Canti di un’isola – Ingeborg Bachmann

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Frutti d’ombra cadono dalle pareti,
luce lunare intonaca la casa,
e cenere di spenti crateri
entra col vento marino.

Tra gli amplessi di bei giovinetti
dormono i litorali,
la tua carne rammemora la mia:
già mi era incline
quando le navi
abbandonavano la sponda e croci
grevi della nostra spoglia mortale
facevano da alberature.

I luoghi di supplizio sono deserti, adesso:
ci cercano e non ci trovano.

Quando tu risorgi,
quando io risorgo,
non vi è pietra davanti alla porta,
non vi è barca sul mare.

Domani i tini rotoleranno
incontro alle onde domenicali;
noi arriveremo alla spiaggia,
coi piedi unti, laveremo i grappoli
e pigeremo a vino la vendemmia,
domani alla spiaggia.

Quando tu risorgi,
quando io risorgo,
il carnefice è appeso al portale,
il martello s’inabissa nel mare.

Dovrà venire la festa, un giorno!
Sant’Antonio, tu che hai sofferto,
san Leonardo, tu che hai sofferto,
san Vito, tu che hai sofferto.

Largo alle nostre preghiere, largo
a chi prega, largo alla musica e alla gioia!
Abbiamo imparato il candore,
ci uniamo al coro delle cicale,
mangiamo e beviamo,
le gatte magre strisciano
intorno alla nostra tavola:
fin che comincia la messa serale,
io ti tengo per mano
con gli occhi,
e un cuore tranquillo e coraggioso
a te sacrifica i suoi desideri.

Miele e noci ai bambini,
reti colme ai pescatori,
fecondità ai giardini,
luna al vulcano, luna al vulcano!

Oltre i limiti divampano le nostre scintille,
oltre la notte fanno ruota i razzi,
la processione sopra buie zattere
si allontana e il tempo cede
al mondo preistorico,
ai sauri striscianti,
alle piante lussureggianti,
ai pesci febbrili,
alle orge di vento e alle voglie
della montagna, dove una stella
devota si smarrisce, sul petto
le cade e si sfrange.

Siate perseveranti adesso, o santi stolti:
al continente dite che i crateri non hanno pace!
San Rocco, tu che hai sofferto,
o tu che hai sofferto, San Francesco.

Quando uno parte, deve gettare
in mare il cappello pieno di conchiglie
raccolte durante l’estate,
e andarsene con i capelli al vento.
Deve scagliare in mare la tavola
apparecchiata per l’amato,
deve versare in mare il vino
avanzato nel bicchiere,
dare ai pesci il suo pane
e mescolare al mare una goccia di sangue.
Deve infilare bene il coltello
dentro le onde e affondarvi le scarpe,
cuore, àncora e croce,
e andarsene coi capelli al vento!
Allora sì, ritornerà.
Quando?
                 Non domandare.

Vi è fuoco sotto la terra,
e il fuoco è puro.

Vi è fuoco sotto la terra,
e roccia liquida.

Vi è un fiume sotto la terra,
che in noi si riversa.

Vi è un fiume sotto la terra,
che abbrucia le ossa.

Si avanza un grande fuoco,
si avanza un fiume sopra la terra.

Noi ne saremo testimoni.

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Maria Teresa Mandalari)

da “Ingeborg Bachmann, Poesie”, Guanda, Parma, 1978

∗∗∗

Lieder von einer Insel

Schattenfrüchte fallen von den Wänden,
Mondlicht tüncht das Haus, und Asche
erkalteter Krater trägt der Meerwind herein.

In den Umarmungen schöner Knaben
schlafen die Küsten,
dein Fleisch besinnt sich auf meins,
es war mir schon zugetan,
als sich die Schiffe
vom Land lösten und Kreuze
mit unsrer sterblichen Last
Mastendienst taten.

Nun sind die Richtstätten leer,
sie suchen und finden uns nicht.

Wenn du auferstehst,
wenn ich aufersteh,
ist kein Stein vor dem Tor,
liegt kein Boot auf dem Meer.

Morgen rollen die Fässer
sonntäglichen Wellen entgegen,
wir kommen auf gesalbten
Sohlen zum Strand, waschen
die Trauben und stampfen
die Ernte zu Wein,
morgen am Strand.

Wenn du auferstehst,
wenn ich aufersteh,
hängt der Henker am Tor,
sinkt der Hammer ins Meer.

Einmal muss das Fest ja kommen!
Heiliger Antonius, der du gelitten hast,
heiliger Leonhard, der du gelitten hast,
heiliger Vitus, der du gelitten hast.

Platz unsren Bitten, Platz den Betern,
Platz der Musik und der Freude!
Wir haben Einfalt gelernt,
wir singen im Chor der Zikaden,
wir essen und trinken,
die mageren Katzen
streichen um unseren Tisch,
bis die Abendmesse beginnt,
halt ich dich an der Hand
mit den Augen,
und ein ruhiges mutiges Herz
opfert dir seine Wünsche.

Honig und Nüsse den Kindern,
volle Netze den Fischern,
Fruchtbarkeit den Gärten,
Mond dem Vulkan, Mond dem Vulkan!

Unsre Funken setzten über die Grenzen,
über die Nacht schlugen Raketen
ein Rad, auf dunklen Flößen
entfernt sich die Prozession und räumt
der Vorwelt die Zeit ein,
den schleichenden Echsen,
der schlemmenden Pflanze,
dem fiebernden Fisch,
den Orgien des Winds und der Lust
des Bergs, wo ein frommer
Stern sich verirrt, ihm auf die Brust
schlägt und zerstäubt.

Jetzt seid standhaft, törichte Heilige,
sagt dem Festland, dass die Krater nicht ruhn!
Heiliger Rochus, der du gelitten hast,
o der du gelitten hast, heiliger Franz.

Wenn einer fortgeht, muss er den Hut
mit den Muscheln, die er sommerüber
gesammelt hat, ins Meer werfen
und fahren mit wehendem Haar,
er muss den Tisch, den er seiner Liebe deckte,
ins Meer stürzen,
er muss den Rest des Weins,
der im Glas blieb, ins Meer schütten,
er muss den Fischen sein Brot geben
und einen Tropfen Blut ins Meer mischen,
er muss sein Messer gut in die Wellen treiben
und seinen Schuh versenken,
Herz, Anker und Kreuz,
und fahren mit wehendem Haar!
Dann wird er wiederkommen.
Wann?
            Frag nicht.

Es ist Feuer unter der Erde,
und das Feuer ist rein.

Es ist Feuer unter der Erde
und flüssiger Stein.

Es ist ein Strom unter der Erde,
der strömt in uns ein.

Es ist ein Strom unter der Erde,
der sengt das Gebein.

Es kommt ein großes Feuer,
es kommt ein Strom über die Erde.

Wir werden Zeugen sein.

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Spiegami, Amore – Ingeborg Bachmann

Philippe Halsman, Audrey Hepburn, 1955

 

Leggero il tuo cappello lievita, saluta,
s’agita al vento, il tuo capo scoperto
ha incantato le nuvole, il tuo cuore
è occupato altrove, la tua bocca
s’intride di nuovi linguaggi;
la campagna di erba tremolina si ricopre,
l’estate, accende il taràssaco e lo spenge,
accecata dai fiocchi tu sollevi il viso,
ridi e piangi e te stessa distruggi,
che più può mai succederti –

Spiegami, Amore!

Il pavone, con stupore solenne, fa la ruota,
la colomba solleva il bavero di piume,
colma del suo tubare, l’aria si distende.
Grida l’anatra, tutto il paese
abbonda di miele selvaggio, anche nel parco
ben composto uno spolvero dorato
intorno a ogni aiuola s’irraggia.

Il pesce s’imporpora, oltrepassa il branco,
nelle grotte sprofonda verso il letto di corallo.
Seguendo il ritmo della sabbia argentifera
timido lo scorpione danza.
Lo scarabeo fiuta la bella di lontano:
avessi i suoi sensi, anch’io avvertirei
il luccicchìo dell’ali sotto la sua corazza
e prenderei la vita remota del calicanto!

Spiegami, Amore!

L’acqua è capace di parlare,
l’onda prende per mano l’onda,
nella vigna il grappolo si gonfia,
si fende e cade. E con quale candore
sbuca dalla sua casa la lumaca!

Una pietra sa come intenerire l’altra!

Spiegami, Amore, quello che io non so
spiegarmi: in questo breve, orribile tempo
dovrò tenere per compagno soltanto
il pensiero, e sola
nessun affetto avere né donare?
Pensare occorre? E nessuno
che avverta la nostra mancanza?

Tu dici che un altro intelletto fa affidamento su di noi…
Non mi spiegare nulla. Vedo la salamandra
guizzare attraverso tutti i fuochi.
Non la incalza alcun fremito, e non prova
nessun dolore.

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Maria Teresa Mandalari)

da “Ingeborg Bachmann, Poesie”, Guanda, Parma, 1978

∗∗∗

Erklär mir, Liebe

Dein Hut lüftet sich leis, grüßt, schwebt im Wind,
dein unbedeckter Kopf hat’s Wolken angetan,
dein Herz hat anderswo zu tun,
dein Mund verleibt sich neue Sprachen ein,
das Zittergras im Land nimmt überhand,
Sternblumen bläst der Sommer an und aus,
von Flocken blind erhebst du dein Gesicht,
du lachst und weinst und gehst an dir zugrund,
was soll dir noch geschehen –

Erklär mir, Liebe!

Der Pfau, in feierlichem Staunen, schlägt sein Rad,
die Taube schlägt den Federkragen hoch,
vom Gurren überfüllt, dehnt sich die Luft,
der Entrich schreit, vom wilden Honig nimmt
das ganze Land, auch im gesetzten Park
hat jedes Beet ein goldner Staub umsäumt.

Der Fisch errötet, überholt den Schwarm
und stürzt durch Grotten ins Korallenbett.
Zur Silbersandmusik tanzt scheu der Skorpion.
Der Käfer riecht die Herrlichste von weit;
hätt ich nur seinen Sinn, ich fühlte auch,
daß Flügel unter ihrem Panzer schimmern,
und nähm den Weg zum fernen Erdbeerstrauch!

Erklär mir, Liebe!

Wasser weiß zu reden,
die Welle nimmt die Welle an der Hand,
im Weinberg schwillt die Traube, springt und fällt.
So arglos tritt die Schnecke aus dem Haus!

Ein Stein weiß einen andern zu erweichen!

Erklär mir, Liebe, was ich nicht erklären kann:
sollt ich die kurze schauerliche Zeit
nur mit Gedanken Umgang haben und allein
nichts Liebes kennen und nichts Liebes tun?
Muß einer denken? Wird er nicht vermisst?

Du sagst: es zählt ein andrer Geist auf ihn…
Erklär mir nichts. Ich seh den Salamander
durch jedes Feuer gehen.
Kein Schauer jagt ihn, und es schmerzt ihn nichts.

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Giorni in bianco – Ingeborg Bachmann

Foto di Aleksandra Kirievskaya

 

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon’ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l’alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all’incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L’ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all’albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All’orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Maria Teresa Mandalari)

da “Ingeborg Bachmann, Poesie”, Guanda, Parma, 1978

∗∗∗

Tage in Weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Canti lungo la fuga – Ingeborg Bachmann

Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, I Trionfi
I

La palma si spezza nella neve,
le scalinate cedono,
splende la città rigida
nell’inverno straniero.

Bambini urlano e scalano
il monte della fame,
bianca farina mangiano
implorando il cielo.

L’inverno dai ricchi orpelli,
l’oro dei mandarini,
nelle folate turbina.
Sanguigna arancia rotola.

II

Ma io giaccio sola
nel reticolo di neve piena di ferite.

La neve non mi ha ancora
bendato gli occhi.

I morti a me addossati
tacciono in ogni lingua.

Nessuno mi ama, o un segno
a me accennò con un lume!

III

Le Sporadi, le isole,
i bei frammenti in mare,
bagnati da onde gelide,
offrono ancora i frutti.

Le navi, bianche salvatrici,
– o solinga mano di vela! –
indicano prima di sprofondare
indietro la terra.

IV

Freddo come non mai è penetrato.
Volanti commandos giunsero dal mare.
Con tutte le luci il golfo si arrese.
La città è caduta.

Innocente e prigioniera
nella sottomessa Napoli,
dove l’inverno
pone sul cielo Vomero e Posillipo,
dove i suoi bianchi lampi fanno strage
dei canti,
e l’inverno i suoi rauchi tuoni
pone nel giusto.

Sono innocente e sino a Camaldoli
i pini toccano le nuvole;
e senza conforto, ché le palme
presto non sfalderà la pioggia;

senza speranza, ché non potrò sottrarmi,
anche se il pesce rizzasse a difesa le pinne
e la bruma sulla spiaggia invernale,
scagliata da onde sempre calde,
si ergesse a muro,
anche se i flutti
fuggendo
chi fugge
alla vicina meta sollevassero.

V

Via la neve dalla città speziata!
La brezza dei frutti attraversi le strade.
Spargete uva passa,
portate i fichi, i capperi!
Vivificate l’estate,
il ciclo, nuovamente,
nascita sangue sterco e catarro,
morte – forzate le lividure,
linee imposte
a volti
diffidenti pigri e tardi,
filettati di calce, intrisi nell’olio,
scaltri per traffici,
intimi al pericolo,
alla collera del dio della lava,
all’angelo del fumo,
e alla dannata incandescenza!

VI

Istruiti nell’amore
per diecimila libri,
colti per il tramandarsi
di gesti immutabili
e giuramenti stolti –

ma solo qui
iniziati all’amore –
quando la lava discese
e il suo alito ci colse
al piede del monte,
quando infine il cratere sfinito
più non trattenne la chiave
per questi corpi serrati –

Entrammo in spazi incantati
e illuminammo il buio
con la punta delle dita.

VII

Dentro i tuoi occhi son finestre
su un paese in cui trovo chiarezza.

Dentro il tuo petto è un mare
che mi trascina al suo fondo.
Dentro la tua anca è un attracco
per le mie navi, di ritorno
da viaggi troppo lunghi.

La felicità tesse una gomena d’argento
su cui giaccio ormeggiata.

Dentro la tua bocca è un nido di piume
per la mia bocca che impara a volare.
Dentro la tua carne ha la luce d’un melone,
dolce e gustosa all’infinito.
Dentro le tue vene son quiete
e colme di quell’oro
che lavo con le mie lacrime
e che un giorno potrà ricompensarmi.

Ricevi titoli, abbracci beni
che sono dati a te per primo.

Dentro i tuoi piedi non sono mai in cammino
ma ormai giunti nei miei paesi di velluto.

Dentro le tue ossa son chiari flauti,
da cui ricaverò magici toni
che incanteranno la stessa morte…

VIII

… terra, mare e cielo.
Da baci arruffati,
la terra,
il mare e il cielo.
Dalle mie parole avvinta,
la terra,
dalla mia estrema parola ancora avvinti
il mare e il cielo!

Provata dai miei suoni,
questa terra,
che tra i miei denti singhiozzante
gettò l’àncora,
con tutti i suoi altoforni, torri
e vette altezzose,

questa terra sconfitta,
che a me svelò le sue gole,
le sue steppe, tundre e deserti,

questa terra irrequieta
con i suoi convulsi campi magnetici
che qui imprigionò se stessa
con catene a lei ignote d’energia,

questa terra stordita e assordante
con piante solanacee,
veleni di piombo
e correnti di profumo –

tramontata nel mare
e sorta nel cielo
la terra!

IX

Il gatto nero,
l’olio sul pavimento,
il malocchio:

Guai!

Afferra il corno di corallo,
appendi i corni davanti alla casa,
buio, niente luce!

X

O amore, che le nostre scorze
rompesti, gettandole via, il nostro scudo,
la difesa del tempo e la ruggine brunita degli anni!

O dolori, che calpestaste il nostro amore,
il suo umido fuoco nelle parti sensibili!
Tra fumo e caligine, agonizzante, la fiamma si spegne in se stessa.

XI

Tu vuoi bagliori, tu lanci coltelli,
tu strappi le calde vene all’aria;

abbagliandoti, saltano dai polsi aperti
taciti gli ultimi fuochi d’artificio:

follia disprezzo e poi la vendetta,
e già arriva il pentimento, il ritrattare.

Che le tue lame si spuntano, ancora percepisci
e infine avverti come l’amore chiude:

con tempeste leali, un respiro puro.
E ti respinge nella segreta del sogno.

Dove i suoi capelli biondi pendono,
fai per afferrarla, la scala nel nulla.

Mille e una notte in alto stanno i pioli.
Il passo nel vuoto è il passo estremo.

E dove cozzi, sono i vecchi luoghi,
e ad ogni luogo dai tre gocce di sangue.

Ottenebrato stringi riccioli senza radici.
Suona il sonaglio, ed è finita.

XII

Bocca che passò la notte nella mia bocca,
occhio che sorvegliò il mio occhio,
mano –

e coloro che mi trascinarono, gli occhi!
Bocca che pronunciò il verdetto,
mano, che mi giustiziò!

XIII

Il sole non riscalda, il mare è senza voce.
Le tombe, impacchettate di neve che nessuno scioglie.
Non si riempiono i bracieri
di carboni ardenti? Ma l’ardente carbone non conta.

Redimimi! Non posso continuare a morire.

Il santo ha altro da fare;
si preoccupa per la città e pensa al pane.
La corda del bucato sostiene a stento i panni;
presto cadranno. Ma senza coprirmi.

Ancora sono colpevole. Sollevami.
Non sono colpevole. Sollevami.

Sciogli il granello di ghiaccio dall’occhio,
spezza il ghiaccio con gli sguardi,
cerca il fondo azzurro,
nuota, guarda e tuffati:

non sono io.
Sono io.

XIV

Aspetta la mia morte e poi di nuovo ascoltami,
si rovescia il cesto di neve e l’acqua canta,
sboccano in via Toledo tutti i suoni, sgela,
fonde il ghiaccio un’armonia.
O gran disgelo!

Aspettati molto!

Sillabe nell’oleandro,
parola nel verde d’acacia,
cascate dalla parete.

Riempie i bacini,
chiara e mossa,
la musica.

XV

L’amore ha un trionfo e la morte ne ha uno,
il tempo e il tempo che segue.
Noi non ne abbiamo.

Solo tramontare intorno a noi di stelle. Riflesso e silenzio.
Ma il canto sulla polvere dopo,
alto si leverà su di noi.

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Luigi Reitani)

da “Invocazione all’Orsa Maggiore”, Milano, SE Edizioni, 1994

Lieder aufder Flucbt [Canti lungo la fuga]
Prima pubblicazione in  Anrufung des Großien Bären, Monaco 1956. Ingeborg Bachmann ha anche pubblicato una scelta antologica del ciclo, riducendolo a nove poesie per il volume  Gedichte, Erzählungen, Hönpiele, Essays, Monaco, 1964. In questa scelta mancano le poesie III, V, VIII, IX, X, XI.
HAPKEMEYER [1990: 69-75] ha messo in rilievo come il ciclo sia stato ispirato da un evento reale: un’eccezionale nevicata che si abbatté su Napoli nell’inverno del 1953/54. Ma naturalmente le immagini della poesia si inseriscono nella tradizione di una lirica invernale ampiamente codificata nella letteratura tedesca, e basterebbe ricordare la Winterreise di Wilhelm Müller musicata da Schubert. Anche l’apparente concretezza dei riferimenti geografici rivela, a ben guardare, un valore simbolico.
Il ciclo porta al virtuosismo quella tecnica contrappuntistica che caratterizza l’intera raccolta di  Invocazione all’Orsa Maggiore. A quadri esterni incentrati sul paesaggio metropolitano e mediterraneo si contrappongono momenti propriamente lirici. (Cfr. FEHL, 1970: 184-195.) Se le immagini della natura stretta nella morsa del gelo (I-IV) variano ancora il topos della «terra desolata», e sanciscono l’estraniamento e la minaccia dell’Io, nella seconda parte del ciclo (V-VIII) l’amore è invocato come unica esperienza in grado di sconfiggere il freddo esistenziale e di ricondurre il soggetto nell’alveo della natura. Anche la «fiamma» dell’amore, tuttavia, si rivela illusoria, e si presenta nel finale come una promessa utopica, sublimata dal canto della poesia. Cfr. MAUSER, 1981: 56-65.
Dal punto di vista formale i  Lieder auf der Flucht dispiegano ancora una volta il campionario metrico della raccolta: quartine, distici, versi liberi, strofe disposte simmetricamente. Anche qui è riscontrabile un’alternanza tra costruzioni paratattiche e iterative e complesse forme ipotattiche, in cui balza agli occhi la ricorrenza delle apposizioni, la tendenza a usare la forma composta dei verbi e la frequenza delle particelle negative (cfr. FECHNER, 1986: 66).
Sul ciclo si vedano ancora i lavori di BOTHNER, 1986: 271-274; STOLL, 1991: 113-129; OBERLE, 1992: 122-174.
La citazione posta come motto è tratta dai  Trionfi di Francesco Petrarca e precisamente dalla terza parte del  Trionfo dell’amore (Triumphus Cupidinis), vv. 148-50.
I  Quartine di versi di tre piedi giambici, con qualche irregolarità, ad uscita sempre maschile e rima alternata nei versi pari. Una particolareggiata analisi della poesia in POST, 1976. Cfr. anche HORN, 1968: 278-281.
v. 6  Hungerberg  Si potrebbe trattare dei «Quartieri spagnoli», posti su un dislivello.
II, v. 1  Traduzione quasi letterale di un celebre verso di Saffo; l’intera quartina del frammento nella traduzione italiana di Salvatore Quasimodo: «Tramontata è la luna / e le Pleiadi a mezzo della notte; / anche giovinezza già dilegua, / e ora nel mio letto resto sola».
v. 6  Inversione della espressione biblica «parlare in ogni lingua», che si riferisce al miracolo della Pentecoste.
vv. 7-8  Riferimento al mito di Ero e Leandro. Ogni notte Ero, sacerdotessa di Afrodite, accendeva una lampada per guidare il suo amante Leandro, che attraversava a nuoto lo stretto di mare che li divideva. In una notte di tempesta la lampada si spegne e Leandro perisce tra i flutti.
III, v. 1  Il riferimento alle Sporadi – nome con cui nell’antichità si designavano genericamente le isole greche vicine alla costa asiatica, in contrapposizione alle Cicladi, ora nome di un gruppo di isole nel mare Egeo -, rafforzando l’allusione a Saffo, ha il compito di completare il transfert simbolico del paesaggio napoletano. Al Golfo di Napoli con le sue isole si sovrappone una dimensione mitologica.
IV, v. 8  Posilip und Vomero  Celebri quartieri di Napoli.
v. 13 Camaldoli  Quartiere di Napoli posto nella parte più alta della città.
v. 18 In una stesura dattiloscritta [Nachlaß n. 258] si leggevano a questo punto i versi, poi cancellati: «Wenn auch die Muschel von Santa Lucia / bis zur Terrasse tönt / und…» («quand’anche la conchiglia di Santa Lucia / rimbombi sino alla terrazza / e…»).
V  Un’interpretazione in ROSS, 1983.
VII  La poesia segue il modello di metaforizzazione del corpo umano codificato dal Cantico dei cantici.
VIII, v. 23  Nachtschattengewächsen  Ancora una volta l’autrice gioca con una parola composta. Tradotto alla lettera nelle sue singole componenti il nome tedesco suona come «piante delle ombre della notte».
XI, vv. 11-12  Allusione alla fiaba di Raperonzolo, che lascia cadere le sue bionde trecce per dar modo al figlio del re di salire da lei sulla torre. Accortasi della relazione, la strega che tiene prigioniera la ragazza le taglia i capelli e così il principe, salito come sempre in cima, non troverà l’amata ma la stessa strega.
XIII  Un’analisi in HÖRICHT, 1970.
XIV, v. 3  Toledo, centralissima via della metropoli partenopea.
XV, vv. 5-6  Riecheggiano qui i versi di Rilke: «Einzig das Lied überm Land / heiligt und feiert» («Solo il canto sulla terra / consacra e festeggia », Sonetti a Orfeo, XIX).  (Luigi Reitani)
∗∗∗

Lieder auf der Flucht

Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, ›I Trionfi‹
I

Der Palmzweig bricht im Schnee,
die Stiegen stürzen ein,
die Stadt liegt steif und glänzt
im fremden Winterschein.

Die Kinder schreien und ziehn
den Hungerberg hinan,
sie essen vom weißen Mehl
und beten den Himmel an.

Der reiche Winterflitter,
das Mandarinengold,
treibt in den wilden Böen.
Die Blutorange rollt.

II

Ich aber liege allein
im Eisverhau voller Wunden.

Es hat mir der Schnee
noch nicht die Augen verbunden.

Die Toten, an mich gepreßt,
schweigen in allen Zungen.

Niemand liebt mich und hat
für mich eine Lampe geschwungen!

III

Die Sporaden, die Inseln,
das schöne Stückwerk im Meer,
umschwommen von kalten Strömen,
neigen noch Früchte her.

Die weißen Retter, die Schiffe
– o einsame Segelhand! –
deuten, eh sie versinken,
zurück auf das Land.

IV

Kälte wie noch nie ist eingedrungen.
Fliegende Kommandos kamen über das Meer.
Mit allen Lichtern hat der Golf sich ergeben.
Die Stadt ist gefallen.

Ich bin unschuldig und gefangen
im unterworfenen Neapel,
wo der Winter
Posilip und Vomero an den Himmel stellt,
wo seine weißen Blitze aufräumen
unter den Liedern
und er seine heiseren Donner
ins Recht setzt.

Ich bin unschuldig, und bis Camaldoli
rühren die Pinien die Wolken;
und ohne Trost, denn die Palmen
schuppt sobald nicht der Regen;

ohne Hoffnung, denn ich soll nicht entkommen,
auch wenn der Fisch die Flossen schützend sträubt
und wenn am Winterstrand der Dunst,
von immer warmen Wellen aufgeworfen,
mir eine Mauer macht,
auch wenn die Wogen
fliehend
den Fliehenden
dem nächsten Ziel entheben.

V

Fort mit dem Schnee von der gewürzten Stadt!
Der Früchte Luft muß durch die Straßen gehen.
Streut die Korinthen aus,
die Feigen bringt, die Kapern!
Belebt den Sommer neu,
den Kreislauf neu,
Geburt, Blut, Kot und Auswurf,
Tod – hakt in die Striemen ein,
die Linien auferlegt
Gesichtern
mißtrauisch, faul und alt,
von Kalk umrissen und in Öl getränkt,
von Händeln schlau,
mit der Gefahr vertraut,
dem Zorn des Lavagotts,
dem Engel Rauch
und der verdammten Glut!

VI

Unterrichtet in der Liebe
durch zehntausend Bücher,
belehrt durch die Weitergabe
wenig veränderbarer Gesten
und törichter Schwüre –

eingeweiht in die Liebe
aber erst hier –
als die Lava herabfuhr
und ihr Hauch uns traf
am Fuß des Berges,
als zuletzt der erschöpfte Krater
den Schlüssel preisgab
für diese verschlossenen Körper –

Wir traten ein in verwunschene Räume
und leuchteten das Dunkel aus
mit den Fingerspitzen.

VII

Innen sind deine Augen Fenster
auf ein Land, in dem ich in Klarheit stehe.

Innen ist deine Brust ein Meer,
das mich auf den Grund zieht.
Innen ist deine Hüfte ein Landungssteg
für meine Schiffe, die heimkommen
von zu großen Fahrten.

Das Glück wirkt ein Silbertau,
an dem ich befestigt liege.

Innen ist dein Mund ein flaumiges Nest
für meine flügge werdende Zunge.
Innen ist dein Fleisch melonenlicht,
süß und genießbar ohne Ende.
Innen sind deine Adern ruhig
und ganz mit dem Gold gefüllt,
das ich mit meinen Tränen wasche
und das mich einmal aufwiegen wird.

Du empfängst Titel, deine Arme umfangen Güter,
die an dich zuerst vergeben werden.

Innen sind deine Füße nie unterwegs,
sondern schon angekommen in meinen Samtlanden.

Innen sind deine Knochen helle Flöten,
aus denen ich Töne zaubern kann,
die auch den Tod bestricken werden …

VIII

… Erde, Meer und Himmel.
Von Küssen zerwühlt
die Erde,
das Meer und der Himmel.
Von meinen Worten umklammert
die Erde,
von meinem letzten Wort noch umklammert
das Meer und der Himmel!

Heimgesucht von meinen Lauten
diese Erde,
die schluchzend in meinen Zähnen
vor Anker ging
mit allen ihren Hochöfen, Türmen
und hochmütigen Gipfeln,

diese geschlagene Erde,
die vor mir ihre Schluchten entblößte,
ihre Steppen, Wüsten und Tundren,

diese rastlose Erde
mit ihren zuckenden Magnetfeldern,
die sich hier selbst fesselte
mit ihr noch unbekannten Kraftketten,

diese betäubte und betäubende Erde
mit Nachtschattengewächsen,
bleiernen Giften
und Strömen von Duft –

untergegangen im Meer
und aufgegangen im Himmel
die Erde!

IX

Die schwarze Katze,
das Öl auf dem Boden,
der böse Blick:

Unglück!

Zieh das Korallenhorn,
häng die Hörner vors Haus,
Dunkel, kein Licht!

X

O Liebe, die unsre Schalen
aufbrach und fortwarf, unseren Schild,
den Wetterschutz und braunen Rost von Jahren!

O Leiden, die unsre Liebe austraten,
ihr feuchtes Feuer in den fühlenden Teilen!
Verqualmt, verendend im Qualm, geht die Flamme in sich.

XI

Du willst das Wetterleuchten, wirfst die Messer,
du trennst der Luft die warmen Adern auf;

dich blendend, springen aus den offnen Pulsen
lautlos die letzten Feuerwerke auf:

Wahnsinn, Verachtung, dann die Rache,
und schon die Reue und der Widerruf.

Du nimmst noch wahr, daß deine Klingen stumpfen,
und endlich fühlst du, wie die Liebe schließt:

mit ehrlichen Gewittern, reinem Atem.
Und sie verstößt dich in das Traumverlies.

Wo ihre goldnen Haare niederhängen,
greifst du nach ihr, der Leiter in das Nichts.

Tausend und eine Nacht hoch sind die Sprossen.
Der Schritt ins Leere ist der letzte Schritt.

Und wo du aufprallst, sind die alten Orte,
und jedem Ort gibst du drei Tropfen Blut.

Umnachtet hältst du wurzellose Locken.
Die Schelle läutet, und es ist genug.

XII

Mund, der in meinem Mund genächtigt hat,
Aug, das mein Aug bewachte,
Hand –

und die mich schleiften, die Augen!
Mund, der das Urteil sprach,
Hand, die mich hinrichtete!

XIII

Die Sonne wärmt nicht, stimmlos ist das Meer.
Die Gräber, schneeverpackt, schnürt niemand auf.
Wird denn kein Kohlenbecken angefüllt
mit fester Glut? Doch Glut tut’s nicht.

Erlöse mich! Ich kann nicht länger sterben.

Der Heilige hat anderes zu tun;
er sorgt sich um die Stadt und geht ums Brot.
Die Wäscheleine trägt so schwer am Tuch;
bald wird es fallen. Doch mich deckt’s nicht zu.

Ich bin noch schuldig. Heb mich auf.
Ich bin nicht schuldig. Heb mich auf.

Das Eiskorn lös vom zugefrornen Aug,
brich mit den Blicken ein,
die blauen Gründe such,
schwimm, schau und tauch:

Ich bin es nicht.
Ich bin’s.

XIV

Wart meinen Tod ab und dann hör mich wieder,
es kippt der Schneekorb, und das Wasser singt,
in die Toledo münden alle Töne, es taut,
ein Wohlklang schmilzt das Eis.
O großes Tauen!

Erwart dir viel!

Silben im Oleander,
Wort im Akaziengrün,
Kaskaden aus der Wand.

Die Becken füllt,
hell und bewegt,
Musik.

XV

Die Liebe hat einen Triumph und der Tod hat einen,
die Zeit und die Zeit danach.
Wir haben keinen.

Nur Sinken um uns von Gestirnen. Abglanz und Schweigen.
Doch das Lied überm Staub danach
wird uns übersteigen.

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956

Notte d’amore – Ingeborg Bachmann

Edvard Munch, The Girl by the Window, 1893

Edvard Munch, The Girl by the Window, 1893

 

Ho ritrovato
in una notte d’amore
ritrovato

In una notte d’amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola. Ho imparato di nuovo a camminare,
sono andata alla finestra e ho detto fame e luce
e notte mi stava bene per luce.

Dopo una notte troppo lunga,
dormito di nuovo bene,
confidando,

nel buio parlavo più facilmente.
continuavo a farlo di giorno.
Muovevo le dita sul mio viso,
Non sono più morta.
Un cespuglio incendiato nella notte.
Il mio vendicatore si è fatto avanti e si chiamava vita.
Ho detto addirittura: lasciatemi morire e pensavo
senza timore alla morte più amata

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Silvia Bortoli)

da “Non conosco mondo migliore”, Guanda, Parma, 2004

∗∗∗

Wiedergefunden hab ich
in einer Nacht der Liebe
wiedergefunden

Nacht der Liebe

In einer Nacht der Liebe nach einer langen Nacht
habe ich wieder sprechen gelernt und ich weinte,
weil ein Wort aus mir kam. Ich habe wieder gehen gelernt,
ging bis ans Fenster und sagte Hunger und Licht
und Nacht war mir recht für Licht.

Nach einer zu langen Nacht,
wieder ruhig geschlafen,
im Vertrauen darauf,

Ich sprach leichter im Dunkeln.
sprach weiter am Tag.
Bewegte meine Finger in meinem Gesicht,
Ich bin nicht mehr tot.
Ein Busch, aus dem Feuer schlug in der Nacht.
Mein Rächer trat hervor und nannte sich Leben.
Ich sagte sogar: laß mich sterben, und meinte
furchtlos meinen lieberen Tod

Ingeborg Bachmann

da “Ich weiß keine bessere Welt: Unveröffentlichte Gedichte” Gebundene Ausgabe, 2000

Canti lungo la fuga VI – Ingeborg Bachmann

Marc Chagall, Dans la nuit, 1943

Marc Chagall, Dans la nuit, 1943

VI

Istruiti nell’amore
per diecimila libri
colti per il tramandarsi
di gesti immutabili
e giuramenti stolti –

ma solo qui
iniziati all’amore –

quando la lava discese
e il suo alito ci colse
al piede del monte,
quando infine il cratere sfinito
più non trattenne la chiave
per questi corpi serrati –

Entrammo in spazi incantati
e illuminammo il buio
con la punta delle dita.

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Luigi Reitani)

da “Invocazione all’Orsa Maggiore”, Milano, SE Edizioni, 1994

∗∗∗

Lieder auf der Flucht

Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, « I Trionfi »
VI

Unterrichtet in der Liebe
durch zehntausend Bücher,
belehrt durch die Weitergabe
wenig veränderbarer Gesten
und törichter Schwüre –

eingeweiht in die Liebe
aber erst hier –

als die Lava herabfuhr
und ihr Hauch uns traf
am Fuß des Berges,
als zuletzt der erschöpfte Krater
den Schlüssel preisgab
für diese verschlossenen Körper –

Wir traten ein in verwunschene Räume
und leuchteten das Dunkel aus
mit den Fingerspitzen.

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956