Confessione – Vladimír Holan

Randolph Fritz, Court Yard Door

Randolph Fritz, Court Yard Door

 

Come esserti grato
che mi sei vicina e che ho dove andare,
quando la disperazione suda con l’universo così disumanamente
finché la miseria, come una certezza, la riporta indietro nel tempo?
Aver dove andare, anche se sei di quelle donne
che disprezzano una bollente parola solo perché
fu detta durante la sbronza!

Come esserti grato
che sei così lenta, quando pure il mio male
è più veloce dell’intuizione?…
Un istante solo che t’ho dimenticata
e la notte si è fatta forte a tal segno
che s’è aperta da sola la porta di casa
da cui in fretta e furia mi ha sfrattato
la tua assenza…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

dalla raccolta “In progresso”, (1943 -1948), in “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Vyznání

Jak ti mám býti vděčný za to,
že jsi blízko a že mám kam jít,
když zoufání se potí vesmírem tak nelidsky,
až bída, jako jistota, je vrací v čas?
Míti kam jít, i když jsi z oněch žen,
jež pohrdají vroucím slovem jen proto,
že bylo praveno při opilství!

Jak ti mám býti vděčný za to,
že jsi tak pomalá, když přece moje zlo
je rychlejší než vnuknutí?…
Jen chvíli jsem tě zapomněl,
a noc tak zesílila,
že si sama otevřela dveře do bytu,
odkud mne narychlo vystěhovala
tvá nepřítomnost…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

Vola alta, parola… – Mario Luzi

Foto di Josef Sudek

 

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

Mario Luzi

da “Tutto perso, tutto parificato?”, in “Per il battesimo dei nostri frammenti” (1978-1984), Garzanti, 1985

Privi di potere – Günter Grass

Nick Ut, Children fleeing an American napalm strike, Vietnam, 1972

 

Leggiamo «napalm» e ci immaginiamo il napalm.
Dal momento che non possiamo immaginarci il napalm,
leggiamo del napalm, finché possiamo
immaginarci meglio il napalm.
Ora noi protestiamo contro il napalm.
     Dopo la colazione, muti,
     vediamo in fotografia cosa può fare il napalm.
     Ci indichiamo l’un l’altro rozzi reticoli
     e diciamo: vedi, questo è il napalm.
Presto ci saranno libri di fotografie a buon prezzo
con foto migliori,
dalle quali risulterà più chiaramente
cosa può fare il napalm.
Ci rosicchiamo le unghie e scriviamo proteste.
     Ma c’è, così leggiamo,
     qualcosa che è ben più terribile del napalm.
     Subito protestiamo contro questa cosa più terribile.
     Le nostre proteste giustificate, che in ogni momento
     possiamo stilare piegare affrancare, le sbattiamo in libri.
Impotenza di cui si fa prova su facciate di gomma.
Impotenza fa suonare dischi: canti impotenti.
Senza potere e con la chitarra. –
Ma con il pugno di ferro e in piena tranquillità
fuori agisce il potere.

Günter Grass

(Traduzione di A. M. Giachino)

da “Poesia tedesca del Novecento”, Rizzoli, 1977

∗∗∗

In ohnmacht gefallen

Wir lesen Napalm und stellen Napalm uns vor.
Da wir uns Napalm nicht vorstellen können,
lesen wir über Napalm, bis wir uns mehr
unter Napalm vorstellen können.
Jetzt protestieren wir gegen Napalm.
     Nach dem Frühstück, stumm,
     auf Fotos sehen wir, was Napalm vermag.
     Wir zeigen uns grobe Raster
     und sagen: Siehst du, Napalm.
Das machen sie mit Napalm.
Bald wird es preiswerte Bildbände
mit besseren Fotos geben,
auf denen deutlicher wird,
was Napalm vermag.
Wir kauen Nägel und schreiben Proteste.
       Aber es gibt, so lesen wir,
       Schlimmeres als Napalm.
       Schnell protestieren wir gegen Schlimmeres.
       Unsere berechtigten Proteste, die wir jederzeit
       verfassen falten frankieren dürfen, schlagen zu Buch.
Ohnmacht, an Gummifassaden erprobt.
Ohnmacht legt Platten auf: ohnmächtige Songs.
Ohne Macht mit Guitarre. –
Aber feinmaschig und gelassen
wirkt sich draußen die Macht aus.

Günter Grass

da “Gesammelte Gedichte”, Luchterhand Verlag, Darmstadt und Neuwied, 1971

Jandira – Murilo Mendes

Foto di Peter Coulson

 

Il mondo cominciava nel seno di Jandira.

Poi spuntarono altri brani della creazione:
nacquero i capelli a coprire il corpo,
(a volte il braccio sinistro spariva nel caos),
e gli occhi, a vigilare tutto il resto.
E dalla gola di Jandira sbocciarono sirene:
l’aria tutta fu circondata da suoni
palpabili piú degli uccelli.

E le antenne delle mani di Jandira
captavano oggetti animati, inanimati,
dominavano la rosa, il pesce, la macchina.
E i morti si destavano nei sentieri visibili dell’aria
quando Jandira pettinava le sue chiome…

Poi il mondo fu tutto rivelato,
si sollevò, armato di annunci luminosi.
E intera apparve Jandira
dalla testa ai piedi.
Tutte le parti del meccanismo erano essenziali.

Ed ella si mostrò, ragazza, seguita dal corteo
di padre e madre e fratelli.
Ed erano loro a obbedire
ad ogni cenno di Jandira
che cresceva dentro la vita con grazia, bellezza e violenza.

Passavano gli innamorati, odoravano il seno di Jandira
ed erano precipitati nelle delizie dell’inferno.
Giocavano per Jandira,
per Jandira abbandonavano mogli, madri e sorelle.
E il bello è che Jandira non aveva chiesto nulla.
Certi spasimanti vivevano e morivano
per un particolare di Jandira.
Uno si suicidò per la bocca di Jandira.
Un altro per via d’un neo della guancia sinistra di Jandira.

E i capelli le crescevano con la forza delle macchine;
non un filo cadeva,
né lei li spuntava.
Ed era un disco rosso la sua bocca
quasi minimo sole.
Torno torno all’odore di Jandira
la famiglia intontita.
Quelli che venivano in visita s’impacciavano nei discorsi
per via di Jandira.
E un prete in piena messa
si dimenticò il segno della croce per colpa di Jandira.

E Jandira si sposò.
E il suo corpo inaugurò una vita nuova,
vennero fuori certi ritmi ch’erano rimasti di riserva,
combinazioni di movimento fra il seno e le anche.
All’ombra del suo corpo nacquero quattro bambine, e ripetono
le forme e i modi di Jandira fin dal principio del tempo.

E il marito di Jandira
morí nell’epidemia di spagnola.
E Jandira coprí la tomba coi capelli.
Il terzo giorno il marito
cominciò a fare un grande sforzo per risuscitare:
non si rassegna, nella sua buia stanza,
all’idea che Jandira viva sola,
che il seno, i capelli di lei perturbino la città
mentre lui resta lí, sprecato.

E le figlie di Jandira
sembrano piú vecchie di lei.
E Jandira non muore,
aspetta che le trombe del giudizio finale
vengano a chiamare il suo corpo.
Ma no, non vengono,
e anche se venissero il corpo di Jandira
risusciterebbe ancora piú bello,
agile,
trasparente.

Murilo Mendes

(Traduzione di Ruggero Jacobbi)

da “Il visionario”, (1930-1933), in “Murilo Mendes, Poesie”, Nuova Accademia Editrice, 1961

∗∗∗

Jandira 

O mundo começava nos seios de Jandira.

Depois surgiram outras peças da criação:
surgiram os cabelos para cobrir o corpo,
(às vezes o braço esquerdo desaparecia no caos).
E surgiram os olhos para vigiar o resto do corpo.
E surgiram sereias da garganta de Jandira:
o ar inteirinho ficou rodeado de sons
mais palpáveis do que pássaros.
E as antenas das mãos de Jandira
captavam objetos animados, inanimados,
dominavam a rosa, o peixe, a máquina.
E os mortos acordavam nos caminhos visíveis do ar
quando Jandira penteava a cabeleira…

Depois o mundo desvendou-se completamente,
foi-se levantando, armado de anúncios luminosos.
E jandira apareceu inteiriça,
de cabeça aos pés.
Todas as partes do mecanismo tinham importância.
E a moça apareceu com o cortejo do seu pai,
de sua mãe, de seus irmãos.
Eles é que obedecem aos sinais de Jandira
crescendo na vida em graça, beleza, violência.
Os namorados passavam, cheiravam os seios de Jandira
e eram precipitados nas delícias do inferno.
Eles jogavam por causa de Jandira,
deixavam noivas, esposas, mães, irmãs
por causa de Jandira.
E Jandira não tinha pedido coisa alguma.
E vieram retratos no jornal
e apareceram cadáveres boiando por causa de Jandira.
Certos namorados viviam e morriam
por causa de um detalhe de Jandira.
Um deles suicidou-se por causa da boca de Jandira.
Outro, por causa de uma pinta na face esquerda de Jandira.
E seus cabelos cresciam furiosamente com a força das máquinas;
não caía nem um fio,
nem ela os aparava.
E sua boca era um disco vermelho
tal qual um sol mirim.
Em roda do cheiro de Jandira
a família andava tonta.
As visitas tropeçavam nas conversações
por causa de Jandira.

E um padre na missa
esqueceu de fazer o sinal-da-cruz por causa de Jandira.

E Jandira se casou.
E seu corpo inaugurou uma vida nova,
apareceram ritmos que estavam de reserva,
combinações de movimento entre as ancas e os seios.
À sombra do seu corpo nasceram quatro meninas que repetem
as formas e os sestros de Jandira desde o princípio do tempo.

E o marido de Jandira
morreu na epidemia de gripe espanhola.
E Jandira cobriu a sepultura com os cabelos dela.
Desde o terceiro dia o marido
fez um grande esforço para ressucitar:
não se conforma, no quarto escuro onde está,
que Jandira viva sozinha,
que os seios, a cabeleira dela transtornem a cidade
e que ele fique ali à toa.

E as filhas de Jandira
inda parecem mais velhas do que ela.
E Jandira não morre,
espera que os clarins do juízo final
venham chamar seu corpo,
mas eles não vêm.
E mesmo que venham, o corpo de Jandira
ressuscitará inda mais belo, mais ágil e transparente.

Murilo Mendes

da “O visionário”, Rio de Janeiro: Jose Olympio, 1941

Notte – Giorgio Caproni

Brassaï, Paris de nuit

 

Una chitarra chi accorda in un bar
(in un bar nella nebbia) mentre illune
transita sulla terra ancora un tram
verso l’una di notte? Nel barlume
torbo di quel fanale che si sfa
col mio cuore fra i platani, ahi l’agrume
d’unghie che slentano e slargano là
nel raggelo gli accordi!… Dove il fiume
sciacqua e sullo sterrato che non sa
né di mare né d’erba alza il sentore
vuoto dell’acqua, perché in un tremore
lumescente di vetri la città
nelle tenebre un soffio sperde, e muore
tra i lenti accordi quel gelido tram?

Giorgio Caproni

1946.

da “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968

Splendessero lanterne – Dylan Thomas

Blanc et Demilly, Jura, 1933

Blanc et Demilly, Jura, 1933

 

Splendessero lanterne, il sacro volto,
Preso in un ottagono d’insolita luce,
Avvizzirebbe, e il giovane amoroso
Esiterebbe, prima di perdere la grazia.
I lineamenti, nel loro buio segreto,
Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno
E dalle labbra le cadrà stinto pigmento,
La tela della mummia mostrerà un antico seno.

Mi fu detto: ragiona con il cuore;
Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.
Mi fu detto: ragiona con il polso;
Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni
Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali,
Cosí rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo
Che dimena la barba al vento egiziano. 

Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1965

∗∗∗

Should Lanterns Shine

Should lanterns shine, the holy face,
Caught in an octagon of unaccustomed light,
Would wither up, and any boy of love
Look twice before he fell from grace.
The features in their private dark
Are formed of flesh, but let the false day come
And from her lips the faded pigments fall,
The mummy cloths expose an ancient breast.

I have been told to reason by the heart,
But heart, like head, leads helplessly;
I have been told to reason by the pulse,
And, when it quickens, alter the actions’ pace
Till field and roof lie level and the same
So fast I move defying time, the quiet gentleman
Whose beard wags in Egyptian wind.

I have heard many years of telling,
And many years should see some change.

The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.

Dylan Thomas

da “Collected poems”, J. M. Dent & Sons Ltd, London, 1952

«Quanto vorrei, oh quanto» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Jonas Hafner

Foto di Jonas Hafner

 

Quanto vorrei, oh quanto
– non visto, non sentito –
volare dietro a un raggio
là dove non esisto.

E tu nel cerchio irradia –
non c’è altra beatitudine –
e da una stella impara
che significhi luce.

Ciò che ti voglio dire
è che sto bisbigliando
e sottovoce affido
te, mia bambina, a un raggio.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

23 marzo – primi di maggio del 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tripodia giambica; quartine a rime alterne tutte maschili; la terza e ultima strofa non solo riprende – nei versi dispari – le stesse parole che suggellano i vv. 1 e 3 della strofa iniziale, ma si presenta come un tetrastico monorimo; e questa serie di uscite in -čú sembra quasi voler richiamare alla memoria l’interiezione russa čur, ancora viva fra l’altro nei giochi infantili – e derivata da un vecchio scongiuro con cui si vietava di toccare un oggetto, di compiere determinate azioni.
La poesia riflette il desiderio, l’ansia o il sogno di un legame fra terra e cielo; anche se, inevitabilmente, «il raggio e la luce (delle stelle) riprendono vita, rinascono soltanto nella parola del poeta» (MG, p. 675).
v. 12: «mia bambina» (ditja); espressione affettuosa rivolta da Mandel´štam alla moglie. (Remo Faccani)

∗∗∗

«О, как же я хочу»

О, как же я хочу,
Не чуемый никем,
Лететь вослед лучу,
Где нет меня совсем.

А ты в кругу лучись —
Другого счастья нет —
И у звезды учись
Тому, что значит свет.

А я тебе хочу
Сказать, что я шепчу,
Что шепотом лучу
Тебя, дитя, вручу.

Осип Эмильевич Мандельштам

23 марта — начало мая 1937

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994