Mandorla – Paul Celan

Paul Celan 3

 

Nella mandorla – cosa c’è nella mandorla?
Il Nulla.
C’è il Nulla nella mandorla.
Lì sta e ristà.

Nel Nulla – chi vi sta? Il Re.
Lì sta il Re, il Re.
Lì sta e ristà.

                  Ricciolo ebreo, tu grigio non diventi.

E il tuo occhio – dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta incontro alla mandorla.
Il tuo occhio, al Nulla sta incontro.
Sta per il Re.
Così sta e ristà.

                  Ricciolo d’uomo, tu grigio non diventi.
                  Vuota mandorla, blu regale.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

Mandorla

In der Mandel – was steht in der Mandel?
Das Nichts.
Es steht das Nichts in der Mandel.
Da steht es und steht.

Im Nichts – wer steht da? Der König.
Da steht der König, der König.
Da steht er und steht.

               Judenlocke, wirst nicht grau.

Und dein Aug – wohin steht dein Auge?
Dein Aug steht der Mandel entgegen.
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
Es steht zum König.
So steht es und steht.

                Menschenlocke, wirst nicht grau.
                Leere Mandel, königsblau.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963

All’inizio delle sere – Nichita Stănescu

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La quiete ti accompagnava ovunque, come un corteggio.
Se alzavi una mano, si faceva silenzio fra gli alberi.
Quando mi guardavi negli occhi, si pietrificava un istante
della forza fluente del tempo.

Sentivo di potermi addormentare, sognando stelle abitate.
E, solo se mi avesse toccato la tua ombra frusciante,
avrei potuto spingere le notti immobili
come un’elica che avanza, verso il sole.

E soltanto questo sentimento mi dava felicità,
soltanto il pensiero che sono e che sei.
Appoggiavo teloni sul cri-cri dei grilli,
sotto cui bevevo l’azzurro decantato in tazze.

E quando finivamo le parole, ne inventavamo altre.
E quando il cielo si faceva scuro, inventavamo cieli azzurri,
e quando le ore diventavano verdi come smeraldi,
ci abbronzavamo alla luce del nostro amore.

… Ma tutto il tempo suonava qualcosa… qualcosa risuonava,
un canto di erba falciata, di taciturni mari,
in cui il cuore di allora riversava
i meandri dei suoi perduti candori.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Una visione dei sentimenti”, 1964, in “La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

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La-nceputul serilor 

Liniştea te-nsoţea pretutindeni, ca o suită.
Dacă ridicai o mână, se făcea în arbori tăcere.
Când mă priveai în ochi, împietrea o clipită
din a timpului curgătoare putere.

Simţeam că pot adormi, visând stele locuite.
Şi, numai dacă m-ar fi atins umbra ta foşnitoare,
aş fi putut împinge nopţile-ncremenite
ca pe-o elice-naintând, spre soare.

Şi numai sentimentul acesta îmi da fericire,
numai gândul ca sunt şi că eşti.
Sprijineam pe ţârâitul greerilor coviltire,
sub care beam azurul decantat în ceşti.

Şi când sfârşeam cuvintele, inventam altele.
Şi când se-nsera cerul, inventam ceruri albastre,
şi când orele se-verzeau ca smaraldele,
ne bronzam la lumina dragostei noastre.

…Dar tot timpul suna ceva…ceva răsuna,
un cântec de iarba cosită, de taciturne mări,
în care inima de-atunci îşi revărsa
meandrele pierdutelor candori.

Nichita Stănescu

da “O viziune a sentimentelor”, Editura pentru Literatură, 1964

«Nel marzo del nostro anno notturno» – Paul Celan

Celan

 

Nel marzo del nostro anno notturno
cozzai col mio corno verdestella nella tua tenda:
tu lo adagiasti
nella conca di pioggia del commiato.

La tua scarpa, lo vidi, era allacciata,
il tuo sguardo
volava con la neve attorno alle cime dei monti,
e sotto nel pozzo
ristorava il tuo cuore già il vino con il quale il pane non si spezza.

Divisa
tu eri tra alti e bassi, nella sabbia
giacevo io, dissotterrando
il pegno scaduto della nostra estate.

Paul Celan

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

***

«Im März unsres Nachtjahrs»

Im März unsres Nachtjahrs
stieß ich mein sterngrünes Horn in dein Zelt:
du bettetest es
in die Regenmulde des Abschieds.

Dein Schuh, ich sah’s, war gegürtet, dein Blick
flog mit dem Schnee um die Kuppen der Berge,
und drunten im Brunnen
labte dein Herz schon der Wein, zu dem man kein Brot bricht.

Verteilt
warst du auf Höhen und Tiefen, –
im Sand
lag ich und grub
das verfallene Pfand unsres Sommers hervor.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Insieme – Paul Celan

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Nel cielo dei garofani anche una bocca indugia a sorriderti.
Essa ancora conosce le vie a te,
la mezza foglia della tua notte,
l’ammutolita pianta dei nostri gridi.

Essa fa luce innanzi al buio e sulla porta dice le parole:

era pesante, il pesante;
un soffio era il vento che ti ha strappato via;
un cuore che batte ancora sotto la neve.

Le porte si aprono, se sentono che qui questo rimane vero:
il mio occhio col tuo vi va a stare,
come coppia piú oscura al seguito.
Piove come sempre, quando occhio a occhio si giunge
e alla coppia la piú oscura si appresta un sonno sprizzante
a sinistra di un garofano in volo.

Paul Celan

(1949 circa)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

***

Beisammen

Im Himmel der Nelken weilt auch ein Mund, dir zu lächeln.
Der kennt noch die Wege zu dir,
das halbe Blatt deiner Nacht,
das verstummte Gewächs unsrer Schreie.

Er leuchtet dem Dunkel voraus und spricht an den Toren die Worte:

Das Schwere war schwer;
ein Hauch war der Wind, der dich fortriß;
ein Herz, was noch schlägt unterm Schnee.

Die Tore gehn auf, wenn sie hören, daß solches hier wahr bleibt:
mein Aug zieht mit deinem dort ein
als dunkelstes Paar im Gefolge.
Es regnet wie immer, wenn Aug sich zu Aug fügt,
und dem dunkelsten Paar wird bereitet ein sprühender Schlaf
einer schwebenden Nelke zur Linken.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Conta le mandorle – Paul Celan

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CONTA le mandorle,
conta ciò che era amaro e ti fece vegliare,
conta insieme anche me:

Io cercavo il tuo occhio, allorché tu lo sbarrasti e nessuno ti vide,
io intrecciavo quel filo segreto e su di esso
la rugiada da te pensata
scorse giù alle urne di che è custode un detto
che al cuore di nessuno trovò un varco.

Lì soltanto entrasti tutta nel nome che è tuo,
lì accedesti a te con passo sicuro,
le campane liberate pulsarono nella cella del tuo silenzio,
ciò cui avevi teso l’udito ti fu appresso,
ciò che era morto cinse anche te col suo braccio,
e voi andaste, attraversando, voi tre, la sera.

Fammi amaro.
Conta con le mandorle anche me.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

In Zähle die Mandeln, la poesia che chiude Mohn und Gedächtnis,  la madre di Celan è solennemente evocata nel momento della sua morte ignota. Il poeta ha cercato, nell’immaginazione, l’estremo sguardo rimasto senza riscontro nell’anonima solitudine e nell’abbandono della deportazione. Solo assurgendo a esponente di infinite altre morti consimili, di tante “urne”, la persona evocata trova una sua identità e una funzione: ed è proprio in quanto tale che il poeta la prega di annoverare anche lui tra le vittime che essa rappresenta.
“Mandorla”, altrove più esplicitamente “occhio a mandorla” (Mandelaug), è evidente sineddoche per “ebreo”. (Giuseppe Bevilacqua)

∗∗∗

Zähle die Mandeln

ZÄHLE die Mandeln,
zähle, was bitter war und dich wachhielt,
zähl mich dazu:

Ich suchte dein Aug, als du’s aufschlugst und niemand dich ansah,
ich spann jenen heimlichen Faden,
an dem der Tau, den du dachtest,
hinunterglitt zu den Krügen,
die ein Spruch, der zu niemandes Herz fand, behütet.

Dort erst tratest du ganz in den Namen, der dein ist, 
schrittest du sicheren Fußes zu dir,
schwangen die Hämmer frei im Glockenstuhl deines Schweigen,
stieß das Erlauschte zu dir,
legte das Tote den Arm auch um dich,
und ihr ginget selbdritt durch den Abend.

Mache mich bitter.
Zähle mich zu den Mandeln.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche Verlags-Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

Noi e la terra – Lucian Blaga

Foto di Paul Smith

Foto di Paul Smith

 

Quante stelle che cadono stanotte.
Tien fra le mani il dèmone della notte il pianeta,
soffia scintille come contro un’esca
furiosamente, ché divampi il fuoco.
Stanotte, che precipitano
tante stelle, il tuo corpo
di strega adolescente fra le braccia
m’arde come in un rogo.
Folle,
come lingue di fuoco alzo le braccia
per sciogliere la neve dalle tue spalle nude,
per succhiarti, famelico, e rubarti
potenza, sangue, vanto, primavera, tutto.
All’alba, quando il giorno arde la tenebra
e il vento ad ovest soffia via la cenere
della notte,
all’alba anche noi fossimo
cenere,
noi e la terra.

Lucian Blaga

(Traduzione di Sauro Albisani)

da “I poemi della luce”, Garzanti Editore, 1989

***

Noi şi pâmântul

Atâtea stele cad în noaptea asta.
Demonul nopţii ţine parcă-n mâni pămîntul
şi suflă peste el scîntei ca peste-o iască
năprasnic să-l aprindă.
În noaptea asta-n care cad
atîtea stele, tînărul tău trup
de vrăjitoare-mi arde-n braţe
ca-n flacările unui rug.
Nebun,
ca nişte limbi de foc eu braţele-mi întind,
ca să-ţi topesc zăpada urnerilor goi,
şi ca să-ţi sorb, flămînd să-ţi mistui
puterea, sîngele, mîndria, primăvara, totul.
În  zori cînd ziua va aprinde noaptea,
cînd scrumul nopţii o să piară dus
de-un vînt spre-apus,
în zori deî zi aş urea să fim şi noi
cenuşă,
noi şi — pământul.

Lucian Blaga

da “Poemele luminii”, Biroul de imprimate “Cosînzeana”, Sibiu, 1919

Ritratto di un’ombra – Paul Celan

Foto di Anastasia Laktina

Foto di Anastasia Laktina

 

I tuoi occhi, orma di luce dei miei passi;
la tua fronte, solcata dal lampo delle spade;
i tuoi sopraccigli, orlo della rovina;
le tue ciglia, messi di lunghe lettere;
i tuoi riccioli, corvi, corvi, corvi;
le tue guance, stemma del mattino;
le tue labbra, ospiti tardivi;
le tue spalle, statua dell’oblio;
i tuoi seni, amici delle mie serpi;
le tue braccia, ontani alla porta del castello;
le tue mani, tavole di morti giuramenti;
i tuoi fianchi, pane e speranza;
il tuo sesso, legge dell’incendio boschivo;
le tue cosce, ali nell’abisso;
i tuoi ginocchi, maschere della tua boria;
i tuoi piedi, teatro d’armi dei pensieri;
le tue piante, cripte di fiamme;
la tua orma, occhio del nostro addio.

Paul Celan

(1948, probabilmente dopo il mese di luglio)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

***

Bildnis eines Schattens

Deine Augen, Lichtspur meiner Schritte;
deine Stirn, gefurcht vom Glanz der Degen;
deine Brauen, Wegrand des Verderbens;
deine Wimpern, Boten langer Briefe;
deine Locken, Raben, Raben, Raben;
deine Wangen, Wappenfeld der Frühe;
deine Lippen, späte Gäste;
deine Schultern, Standbild des Vergessens;
deine Brüste, Freunde meiner Schlangen;
deine Arme, Erlen vor dem Schloßtor;
deine Hände, Tafeln toter Schwüre;
deine Lenden, Brot und Hoffnung;
dein Geschlecht, Gesetz des Waldbrands;
deine Schenkel, Fittiche im Abgrund;
deine Kniee, Masken deiner Hoffart;
deine Füße, Walstatt der Gedanken;
deine Sohlen, Flammengrüfte;
deine Fußspur, Auge unsres Abschieds.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997