His bicycle stood at the window-sill,
The rubber cowl of a mud-splasher
Skirting the front mudguard,
Its fat black handlegrips

Heating in sunlight, the ‘spud’
Of the dynamo gleaming and cocked back,
The pedal treads hanging relieved
Of the boot of the law.

His cap was upside down
On the floor, next his chair.
The line of its pressure ran like a bevel
In his slightly sweating hair.

He had unstrapped
The heavy ledger, and my father
Was making tillage returns
In acres, roods, and perches.

Arithmetic and fear.
I sat staring at the polished holster
With its buttoned flap, the braid cord
Looped into the revolver butt.

‘Any other root crops?
Mangolds? Marrowstems? Anything like that?’
‘No.’ But was there not a line
Of turnips where the seed ran out

In the potato field? I assumed
Small guilts and sat
Imagining the black hole in the barracks.
He stood up, shifted the baton-case

Further round on his belt,
Closed the domesday book,
Fitted his cap back with two hands,
And looked at me as he said goodbye.

A shadow bobbed in the window.
He was snapping the carrier spring
Over the ledger. His boot pushed off
And the bicycle ticked, ticked, ticked.

4. SUMMER 1969

While the Constabulary covered the mob
Firing into the Falls, I was suffering
Only the bullying sun of Madrid.
Each afternoon, in the casserole heat
Of the flat, as I sweated my way through
The life of Joyce, stinks from the fishmarket
Rose like the reek off a flax-dam.
At night on the balcony, gules of wine,
A sense of children in their dark corners,
Old women in black shawls near open windows,
The air a canyon rivering in Spanish.
We talked our way home over starlit plains
Where patent leather of the Guardia Civil
Gleamed like fish-bellies in flax-poisoned waters.

‘Go back,’ one said, ‘try to touch the people.’
Another conjured Lorca from his hill.
We sat through death-counts and bullfight reports
On the television, celebrities
Arrived from where the real thing still happened.

I retreated to the cool of the Prado.
Goya’s ‘Shootings of the Third of May’
Covered a wall – the thrown-up arms
And spasm of the rebel, the helmeted
And knapsacked military, the efficient
Rake of the fusillade. In the next room,
His nightmares, grafted to the palace wall –
Dark cyclones, hosting, breaking; Saturn
Jewelled in the blood of his own children,
Gigantic Chaos turning his brute hips
Over the world. Also, that holmgang
Where two berserks club each other to death
For honour’s sake, greaved in a bog, and sinking.

He painted with his fists and elbows, flourished
The stained cape of his heart as history charged.

5. FOSTERAGE
for Michael McLaverty

‘Description is revelation!’ Royal
Avenue, Belfast, 1962,
A Saturday afternoon, glad to meet
Me, newly cubbed in language, he gripped
My elbow. ‘Listen. Go your own way.
Do your own work. Remember
Katherine Mansfield – I will tell
How the laundry basket squeaked … that note of exile.’
But to hell with overstating it:
‘Don’t have the veins bulging in your Biro.’
And then, ‘Poor Hopkins!’ I have the Journals
He gave me, underlined, his buckled self
Obeisant to their pain. He discerned
The lineaments of patience everywhere
And fostered me and sent me out, with words
Imposing on my tongue like obols.

6. EXPOSURE

It is December in Wicklow:
Alders dripping, birches
Inheriting the last light,
The ash tree cold to look at.

A comet that was lost
Should be visible at sunset,
Those million tons of light
Like a glimmer of haws and rose-hips,

And I sometimes see a falling star.
If I could come on meteorite!
Instead I walk through damp leaves,
Husks, the spent flukes of autumn,

Imagining a hero
On some muddy compound,
His gift like a slingstone
Whirled for the desperate.

How did I end up like this?
I often think of my friends’
Beautiful prismatic counselling
And the anvil brains of some who hate me

As I sit weighing and weighing
My responsible tristia.
For what? For the ear? For the people?
For what is said behind-backs?

Rain comes down through the alders,
Its low conducive voices
Mutter about let-downs and erosions
And yet each drop recalls

The diamond absolutes.
I am neither internee nor informer;
An inner émigré, grown long-haired
And thoughtful; a wood-kerne

Escaped from the massacre,
Taking protective colouring
From bole and bark, feeling
Every wind that blows;

Who, blowing up these sparks
For their meagre heat, have missed
The once-in-a-lifetime portent,
The comet’s pulsing rose.

Seamus Heaney

da “North”, Faber & Faber, London, 1975

Sul dono di una penna stilografica – Seamus Heaney

Foto di André Kertész

Foto di André Kertész

 

Ora che ho in mano la tua penna
e ho paura
che cessino le poesie,

che dire degli anni
di tutti gli altri doveri
imposti o intrapresi?

Tutto quel «Fa’ agli altri
ciò che vorresti fosse fatto a te»?
Un errore? Virtù?

Sì e no. Intingo e riempio
e ricomincio: dubbi
o non dubbi, lascia scorrere.

Seamus Heaney

2013

(Traduzione di Marco Sonzogni)

da “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

   Come spiega il poeta stesso, questa poesia getta «lo sguardo all’indietro» e lo fa «dalla penna di uno scrittore più esperto, uno che per anni si è posizionato [e qui Heaney cita Czesław Miłosz] “tra la contemplazione d’un punto immobile e il dettame di partecipare attivamente alla storia”» (Stepping Stones, p. 260; per la poesia di Miłosz Rodzinna Europa, 1959: trad. it. di Federica Bovoli, in La mia Europa, Adelphi, Milano 1985). Il regalo di una penna stilografica – a un analogo dono di molti anni prima è dedicata The Conway Stewart in Human Chain – è occasione di riflessione sui meriti artistici, la testimonianza etica e gli obblighi sociali cui l’uomo e il poeta sono chiamati a rispondere e cui lui stesso cerca di rispondere confermando «il fondamento della [sua] convinzione che il segreto della vita e dell’arte è triplice: iniziare, andare avanti, iniziare da capo» (Stepping Stones, p. 207): «Intingo e riempio / e ricomincio».
vv. 2-3. e ho paura / che cessino le poesie: eco della quartina con cui si apre il sonetto When I Have Fears that I May Cease to Be di John Keats (pubblicato postumo): «Quando ho paura di morire prima / ch’io scriva tutto quel che m’urge dentro, / prima che pile di libri, in caratteri, / come granai conservino il raccolto» (trad. it. di Roberto Deidier, in Gabbie per nuvole, Empiria, Roma 2011). La paura di Keats non riguarda solo il suo destino terreno, la sua fama di scrittore e i suoi affetti, ma la mortalità in generale, tema centrale nell’ultima raccolta del poeta, Human Chain.
vv. 7-8. «Fa’ agli altri / ciò che vorresti fosse fatto a te»: eco della “regola d’oro” enunciata nel Vangelo secondo Matteo (7,12): «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti». Questo Vangelo “ispira” i versi di Miracle in Human Chain (Matteo 9, 1-8) e forse anche il «Noli timere» inviato per SMS alla moglie momenti prima di morire: «Alora Gesù disse loro: “Non temete”» (Matteo 28,10).
vv. 11-2. dubbi / o non dubbi, lascia scorrere: le tre varianti dei versi finali («And start again. / After the spade, the hoe», «e ricomincio. / Dopo la vanga, la zappa»: versione dattiloscritta, Dublino, 22 dicembre 2012; «And start again, doubts / Or no doubts. Heigh-ho», «e ricomincio, dubbi / o non dubbi. Eh già… !»: lettura alla Baylor University, Waco [TX], 4 marzo 2013; «And start again: doubts / Or no doubts, let flow», «e ricomincio: dubbi / o non dubbi, lascia scorrere»: versione dattiloscritta, 30 marzo 2013, corrispondente alla lettura all’Irish Cultural Centre, Parigi, 13 giugno 2013) riprendono e risuperano, con rinnovato impegno, i dubbi sulla scrittura come occupazione, sulla sua adeguatezza artistica e morale. La metafora centrale della poetica di Heaney – la vanga, la zappa, enunciata in quella che resta la sua poesia più conosciuta: Digging, in Death of a Naturalist – lascia spazio prima a un’esclamazione di rassegnata stanchezza e infine, riformulandolo, all’invito immaginario ricevuto dall’ombra di James Joyce nel dodicesimo canto di Station Island: «Lasciati andare, buttati, dimentica». Come aveva detto dal podio di Stoccolma (Crediting Poetry), «anche le nostre solitudini e angosce sono degne di credito, in quanto anch’esse testimonianza della nostra autentica umanità». (Marco Sonzogni)

∗∗∗

On the Gift of a Fountain Pen

Now that your pen is in my hand
And I have fears
That poems may cease,

What of the years
Of every other obligation
Imposed and undertaken?

All that ‘Do unto others
As you would have done unto you’
Mistaken? Virtue?

Yes and no. I dip and fill
And start again: doubts
Or no doubts, let flow.

Seamus Heaney

30 marzo 2013
The Beall Poetry Festival, Baylor University, 4 March 2013 (stampa a tiratura limitata). 

Una piuma di pavone – Seamus Heaney

Edouard Boubat, Portrait of Anne- Marie Edvina, 1961

per Daisy Garnett

Sei giorni or sono si è versata l’acqua
Per battezzarti, per operare l’incantesimo
E farti monda la fedina, speriamo, per sempre.
Ma ora la tua vita è sonno e nutrimento
Che, con il tocco dell’amore, è sufficiente
Per te, Daisy, Daisy, nipotina inglese.

Gloucestershire: si stendono le sue prospettive
Boschive e velate di foschia al mio occhio
Il cui paesaggio, come quello di tua madre era,
È cosa diversa da questa dolcezza
D’arte topiaria, distese erbose e mattoni,
Proprietà, inviolate, cintate, nostalgiche.

Io vengo da un disordine di fattorie e pantani,
Vecchi appezzamenti che il colpo e la scossa
Della storia hanno lasciato scompigliati.
Ma qui, per amor tuo, ho adattato
La mia voce da carrettiera a toni da giardino,
Con pietra di Cotswold ho lastricato l’acquitrino.

Fili intricati di famiglie intrecciano una rete
Di nodi d’amore di due menti, una carne.
Il futuro non è nostro. Noi intessiamo
Un labirinto di parentele, scambiamo cenni e saluti
Con fiducia ma con poca intimità –
Così questo è un billet-doux per dire

Che in un caldo luglio tu eri qui
Battezzata e sorridente a Bradley
Mentre io, ospite nella tua verde corte,
A una finestra a occidente sedevo e scrivevo
Conscio nell’oscurità che si addensava.
E avrei potuto anche essere a Coole Park.

Così prima che io parta dalla tua casa ordinata,
Preghiamo. Possano terra coltivata e argilla,
Annerite da sangue di Celti e Sassoni,
Nutrire al loro seno amore in te per casa e bosco –
Dove per te lascio cadere questo, mentre passo,
Come una piuma di pavone sull’erba.

Seamus Heaney

1972

(Traduzione di Francesca Romana Paci)

da “La lanterna di biancospino”, Guanda, Parma, 1999

∗∗∗

A Peacock’s Feather

for Daisy Garnett

Six days ago the water fell
To christen you, to work its spell
And wipe your slate, we hope, for good.
But now your life is sleep and food
Which, with the touch of love, suffice
You, Daisy, Daisy, English niece.

Gloucestershire: its prospects lie
Wooded and misty to my eye
Whose landscape, as your mother’s was,
Is other than this mellowness
Of topiary, lawn and brick,
Possessed, untrespassed, walled, nostalgic.

I come from scraggy farm and moss,
Old patchworks that the pitch and toss
Of history have left dishevelled.
But here, for your sake, I have levelled
My cart-track voice to garden tones,
Cobbled the bog with Cotswold stones.

Ravelling strands of families mesh
In love-knots of two minds, one flesh.
The future’s not our own. We’ll weave
An in-law maze, we’ll nod and wave
With trust but little intimacy –
So this is a billet-doux to say

That in a warm July you lay
Christened and smiling in Bradley
While I, a guest in your green court,
At a west window sat and wrote
Self-consciously in gathering dark.
I might as well be in Coole Park.

So before I leave your ordered home,
Let us pray. May tilth and loam,
Darkened with Celts’ and Saxons’ blood,
Breastfeed your love of house and wood –
Where I drop this for you, as I pass,
Like the peacock’s feather on the grass.

Seamus Heaney

da “The Haw Lantern”, Faber and Faber Limited, London, 1987

Post scriptum – Seamus Heaney

Gianni Berengo Gardin, Gran Bretagna, 1977

 

E trova il tempo prima o poi di andare verso ovest
fino al County Clare, lungo la Flaggy Shore,
in settembre o in ottobre,
quando il vento e la luce confliggono,
e da una parte l’oceano si scatena
di schiuma e di bagliori, e nell’interno tra i massi
la superfìcie di un lago grigio ardesia è illuminata
dal lampo atterrato di uno stormo di cigni,
le penne irruvidite e arruffate, bianco su bianco,
il lungo capo dall’aria ostinata
nascosto o increstato o indaffarato sott’acqua.
Inutile pensare di parcheggiare e catturare tutto
più interamente. Tu non ci sei, c’è solo
un’urgenza in cui passano l’estraneo e il noto,
mentre grandi sbuffi ventosi colpiscono soffici la fiancata
e colgono il cuore alla sprovvista e lo spalancano.

Seamus Heaney

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “La livella e lo spirito”, in “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

Pentametri giambici non rimati.
   Posti in chiusura della raccolta The Spirit Level, questi versi hanno  una valenza poeticamente definitiva: descrivono, infatti, l’impegno e lo sforzo del poeta, e quindi la natura e la missione della poesia, di provare a cogliere le cose, conosciute e sconosciute, rivelandole per quello che sono e per quello che potrebbero essere; di riconoscere il meraviglioso nascosto nell’ordinario e di renderlo accessibile; di aprire gli occhi e il cuore alla sorpresa e alla bellezza di ciò che accade. Si tratta, quindi, di un post scriptum e insieme di un invito: una dichiarazione d’urgenza, poetica ma anche etica, che Heaney offre con lucidità e leggerezza a chi è disponibile ad accantonare se stesso per lasciare spazio all’ascolto e alla scoperta. Il tema del viaggio e il paesaggio richiamano i versi di The Peninsula (in Door into the Dark) e di Squarings XLVIII (in Seeing Things) e anticipano quelli di Ballynahinch Lake (in Electric Light). Sullo sfondo ci sono due presenze illustri: Joyce e Yeats. Heaney stesso ha ricordato (nell’intervista con Dennis O’Driscoll alla Lannan Foundation), a proposito del verso iniziale, una frase del finale di The Dead di Joyce: «Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l’ovest». E dietro lo «stormo di cigni, / le penne irruvidite e arruffate», ci sono The Wild Swans at Coole di Yeats: anche loro contemplati in autunno, anche loro suscitatori di leggerezza nel cuore del poeta che li osserva. (Marco Sonzogni)

∗∗∗

Postscript

And some time make the time to drive out west
Into County Clare, along the Flaggy Shore,
In September or October, when the wind
And the light are working off each other
So that the ocean on one side is wild
With foam and glitter, and inland among stones
The surface of a slate-grey lake is lit
By the earthed lightning of a flock of swans,
Their feathers roughed and ruffling, white on white,
Their fully grown headstrong-looking heads
Tucked or cresting or busy underwater.
Useless to think you’ll park and capture it
More thoroughly. You are neither here nor there,
A hurry through which known and strange things pass
As big soft buffetings come at the car sideways
And catch the heart off guard and blow it open.

Seamus Heaney

da “The Spirit Level”, Faber & Faber, London, 1996

Il lago di Ballynahinch – Seamus Heaney

Foto di Ansel Adams

Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Leopardi, Il sabato del villaggio
a Eamon Grennan

Così ci fermammo e parcheggiammo nella rinnovante luce primaverile
del Connemara in una domenica mattina
mentre una luminosità accattivante reggeva e si apriva
e la montagna assoluta rispecchiata nel lago
entrava in noi come un cuneo spinto dolcemente a fondo
nel durame.
                      Non troppo lontano
ma abbastanza perché il chiasso non si sentisse,
una coppia di uccelli d’acqua zampettava su e giù
senza sosta. D’un tratto quel loro bianco flettersi
che avrebbe potuto essere eccitazione o spasmi di morte
si trasformò in decollo, curve e discese profonde e sicure
sopra l’acqua – non anime che sfiorano le travi del tetto
traducendosi dentro e fuori la casa della vita
bensì sollevatori d’aria, molto più pesanti dell’aria.

Eppure qualcosa in noi si era liberato dall’ingombro
a quella vista, così quando lei si piegò
per girare la chiave la girò solo a metà
e parlò, per così dire, direttamente al parabrezza,
di profilo e pensierosa, con le braccia tese sul volante,
affermando che questa volta, sì, era stato veramente
utile fermarsi; poi corrucciò le sopracciglia da guidatrice
che tremarono un poco quando il motore si accese.

Seamus Heaney

(Traduzione di Luca Guerneri)

da “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

Pentametri giambici non rimati.
Or volge l’anno: An Anthology of lrish Poets Responding to Leopardi, ed. by Marco Sonzogni, Dedalus Press, Dublin 1998, pp. 146-7.
   Questa poesia fu commissionata per un volume commemorativo del bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi. Lo scenario geografico e psicologico ricorda quello di The Peninsula (in Door into the Dark), di Squarings XLVIII (in Seeing Things) e di Postscript (in The Spirit Level): un viaggio in macchina (il lago di Ballynahinch è nel Connemara) è ancora occasione epifanica generata dalla sovrapposizione del paesaggio naturale e di quello interiore. A differenza di Postscript, dove era stato ritenuto «inutile pensare di parcheggiare e catturare tutto / più interamente», ora «sì, era stato veramente / utile fermarsi». Ballynahinch Lake ha una “trazione terrena”: la realizzazione che «il mondo mortale» può «bastare» ( Stepping Stones, p.366). Il particolare del cuneo piantato nel legno e quello degli uccelli più pesanti dell’aria che si levano da terra a fatica («non anime che sfiorano le travi del tetto / traducendosi dentro e fuori la casa della vita» allude all’apologo narrato da Beda, per cui si veda il commento a Bone Dreams, in North) trasmettono l’idea di terrestrità della scena. La loro vista, tuttavia, infonde nei due spettatori un senso di leggerezza.
Eamonn Grennan (1941), dedicatario della poesia, è un poeta irlandese e traduttore di Leopardi. (Marco Sonzogni)

∗∗∗

Ballynahinch Lake

Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Leopardi, Il sabato del villaggio
for Eamon Grennan

So we stopped and parked in the spring-cleaning light
Of Connemara on a Sunday morning
As a captivating brightness held and opened
And the utter mountain mirrored in the lake
Entered us like a wedge knocked sweetly home
Into core timber.
                            Not too far away
But far enough for their rumpus not to carry,
A pair of waterbirds splashed up and down
And on and on. Next thing their strong white flex
That could have been excitement or the death-throes
Turned into lift-off, big sure sweeps and dips
Above the water – no rafter-skimming souls
Translating in and out of the house of life
But air-heavers, far heavier than the air.

Yet something in us had unhoused itself
At the sight of them, so that when she bent
To turn the key she only half-turned it
And spoke, as it were, directly to the windscreen,
In profile and in thought, the wheel at arm’s length,
Averring that this time, yes, it had indeed
Been useful to stop; then inclined her driver’s brow
Which shook a little as the ignition fired.

Seamus Heaney

da “Electric Light”, Faber & Faber, 2010

Metropolitana – Seamus Heaney

Izraelis Bidermanas, Mirabeau Station, 6 a. m., 1949

Izraelis Bidermanas, Mirabeau Station, 6 a. m., 1949

 

Eravamo là a correre per il tunnel a volta,
tu davanti col cappotto nuovo da viaggio affrettandoti
e io, dietro come un dio veloce cercando di raggiungerti
prima che ti trasformassi in un giunco

o in uno strano fiore bianco screziato di cremisi
mentre il cappotto sventolava selvaggio e i bottoni
uno dopo l’altro saltavan via lasciando una traccia
fra la Metropolitana e l’Albert Hall.

Luna di miele, indugi al chiar di luna, tardi per il concerto,
i nostri echi muoiono in quel corridoio e adesso
io scopro come fece Hänsel le pietruzze di luna
ripercorrendo il sentiero, raccogliendo i bottoni

per finire in una stazione illuminata e ventosa
coi treni ormai partiti, il binario bagnato
nudo e teso come me, attento solo a captare
i tuoi passi, e dannato se guardo indietro.

Seamus Heaney

(Traduzione di Gabriella Morisco e Anthony Oldcorn)

da “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

Quartine di pentametri giambici a rima alternata, a esclusione della seconda, a rima baciata.
«Thames Poetry», February 1981.
     La poesia che apre la raccolta Station Island ne segna già la matrice, fortemente autobiografica e purgatoriale, di risalita dagli inferi. Un episodio della luna di miele del poeta, la corsa con la moglie per arrivare in tempo a un Promenade Concert alla Albert Hall, assume nel ricordo connotazioni mitiche: lui insegue lei, come Pan con la ninfa Siringa (vv. 3-5), poi la supera e diventa un Orfeo che guida Euridice. Come Hansel spera di ritrovare la via che porti fuori dal ventre della città, dalla selva oscura della vita; come Orfeo è «attento solo a captare / i […] passi» di Euridice, però rifiuta di voltarsi: in questo modo «Euridice e molto altro sono salvati dalla pura testardaggine del poeta» (Stepping Stones, p. 253).   (Marco Sonzogni)

∗∗∗

The Underground

There we were in the vaulted tunnel running,
You in your going-away coat speeding ahead
And me, me then like a fleet god gaining
Upon you before you turned to a reed

Or some new white flower japped with crimson
As the coat flapped wild and button after button
Sprang off and fell in a trail
Between the Underground and the Albert Hall.

Honeymooning, mooning around, late for the Proms,
Our echoes die in that corridor and now
I come as Hansel came on the moonlit stones
Retracing the path back, lifting the buttons

To end up in a draughty lamplit station
After the trains have gone, the wet track
Bared and tensed as I am, all attention
For your step following and damned if I look back.

Seamus Heaney

da “Station Island”, Faber and Faber, London, 1984

In automobile, di notte – Seamus Heaney

Gérard Laurenceau, dalla serie "A Langueur De Rues"

Gérard Laurenceau, dalla serie “A Langueur De Rues”

 

Gli odori delle cose comuni
erano nuovi nel viaggio notturno per la Francia:
pioggia e fieno e boschi nell’aria
creavano correnti calde nell’automobile.

I segnali imbiancavano senza tregua.
Montreuil, Abbéville, Beauvais
eran promesse, promesse, venivano e se ne andavano,
ogni luogo pieno compimento del nome.

Una mietitrebbia si lamentava per l’ora tarda,
emorragia di semi traverso il fanale.
Un bosco bruciava in un incendio senza fiamma.
Ad uno ad uno chiudevano i caffè.

Ho pensato a te continuamente
a mille miglia a sud, dove l’Italia
si appoggiava alla Francia a globo spento.
Le cose comuni qui erano nuove.

Seamus Heaney

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Una porta sul buio”, Guanda, Parma, 1996

∗∗∗

Night Drive

The smells of ordinariness
Were new on the night drive through France:
Rain and hay and woods on the air
Made warm draughts in the open car.

Signposts whitened relentlessly.
Montreuil, Abbéville, Beauvais
Were promised, promised, came and went,
Each place granting its name’s fulfilment.

A combine groaning its way late
Bled seeds across its work-light.
A forest fire smouldered out.
One by one small cafés shut.

I thought of you continuously
A thousand miles south where Italy
Laid its loin to France on the darkened sphere.
Your ordinariness was renewed there.

Seamus Heaney

da “Door into the Dark”, Faber and Faber Limited, London, 1969