(Dediche) – Adrienne Rich

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

 

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Da Un atlante del mondo difficile, 1991

da “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

***

XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

1990–1991

da “An Atlas of the Difficult World (1988 – 1991)”, W. W. Norton & Company, 1991

Lady Lazarus – Sylvia Plath

Eve Arnold, Marlene Dietrich at Columbia Records recording Studio, New York, 1952

Eve Arnold, Marlene Dietrich at Columbia Records recording Studio, New York, 1952

 

L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
mi riesce —

una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
splendente come un paralume nazista,
il piede destro

un fermacarte,
il viso, anonima e fine
tela ebraica.

Solleva il panno,
o mio nemico.
Incuto terrore? —

Il naso, le occhiaie vuote, tutti i denti?
L’alito puzzolente
svanirà in un giorno.

Presto, presto la carne
che il severo sepolcro ha divorato
tornerà al suo posto su di me,

e sarò una donna sorridente.
Ho trent’anni soltanto.
E come i gatti ho nove volte per morire.

Questa è la Numero Tre.
Quanto ciarpame
da annientare ogni decennio,

che miriade di filamenti.
La folla che sgranocchia noccioline
spintona per vedere

mentre vengo sbendata mani e piedi —
il grande spogliarello.
Signori e signore,

ecco qua le mie mani,
le ginocchia.
Sarò pure pelle e ossa,

ma sono sempre la stessa identica donna.
La prima volta avevo dieci anni.
Fu un incidente.

La seconda volevo
andare fino in fondo senza ritorno.
Cullandomi mi chiusi

come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi di dosso i vermi come perle appiccicose.

Morire
è un’arte, come qualunque altra cosa.
Io lo faccio in modo magistrale,

lo faccio che fa un effetto da impazzire
lo faccio che fa un effetto vero.
Potreste dire che ho la vocazione.

È facile farlo in una cella.
È facile farlo e rimanerci.
È il teatrale

ritorno in scena in pieno giorno,
stesso posto, stessa faccia, stesso bestiale
urlo goduto:

«Miracolo!»
è questo che mi stende.
Si paga

per vedere le mie cicatrici, si paga
per ascoltarmi il cuore —
funziona eccome.

E si paga, si paga salato
per sentire una parola, per toccare,
per un goccio di sangue,

una ciocca di capelli, un brandello di veste.
E così, Herr Doktor,
e così, Herr Nemico.

Sono il tuo capolavoro,
il tuo bene prezioso,
l’infante d’oro puro

che si scioglie in un grido.
Mi rigiro e brucio.
Non credere che sottovalutati le tue sollecite cure.

Cenere, cenere —
Frughi e rimesti.
Carne, ossa, non ci sono resti —

una saponetta,
una vera nuziale,
una capsula dentaria.

Herr Dio, Herr Lucifero
in guardia
in guardia.

Dalla cenere
sorgo con i miei capelli rossi
e divoro gli uomini come aria.

Sylvia Plath

23-29 ottobre 1962

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Ariel”, in “I capolavori di Sylvia Plath”, Mondadori Editore, 2004

***

Lady Lazarus

I have done it again.
One year in every ten
I manage it—

A sort of walking miracle, my skin
Bright as a Nazi lampshade,
My right foot

A paperweight,
My face a featureless, fine
Jew linen.

Peel off the napkin
O my enemy.
Do I terrify?—

The nose, the eye pits, the full set of teeth?
The sour breath
Will vanish in a day.

Soon, soon the flesh
The grave cave ate will be
At home on me

And I a smiling woman.
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.

This is Number Three.
What a trash
To annihilate each decade.

What a million filaments.
The peanut-crunching crowd
Shoves in to see

Them unwrap me hand and foot—
The big strip tease.
Gentlemen, ladies

These are my hands
My knees.
I may be skin and bone,

Nevertheless, I am the same, identical woman.
The first time it happened I was ten.
It was an accident.

The second time I meant
To last it out and not come back at all.
I rocked shut

As a seashell.
They had to call and call
And pick the worms off me like sticky pearls.

Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call.

It’s easy enough to do it in a cell.
It’s easy enough to do it and stay put.
It’s the theatrical

Comeback in broad day
To the same place, the same face, the same brute
Amused shout:

‘A miracle!’
That knocks me out.
There is a charge

For the eyeing of my scars, there is a charge
For the hearing of my heart—
It really goes.

And there is a charge, a very large charge
For a word or a touch
Or a bit of blood

Or a piece of my hair or my clothes.
So, so, Herr Doktor.
So, Herr Enemy.

I am your opus,
I am your valuable,
The pure gold baby

That melts to a shriek.
I turn and burn.
Do not think I underestimate your great concern.

Ash, ash—
You poke and stir.
Flesh, bone, there is nothing there—

A cake of soap,
A wedding ring,
A gold filling.

Herr God, Herr Lucifer
Beware
Beware.

Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air.

Sylvia Plath

23-29 October 1962

da “Ariel”, London, Faber and Faber, 1965

Visita – Ted Hughes

Wynn Bullock, Woman behind screen door, ca.1970

Wynn Bullock, Woman behind screen door, ca.1970

 

Lucas, il mio amico, uno
di quei tre o quattro che restano immutati
come un io separato,
pietra nel letto del fiume
sotto ogni mutamento, diventò tuo amico.
Lo seppi, messo in guardia. Consumavo
la giovinezza sulla sedia di un ufficio vicino a Slough,
mattina e sera tra Slough e Holborn,
accumulando la paga per finanziare un balzo verso la libertà
all’altro capo della terra − una caduta libera
per strapparmi di dosso la crisalide nella scia.
Nei fine settimana, recidivo, tornavo
all’Alma Mater. La mia ragazza
condivideva supervisore e incontri settimanali
con la tua rivale americana e con te.
Ti detestava. Alimentò di tue foto,
e non sapeva di quale celluloide
infiammabile, il mio silenzioso
e insaziabile futuro, la torcia interna
della mia ricerca a moscacieca. Con l’amico,
dopo mezzanotte, eccomi in un giardino,
a lanciar zolle a una finestra buia.

Lui, ubriaco, era sicuro che fosse la tua.
Io, ubriaco la metà, non sapevo che si sbagliava.
Né sapevo che stavo sostenendo l’audizione
per il ruolo di primo attore nel tuo dramma,
mimando i primi facili movimenti
come a occhi chiusi, cercando a tentoni il personaggio.
Come una marionetta azionata per prova,
o le zampe di una rana morta toccate dagli elettrodi.
Eseguivo quei gesti a scatti − osservato e giudicato
solo dall’oscurità stellata e da un’ombra.
A te ignoto e di te nulla sapendo.
Miravo a trovarti e mancavo il bersaglio e lo mancavo ancora.
Lanciavo terra contro un vetro che non poteva proteggerti
perché non eri lì.

Dieci anni dopo la tua morte
incontro su una pagina del tuo diario, come mai prima,
lo shock della tua gioia
quando ti fu detto. Poi lo shock
delle tue preghiere. E sotto le preghiere il panico
che le preghiere potessero non creare il miracolo,
poi, sotto il panico, l’incubo
che ti arrivava addosso per schiacciarti:
la tua alternativa − l’impensabile
antica disperazione e la nuova angoscia
che si fondevano in un unico ben noto inferno.

D’un tratto leggo tutto questo −
le tue parole, nell’atto di sgorgarti
dalla gola e dalla lingua e di posarsi sulla pagina −
proprio come quando tua figlia, anni fa ormai,
entrando piano e guardandomi fisso,
disorientata,
dove io lavoravo solo
nella casa silenziosa, chiese a un tratto:
«Papà, dov’è la mamma?». La terra gelata
del giardino, mentre la raspavo.
Tutt’intorno a me l’enorme orologio di gelo
di quella mezzanotte. E in un punto
al suo interno, desideroso di non sentire nulla,
un pulsare di febbre. In un punto
di quell’intorpidimento della terra
il nostro futuro che cercava di essere.
Alzo gli occhi − come per incontrare la tua voce
con tutto il suo incalzante futuro
che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare
il libro delle parole stampate.
Sei morta da dieci anni. È solo una storia.
La tua storia. La mia storia.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Visit

Lucas, my friend, one
Among those three or four who stay unchanged
Like a separate self,
A stone in the bed of the river
Under every change, became your friend.
I heard of it, alerted. I was sitting
Youth away in an office near Slough,
Morning and evening between Slough and Holborn,
Hoarding wage to fund a leap to freedom
And the other side of the earth – a free-fall
To strip my chrysalis off me in the slipstream.
Weekends I recidived
Into Alma Mater. Girl-friend
Shared a supervisor and weekly session
With your American rival and you.
She detested you. She fed snapshots
Of you and she did not know what
Inflammable celluloid into my silent
Insatiable future, my blind-man’s-buff
Internal torch of search. With my friend,
After midnight, I stood in a garden
Lobbing soil-clods up at a dark window.

Drunk, he was certain it was yours.
Half as drunk, I did not know he was wrong.
Nor did I know I was being auditioned
For the male lead in your drama,
Miming through the first easy movements
As if with eyes closed, feeling for the role.
As if a puppet were being tried on its strings,
Or a dead frog’s legs touched by electrodes.
I jigged through those gestures – watched and judged
Only by starry darkness and a shadow.
Unknown to you and not knowing you.
Aiming to find you, and missing, and again missing.
Flinging earth at a glass that could not protect you
Because you were not there.

Ten years after your death
I meet on a page of your journal, as never before,
The shock of your joy
When you heard of that. Then the shock
Of your prayers. And under those prayers your panic
That prayers might not create the miracle,
Then, under the panic, the nightmare
That came rolling to crush you:
Your alternative – the unthinkable
Old despair and the new agony
Melting into one familiar hell.

Suddenly I read all this –
Your actual words, as they floated
Out through your throat and tongue and onto your page –
Just as when your daughter, years ago now,
Drifting in, gazing up into my face,
Mystified,
Where I worked alone
In the silent house, asked, suddenly:
‘Daddy, where’s Mummy?’ The freezing soil
Of the garden, as I clawed it.
All round me that midnight’s
Giant clock of frost. And somewhere
Inside it, wanting to feel nothing,
A pulse of fever. Somewhere
Inside that numbness of the earth
Our future trying to happen.
I look up – as if to meet your voice
With all its urgent future
That has burst in on me. Then look back
At the book of the printed words.
You are ten years dead. It is only a story.
Your story. My story.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, London: Faber and Faber, 1998

Come è – Mark Strand

Foto di Chris Felver

Foto di Chris Felver

Il mondo è orribile.
E la gente è triste.
Wallace Stevens

Sto a letto.
Mi rigiro tutta notte
nel freddo indisturbato abisso
delle lenzuola senza dormire.

Il mio vicino cammina per la sua stanza,
indossa la maschera
lucente di un falco dal grande becco.
Sta alla finestra. Una piuma viola

sale dalla sommità del suo elmo.
La luce della luna
si versa come latte su di lui e il vento sciacqua le bianche
coppe vitree dei suoi occhi.

Con l’elmo in un sacchetto della spesa
siede nel parco, sventola una bandierina americana.
Non lo si sente quando si sposta
dietro alle siepi e alle piante,

sempre sui confini consunti
del paese, e punta una pistola a qualcuno come me. Mi accuccio
sotto il tavolo della cucina, e mi dico
sono un cane, chi ucciderebbe mai un cane?

La moglie del vicino torna a casa.
Entra in salotto,
si spoglia, la chioma le ricade sulla schiena.
Pare che lei guadi

lunghi fiumi placidi d’ombra.
Ha le piante dei piedi nere.
Bacia il marito sul collo
e gli infila le mani nei calzoni.

I miei vicini ballano.
Rotolano sul pavimento, lui le mette la lingua
nell’orecchio, i suoi polmoni
esalano il fetore della broda e del clima dell’inferno.

Per strada c’è gente che si sdraia
ginocchia all’aria, con occhi
colmi di lacrime, ceneri
che penetrano nelle orecchie.

I vestiti gli vengono strappati
di dosso. Hanno le facce estenuate.
Cavalieri gli galoppano intorno, spiegando perché
dovrebbero morire.

La moglie del vicino mi chiama, la bocca schiacciata
contro il muro alle spalle del mio letto.
Dice: «Mio marito è morto».
Io mi giro sul fianco,

sperando che non abbia mentito.
Le pareti e il soffitto di camera mia sono grigi−
il colore della luna visto dalle finestre di un lavasecco.
Chiudo gli occhi.

Mi vedo a galla
sul mar morto del mio letto, risucchiato via,
e chiedo aiuto, ma l’urlo vago
mi si strozza in gola.

Mi vedo nel parco
a cavallo, circondato dal buio,
che conduco gli eserciti di pace.
Le zampe di ferro del cavallo non si flettono.

Lascio le redini. Dove finiranno i disordini?
Flotte di taxi si fermano
nella nebbia, i passeggeri
si addormentano. Della benzina cola

da un tubo di scappamento tricolore.
Chiudendo a chiave le porte,
le persone che escono dagli uffici si stringono l’un l’altra,
raccontando sempre daccapo la stessa storia.

Tutti quelli che si sono venduti vogliono ricomprarsi.
Non si fa nulla. La sera
consuma le loro membra
come una carestia.

Tutto si offusca.
Il futuro non è più quello di una volta.
Le tombe sono pronte. I morti
erediteranno i morti.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

The Way It Is 

The world is ugly
And the people are sad.
Wallace Stevens

I lie in bed.
I toss all night
in the cold unruffled deep
of my sheets and cannot sleep.

My neighbor marches in his room,
wearing the sleek
mask of a hawk with a large beak.
He stands by the window. A violet plume

rises from his helmet’s dome.
The moon’s light
spills over him like milk and the wind rinses the white
glass bowls of his eyes.

His helmet in a shopping bag,
he sits in the park, waving a small American flag.
He cannot be heard as he moves
behind trees and hedges,

always at the frayed edges
of town, pulling a gun on someone like me. I crouch
under the kitchen table, telling myself
I am a dog, who would kill a dog?

My neighbor’s wife comes home.
She walks into the living room,
takes off her clothes, her hair falls down her back.
She seems to wade

through long flat rivers of shade.
The soles of her feet are black.
She kisses her husband’s neck
and puts her hands inside his pants.

My neighbors dance.
They roll on the floor, his tongue
is in her ear, his lungs
reek with the swill and weather of hell.

Out on the street people are lying down
with their knees in the air, tears
fill their eyes, ashes
cover their ears.

Their clothes are torn
from their backs. Their faces are worn.
Horsemen are riding around them, telling them why
they should die.

My neighbor’s wife calls to me, her mouth is pressed
against the wall behind my bed.
She says, «My husband’s dead.»
I turn over on my side,

hoping she has not lied.
The walls and ceiling of my room are gray—
the moon’s color through the windows of a laundromat.
I close my eyes.

I see myself float
on the dead sea of my bed, falling away,
calling for help, but the vague scream
sticks in my throat.

I see myself in the park
on horseback, surrounded by dark,
leading the armies of peace.
The iron legs of the horse do not bend.

I drop the reins. Where will the turmoil end?
Fleets of taxis stall
in the fog, passengers fall
asleep. Gas pours

from a tricolored stack.
Locking their doors,
people from offices huddle together,
telling the same story over and over.

Everyone who has sold himself wants to buy himself back.
Nothing is done. The night
eats into their limbs
like a blight.

Everything dims.
The future is not what it used to be.
The graves are ready. The dead
shall inherit the dead.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

«Vederla è un quadro −» – Emily Dickinson

Olio su tela di Stefania Orrù

Olio su tela di Stefania Orrù

 

1568

Vederla è un quadro −
Ascoltarla è una musica 
Conoscerla un eccesso
Così innocente come giugno −
Non conoscerla − afflizione −
Averla come amica
È come se nella tua mano
Ardesse un calore simile al sole.

Emily Dickinson

c.1883

(Traduzione di Annalisa Cima e Eugenio Montale)

da “Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

***

1568

To see her is a Picture −
To hear her is a Tune −
To know her an Intemperance
As innocent as June −
To know her not − Affliction −
To own her for a Friend
A warmth as near as if the Sun
Were shining in your Hand.

Emily Dickinson

da “Bolts of Melody: New Poems of Emily Dickinson”, New York: Harper, 1945

Rosso – Ted Hughes

Ted Hughes e Sylvia Plath

 

Il rosso era il tuo colore.
Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso
era quello di cui ti avvolgevi.
Rosso sangue. Era sangue?
Era ocra rossa, per riscaldare i morti?
Ematite per rendere immortali
le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia.

Quando riuscisti finalmente a fare a modo tuo
la nostra stanza fu rossa. Una camera di giudizio.
Scrigno chiuso per pietre preziose. Il tappeto di sangue
con motivi di oscuramenti, di rapprendimenti.
Le tende − sangue di velluto rubino,
cascate di sangue dal soffitto al pavimento.
I cuscini, lo stesso. Lo stesso
carminio crudo lungo il sedile sotto la finestra.
Una cella pulsante. Altare azteco − tempio.

Solo le librerie sfuggirono nel bianco.

E fuori dalla finestra
papaveri sottili, rugosi e fragili
come la pelle sul sangue,
salvie, di cui tuo padre ti aveva dato il nome,
come sangue che sprizza ad arco da uno squarcio,
e rose, le ultime gocce del cuore,
catastrofiche, arteriose, condannate.

La tua gonna lunga a ruota di velluto, una fascia di sangue,
un sontuoso bordò.
Le tue labbra un cremisi umido, intenso.
Adoravi il rosso.
Io lo sentivo carne viva − i margini netti come garza
di una ferita che si irrigidisce. Vi toccavo
la vena aperta, il luccichio incrostato.

Tutto quello che dipingevi lo dipingevi di bianco
e poi lo inondavi di rose, lo sconfiggevi,
ti chinavi sopra sgocciolando rose,
piangendo rose, e rose ancora,
poi a volte, tra le rose, un uccellino azzurro.

L’azzurro ti era più benefico. L’azzurro erano ali.
Sete azzurro martin pescatore venute da San Francisco
avvolsero la tua gravidanza
in carezze di crogiolo.
L’azzurro era il tuo spirito benevolo − non un demone predatore
ma elettrizzato, un custode, attento.

Nell’abisso del rosso
ti nascondesti per sfuggire al bianco della clinica d’ossa.

Ma la gemma che perdesti era azzurra.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

***

Red

Red was your colour.
If not red, then white. But red
Was what you wrapped around you.
Blood-red. Was it blood?
Was it red-ochre, for warming the dead?
Haematite to make immortal
The precious heirloom bones, the family bones.

When you had your way finally
Our room was red. A judgement chamber.
Shut casket for gems. The carpet of blood
Patterned with darkenings, congealments.
The curtains – ruby corduroy blood,
Sheer blood-falls from ceiling to floor.
The cushions the same. The same
Raw carmine along the window-seat.
A throbbing cell. Aztec altar – temple.

Only the bookshelves escaped into whiteness.

And outside the window
Poppies thin and wrinkle-frail
As the skin on blood,
Salvias, that your father named you after,
Like blood lobbing from a gash,
And roses, the heart’s last gouts,
Catastrophic, arterial, doomed.

Your velvet long full skirt, a swathe of blood,
A lavish burgundy.
Your lips a dipped, deep crimson.
You revelled in red.
I felt it raw – like the crisp gauze edges
Of a stiffening wound. I could touch
The open vein in it, the crusted gleam.

Everything you painted you painted white
Then splashed it with roses, defeated it,
Leaned over it, dripping roses,
Weeping roses, and more roses,
Then sometimes, among them, a little bluebird.

Blue was better for you. Blue was wings.
Kingfisher blue silks from San Francisco
Folded your pregnancy
In crucible caresses.
Blue was your kindly spirit – not a ghoul
But electrified, a guardian, thoughtful.

In the pit of red
You hid from the bone-clinic whiteness.

But the jewel you lost was blue.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, London: Faber and Faber, 1998

«Come se il mare separandosi» – Emily Dickinson

Emil Nolde, Mare al crepuscolo, acquerello su carta, s.d.

Emil Nolde, Mare al crepuscolo, acquerello su carta, s.d.

 

695

Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, ed i tre
solo il presagio fossero

d’un infinito di mari
non visitati da riva −
il mare stesso al mare fosse riva−
questo è l’eternità.

Emily Dickinson

c.1863

(Traduzione di Margherita Guidacci)

da “Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

***

695

As if the Sea should part
And show a further Sea −
And that – a further – and the Three
But a Presumption be –

Of Periods of Seas –
Unvisited of Shores –
Themselves the Verge of Seas to be –
Eternity – is Those –

Emily Dickinson

da “The Complete Poems of Emily Dickinson”, Thomas H. Johnson, ed., Boston, Mass.: Little, Brown, and Company, 1929