«Per vivere non voglio» – Pedro Salinas

Foto di Nina Ai-Artyan

Foto di Nina Ai-Artyan

 

[XIV]

Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che altissima allegria:
vivere nei pronomi!
 
Getta via i vestiti,
i connotati, i ritratti;
non ti voglio cosí,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio libera, pura, 
irriducibile: tu.
Quando ti chiamerò, so bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la storia.
Comincerò a distruggere quanto
m’hanno gettato addosso
da prima ancora ch’io nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato 
del nudo, della pietra, del mondo,
ti dirò:
«Io ti voglio, sono io».
 
Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

 ∗∗∗

[XIV]

Para vivir no quiero
islas, palacios, torres.
¡Qué alegría más alta:
vivir en los pronombres!
 
Quítate ya los trajes,
las señas, los retratos;
yo no te quiero así,
disfrazada de otra,
hija siempre de algo.
Te quiero pura, libre,
irreductible: tú.
Sé que cuando te llame
entre todas las gentes
del mundo,
sólo tú serás tú.
Y cuando me preguntes
quién es el que te llama,
el que te quiere suya,
enterraré los nombres,
los rótulos, la historia.
Iré rompiendo todo
lo que encima me echaron
desde antes de nacer.
Y vuelto ya al anónimo
eterno del desnudo,
de la piedra, del mundo,
te diré:
«Yo te quiero, soy yo».

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Madrigale appassionato – Federico García Lorca

lorca

 

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

Federico García Lorca

aprile 1919

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie sparse, 1917/1936”, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro”, Newton Compton, 2009

***

Madrigal apasionado 

Quisiera estar en tus labios
para apagarme en la nieve
de tus dientes.
Quisiera estar en tu pecho
para en sangre deshacerme.
Quisiera en tu cabellera
de oro soñar para siempre.
Que tu corazón se hiciera
tumba del mío doliente.
Que mi carne sea tu carne,
que mi frente sea tu frente.
Quisiera que toda mi alma
entrara en tu cuerpo breve
y ser yo tu pensamiento,
y ser yo tu blanco veste.
Para hacer que te enamores
de mí con pasión tan fuerte
que te consumas buscándome
sin que jamás ya me encuentres.
Para que vayas gritando
mi nombre hacia los ponientes,
preguntando por mí al agua,
bebiendo triste las hieles
que antes dejó en el camino
mi corazón al quererte.
Y yo mientras iré dentro
de tu cuerpo dulce y débil,
siendo yo, mujer, tú misma,
y estando en tí para siempre,
mientras tú en vano me buscas
desde el Oriente a Occidente,
hasta que al fin nos quemara
la llama gris de la muerte.

Federico García Lorca

april de 1919

da “Poemas sueltos, 1917/1936”, in “Federico García Lorca, Obra Completa”, Akal Ediciones Sa, 2008 

Ritorni dell’amore come era – Rafael Alberti

Foto di Peter Coulson

 

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luci erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d’onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell’aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Ritorni della vita lontana”, 1948-1956, in “Rafael Alberti, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

∗∗∗

Retornos del amor tal como era

Eras en aquel tiempo rubia y grande,
sólida espuma ardiente y levantada
Parecías un cuerpo desprendido
de los centros del sol, abandonado
por un golpe de mar en las arenas.

Todo era fuego en aquel tiempo. Ardía
la playa en tu contorno. A rutilantes
vidrios de voz quedaban reducidos
las algas, los moluscos y las piedras
que el oleaje contra ti mandaba.

Todo era fuego, exhalación, latido
de onda caliente en ti. Si era una mano
la atrevida o los labios, ciegas ascuas,
voladoras, silbaban por el aire.
Tiempo abrasado, sueño consumido.

Yo me volqué en tu espuma en aquel tiempo.

Rafael Alberti

da “Retornos de lo vivo lejano”, 1948-1956, in “Poesías completas”, Buenos Aires, Losada, 1961

Solo morire di giorno – Vicente Aleixandre

Foto di Antonio Mora

 

Esalta il giorno le sue ali.

Bosco immenso, selva, leone o nube;
lentissima pupilla che quasi non si muove;
lagrima dolorosa dove brilla una stella,
dolore quasi uccello, iride tra la pioggia.

Il tuo cuore gemello del mio,
alta roccia da cui una breve figura
muove le braccia che quasi non vedo, ma che odo;
invisibile punto dove una tosse o un petto ancora anelo
giunge quasi sia l’ombra delle braccia perdute.

Il tuo cuore gemello come un uccello in terra,
come la palla in fuga che ha piegato le ali,
come due labbra sole che ieri sorridevano…

Una magica luna colore di basalto
esce di dietro il monte come una spalla nuda.
Era di piuma l’aria, la pelle la si udiva
come una superficie che un battello ferisce.

Oh cuore, cuore o luna, oh terra secca a tutto,
oh arena assetata che s’imbeve di un’aria
quando soltanto le onde gialle son acqua!

Acqua o luna è lo stesso: ciò che sfugge alla mano,
linfa che mentre goccia sopra la fronte fredda
imita a un tratto labbra o una morte ascoltata.

Voglio morir di giorno, quando la luna bianca,
bianca come quel velo che cela solo aria,
voga senza sostegno, senza raggi, una lamina,
come una dolce ruota che non può dare gemiti,
infantile e castissima nel sole clamoroso.

Voglio morir di giorno, quando amano i leoni,
allorché le farfalle volano sopra i laghi,
quando la ninfea emerge da un’acqua verde o fredda,
fiore assonnato e strano nella luce rosata.

Voglio morire al limite degli ampi boschi estesi,
dei boschi che levano le braccia.
Quando canta la selva in alto e il sole brucia
capigliature, pelli o un amore che annienta.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o Amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Sólo morir de día 

El mundo glorifica sus alas.

Bosque inmenso, selva o león o nube;
pupila lentísima que casi no se mueve;
dolorosa lágrima donde brilla un lucero,
un dolor como un pájaro, iris fugaz en lluvia.

Tu corazón gemelo del mío,
aquel alto cantil desde el cual una figura diminuta
mueve sus brazos que yo casi no veo, pero que sí que escucho;
aquel punto invisible adonde una tos o un pecho que aún respira,
llega como la sombra de los brazos ausentes.

Tu corazón gemelo como un pájaro en tierra,
como esa bola huida que ha plegado las alas,
como dos labios solos que ayer se sonreían…

Una mágica luna del color del basalto
sale tras la montaña como un hombro desnudo.
El aire era de pluma, y a la piel se la oía
como una superficie que un solo esquife hiere.

¡Oh corazón o luna, oh tierra seca a todo,
oh esa arena sedienta que se empapa de un aire
cuando sólo las ondas amarillas son agua!

Agua o luna es lo mismo: lo impalpable a las manos,
linfa que goteando sobre la frente fría
finge pronto unos labios o una muerte escuchada.

Quiero morir de día, cuando la luna blanca,
blanca como ese velo que oculta sólo un aire,
boga sin apoyarse, sin rayos, como lámina,
como una dulce rueda que no puede quejarse,
aniñada y castísima ante un sol clamoroso.

Quiero morir de día, cuando aman los leones,
cuando las mariposas vuelan sobre los lagos,
cuando el nenúfar surte de un agua verde o fría,
soñoliento y extraño bajo la luz rosada.

Quiero morir al límite de los bosques tendidos,
de los bosques que alzan los brazos.
Cuando canta la selva en alto y el sol quema
las melenas, las pieles o un amor que destruye.

Vicente Aleixandre

 da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

[Alle poesie complete di Antonio Machado] – Federico García Lorca

Federico García Lorca

 

Vorrei lasciar in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!

Che tristezza profonda
guardare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta!

Veder passare gli spettri
di vite che si cancellano,
vedere l’uomo nudo,
in Pegaso senz’ali,

veder la vita e la morte,
la sintesi del mondo,
che in spazi profondi
si guardano e si abbracciano.

Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie
nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
− intime distanze −.

Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e con foglie secche
per pianger ciò che ama.

Il poeta è il medium
della Natura
che spiega la sua grandezza
con delle parole.

Il poeta capisce
tutto l’incomprensibile,
e chiama amiche
cose che si odiano.

Sa che i sentieri
son tutti impossibili,
e per questo la notte
li percorre con calma.

Nei libri di versi,
fra rose di sangue,
passano le tristi
e eterne carovane

che lasciano il poeta,
quando piange la sera,
circondato e stretto
dai suoi fantasmi.

Poesia è amarezza,
celeste miele che sgorga
da un invisibile favo
che fabbricano i cuori.

Poesia è l’impossibile
fatto possibile. Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme.

Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.

Dolci libri di versi
sono gli astri che passano
nel muto silenzio
verso il regno del Nulla,
scrivendo nel cielo
strofe d’argento.

Oh! che pene profonde
e mai riparate,
le voci dolenti
che cantano i poeti!

Vorrei in questo libro
lasciar tutto il mio cuore…

Federico García Lorca

7 agosto 1918.

(Traduzione di Carlo Bo)

da “Poesie sparse, 1917/1936”, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”, Garzanti, 1975

∗∗∗

[A las poesías completas de Antonio Machado]

Dejaría en este libro
toda mi alma.
Este libro que ha visto
conmigo los paisajes
y vivido horas santas.

¡Qué pena de los libros
que nos llenan las manos
de rosas y de estrellas
y lentamente pasan!

¡Qué tristeza tan honda
es mirar los retablos
de dolores y penas
que un corazón levanta!

Ver pasar los espectros
de vidas que se borran,
ver al hombre desnudo
en Pegaso sin alas,

ver la vida y la muerte,
la síntesis del mundo,
que en espacios profundos
se miran y se abrazan.

Un libro de poesías
es el otoño muerto:
los versos son las hojas
negras en tierras blancas,

y la voz que los lee
es el soplo del viento
que les hunde en los pechos
− entrañables distancias −.

El poeta es un árbol
con frutos de tristeza
y con hojas marchitas
de llorar lo que ama.

El poeta es el médium
de la Naturaleza
que explica su grandeza
por medio de palabras.

El poeta comprende
todo lo incomprensible,
y a cosas que se odian,
él, amigas las llama.

Sabe que los senderos
son todos imposibles,
y por eso de noche
va por ellos en calma.

En los libros de versos,
entre rosas de sangre,
van pasando las tristes
y eternas caravanas

que hicieron al poeta
cuando llora en las tardes,
rodeado y ceñido
por sus propios fantasmas.

Poesía es amargura,
miel celeste que mana
de un panal invisible
que fabrican las almas.

Poesía es lo imposible
hecho posible. Arpa
que tiene en vez de cuerdas
corazones y llamas.

Poesía es la vida
que cruzamos con ansia
esperando al que lleva
sin rumbo nuestra barca.

Libros dulces de versos
son los astros que pasan
por el silencio mudo
al reino de la Nada,
escribiendo en el cielo
sus estrofas de plata.

¡Oh, qué penas tan hondas
y nunca remediadas,
las voces dolorosas
que los poetas cantan!

Dejaría en el libro
este toda mi alma…

Federico García Lorca

7 de agosto 1918

da “Poemas sueltos, 1917/1936”, in “Federico García Lorca, Obra Completa”, Akal Ediciones Sa, 2008 

Ci sono anime che hanno… – Federico García Lorca

lorca

 

Ci sono anime che hanno
stelle azzurre,
mattini sfioriti
tra foglie del tempo,
casti cantucci
che conservano un antico
sussurro di nostalgia
e di sogni.

Altre anime hanno
spettri dolenti
di passioni. Frutta
con vermi. Echi
di una voce arsa
che viene di lontano
come una corrente
d’ombre. Ricordi
vuoti di pianto
e briciole di baci.

La mia anima è matura
da gran tempo,
e si dissolve
confusa di mistero.
Pietre giovanili
consunte di sogno
cadono sulle acque
dei miei pensieri.
Ogni pietra dice:
«Dio è molto lontano!».

Federico García Lorca

8 febbraio 1920

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

***

Hay almas que tienen…

Hay almas que tienen
azules luceros,
mañanas marchitas
entre hojas del tiempo,
y castos rincones
que guardan un viejo
rumor de nostalgias
y sueños.

Otras almas tienen
dolientes espectros
de pasiones. Frutas
con gusanos. Ecos
de una voz quemada
que viene de lejos
como una corriente
de sombra. Recuerdos
vacíos de llanto
y migajas de besos.

Mi alma está madura
hace mucho tiempo,
y se desmorona
turbia de misterio.
Piedras juveniles
roídas de ensueño
caen sobre las aguas
de mis pensamientos.
Cada piedra dice:
«¡Dios está muy lejos!».

Federico García Lorca

8 de febrero de 1920

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

Corpo di chiarità che nulla appanna – Miguel Hernández

Foto di Alfred Cheney Johnston

Foto di Alfred Cheney Johnston

 

Corpo di chiarità che nulla appanna.
Tutto è materia di acceso cristallo,
attraverso quel sole che ti segue,
che da dentro ti spinge sempre avanti.

Carne di arroventata limpidezza,
osso piú trasparente se piú fondo,
pelle al mare del fuoco indirizzata,
sangue fin dal profondo risplendente.

Corpo diurno, giorno sovrumano,
frutto dell’accecante accoppiamento,
di un albeggiare dorato d’estate
e con il firmamento piú infiammato.

Ignea ascensione cruenta dei monti,
acqua solida e lesta verso il giorno,
diafano braccio pieno d’orizzonti,
fecondo coronamento di gioia.

Corpo come un solstizio d’archi pieni,
cupola piena e pieno fiammeggiare.
Tutti i corpi rifulgono piú bruni
sotto lo zenit di tutti i tuoi sguardi.

Corpo di polline intenso e dorato,
flessibile e chiassoso, tuo e mio.
M’hai rabbuiato al cader della notte,
dell’amore, della piú oscura chioma.

Illumina l’abisso ove dimoro
per la consumazione delle spume.
Fonditi con le ombre che conservo
fino a che la trasparenza ti consumi.

Miguel Hernández

(Traduzione di Dario Puccini)

da “Ultime poesie”, 1939 – 1941, in Miguel Hernández, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1962

***

Cuerpo de claridad que nada empaña

Cuerpo de claridad que nada empaña.
Todo es materia de cristal radiante,
a través de ese sol que te acompaña,
que te lleva por dentro hacia adelante.

Carne de limpidez enardecida,
hueso más transparente si más hondo,
piel hacia el sur del fuego dirigida.
Sangre resplandeciente desde el fondo.

Cuerpo diurno, día sobrehumano,
fruto del cegador acoplamiento,
de una áurea madrugada del verano
con el más inflamado firmamento.

Ígnea ascensión, sangrienta hacia los montes,
agua sólida y ágil hacia el día,
diáfano barro lleno de horizontes,
coronación astral de la alegría.

Cuerpo como un solsticio de arcos plenos,
bóveda plena, plenas llamaradas.
Todos los cuerpos fulgen más morenos
bajo el cenit de todas tus miradas.

Cuerpo de polen férvido y dorado,
flexible y rumoroso, tuyo y mío.
De la noche final me has enlutado,
del amor, del cabello más sombrío.

Ilumina el abismo donde lloro
por la consumación de las espumas.
Fúndete con la sombra que atesoro
hasta que en la transparencia te consumas.

Miguel Hernández

da “Últimos poemas”, 1939 – 1941, in  “Miguel Hernández, Antologia poetica”, Edición de Jose Luis Puerto, 2001