In ogni ora – Gottfried Benn

 

In ogni ora,
in ogni parola
continua sanguina
la ferita della creazione,

mutando la terra
e stillando il miele
al cuore del divenire
e in sé ritorna.

Diede ali a tutto
ciò che Dio creò,
agli Sciti le staffe,
all’unno lo zoccolo —

solo non far domande
e non voler capire;
è chi non si ferma
che regge il cielo,

solo quest’ora,
la sua luce di saga,
e poi la ferita,
di più non c’è.

I campi sbiancano,
il pastore chiama,
e questo è il segno:
bevi, dissetati,

lo sguardo nell’azzurro,
una vista lontana:
questa è la fedeltà,
di più non c’è,

fedeltà ai regni
che sono tutto,
fedeltà al segno
anche se passa,

uno scambio, una danza,
una luce di saga,
un silenzio che inebria,
di più non c’è.

Gottfried Benn

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Flutto ebbro”, Guanda, Parma, 1989

∗∗∗

Durch jede Stunde

Durch jede Stunde,
durch jedes Wort
blutet die Wunde
der Schöpfung fort,

verwandelnd Erde
und tropft den Seim
ans Herz dem Werde
und kehret heim.

Gab allem Flügel,
was Gott erschuf,
den Skythen die Bügel
dem Hunnen den Huf —

nur nicht fragen
nur nicht verstehn;
den Himmel tragen,
die Weitergehn,

nur diese Stunde
ihr Sagenlicht
und dann die Wunde,
mehr gibt es nicht.

Die Äcker bleichen,
der Hirte rief,
das ist das Zeichen:
tränke dich tief,

den Blick in Bläue,
ein Ferngesicht:
das ist die Treue,
mehr gibt es nicht,

Treue den Reichen,
die alles sind,
Treue dem Zeichen,
wie schnell es rinnt,

ein Tausch, ein Reigen,
ein Sagenlicht,
ein Rausch aus Schweigen,
mehr gibt es nicht.

Gottfried Benn

da “Trunkene Flut”Wiesbaden: Limes Verlag1949

Madre – Gottfried Benn

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1965

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attesa, 1965

 

Ti porto come una ferita
sulla fronte che non si rimargina.
Non sempre duole. E il cuore
non ne muore dissanguato.
Solo talvolta sono di colpo accecato e sento
del sangue in bocca.

Gottfried Benn

(Traduzione di Paola Quadrelli)

La madre di G. Benn morì il 9 aprile 1912.

dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore

***

Mutter

Ich trage dich wie eine Wunde
auf meiner Stirn, die sich nicht schließt.
Sie schmerzt nicht immer. Und es fließt
das Herz sich nicht draus tot.
Nur manchmal plötzlich bin ich blind und spüre
Blut im Munde.

Gottfried Benn

1913

da “Sämtliche Werke”, J.G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger GmbH, Stuttgart, 1986

Tardi – Gottfried Benn

Foto di Ralph Gibson

Foto di Ralph Gibson

 

I.

I vecchi alberi immensi
nei grandi parchi
e i giardini in fiore,
gli umidi grovigli –

dolce è l’autunno,
cuscini di erica
lungo l’autostrada,
tutto è brughiera
di Lüneburg, color lilla, sterile 1,
meditazioni che non portano a nulla,
erba introversa
che presto terrea s’accascia –
è questione di un mese –
nel mai fiorito.

Natura è questo.
E attraverso la city
fra luci amiche
viaggiano i furgoni della birra
come lettighe di fine festa, né qualcuno bada
a stati d’irritazione, sete e non placate seti –
ma cosa non si placa? Solo piccole cerchie!
Le grandi nuotano
nel superfluo.

II.

Cosí hanno fine gli sguardi, cosí tornano:
campi e laghi crescono dentro i tuoi giorni
e i primi canti
da un vecchio pianoforte.
Incontri dell’anima! Giovinezza!
Poi di tua mano
infedeltà, cecità, abbandoni –
gli sfondi delle felicità.

E amore!
«Io ti credo, avresti voluto restare con me,
ma non potevi,
ti assolvo da ogni colpa» –
sí, amore
difficile e multiforme,
per anni in cuor nostro
invocheremo l’un l’altro: «non dimenticare»,
finché uno dei due non muore –
cosí hanno fine le rose,
petalo dopo petalo.

III.

Ancora una volta essere come un tempo:
irresponsabili e non sapere la fine,
sentire la carne: sete, tenerezza, conquistare, perdere,
arrivar dentro, in quell’altro – in che cosa?

La sera, lí fermi, guardare in gola alla notte,
che si restringe, ma al fondo ci sono dei fiori,
il profumo sale, esile, tremante,
dietro, s’intende, c’è la decomposizione,
allora si fa buio e tu di nuovo sai cosa ti spetta,
getti la tua moneta e te ne vai –

quante menzogne hai amato,
quante parole hai creduto,
che venivano solo da un curvarsi di labbra,
e il tuo stesso cuore
cosí mutevole, senza fondo e preda dell’attimo –
quante menzogne hai amato,
quante labbra hai cercato
(«togliti il rossetto dalla bocca,
dammela pallida»)

e sempre piú domande –

IV.

Little old lady
in a big red room
little old lady –
canticchia Marion Davies 2
mentre Hearst, il suo amico da trent’anni,
in una pesante bara di rame, con una potente scorta
e seguito da ventidue limousines,
arriva davanti al mausoleo di marmo,
ronzano le telecamere.

Little old lady, grande stanza rossa,
rosso henné, blando rosso gladiolo, rosso imperatore (cocciniglia)
camera da letto nel castello di Santa Monica
à la Pompadour –

Louella! chiama lei, la radio!
I blues, il jitterbug – zigzag 3!
La borghesia nell’area atlantica:
ragazze da marito e sesso obliterato,
palazzi sulle baie, coltri di piuma sui soffici letti,
il mondo lo dividono in monde e demimonde 4
io ero sempre il secondo –

Louella, il mio cocktail – molto alcolico!
Cosa significhi tutto ciò –
umiliazioni, lotte per salire, soffrire come un cane –
i tratti, brutti tratti, che la bara di rame ora annulla,
li invase una luce, quando mi vide,
anche i ricchi amano, tremano, conoscono la dannazione.

Molto alcolico – il bicchiere accanto al telefono d’argento,
ora resterà muto in quell’ora
che solo noi due sapevamo –
dalla cornetta venivano buffi detti,
«la vita si decide ai tavoli della prima colazione,
sulla spiaggia in bathdress piove granito,
l’inatteso di solito avviene,
lo sperato non si verifica mai» –
queste erano le sue stories.

Basta, fine della passeggiata! Ancora solo qualche lastra di pietra,
su quella davanti il vetro,
molto alcolico, tintinnio, ultima rapsodia –
little old lady,
in a big red room –

V.

Senti – ma sappi che millenni sentirono –
mari e creature e stelle senza testa
lo ricacciano ora come un tempo –

pensa – ma sappi che anche i piú illustri
seguono la propria scia, la propria rotta,
sono soltanto il giallo del ranuncolo,
anche altri colori sono in gioco –

sappi e sopporta l’ora, questa,
nessuna è come questa e come lei è ognuna,
angeli, uomini e cherubini,
esseri con gli occhi chiari o le ali nere,
e nessuno fu tuo –
tuo mai nessuno.

VI.

Non vedi come alcuni tengon duro,
come molti volgono le spalle,
strane figure, alte e sottili,
e tutti vanno alla volta dei ponti.

Giú coi bastoni, fermi gli orologi,
alle cifre non serve avere luce,
schiere fuggenti, figure nere 5,
piangono tutti – forse non lo vedi?

Gottfried Benn

Inizio settembre 1951.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

Uno dei due dattiloscritti originali porta la nota: «In memoria di Oberneuland, 1-3 settembre 1951». Benn aveva trascorso due giorni a Brema-Oberneuland, nella casa di Oelze. Nell’edizione di Destillationen del 1953 non figura la parte IV. Dopo le visioni naturali della strofa 1 si passa a una fuggevole impressione di metropoli nelle luci della sera, poi nelle strofe 2 e 3 a una spietata riflessione sui propri amori in registro colloquiale. La strofa 4 commenta in stile di reportage la fine di un amore fra due celebrità ed è in effetti un corpo estraneo. La poesia si riaddensa, tornando sintomaticamente a verso e rima, nelle strofe 5 e 6. I ponti parrebbero suggerire un transito, uno sbocco, o, al contrario, la triste via dell’Ade. Il senso delle luttuose figure nere della strofa 6 non è chiaro.
1 La brughiera di Lüneburg, attraversata sulla via di Brema, è famosa per la sua intatta bellezza e la fioritura autunnale dell’erica.
2 Famosa attrice hollywoodiana (1897-1961), anche autrice di libri. Amante di W. R. Hearst (1863-1951), il grande magnate della stampa americana che ispirò a O. Welles il personaggio di Citizen Kane nell’omonimo film (Quarto potere, 1941), film che in Europa arrivò solo nel dopoguerra. I due vissero fino alla morte di lui in uno sfarzoso castello a Santa Monica in California.
Il jitterburg era un ballo acrobatico americano, in voga nel 1940 e importato in Europa dopo la guerra.
Il francese demimonde intende piccola gente equivoca: una civetteria di Benn che equivoco non era, ma rimpiangeva di avere sempre avuto un fisico da sottufficiale.
«Schwindenden» è da leggersi come «schwindende». (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Spät

I.

Die alten schweren Bäume
in großen Parks
und die Blumengärten,
die feucht verwirrten –

herbstliche Süße,
Polster von Erika
die Autobahn entlang,
alles ist Lüneburger
Heide, lila und unfruchtbar,
Versonnenheiten, die zu nichts führen,
in sich gekehrtes Kraut,
das bald hinabbräunt
– Frage eines Monats –
ins Nieerblühte.

Dies die Natur.
Und durch die City
in freundlichem Licht
fahren die Bierwagen
Ausklangssäfte, auch Unbersorgnis
vor Reizzuständen, Durst und Ungestilltem –
was stillt sich nicht? Nur kleine Kreise!
Die großen schwelgen
in Übermaßen.

II.

So enden die Blicke, die Blicke zurück:
Felder und Seen eingewachsen in deine Tage
und die ersten Lieder
aus einem alten Klavier.
Begegnungen der Seele! Jugend!
Dann selbst gestaltet
Treubruch, Verfehlen, Verfall –
die Hintergründe der Glücke.

Und Liebe!
«Ich glaube dir, daß du gerne bei mir geblieben wärest,
aber es nicht konntest,
ich spreche dich frei von jeder Schuld» –
ja, Liebe
schwer und vielgestalt,
jahrelang verborgen
werden wir einander zurufen: «nicht vergessen»,
bis einer tot ist – 
so enden die Rosen,
Blatt um Blatt.

III.

Noch einmal so sein wie früher:
unverantwortlich und nicht das Ende wissen,
das Fleisch fühlen: Durst, Zärtlichkeit, Erobern, Verlieren,
hinüberlangen in jenes andere – in was?

Abends dasitzen, in den Schlund der Nacht sehn,
er verengert sich, aber am Grund sind Blumen,
es duftet herauf, kurz und zitternd,
dahinter natürlich die Verwesung,
dann ist es ganz dunkel und du weißt wieder dein Teil,
wirfst dein Geld hin und gehst –

so viel Lügen geliebt,
so viel Worten geglaubt,
die nur aus der Wölbung der Lippen kamen,
und dein eigenes Herz
so wandelbar, bodenlos und augenblicklich –
so viel Lügen geliebt,
so viel Lippen gesucht
(«nimm das Rouge von deinem Munde,
gib ihn mir blaß»)

und der Fragen immer mehr –

IV.

Little old lady
in a big red room
little old lady –
summt Marion Davies,
während Hearst, ihr Freund seit dreißig Jahren,
in schwerem Kupfersarg unter dem Schutz einer starken Eskorte
und gefolgt von zweiundzwanzig Limousinen
vor dem Marmormausoleum eintrifft,
leise surren die Fersehkameras.
Little old lady, großer roter Raum,
hennarot, sanft gladiolenrot, kaiserrot (Purpurschnecke).
Schlafzimmer in Santa Monica Schloß
à la Pompadour –

Louella, ruft sie, Radio!
Die Blues, Jitterbur – Zichzack!
Das Bürgertum im atlantischen Raum:
heiratsfähige Töchter und oblitierter Sexus,
Palazzos an den Bays, Daunendecken auf den Pfühlen,
die Welt teilen sie ein in Monde und Demimonde –
ich war immer letzteres –

Louella, meine Mischung – hochprozentig!
Was soll das alles –
gedemütigt, hochgekämpft, hündisch gelitten –
die Züge, häßliche Züge, mit denen jetzt der Kupfersarg Schluß macht,
überrann ein Licht, wenn er mich sah,
auch Reiche lieben, zittern, kennen die Verdamnis.

Hochprozentig – das Glas an den Silberapparat,
er wird nun stumm sein zu jener Stunde,
die nur wir beide wußten –
drollige Sprüche kamen aus der Muschel,
«in Fruhstücksstuben entscheidet sich das Leben,
am Strand im Bathdress hagelt es Granit,
das Unerwartete pflegt einzutreten,
das Erhoffte geschiet nie» –
das waren seine Stories.

Schluß mit der Promenade! Nur noch einige Stenfliesen,
auf die vorderste das Glas,
hochprozentig, Klirren, letzte Rhapsodie –
little old lady,
in a big red room –

V.

Fühle – doch wisse, Jahrtausende fühlten –
Meer und Getier und die kopflosen Sterne
ringen es nieder heute wie einst –

denke – doch wisse, die Allererlauchtesten
treiben in ihrem eigenen Kiel,
sind nur das Gelb einer Butterblume,
auch andere Farben spielen ihr Spiel –

wisse das alles und trage die Stunde,
keine wie diese, jede wie sie,
Menschen und Engel und Cherubime,
Schwarzgeflügeltes, Hellgeäugtes,
keines war deines –
deines nie.

VI.

Siehst du es nicht, wie einige halten,
viele wenden den Rücken zu,
seltsame hohe schmale Gestalten,
alle wandern den Brücken zu.

Senken die Stecken, halten die Uhren
an, die Ziffern brauchen kein Licht,
schwindenden Scharen, schwarze Figuren,
alle weinen – siehst du es nicht?

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Incontri – Gottfried Benn

Foto di Elliott Erwitt

Foto di Elliott Erwitt


Quali incontri in tutti questi giorni
maturi, d’oro, tondi come pesche,
con le spose del sole (ossia l’helenium)
ancor danno colore al giardino –
vecchiaia greve,
vecchiaia lieve,
anche la lacrima si batte sulla spalla:
«va’, non è tragico e non durerà molto» –

Incontri, al crepuscolo magari,
l’heure bleue¹, circola un samba nel creato,
gli uomini posano la mano
fra le scapole della loro dama,
da Fiesole a La Paz²
sensi e piacere globalmente in voga –

oppure i canti dell’Ohio
sospesi là negli alberi,
fra le canne e nei sogni
della gioventú che parte per la vita –
per quanto tempo –?

Blu della notte e giallo della spiaggia
barriera corallina e un bianco yacht,
ciò che fra miti e sogni avevi dentro
lo vedi dall’hotel a Denpasar³ –

Incontri che sono senza centro,
non hanno padre non hanno figli,
incontri di una guancia color pesca
con una sposa del sole che va in cielo,
incontri – il presto e il tardi,
un essere che sta passando ad altri.

Gottfried Benn

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

 14-15 ottobre 1950.

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹Oltre che dell’amore l’ora azzurra è quella dei sensi, del ballo e delle fantasie di lusso e di luoghi esotici.
² Altra associazione fortuita di fascinosi luoghi da Benn mai visitati. In uno dei suoi rarissimi viaggi, nel 1929, Benn si era spinto con un suo ricco paziente mercante d’arte fino a Biarritz e ai Pirenei. Cannes e Antibes sono mete del turismo di lusso di tutta un’epoca.
³ Cittadina dell’isola di Bali.   (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Begegnungen

Welche Begegnungen in diesen Tagen
reif, golden, pfirsichrund,
wo immer noch die Sonnenbräute (Helenium)
wirksame Farben in den Garten tragen –
von Alter schwer,
von Alter leicht,
wo selbst die Träne sich auf den Rücken klopft:
«nur halb so schlimm und nicht mehr lange» –

Begegnungen, zum Beispiel Dämmerstunde,
l’heure bleue, die Schöpfung zittert von Samba,
die Herren legen die Hände
zwischen die Schulterblätter der Dame,
von Fiesole bis La Paz
nun Sinnlichkeit und Freude global im Schwange –

oder die Lieder vom Ohio,
die hängen dort in den Bäumen,
im Schilfrohr und in den Träumen
der Jugend, die in das Leben zieht –
wie lange –?

Das Gelb des Strandes und das Blau der Nacht
und am Korallenriff das Weiß der Jacht,
was je an Traum und Mythen in dir war,
erblickst du vom Hotel in Denpasar –

Begegnungen, die ohne Zentrum sind,
sie haben keinen Vater und kein Kind,
Begegnungen von einer Pfirsichwange
mit einer Sonnenbraut im Himmelsgange,
Begegnungen – das Frühe und das Spät,
ein Sein, das dann an andere übergeht.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Ora azzurra – Gottfried Benn

Hervé Guibert, Isabelle Adjani

Hervé Guibert, Isabelle Adjani

 

I.

Entro nell’ora dell’azzurro cupo¹ –
ecco l’andito, si salda la catena,
nella stanza c’è un rosso su una bocca,
un vaso, rose tarde – tu²!

Entrambi lo sappiamo, le parole
che tante volte ad altri abbiamo offerto
sono fra noi un nulla e un fuori luogo:
questo è tutto ed è l’ultima mossa.

Il tacere si è spinto cosí avanti,
riempie la stanza, si mura in un pensiero,
l’ora – nulla sperato né sofferto –
col suo vaso di rose tarde – tu.

II.

La tua testa si sfuoca, si ritrae, s’imbianca,
sulla tua bocca intanto si raduna
tutta la brama, la porpora e il germoglio
dalla corrente che monta dai tuoi avi.

Sei cosí bianca, forse ora ti sfasci
per troppa neve, troppo essere fiore,
rose bianche di morte, lembo a lembo –
coralli solo i labbri, una ferita.

Sei cosí morbida, che porti con te il senso
di una felicità di rischi e naufragi
in un’ora d’azzurro, azzurro cupo
che quand’è andata non sai piú se è stata.

III.

Io ti domando: tu appartieni a un altro,
cosa vieni da me con tarde rose?
Tu dici: i sogni vanno, le ore migrano,
e tutto che cos’è: lui, io, tu?

«Ciò che s’innalza vuole anche finire,
ciò che si prova – chi lo sa per certo?
Si salda la catena, qui le pareti mute,
là lo spazio, alto e azzurro cupo».

Gottfried Benn

Inizio 1950.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹Inviata a Oelze il 19 febbraio 1950 col titolo Une heure bleue. Azzurro o blu è l’unico colore che in Problemi della lirica, la sua pubblica professione di poetica del 1951, Benn dichiari ammissibile in poesia, avendolo lui stesso usato a dismisura. È il colore onirico del «fiore azzurro», dell’infinito dei romantici tedeschi, e nella sua opera giovanile il colore del suo «complesso ligure», del sogno greco o mediterraneo.
²Rose tarde perché si tratta dell’amore di un vecchio per una giovane. In una lettera a Oelze del 4 luglio 1950 Benn dice che sua moglie (I. Kaul) gli ha vietato di usare ancora le rose in una poesia. Peccato, obietta lui, «rose» è una cosí bella parola. Peraltro, scriveva a Oelze il 17 febbraio 1949, «la mia attuale moglie non ama molto questo genere di lirica: tutto solo tomba e fine, perché non invento niente di nuovo? Ma le donne non hanno con la morte nessun altro rapporto diretto se non un breve spargimento di lacrime – poi la vita continua; ed è bene cosí, gli si confà, la vedova in lutto che cura le opere del marito morto… ne ho intorno diverse […] e la loro mancanza di misura e di lucidità di giudizio è sempre cosí penosa». (Anna Maria Carpi)

***

Blaue Stunde

I.

Ich trete in die dunkelblaue Stunde –
da ist der Flur, die Kette schließt sich zu
und nun im Raum ein Rot auf einem Munde
und eine Schale später Rosen – du!

Wir wissen beide, jene Worte,
die jeder oft zu anderen sprach und trug,
sind zwischen uns wie nichts und fehl am Orte:
dies ist das Ganze und der letzte Zug.

Das Schweigende ist so weit vorgeschritten
und füllt den Raum und denkt sich selber zu
die Stunde – nichts gehofft und nichts gelitten –
mit ihrer Schale später Rosen – du.

II.

Dein Haupt verfließt, ist weiß und will sich hüten,
indessen sammelt sich auf deinem Mund
die ganze Lust, der Purpur und die Blüten
aus deinem angeströmten Ahnengrund.

Du bist so weiß, man denkt, du wirst zerfallen
vor lauter Schnee, vor lauter Blütenlos,
todweiße Rosen Glied für Glied – Korallen
nur auf den Lippen, schwer und wundengroß.

Du bist so weich, du gibst von etwas Kunde,
von einem Glück aus Sinken und Gefahr
in einer blauen, dunkelblauen Stunde
und wenn sie ging, weiß keiner, ob sie war.

III.

Ich frage dich, du bist doch eines andern,
was trägst du mir die späten Rosen zu?
Du sagst, die Träume gehn, die Stunden wandern,
was ist das alles: er und ich und du?

«Was sich erhebt, das will auch wieder enden,
was sich erlebt – wer weiß denn das genau,
die Kette schließt, man schweigt in diesen Wänden
und dort die Weite, hoch und dunkelblau».

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Brina – Gottfried Benn

Foto di Josef Sudek

Foto di Josef Sudek

 

Qualcosa si è dissolto
dalle arie nebulose e di notte
è cresciuto come un’ombra bianca
lungo l’abete, l’albero, il bosso.

E risplendeva come il morbido
bianco che cade delle nubi,
e redimeva in silenzio un mondo buio
tramutandolo in pallida bellezza.

Gottfried Benn

(Traduzione di Paola Quadrelli)

dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore

***

Rauhreif

Etwas aus den nebelsatten
Lüften löste sich und wuchs
über Nacht als weißer Schatten
eng um Tanne, Baum und Buchs.

Und erglänzte wie das Weiche
Weiße, das aus Wolken fällt,
und erlöste stumm in bleiche
Schönheit eine dunkle Welt.

Gottfried Benn

da “Gesammelte Werke in vier Bänden: Bd. Gedichte”, Limes Verlag, 1960

Versi – Gottfried Benn

 

Se mai il nume, oscuro e inconoscibile,
in un essere è sorto ed ha parlato,
ciò fu solo nel verso poiché immensa
la pena dei cuori vi si è infranta;
i cuori van per gli spazi alla deriva
quando la strofa va di bocca in bocca,
sopravvive alle risse tra le genti,
alla violenza e al patto tra i sicari.

Cosí, i canti che un popolo ha cantato,
indiani, yaqui di parola azteca
vinti dall’avidità dell’uomo bianco,
vivono ancora come canti agresti:
«Su, bimbo vieni con le sette spighe,
vieni in catene, adorno delle giade,
il dio del mais innalza, per nutrirci,
la verga fragorosa e tu sei l’olocausto –»

Il grande soffio a colui che le sue vie,
rapito e soggiogato, offrí allo spirito,
inflato, efflato, apnea – alitazioni
di indiana penitenza e fachiria –
il grande Sé, il sogno del gran Tutto,
donato a chi in silenzio si consacri,
si conserva nei Salmi e nei Veda,
irride ad ogni fare e sfida il tempo.

Due mondi sono in gioco ed in conflitto,
e solo l’uomo è basso se tentenna,
non può vivere solo dell’istante
anche se egli è il frutto del momento;
il potere svanisce nella feccia,
laddove un verso costruisce i sogni
dei popoli e li sottrae alla bassezza,
eternità di suono e di parola.

Gottfried Benn

(Traduzione di Giuliano Baioni)

da “Poesie statiche”, “I Supercoralli” Einaudi, 1972

∗∗∗

Verse

Wenn je die Gottheit, tief und unerkenntlich,
in einem Wesen auferstand und sprach,
so sind es Verse, da unendlich
in ihnen sich die Qual der Herzen brach;
die Herzen treiben längst im Strom der Weite,
die Strophe aber streift von Mund zu Mund,
sie übersteht die Völkerstreite
und überdauert Macht und Mörderbund.

Auch Lieder, die ein kleiner Stamm gesungen,
Indianer, Yakis mit Aztekenwort,
längst von der Gier des weißen Manns bezwungen,
leben als stille Ackerstrophen fort;
«komm, Kindlein, komm in Kett’ und Jadestein,
der Maisgott stellt ins Feld, uns zu ernähren,
den Rasselstab und du sollst Opfer sein –»

Das große Murmeln dem, der seine Fahrten
versenkt und angejocht dem Geiste lieh,
Einhauche, Aushauch, Weghauch – Atemarten
indischer Büßungen und Fakire –
das große Selbst, der Alltraum, einem jedem
ins Herz gegeben, der sich schweigend weiht,
hält sich in Psalmen und in Veden
und spottet alles Tuns und trotzt der Zeit.

Zwei Welten stehn in Spiel und Widerstreben,
allein der Mensch ist nieder, wenn er schwankt,
er kann vom Augenblick nicht leben,
obwohl er sich dem Augenblicke dankt;
die Macht vergeht im Abschaum ihrer Tücken,
indes ein Vers der Völker Träume baut,
die sich der Niedrigkeit entrücken,
Unsterblichkeit im Worte und im Laut.

Gottfried Benn

da “Statische Gedichte”, by Peter Schifferli, Verlags AG «Die Arche», Zürich, 1948