«Ci diciamo addio – e nello stesso istante» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Tommy Ingberg

 

Ci diciamo addio — e nello stesso istante
il mutamento si impossessa della terra
e la sua smania di cambiare è così grande
che il fiume ha ribrezzo della riva
le nuvole si disamorano del cielo
la mano destra saluta la sinistra
dicendole superba: — Ciao!

Aprile ormai non anticipa più il Maggio.
No, non vedremo più la primavera,
— il melampiro, vedi, sta sfiorendo —
oh, lotta del giallo e dell’azzurro!

L’estate calpesta i propri fiori,
tempo e spazio si sono ripudiati.
È morto il bianco: ci restano soltanto
i suoi sette orfanelli colorati.

In tutti i templi infuria lo sfacelo,
nei cimiteri folleggia la rapina —
tutto per colpa dell’addio
tra me e te, per colpa di un addio!

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971

Uomini – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Foto di Jack Spencer

 

Non esistono al mondo uomini non interessanti.
I loro destini sono come le storie dei pianeti.

Ognuno ha la sua particolarità
e non ha un pianeta che gli sia simile.

E se uno viveva inosservato
e amava questa sua insignificanza,

proprio per la sua insignificanza
egli era interessante tra gli uomini.

Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è l’attimo felice.

C’è in quel mondo l’ora più terribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.

Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,

e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.

Rimangono certo i libri, i ponti,
le macchine, le tele dei pittori.

Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.

È la legge d’un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.

Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro?

Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?

E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.

Gli uomini se ne vanno… e non tornano più.
Non risorgono i loro mondi segreti.

E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1961

(Traduzione di Sandra Grotoff)

da “Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, Poesie”, Newton Compton, 1972

***

Людей неинтересных в мире нет…

Людей неинтересных в мире нет.
Их судьбы, как истории планет.
У каждой все особое, свое,
И нет планет, похожих на нее.

А если кто-то незаметно жил
И с этой незаметностью дружил
Он интересен был среди людей
Самою незаметностью своей.

У каждого есть тайный личный мир.
Есть в мире этом самый страшный час.
Но это все неведомо для нас

И если умирает человек,
С ним умирает первый его снег,
И первый поцелуй, и первый бой…
Все это забирает он с собой.

Да, остаются книги и мосты,
Машины и художников холсты.
Да, многому остаться суждено.
Но что-то ведь уходит все равно.

Таков закон безжалостной игры:
Нелюди умирают, а миры.
Людей мы помним, грешных и земных.
А что мы знали, в сущности, о них?

Что знаем мы про братьев, про друзей?
Что знаем о единственной своей?
И про отца, родного своего
Мы зная все, не знаем ничего.

Уходят люди… Их не возвратить
Их тайные миры не возродить.
И каждый раз мне хочется опять
От этой невозвратности кричать.

Евгений Александрович Евтушенко

1961

da “Евгений Александрович Евтушенко, Стихотворения и поэмы: 1952-1964”, Сов. Россия, 1987

«Si è sollevato un incendio azzurro» – Sergej Aleksandrovič Esenin

Jeanne Hébuterne

Jeanne Hébuterne

 

Si è sollevato un incendio azzurro,
Le lontananze natie offuscando.
Ho cantato d’amore, ho rinunciato
A far scandali: per la prima volta.

Non ero che un giardino abbandonato,
Ero avido d’alcool e di donne.
Non amo più bere, ballare e perdere,
Senza voltarmi indietro, la mia vita.

Vorrei solo guardarti, contemplando
L’oro-castano abisso dei tuoi occhi,
E, rinnegando il passato, far sì
Che con un altro tu non te ne vada.

Dolce andatura ed elegante vita:
Tu, dal cuore inflessibile, sapessi
Come è capace un teppista d’amare,
Come è capace d’esser sottomesso.

Le bettole per sempre scorderei,
Smettendo anche di scrivere versi:
Soltanto per sfiorare la tua mano
E come un fiore autunnale i capelli.

E vorrei sempre seguirti da presso,
Sia in patria che in paesi forestieri…
Ho cantato d’amore e ho rinunziato
A far scandali: per la prima volta.

Sergej Aleksandrovič Esenin

[1923]

(Traduzione di G. P. Samonà)

da “Sergej Aleksandrovič Esenin, Poesie”, Garzanti, 1981

***

«Заметался пожар голубой,»

Заметался пожар голубой,
Позабылись родимые дали.
В первый раз я запел про любовь,
В первый раз отрекаюсь скандалить.

Был я весь как запущенный сад,
Был на женщин и зелие падкий.
Разонравилось пить и плясать
И терять свою жизнь без оглядки.

Мне бы только смотреть на тебя,
Видеть глаз златокарий омут,
И чтоб, прошлое не любя,
Ты уйти не смогла к другому.

Поступь нежная, легкий стан,
Если б знала ты сердцем упорным,
Как умеет любить хулиган,
Как умеет он быть покорным.

Я б навеки забыл кабаки
И стихи бы писать забросил,
Только б тонко касаться руки
И волос твоих цветом в осень.

Я б навеки пошел за тобой
Хоть в свои, хоть в чужие дали…
В первый раз я запел про любовь,
В первый раз отрекаюсь скандалить.

Сергей Александрович Есенин

1923

da “Полное собрание сочинений в семи томах, Том 1.: Стихотворения”, Наука: Голос, 1995

«Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Galina Kurlat, Brandon I, 2007

 

Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli,
si arrosseranno sotto fruste e flagelli, bruceranno nel gelo.

Le tue mani infantili alzeranno pesanti ferri da stiro,
alzeranno pesanti ferri da stiro, e legheranno spaghi e fili.

I tuoi teneri piedi cammineranno sul vetro scalzi,
cammineranno sul vetro scalzi, e nella rena fra rosse chiazze…

E io per te brucerò come una candela color pece,
brucerò come una candela, e non oserò dir preghiere.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1934

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia anapestica; distici a rime baciate tutte maschili; il secondo emistichio di ogni verso dispari viene ripreso come incipit del verso successivo.
La lirica, secondo Gasparov, «tratteggia il destino della compagna di un condannato o di un giustiziato» (MG, pp. 660-61) – e piú in generale, io direi, di una donna a lui cara e devota, che ha sembianze quasi da figura “cristica” in versione femminile. La sua datazione non è sicura, benché tutte le sue edizioni la diano composta nel 1934, magari nel febbraio di quell’anno. Anche N. Chardžiev – che negli anni Cinquanta ne rintracciò per la prima volta una copia fra le carte di Polina (Lina) Finlkel´štejn (1906-77), vedova del critico letterario Sergej Rudakov (1909-44), già compagno d’esilio di Mandel´štam a Voronež – la riteneva «scritta a Mosca» (BP, p. 299), e dunque nei mesi precedenti il primo arresto del poeta (maggio 1934). Ma, come si vedrà, la sua stesura – perlomeno, quella definitiva – potrebbe risalire alla primavera del ’35.
Nadežda Mandel´štam tendeva a credere che il testo fosse indirizzato a lei – o anche a lei; la prima o principale dedicataria dové essere, invece, la giovane poetessa e traduttrice Marija (Marusja) Petrovych (1908-79), che da parte di Mandel´štam, tra il 1933 e il ’34, fu oggetto di una breve, travolgente infatuazione. Mandel´štam probabilmente descrive la sorte a cui la Petrovych, in quanto sua amica – oltretutto, era fra le persone che conoscevano il suo “epigramma” su Stalin –, rischiava di andare incontro. Un’altra poesia scritta di sicuro per lei nel febbraio del ’34, «Masterica vinovatych vzorov» [«Tu, maestra di colpevoli sguardi»], si chiude con i versi: «Ja stoju u tvërdogo poroga. | Uchodi, ujdi, eščë pobud´» («Sto fermo presso questa dura soglia. | Vai, vattene, rimani ancora un poco»), dove la «soglia» è quella della morte.
v. 4: «spaghi e fili», usati per mettere insieme o assicurare fagotti, ceste da portarsi dietro nei viaggi, nei trasferimenti piú o meno obbligati da un luogo a un altro (o per fare pacchi da spedire a qualcuno che si trovava in prigione, in un campo di lavoro e simili?).
v. 6: «rosse chiazze», lasciate dai propri piedi (o da quelli di altre persone a cui era toccata la stessa sorte?).
v. 7: «di pece» è una libera traduzione dell’aggettivo čërnaja (‘nera’). Di fronte al distico finale della poesia, Nadežda Mandel´štam riconosceva che i due versi forse sono davvero rivolti a una donna diversa da lei, dalla moglie, poiché i sentimenti di «angoscia e dolore» che esprimono li si vuole come tenere nascosti alla «propria donna»; ma suggeriva, fra altro, che potesse trattarsi di «una conseguenza degli interrogatori» subiti da Mandel´štam alla Lubjanka, durante i quali «lo s’impauriva» dicendogli che anche la moglie era in carcere (ŽT, pp. 248-49). In effetti, il secondo emistichio del v. 4 sembra far eco, per esempio, ai vv. 5-6 di «Stiamocene un po’ in cucina assieme». Credo però che abbia ragione È. Gerštejn, quando nell’immagine della «candela color pece» – della «čërnaja svečka» – vede far grumo, cristallizzarsi un senso di colpa e un’ansia di automortificazione che potevano riguardare solo la Petrovych, della quale Mandel´štam alla Lubjanka, in un maldestro tentativo di proteggerla, disse che s’era trascritta l’“epigramma” contro Stalin ma «aveva promesso di bruciare subito la trascrizione» (GM, pp. 432-33). E il poeta riprese a scrivere versi solo nell’aprile del ’35. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Твоим узким плечам под бичами краснеть,»

Твоим узким плечам под бичами краснеть,
Под бичами краснеть, на морозе гореть.

Твоим детским рукам утюги поднимать,
Утюги поднимать да веревки вязать.

Твоим нежным ногам по стеклу босиком,
По стеклу босиком да кровавым песком…

Ну, а мне за тебя черной свечкой гореть,
Черной свечкой гореть да молиться не сметь.

Осип Эмильевич Мандельштам

Февраль› 1934

da “О.Э. Мандельштам, Собрание сочинений в 4 t.”, М.: Арт-Бизнес-Центр, 1994, Т. 3

«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Boris Smelov

 

Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.
Per giocare con esse, le diafane, alla reggia
delle ombre, su ali mozze, torna la cieca rondine.
E nel deliquio, a notte, echeggia una canzone.

Piú non s’odono uccelli, né sboccia il semprevivo.
Ha diafane criniere un branco di cavalli nella notte.
Va una barca sul fiume arido – vuota.
Fra i grilli la parola sta in deliquio.

E a mo’ di tenda o tempio, cresce adagio;
ora, Antigone folle, di colpo si risveglia,
e ora, morta rondine, si abbatte ai nostri piedi,
con tenerezza stigia e un verde ramoscello.

Oh, rendere il pudore del tatto che si fa occhio
e la tumida gioia del riconoscimento.
Il singhiozzo delle Aònidi, la nebbia,
i rintocchi, l’abisso mi sgomentano.

Di amare e riconoscere è concesso ai mortali,
in loro dalle dita anche il suono può erompere;
ma ciò che volevo dire, mi sfugge, e immateriale
il pensiero ritorna alla reggia delle ombre.

Sempre d’altro la diafana ci parla,
lei, rondine ed amica, lei, Antigone…
E le arde – nero ghiaccio – sulle labbra
una memoria di rintocchi stigi.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia ed esapodia giambica, con due versi ipòmetri, di quattro giambi; quartine a rime alterne (aBaB…)
La lirica appartiene al cosiddetto “ciclo greco” dei componimenti di Mandel´štam, dedicato all’attrice del Teatro Aleksandrinskij Ol´ga Arbenina-Gil´derbrandt (1897/98-1980), che il poeta frequentò per alcuni mesi durante l’autunno-inverno del 1920-21. Essa “racconta” il «processo creativo» del proprio nascere e formarsi (NBP, p. 556) – e prende avvío da una metaforica discesa del poeta nell’oltretomba «alla ricerca della parola» (MG, p. 636), del “canto”, della poesia.
v. 1: «Mi sfugge»; lett.: ‘Ho dimenticato’.
vv. 2-3: «diafane» (prozračnye), aggettivo sostantivato che qui è sinonimo di “ombre”, e che per affinità paronomastica rinvia a prizračnye (‘spettrali’); «reggia» corrisponde al vocabolo desueto e poetico čertog, che designa un palazzo, una dimora sfarzosa; la «rondine» fa da mediatrice tra il regno dei vivi e quello dei morti, sulla scorta d’una poesia di G. Deržavin del 1792-94, in cui s’immagina che la rondine trascorra l’inverno «nascosta negli abissi sotterranei», «esanime», per poi «levarsi dal suo sonno di morte» e «cantare il nuovo sole». La rondine dalle ali mozze è, secondo Gasparov, un simbolo della «parola irrecuperabile» (cfr. MG, p. 636), avviata – potremmo aggiungere – al letargo e al silenzio.
I vv. 4-8 contengono una descrizione degli Inferi; tra l’altro, il motivo dell’aridità, della secchezza in Mandel´štam evoca la morte.
v. 9: «cresce adagio»; la crescita della parola è di una lentezza quasi “mortale” (come certe chiese “mai finite” del Medioevo?); e di fatto la parola, carcerata nel «tenero», avvolgente buio dello Stige, si riduce a fugaci soprassalti, a residui di vita: i risvegli di Antigone (l’Antigone della tragedia di Sofocle, murata viva per ordine dello zio Creonte), il ramoscello nel becco della rondine.
v. 10: «si risveglia»; nel testo originale – prokinetsja, forma che Mandel´štam deriva, secondo Gasparov, dall’ucraino prokynutysja (‘destarsi’). C’è chi ritiene che a prokinetsja si debba sostituire il russo prikinetsja; e dunque il v. 10 significherebbe: «ora a un tratto si finge Antigone impazzita». Ma è una tesi chiaramente debole.
v. 13: «pudore del tatto che si fa occhio»; lett.: ‘ritegno, impaccio delle dita che vedono, che hanno il dono della vista’ – o paiono averlo («zrjačich pal´cev styd»). Il poeta, disceso agli Inferi, si smemora, «dimentica la parola, non è in grado di riconoscere a tasto» (MG, p. 636) ciò che un poeta vorrebbe/dovrebbe riconoscere. Cfr. nell’articolo Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Un cieco riconosce il volto amato non appena lo sfiori con le sue dita veggenti, e lacrime di gioia – l’autentica gioia del riconoscimento – gli sgorgano dagli occhi dopo la lunga separazione».
v. 15: «Aònidi» (o “sorelle Aonie”); come si sa, è uno dei nomi con cui, nell’antichità classica, venivano designate le Muse. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Я слово позабыл, что я хотел сказать.»

Я слово позабыл, что я хотел сказать.
Слепая ласточка в чертог теней вернется,
На крыльях срезанных, с прозрачными играть.
B беспамятстве ночная песнь поется.

Не слышно птиц. Бессмертник не цветет.
Прозрачны гривы табуна ночного.
B сухой реке пустой челнок плывет.
Среди кузнечиков беспамятствует слово.

И медленно растет, как бы шатер иль храм,
То вдруг прoкинется безумной Антигоной,
То мертвой ласточкой бросается к ногам,
С стигийской нежностью и веткою зеленой.

О, если бы вернуть и зрячих пальцев стыд,
И выпуклую радость узнаванья.
Я так боюсь рыданья Аонид,
Тумана, звона и зиянья!

А смертным власть дана любить и узнавать,
Для них и звук в персты прольется,
Но я забыл, что я хочу сказать,
И мысль бесплотная в чертог теней вернется.

Bсе не о том прозрачная твердит,
Все ласточка, подружка, Антигона…
И на губах, как черный лед, горит
Стигийского воспоминанье звона.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva 1993-1994

Elegie romane – Josif Alexandrovic Brodskij

a Benedetta Craveri       

 

I

Mogano prigioniero in un salotto a Roma.
Isola polverosa di cristallo sotto il soffitto.
Nell’ora del tramonto le persiane sono come
un pesce che ha confuso scaglie e lisca.
Poggiando sul marmo rosso il piede nudo
il corpo muove un passo nel futuro:
vestirsi. Grida (gioco di ragazzi): « Ti ho visto, fai la statua! »,
ed io mi fermo dove mi trovo, come questa 
città
nella sua infanzia di gioia. Il mondo
è fatto di nudità e di pieghe, e in fondo a queste
c’è più amore che nei volti. Il tenore
piace perché scompare per sempre fra le quinte.
A notte, con una lacrima una pupilla azzurra
risciacqua il cristallino per dargli brillantezza.
E sopra di te la luna è come una piazza vuota:
senza fontana, certo. Ma la pietra è la stessa.

 

II

Mese di pendole immobili (in agosto è lesta
solo la mosca nella gola di una brocca secca).
Sui quadranti si incrociano le cifre
come fari antiaerei in cerca di un serafino.
Mese di tende abbassate, di sedie con le foderine,
del tuo doppio sudato nello specchio sul comò,
di api che dimenticano l’ordine delle celle
e volano verso il mare a spalmarsi di miele.
O getto chiaro, occupati di questo flaccido
muscolo troppo bianco e gioca con il ricciolo
su questa bruciacchiata canizie. A un torso randagio
e a rastrelli in ozio niente è più vicino
che un panorama di rovine; e anch’esse
si riconoscono nell’ «erre»  rotta ebraica.
Soltanto la saliva del discorso sa incollare i pezzi,
mentre il Tempo contempla il foro con occhio barbarico.

 

III

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Puzza gialla; stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo; nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico gregge.

 

IV

Due brunette nella biblioteca del marito
della più bella. Due giovani ovali al crepuscolo
sopra un libro si scontrano: è come se la
Musa spiegasse alla Parca quello che ha dettato.
Fruscio di carta vecchia, di rosso crêpe de Chine,
l’aria è impregnata di lavanda e ciclamino;
cambio d’acconciatura: brilla un gomito, per un momento
è un picco avvezzo al mutare dei venti.
Occhio marrone, che assorbi senza sforzo
mobili del tuo colore, tende, chicchi di melagrana:
sei più acuto e più tenero dell’occhio azzurro.
Ma quello azzurro di nulla ha bisogno!
L’azzurro è sempre pronto a distinguere il padrone
dalle merci gettate alla rinfusa
(ossia il tempo dalla vita), per scrutarlo.
Così cerca la testa di scrutare la croce.

 

V

Un pianoforte suona nell’intervallo del pasto.
E il silenzio del vicolo addormentato
si copre di bemolle, come un pesce di scaglie,
e l’intonaco bruno, gonfiando le branchie,
respira dell’agosto l’aria fradicia,
e nel cavo bruciante della gola, frantume
di refrigerio, come perla fredda,
rotola Orazio. Io non ho eretto
un monumento in pietra, alto
fino alle nuvole, per far loro paura.
Del mio avvenire – di quello di ciascuno –
ho appreso dalle lettere, dal nero-inchiostro.
Così ci si addormenta a una Leica abbracciati,
per rifrangere i sogni nella lente
e riconoscere se stessi dalla foto,
svegliandosi in una vita più lunga.

 

VI

Abbraccia l’aria pulita, come fanno i rami di questi pini:
fra le dita ne resta quanto sul vetro, sul tulle.
Ma dalle nubi non torna più azzurro l’uccellino,
e anche noi non siamo proprio dèi in miniatura.
Perciò siamo felici: siamo un niente. E cime,
ed orizzonti, eccetera, sprezzano questa pelle liscia.
Corpo è rovescio dello spazio, comunque la si giri.
E perciò stesso noi siamo infelici.
Appòggiati piuttosto a questo portico, attraverso
la camicia il muro rinfrescherà le spalle;
e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville,
0 come l’acqua, maestra d’eloquenza,
scorre da fessure rugginose, e non ripete
nulla salvo la ninfa che suona l’ocarina,
e salvo il fatto che cruda, fredda,
trasforma il viso in liquida rovina.

 

VII

In questi vicoli stretti, dove ingombra
anche il pensiero di sé, in queste circonvoluzioni
di un cervello che ha smesso di pensare al mondo,
dove, infiacchito o in preda a eccitazione,
sposti le scarpe nelle piazze, da una fontana
a una fontana, da una chiesa a un tempio
– così va ciabattando sul disco la puntina,
dimenticando di fermarsi al centro –,
ci si può rassegnare alla frazione miseranda
della vita che resta e al passato che anela
alla finitezza, a una parvenza
d’integrità. Il suono della suola
sulla terra è della loro unione armonica
melodia, serenata che al futuro
intona il tempo che fu, Caruso puro
per il cane fuggito dal grammofono.

 

VIII

Batti sopra la pagina vuota, lingua di candela,
palpita, cùrvati sotto il fiato rotto,
segui, ma non avvicinarti!, la sequela di lettere
in coda per acquistare un senso.
Rischiari un muro, un armadio, il satiro in una nicchia,
un’area ben più grande di quella che ricopre la scrittura.
Ed il filo del tuo fumo s’innalza e supera
i pensieri dell’autore di queste righe.
Del resto, acquisti un nome nella loro struttura;
con la stilografica, in memoria delle sottili tue
virgole, alla fine del millennio a Roma
scrivo « lampada », « miccia», « torcia », « fiaccola »,
e virgola, non punto, e la camera ha l’aspetto di prima.
(Creando, ben poco la penna ha creato).
Ma quanta luce dà nella notte,
con il buio fondendosi, l’inchiostro!

IX

Guscio di cupole, vertebre di campanili.
D’un colonnato, disteso membro a membro, calma e voluttà.
Sulla testa un astore, come la radice quadrata
del cielo, prima d’ogni preghiera, senza fine.
La luce raccoglie più di quello che ha seminato:
il corpo riesce a nascondersi, ma l’ombra no.
In queste latitudini le finestre danno tutte a nord,
qui dove tu tanto più bevi quanto meno conti.
Nord! Pianoforte gelato in un immenso iceberg,
varicella del quarzo nel vaso di granito,
paese piatto incapace di fermare lo sguardo,
le dieci dita rapide del diletto Ashkenazy.
Non si possono spedire legioni più su.
Solo coorti di lettere schiera la penna a sud.
E un sopracciglio d’oro, come tramonto su un cornicione,
si solleva, e gli occhi dell’amica brillano scuri.

X

Vita privata. Pensieri rotti, paure.
Una trapunta più informe dell’Europa.
Grazie a una giubba sgualcita e a una camicia azzurra
qualcosa si riflette ancora nello specchio del guardaroba.
Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso.
L’aria è cinta, come da un pegno, dalla stanza.
Volano via spaventate le gazze
dai pini, se dalla finestra getti a caso
uno sguardo. Roma, uomo, carta;
il codino dell’ultima lettera guizza via come un ratto.
Così s’impiccioliscono le cose nella loro prospettiva,
qui per fortuna irreprensibile. Sui ghiacci del Tanai, dalla vista
di tutti dileguando, il corpo squassato dai brividi,
col lauro rinsecchito calcato sulla fronte,
così si vaga, in un tempo che oltrepassa i limiti
del tempo che è concesso ad ogni grande potenza.

XI

Lesbia, Giulia, Cinzia, Livia, Michelina.
Busto, anche, bacino, cespuglietto di ricci.
Terra cotta dal cielo, molle fra le dita,
carne che ha acquistato eternità come l’anonimità di un torso.
Fonte d’immortalità: quelli che vi hanno conosciuto
nude, sono diventati catullo, statue, augusto,
traiano e altri ancora. Dee provvisorie! A voi sì
credere è dolce, non alle sempiterne.
Gloria a te, coscia dalla tenera pelle, a te, tondo ventre!
Bianco su bianco; come sognava Kazimir,
io, il più mortale dei passanti tra queste rovine,
che si rizzano come costole del mondo, bevo vino
aridamente da un osso cavo, d’estate, nella sera.
Il cielo è pallido più di una gota con un neo dorato.
Guardano in su le cupole, mammelle della lupa che, allattati
i due gemelli, si è rovesciata a dormire.

                                       
XII

Chìnati, Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti  uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

Josif Alexandrovic Brodskij

1981

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Josif  Brodskij, Poesie italiane”, Adelphi Edizioni, 1996

Tenerezza – Bella Achatovna Achmadulina

Dipinto di Jacek Yerka

 

È così tangibile questa mia tenerezza
così piena di allusioni concrete
che talvolta acquista forma e peso
e prende corpo in un oggetto.

D’un tratto, su un angolo del tavolo,
si trasformerà in un vaso antico,
e tu ti chinerai meravigliato
ad osservarne gli arabeschi.

Sussulterà stupita la tua casa,
e tutti cadranno dalle nuvole.
— Da dove viene questo vaso? —
chiederai accigliato a tua moglie.

— E l’antiquario che prezzo ha chiesto? —
Ti prego, non rimproverarla.
Sono soltanto io che rido e piango,
io che vivo da te così lontana.

Sono le mie lacrime di vetro
così pesanti nel cadere in terra
che risuonano come grosse schegge
di bicchieri rotti nel silenzio.

È perché non posso mai vederti,
oppure solo a tratti, di sfuggita,
che io compio, invisibile al tuo sguardo,
i miei incantesimi innocenti.

Improvvisamente, come sulle cime dei monti,
ti avvolgerà una nuvola.
Urlerai: — Ma insomma, non c’è pace!
Da dove è uscita questa nuvola? —

Sù, non essere superstizioso,
non fare scongiuri come le donnette:
sono i cristalli della mia tenerezza
che si sono posati sul tuo capo.

Sono io che scioccamente, e con dolcezza,
sola, in disparte, uso la magia
per creare piccole follie
che ti facciano pensare a me.

Ma come fanno le persone buone,
giocando con le mie magiche virtù
io ti proteggo da tutte le sventure
e così alleggerisco il mio dolore.

Adesso addio! E lavora!
Il mio scherzo verrà dimenticato.
Ma son sicura di restare nelle favole
che un giorno racconterai ai tuoi bambini…

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971

***

Нежность

Так ощутима эта нежность,
вещественных полна примет.
И нежность обретает внешность
и воплощается в предмет.

Старинной вазою зеленой
вдруг станет на краю стола,
и ты склонишься удивленный
над чистым омутом стекла.

Встревожится квартира ваша,
и будут все поражены.
— Откуда появилась ваза? —
ты строго спросишь у жены. —

И антиквар какую плату
спросил? —
О, не кори жену —
то просто я смеюсь и плачу
и в отдалении живу.

И слёзы мои так стеклянны,
так их паденья тяжелы,
они звенят, как бы стаканы,
разбитые средь тишины.

За то, что мне тебя не видно,
а видно — так на полчаса,
я безобидно и невинно
свершаю эти чудеса.

Вдруг облаком тебя покроет,
как в горних высях повелось.
Ты закричишь: — Мне нет покою
Откуда облако взялось?

Но суеверно, как крестьянин,
не бойся, «чур» не говори —
то нежности моей кристаллы
осели на плечи твои.

Я так немудрено и нежно
наколдовала в стороне,
и вот образовалось нечто,
напоминая обо мне.

Но по привычке добрых бестий,
опять играя в эту власть,
я сохраню тебя от бедствий
и тем себя утешу всласть.

Прощай! И занимайся делом!
Забудется игра моя.
Но сказки твоим малым детям
останутся после меня.

Белла Ахатовна Ахмадулина

1959

da “Сны о Грузии”, Мерани, 1977