«Mi lavavo all’aperto ch’era notte» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1921

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia trocaica; quartine a rime alterne (aBaB…), con assonanza delle uscite maschili della seconda e della terza strofa (vorotá : cholstá; zvezdá : bedá; – nella versificazione russa moderna due uscite maschili per rimare a pieno titolo debbono avere in comune non soltanto la vocale accentata, ma anche un altro suono identico, che segua o preceda la vocale).
La lirica, composta nell’autunno del 1921 a Tiflis/Tbilisi, fu ispirata a Mandel´štam, si pensa, dalle notizie della morte di Blok (7 agosto 1921) e della fucilazione di Gumilëv (24 agosto 1921).
L’assenza, al v. 1, del pronome personale ja (‘io’) – che è propria del linguaggio colloquiale e dell’annotazione diaristica – sembra quasi voler sfumare l’“eroe lirico”, spostarlo ai margini della scena, affidandogli il ruolo di semplice voce che descrive, medita e ripiega su un doloroso, tragico presente (si noti, nella prima quartina, la frattura nell’uso dei tempi verbali).
Al v. 3 (e al v. 9), il motivo del «sale» forse rinvia all’immagine evangelica del «sale della terra», oltre che ad altri simboli e ad altre associazioni legate al tema della sofferenza e del sacrificio: il poeta, “sale della terra”, che si fa portatore della sofferenza, si tramuta in capro espiatorio, martire, figura “cristica”? L’«ascia», secondo Gasparov, si richiama al dostoevskiano Raskol´nikov (MG, p. 639).
v. 5: «porta del cortile» traduce il russo vorota, che in questo caso sembra riferirsi alla porta carraia dello steccato o del muro di cinta di una villa di Tiflis/Tbilisi trasformata nella “Casa delle arti”: «lussuoso palazzetto senz’acqua corrente» (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam, che assieme al marito vi abitò per qualche tempo, sullo scorcio del ’21); «ben sprangata» corrisponde al russo «Na zamok zakryty» (lett.: ‘chiusa a chiave’).
v. 6: «dura», nel senso di ‘rigida’, ‘severa’.
La «tela di bucato» del v. 8 corrisponde al russo «svežij cholst» (v. 7), che potrebbe indicare anche una ‘tela mai usata prima’: «Nella poesia», racconta Nadežda Mandel´štam, «s’infilò pure l’asciugamano di tela grezza, tessuta in casa, che ci eravamo portati dall’Ucraina» (NM3, p. 49).
v. 12: «piú onesta e paurosa»; lett.: ‘piú veridica e terribile’. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Умывался ночью на дворе»

Умывался ночью на дворе —
Твердь сияла грубыми звездами.
Звездный луч — как соль на топоре,
Стынет бочка с полными краями.

На замок закрыты ворота,
И земля по совести сурова.
Чище правды свежего холста
Вряд ли где отыщется основа.

Тает в бочке, словно соль, звезда,
И вода студеная чернее,
Чище смерть, соленее беда,
И земля правдивей и страшнее.

Осип Эмильевич Мандельштам

1921

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Prima del triste e difficile addio» – Nina Nikolaevna Berberova

Portrait of Mary Pickford by Hartsook Photo, S.F. – L.A, 1918

P. P. M.

Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.

In un altro paese, nell’esilio lontano
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.

E tu leggi come il pensiero mi ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.

Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole –
di più da te non mi è dato.

Nina Nikolaevna Berberova

Berlino, 1923

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale. Poesie 1921-1933”, Passigli Poesia, 2004

***

П. П. М.

Перед еред разлукой горестной и трудной
Не говори, что встрече не бывать
Есть у меня таинствеиный и чудный
Дар о себе тебе напоминать.

В чужом краю, в изгнании далеком,
Когда-нибудь, когда придет пора,
Я повторю тебя одним намеком,
Одним стихом, движением пера.

А ты прочти, как мысль мне возвратила
И прежние слова твои, и тень,
Узнай вдали, как я преобразила
Сегодняшний или вчерашний день.

Какой еще для нас ты хочешь встречи?
Я отдаю тебе одной строкой
Твои шаги, поклоны, взгляды, речи –
А большего мне не дано тобой.

Нина Николаевна Берберова

Енрих, 1923

da “Стихи, 1921-1983”, New York: Russica Publishers, 1984

Tristia – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Katia Chausheva

Foto di Katia Chausheva


Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni e chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine; e mi piego al rito della notte
dei galli, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianto di donne al canto si univa delle muse.

Chi, alla parola «commiato», sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito dei galli
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova,
sulla cinta muraria sbatte le ali?

E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giú la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro ti vola.
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi, tutto sarà di nuovo;
solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.

Ma cosí sia: giace in un lindo piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte dei guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1918

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; quattro strofe di otto versi ciascuna, rimati AbAbCdCd, EfEfGhGh… Ogni strofa, in sostanza, è scomponibile in due quartine a rime alterne; ma il primo verso della seconda strofa riprende in uscita il vocabolo rasstavan´e (al nominativo), dando vita a una rima che in definitiva è la stessa dei vv. 1 e 3. Per giunta, nelle uscite del secondo e quarto verso delle ultime tre strofe troviamo sempre desinenze verbali (terza persona singolare del presente indicativo) in –ít. La rima novoj žizni : novoj žizni (vv. 13 e 15), che è “tautologica”, benché segnata da un «profondo contrasto semantico» (Ronen, p. 200) – «(una) vita nuova : (la) vita nuova» –, contiene un riferimento, perlomeno lessicale, alla Vita nova dantesca; e vi si potrebbe anche cogliere, forse, un ulteriore atto di ossequio e devozione nei confronti dell’Alighieri, che nel Paradiso, come si sa, fa rimare il nome Cristo solo con se stesso. Cfr. per altro la suite lirica Beatriče [Beatrice] di Gumilëv, pubblicata per la prima volta nel 1909, in cui i nomi Dante e Beatriče sono posti sempre in fine di verso.
Tristia è la lirica eponima della seconda raccolta di versi di Mandel´štam (1922), ripubblicata come Vtoraja kniga [Il secondo libro] nel ’23; e presenta, fin dal titolo, una densa stratificazione – una deriva quasi – di echi, reminiscenze, citazioni. Nella prima strofa si sovrappongono il ricordo dell’ultima notte di Ovidio a Roma, in attesa dell’alba che l’avrebbe visto partire verso la terra dell’esilio, la Scizia (Tristia I, 3 ), e il ricordo dei giorni che avevano preceduto la partenza di Tibullo per l’Oriente (ma il poeta, come sappiamo, non andò oltre l’odierna Corfú), al seguito di Messalla (Carmina I, 3). Nel secondo caso, Mande´štam si valse – sottolineano i commentatori – della «libera traduzione» di Batjuškov, Èlegija iz Tibulla [Un’elegia di Tibullo]; è evidente però che egli non perse mai di vista il testo latino.
v. 1: «Io so la scienza dei commiati, appresa…» traduce il russo «Ja izučil nauku rasstavan´ja» (lett.: ‘Ho studiato/appreso la scienza del dirsi addio, del separarsi’ da qualcuno). Il testo originale contiene una figura etimologica (izučil e nauku hanno la stessa radice: -uč-/-uk-), non facilmente percepibile ormai alla maggioranza dei lettori. Con «so» e «scienza» la versione italiana cerca di salvare perlomeno il legame fonico e semantico tra le due parole russe. C’è da precisare che nauka, oltre al significato piú comune di ‘scienza’, ne possiede altri: ‘tecnica’, ‘esercizio’, ‘maestria’ e simili. Per esempio, il titolo russo dell’ovidiana Ars amatoria è quasi sempre Nauka ljubvi [lett.: La “scienza” dell’amore]; e Puškin, nell’Evgenij Onegin (cap. I, strofa VII), definirà il tema dell’opera di Ovidio «scienza della tenera passione» («nauka strasti nežnoj»). D’altra parte, cosí Brodskij traduce il primo verso di quello che egli definisce «the most Roman poem» di Mandel´štam: «I’ve mastered the great craft of separation…» (BLO, p. 128; cfr. anche BCP, p. 499).
v. 3: «Stan ruminando i buoi»; la frase, certo, designa il lentissimo, vischioso scorrere del tempo; ma a giudicare dal successivo v. 14 si ha l’impressione che preannunci anche l’eterna, immutabile “Sarmazia-Russia” verso cui Ovidio è sul punto di intraprendere il suo viaggio, e in forma velata, obliqua, metonimica anticipi l’ambiente in cui il poeta esule sarà costretto a vivere.
vv. 4-5: «ultim’ora di veglia…»; piú lett.: ‘ultim’ora delle vigiliae cittadine’, dei turni di guardia svolti dalle sentinelle romane nell’arco della notte.
Con la proposizione ellittica «in spalla … del viaggio» (vv. 6-7) ho tradotto la subordinata del testo russo «podnjav dorožnoj skorbi gruz» (ossia, lett.: ‘sollevato, messo in spalla il carico, il fardello di pena’), che ha per soggetto grammaticale gli «umidi occhi» dell’esule dolente, indicato con una sineddoche. Quella subordinata, in un contesto che rinvia all’antica Roma, lí per lí ha quasi il timbro di un ablativo assoluto latino.
La cascata delle domande retoriche della seconda strofa prende avvío, si direbbe, dal Tjutčev di «Uvy, čto našego neznan´ja» [«Di questa nostra ignarità che cosa»]: «Uvy, čtó našego neznan´ja | I bespomoščnej i grustnej? | Kto smeet molvit´: do svidan´ja | Črez bezdnu dvuch ili trech dnej» («Di questa nostra ignarità, che cosa, | ahimè, è piú triste e piú impotente? | Chi oserà dire Arrivederci | oltre l’abisso di due, di tre giorni?»; cfr. TL, p. 188).
v. 14: «nell’andito» corrisponde al russo «v senjach»: il termine seni (che fa parte della categoria dei pluralia tantum), nel mondo contadino della “vecchia” Russia, designava una specie di ingresso, di vestibolo piú o meno ampio da cui si passava nella stanza principale dell’isba, e che specialmente nei mesi freddi poteva servire da riparo ad animali domestici. In una visione quasi chagalliana, Mandel´štam sembra fare delle seni un angolo di stalla; e Brodskij traduce il verso: «…when oxen chew their ration in the stall» (BCP, p. 499). Cfr. anche, dal racconto giovanile di Ivan Bunin Sosny [Pini, 1901], la frase: «Nel vestibolo [dell’isba] rumina sonnecchiando una mucca» («V sencax dremlet i žuët žvačku korova»; sency è un diminutivo di seni).
v. 15: «il gallo, araldo della vita nuova»; Mandel´štam, per qualche via, poteva forse conoscere la tradizione cristiana rappresentata ad esempio dall’inno di sant’Ambrogio Ad galli cantumAeterne rerum conditor»), che vede simboleggiato nel canto del gallo, «araldo del giorno», il rinascere, il rinnovarsi dell’esistenza umana. Probabilmente ignorava che anche il gallo che Socrate, in punto di morte, chiese venisse sacrificato ad Asclepio, era – secondo una delle interpretazioni proposte dagli esegeti del Fedone – «l’invocatore delle tenebre e l’araldo dell’alba eterna» (G. Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 1997, p. 290). Non mi sembra da escludere, invece, un richiamo al gallicinium del racconto evangelico di Pietro che rinnega Gesú, dopodiché piange «amaramente» – e, purificato, inizia quella nuova fase della sua vita che le darà una drammatica compiutezza. Cfr. nell’inno di sant’Ambrogio: «…hoc ipse petra ecclesiae | canente culpam diluit» («…cosí egli [Pietro], pietra della Chiesa, | al cantare [del gallo] lava col pianto la sua colpa»).
Nel testo russo dei vv. 19-20 – «Smotri: navstreču … | Uže bosaja Delija letit!» («Guarda: scalza … | …Delia già incontro ti vola!») – non c’è un pronome personale corrispondente a ti; ma ho poi scoperto che anche Brodskij, nella sua resa di Tristia, adottò una soluzione analoga: «look how young Delia, barefooted, braver | than down of swans, glides straight into your arms!» (BCP, p. 499).
Le immagini dei due versi citati rinviano a un altro celebre passo del primo libro (elegia III) dei carmi di Tibullo: «Tunc mihi, qualis eris, longos turbata capillos, | obvia nudato, Delia, curre pede» («…corrimi incontro, Delia, a piedi nudi»). Qui, anzi, Mandel´štam sembra preferire decisamente il Tibullo latino al troppo fiorito Tibullo di Batjuškov: «Begi navstreču mne…, | V prelestnoj nagote javis´ moim očam: | Vlasy razvejany nebrežno po plečam, | Vsja grud´ lilejnaja i nogi obnaženny…» (lett.: «Correndo escimi incontro…; | comparimi dinanzi agli occhi nella tua seducente nudità: | i capelli sparsi con noncuranza sugli omeri, | tutto il niveo seno e le gambe scoperte…») Delija è un senhal dietro il quale si celava (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam) una donna reale la cui identità le era però rimasta oscura: «Non so quasi niente di lei. Soltanto che era legata in qualche modo all’ambiente del balletto» (NBP, p. 553).
vv. 23-24: cfr. ad esempio l’articolo pubblicato da Mandel´štam nel maggio del 1921 Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Allorché l’amante nel silenzio si perde fra nomi carichi di tenerezza, e all’improvviso ricorda che tutto questo è già esistito: e le parole e i capelli – e il gallo che ha cantato là, oltre i vetri della finestra, già cantava nei Tristia ovidiani –, una profonda gioia s’impadronisce di lui, una gioia che gli dà le vertigini… Cosí il poeta non teme le ripetizioni e facilmente s’inebria del vino della classicità…» (SP, p. 430).
Riguardo alle parole riconoscimento e riconoscere in Mandel´štam, cfr. il riconoscere montaliano nell’interpretazione di Dante Isella, che dà al verbo il significato di ‘ricordare’ (e lo accosta al greco anagignóskein, «che vale anche ‘leggere’»).
vv. 25-28: «Da budet tak»; cfr. i primi due versi del sonetto di Benedikt Livšic Flejta Marsija [Il flauto di Marsia], testo eponimo del libro di poesie con cui Livšic esordí (Kiev 1911): «Da budet tak. V zalitych solncem stranach | Ty pobedil frigijca, Kifared…» («Ma cosí sia. Nelle terre assolate | vincesti il frigio Marsia, o Citaredo…»; com’è facile intuire, Livšic si riferisce ad Apollo Citaredo); spicca una certa affinità sintattica pure nella frase che segue «Da budet tak»: mi riferisco in particolare al complemento di luogo. «Ma cosí sia» m’è parsa l’unica traduzione adeguata, se non altro per l’incipit mandel´štamiano. Ricorrendovi non potevo non pensare anche all’attacco dell’ultimo “mottetto” delle Occasioni di Montale – «mottetto [che] chiude il ciclo su una nota di rassegnata accettazione del proprio destino» (D. Isella): del «destino dell’uomo in generale», si potrebbe dire nel caso di Mandel´štam.
Cfr. poi i versi iniziali della lirica dell’Achmatova «Vysokoe v nebe oblačko serelo» [«Grigia, lassú, c’era una nuvoletta», 1911]: «Vysokoe v nebe oblačko serelo, | Kak belič´a rasstelennaja škurka…» («Grigia, lassú, c’era una nuvoletta | come una pelle stesa di scoiattolo…»); e cfr. la strofa VIII del cap. V dell’Onegin puškiniano, dove assistiamo a un rito divinatorio che le ragazze russe compivano nei primi giorni dell’anno nuovo – per mezzo, fra l’altro, di cera fusa lasciata rapprendere nell’acqua: «Tat´jana ljubopytnym vzorom | Na vosk potoplennyj gljadit: | On čudno vylitym uzorom | Ej čto-to čudnoe glasit; | Iz bljuda polnogo, polnogo vodoju, | Vychodjat kol´ca čeredoju…» («La cera sciolta aggruma; posa | su lei Tat’jana gli occhi attenti, | e quel disegno prodigioso | le annuncia prodigiosi eventi; | gli anelli, dal ricolmo piatto, | escono l’uno dopo l’altro…»; «escono», in quanto vengono recuperati dalle ragazze che partecipano alla divinazione facendo scivolare nell’acqua anche anelli, orecchini ecc.). Coincidono la «cera», la ragazza che «guarda, scruta» la forma assunta dalla cera, il «piatto» («colmo d’acqua»). Si noti che pure nell’undicesimo e penultimo verso del componimento dell’Achmatova spunta un accenno a degli auspici sull’amato, che l’“eroina lirica” ha voluto trarre «la vigilia dell’Epifania»; ma le reminiscenze achmatoviane in Mandel´štam hanno il sapore di un omaggio alla poetessa amica.
v. 30: «bronzo» corrisponde alla parola med´, che nel russo moderno significa ‘rame’; però Mandel´štam gli conserva il valore arcaizzante caro a piú di un grande scrittore russo del passato: è appena il caso di ricordare un celebre poemetto puškiniano nel cui titolo figura un derivato di med´ – ossia Mednyj vsadnik [Il cavaliere di bronzo]; del resto, l’originario campo semantico di med´ è piú o meno lo stesso del greco chalkós e del latino aes, aeris. (Remo Faccani)

***

Tristia

Я изучил науку расставанья
В простоволосых жалобах ночных.
Жуют волы, и длится ожиданье,
Последний час вигилий городских,
И чту обряд той петушиной ночи,
Когда, подняв дорожной скорби груз,
Глядели в даль заплаканные очи,
И женский плач мешался с пеньем муз.

Кто может знать при слове «расставанье»,
Какая нам разлука предстоит,
Что нам сулит петушье восклицанье,
Когда огонь в акрополе горит,
И на заре какой-то новой жизни,
Когда в сенях лениво вол жует,
Зачем петух, глашатай новой жизни,
На городской стене крылами бьет?

И я люблю обыкновенье пряжи:
Снует челнок, веретено жужжит.
Смотри, навстречу, словно пух лебяжий,
Уже босая Делия летит!
О, нашей жизни скудная основа,
Куда как беден радости язык!
Все было встарь, все повторится снова,
И сладок нам лишь узнаванья миг.

Да будет так: прозрачная фигурка
На чистом блюде глиняном лежит,
Как беличья распластанная шкурка,
Склонясь над воском, девушка глядит.
Не нам гадать о греческом Эребе,
Для женщин воск, что для мужчины медь.
Нам только в битвах выпадает жребий,
А им дано гадая умереть.

Осип Эмильевич Мандельштам

1918

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Io venni al mondo per vedere il sole» – Konstantin Dmitrievič Bal’mont

Félix Vallotton, Sunset, Blue-Gray High Tide, 1911, Private Collection

 

Io venni al mondo per vedere il sole
e gli azzurri orizzonti.
Io venni al mondo per vedere il sole
e i bianchi monti.

Io venni al mondo per vedere il mare
e il verde oro del piano.
Piú mondi in uno sguardo io so serrare:
sono un sovrano.

Io vinsi lo squallore dell’oblio
col mio incanto.
In me si cela eternamente un dio
e sempre canto.

Svegliato fu il mio sogno dal dolore
e in terra mi ama ognuno.
Chi pari m’è nelle virtú canore?
Alcuno, alcuno!

Io venni al mondo per vedere il sole
all’imbrunire
io canterò… Io canterò del sole
nell’ora di morire.

Konstantin Dmitrievič Bal’mont

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “Il fiore del verso russo”, Passigli Editori, 1998

All’amato se stesso… – Vladimir Vladimirovič Majakovskij

 

Quattro.
Pesanti come un colpo.
«A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio».
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l’alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un’amata
uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

Oh, s’io fossi povero!
Come un miliardario!
Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All’orda sfrenata dei miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di struggersi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

Oh, s’io fossi
silenzioso
come il tuono,
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito èremo della terra.
Se urlerò a squarciagola
io
con la mia voce immensa,
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
se fossi
appannato
come il sole!
Che bisogno ho io
di abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra!

Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
cosí grande
e cosí inutile?

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

1916

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

∗∗∗

СЕБЕ, ЛЮБИМОМУ, ПОСВЯЩАЕТ ЭТИ СТРОКИ АВТОР

Четыре.
Тяжелые, как удар.
«Кесарево кесарю — богу богово».
А такому,
как я,
ткнуться куда?
Где для меня уготовано логово?

Если б был я
маленький,
как Великий океан,—
на цыпочки б волн встал,
приливом ласкался к луне бы.
Где любимую найти мне,
такую, как и я?
Такая не уместилась бы в крохотное небo!

О, если б я ниш, был!
Как миллиардер!
Что деньги душе?
Ненасытный нор в ней.
Моих же ланий разнузданной орде
Нe  хватит золота всех Калифорний

Если б быть мне косноязычным,
как Дант
или Петрарка!
Душу к одной зажечь!
Стихами велеть истлеть ей!
И олова
и любовь моя —
триумфальная арка:
пышно,
бесследно пройдут сквозь нее
любовницы всех столетий.

О, если б был я
тихий,
как гром,—
ныл бы,
дрожью объял бы земли одряхлевший скит
Я
если всей его мощью
выреву голос огромный —
кометы заломят горящие руки,
бросятся вниз с тоски.

Я бы глаз лучами грыз ночи —
о, если б был я
тусклый,
как солнце!
Очень мне надо
сияньем моим поить
земли отощавшее лонце!

Пройду,
любовищу мою волоча.
В какой ночй,
бредовой,
недужной,
какими Голиафами я зачат —
такой большой
и такой ненужный?

Владимир Владимирович Маяковский

da “Vesènnij salon poetov”, Moscow, 1918

«Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco» – Sergej Aleksandrovič Esenin

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Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.

Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.

Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle trèmule che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.

Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.

Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
le bestie, nostri fratelli minori.

So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la ségala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.

So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.

Sergej Aleksandrovič Esenin

1924

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

***

«Мы теперь уходим понемногу»

Мы теперь уходим понемногу
В ту страну, где тишь и благодать.
Может быть, и скоро мне в дорогу
Бренные пожитки собирать.

Милые березовые чащи!
Ты, земля! И вы, равнин пески!
Перед этим сонмом уходящих
Я не в силах скрыть моей тоски.

Слишком я любил на этом свете
Все, что душу облекает в плоть.
Мир осинам, что, раскинув ветви,
Загляделись в розовую водь!

Много дум я в тишине продумал,
Много песен про себя сложил,
И на этой на земле угрюмой
С.А. Тлив тем, что я дышал и жил.

С.А. Тлив тем, что целовал я женщин,
Мял цветы, валялся на траве
И зверье, как братьев наших меньших,
Никогда не бил по голове.

Знаю я, что не цветут там чащи,
Не звенит лебяжьей шеей рожь.
Оттого пред сонмом уходящих
Я всегда испытываю дрожь.

Знаю я, что в той стране не будет
Этих нив, златящихся во мгле…
Оттого и дороги мне люди,
Что живут со мною на земле.

Сергей Александрович Есенин

1924

da “Полное собрание сочинений в семи томах, Том 1.: Стихотворения”, Наука: Голос, 1995

Profezia – Josif Alexandrovic Brodskij

Florence Henri, Bretagne, 1937

 

Vivremo io e te su quella riva,
dal continente un’altissima diga
ci isolerà dentro lo stretto cerchio
tracciato da una lampada domestica.
Combatteremo a carte, io e te,
la risacca infuriata ascolteremo,
tossicchieremo, respirando appena,
agli aliti del vento troppo forti.

Io sarò vecchio e tu, tu sarai giovane:
eppure, come insegnano i pionieri,
noi conteremo in giorni e non in anni
quel che ci resta per la nuova età.
E nella nostra Olanda rovesciata
noi pianteremo un orto, io e te,
oltre la soglia cuoceremo ortiche,
ci nutrirà il polipo del sole.

Strepiterà la pioggia sui cetrioli.
Come esquimesi noi ci abbronzeremo,
ma resterà una striscia intatta e bianca:
ci passerai teneramente il dito.
In uno specchio il segno alla clavicola
scoprirò e l’onda oltre le spalle, e, appeso
a una cinghietta stinta e sudaticcia,
avvolto nella lana, il vecchio geiger.

Verrà l’inverno e farà turbinare
sul nostro tetto la paglia, implacabile.
E se faremo un figlio, Andrej o Anna
lo chiameremo, perché, sul visino
grinzoso impresso, l’alfabeto russo
non sia scordato nel suo primo suono,
come il prolungamento di un sospiro,
che durerà, sempre più rafforzandosi.

Combatteremo a carte, fino a quando
via dalla riva ci trascinerà
il riflusso tortuoso. Con le briscole.
E nostro figlio silenziosamente
senza nulla capire guarderà
come la tarma sbatte nella lampada,
e sarà tempo allora che ritorni
indietro, oltre la diga…

Josif Alexandrovic Brodskij

1965

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Fermata nel deserto”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

***

Пророчество 

Мы будем жить с тобой на берегу,
отгородившись высоченной дамбой
от континента, в небольшом кругу,
сооруженном самодельной лампой.
Мы будем в карты воевать с тобой
и слушать, как безумствует прибой,
покашливать, вздыхая неприметно,
при слишком сильных дуновеньях ветра.

Я буду стар, а ты – ты молода.
Но выйдет так, как учат пионеры,
что счет пойдет на дни – не на года, –
оставшиеся нам до новой эры.
В Голландии своей наоборот
мы разведем с тобою огород
и будем устриц жарить за порогом
и солнечным питаться осьминогом.

Пускай шумит над огурцами дождь,
мы загорим с тобой по-эскимосски,
и с нежностью ты пальцем проведешь
по девственной, нетронутой полоске.
Я на ключицу в зеркало взгляну
и обнаружу за спиной волну
и старый гейгер в оловянной рамке
на выцветшей и пропотевшей лямке.

Придет зима, безжалостно крутя
осоку нашей кровли деревянной.
И если мы произведем дитя,
то назовем Андреем или Анной.
Чтоб, к сморщенному личику привит,
не позабыт был русский алфавит,
чей первый звук от выдоха продлится
и, стало быть, в грядущем утвердится.

Мы будем в карты воевать, и вот
нас вместе с козырями отнесет
от берега извилистость отлива.
И наш ребенок будет молчаливо
смотреть, не понимая ничего,
как мотылек колотится о лампу,
когда настанет время для него
обратно перебраться через дамбу.

Иосиф Александрович Бродский

da “Новые стансы к Августе (Стихи к М. Б., 1962—1982)”, Ann Arbor: Ardis, 1983