La morte – Paul Celan

Foto di Christian Coigny

Foto di Christian Coigny

Per Yvan Goll […]

La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, cosí forte, che la rallegri.

Paul Celan

13-2-1950

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

Scritta dopo una visita di Celan a Yvan Goll (1891-1950), scrittore di lingua francese e tedesca, allora ricoverato nell’ospedale di Neuilly-sur-Seine. (Michele Ranchetti)

∗∗∗

Der Tod

Für Yvan Goll […]

Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.

Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

«La notte, che ci misurò le fronti» – Paul Celan

paul_celan

 

La notte, che ci misurò le fronti, ora divide il fogliame del platano:

il giallo, maturato nel piovere, è mio,
se penso che l’amore è una chiatta,
cosí pesante d’oro e raccolto, che piú nessuno è ai remi,
e ingovernata incrocia davanti la baia degli occhi dispersi;
il cielo le mostra la sua stella
cosí sovente che crede di conoscerti,
e Odisseo non segue nel suo errare.

Il rosso, in mucchio nell’androne del cuore, è tuo:
tu sai chi mi distrugge, se penso ciò che vuole la notte.
Tu sai dove giaccio, per averlo pensato.
Tu ti poni a giacere coi miei pensieri.

Ma quello che resta è il fogliame di nessuno:
conquista per sé il bruno fogliame la sera;
esso sa nostro figlio.

Paul Celan

1949 circa

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

«Die Nacht, die die Stirnen uns maß»

Die Nacht, die die Stirnen uns maß, verteilt nun das Laub der Platane:

das gelbe, im Regen gereifte, ist mein,
wenn ich denk, daß die Liebe ein Kahn ist,
so schwer von Gold und Gewinn, daß niemand ihn rudert,
daß er herrenlos kreuzt vor der Bucht der verschollenen Augen;
dem der Himmel so oft seinen Stern zeigt,
daß er glaubt, dich zu kennen,
und Odysseus nicht folgt auf der Irrfahrt.

Das rote, im Torweg des Herzens gehäufte, ist dein:
du weißt, wer mich schleift, wenn ich denk, was die Nacht will.
Du weißt, wo ich lieg, weil ichs dachte.
Du legst dich zu meinen Gedanken.

Das übrige aber ist niemandes Laub:
es erficht sich, das braune, den Abend;
es erkennt unsern Sohn.

Paul Celan

1949 circa

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1997

Ninnananna – Paul Celan

Mimmo Jodice, Elena, 1966

Mimmo Jodice, Elena, 1966

 

Oltre il lontano delle cupe pianure
mi eleva la mia stella nel tuo sangue fervente.
Non piú allo strazio da noi due provato
si arrovella, lei che lieve riposa nel crepuscolo.

Come ti adagerà, tesoro, e cullerà,
sí che l’anima sua coroni il canto?
Mai, dov’è sogno e amanti giacciono,
un silenzio è suonato cosí strano.

Ora che solo ciglia delimitano le ore,
si palesa la vita dell’oscurità.
Amata, chiudi gli occhi, quanto splendono.
Mondo nient’altro sia che la tua bocca fulgida.

Paul Celan

(Traduzione di Dario Borso)

da “La sabbia delle urne”, Einaudi, Torino, 2016

Schlaflied [Ninnananna]      Composta nel lager di Tăbărăşti presso Buzău, in Moldavia (dove Celan lavorò dall’ottobre 1942 al febbraio 1944) il 25 marzo 1943, con dedica «Für Ruth [A Ruth]» Kraft, uscí assieme ad altre di Celan su «Die Tat» del 7 febbraio 1948 e nello stesso mese, assieme ad altre ancora, su «Plan», rivista letteraria viennese diretta da Otto Basil.
v. 9 Se. Variante: «wo [Dove]».
v. 10 oscurità. Variante: «Dämmerung [crepuscolo]». (Dario Borso)

***

Schlaflied

Über die Ferne der finsteren Fluren
hebt mich mein Stern in dein schwärmendes Blut.
Nicht mehr am Weh, das wir beide erfuhren,
rätselt, der leicht in der Dämmerung ruht.

Wie soll er, Süße, dich betten und wiegen,
daß seine Seele das Schlummerlied krönt?
Nirgends, wo Traum ist und Liebende liegen,
hat je ein Schweigen so seltsam getönt.

Nun, wenn nur Wimpern die Stunden begrenzen,
tut sich das Leben des Dunkelheit kund.
Schließe, Geliebte, die Augen, die glänzen.
Nichts mehr sei Welt als dein schimmernder Mund.

Paul Celan

da “Der Sand aus den Urnen”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, Berlin, 2003

Fulgore – Paul Celan

Paul Celan

 

Col tuo corpo silente
mi giaci accosto nella rena,
tu, coperta di stelle.

. . . . . . . . . . . . . . .

Si spiccò un raggio,
per calare sino a me?
O era il messaggio
della nostra sorte decisa,
che fulgeva cosí?

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Di soglia in soglia”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

Leuchten

Schweigenden Leibes
liegst du im Sand neben mir,
Übersternte.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Brach sich ein Strahl
herüber zu mir?
Oder war es der Stab,
den man brach über uns,
der so leuchtet?

Paul Celan

da “Von Schwelle zu Schwelle”, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart, 1955

Dormi dunque… – Paul Celan

Foto di Mario Dondero

 

DORMI dunque, ed il mio occhio rimarrà aperto.
La pioggia colmò la brocca, noi la vuotammo.
La notte germinerà un cuore, il cuore un breve stelo –
Ma per mietere è troppo tardi, falciatrice.

Vento notturno, così candidi sono i tuoi capelli!
Candido ciò che mi resta, candido ciò che perdo!
Ella conta le ore, e io conto gli anni.
Noi bevemmo pioggia. Pioggia, bevemmo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

SO schlafe…

SO schlafe, und mein Aug wird offen bleiben.
Der Regen füllt’ den Krug, wir leerten ihn.
Es wird die Nacht ein Herz, das Herz ein Hälmlein treiben –
Doch ists zu spät zum Mähen, Schnitterin.

So schneeig weiß sind, Nachtwind, deine Haare!
Weiß, was mir bleibt, und weiß, was ich verlier!
Sie zählt die Stunden, und ich zähl die Jahre.
Wir tranken Regen. Regen tranken wir.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”Erscheinungsjahr, 1952

Mandorla – Paul Celan

Paul Celan 3

 

Nella mandorla – cosa c’è nella mandorla?
Il Nulla.
C’è il Nulla nella mandorla.
Lì sta e ristà.

Nel Nulla – chi vi sta? Il Re.
Lì sta il Re, il Re.
Lì sta e ristà.

                  Ricciolo ebreo, tu grigio non diventi.

E il tuo occhio – dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta incontro alla mandorla.
Il tuo occhio, al Nulla sta incontro.
Sta per il Re.
Così sta e ristà.

                  Ricciolo d’uomo, tu grigio non diventi.
                  Vuota mandorla, blu regale.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Mandorla

In der Mandel – was steht in der Mandel?
Das Nichts.
Es steht das Nichts in der Mandel.
Da steht es und steht.

Im Nichts – wer steht da? Der König.
Da steht der König, der König.
Da steht er und steht.

               Judenlocke, wirst nicht grau.

Und dein Aug – wohin steht dein Auge?
Dein Aug steht der Mandel entgegen.
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
Es steht zum König.
So steht es und steht.

                Menschenlocke, wirst nicht grau.
                Leere Mandel, königsblau.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963

«Nel marzo del nostro anno notturno» – Paul Celan

Celan

 

Nel marzo del nostro anno notturno
cozzai col mio corno verdestella nella tua tenda:
tu lo adagiasti
nella conca di pioggia del commiato.

La tua scarpa, lo vidi, era allacciata,
il tuo sguardo
volava con la neve attorno alle cime dei monti,
e sotto nel pozzo
ristorava il tuo cuore già il vino con il quale il pane non si spezza.

Divisa
tu eri tra alti e bassi, nella sabbia
giacevo io, dissotterrando
il pegno scaduto della nostra estate.

Paul Celan

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

«Im März unsres Nachtjahrs»

Im März unsres Nachtjahrs
stieß ich mein sterngrünes Horn in dein Zelt:
du bettetest es
in die Regenmulde des Abschieds.

Dein Schuh, ich sah’s, war gegürtet, dein Blick
flog mit dem Schnee um die Kuppen der Berge,
und drunten im Brunnen
labte dein Herz schon der Wein, zu dem man kein Brot bricht.

Verteilt
warst du auf Höhen und Tiefen, –
im Sand
lag ich und grub
das verfallene Pfand unsres Sommers hervor.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997