Testamento – Tudor Arghezi

Foto di André Kertész

Foto di André Kertész

 

Alla mia morte ti lascerò i miei averi:
non altro che un nome, chiuso in un libro.
Nelle tenebre in rivolta,
che dai miei avi arrivano fino a te,
i miei padri strisciarono come animali
lungo dirupi e precipizi,
che ora aspettano te, mio giovane figlio:
il mio libro è un gradino per risalirli.

Mettilo al capo del letto
con devota pietà: è la carta piú  antica
della liberazione
di voi servi dai rozzi mantelli
pieni delle ossa riversate in me.

Ora possiamo mutare per la prima volta
la zappa con la penna e il solco in calamaio
perché i nostri avi, tra i buoi dorati,
raccolsero il sudore
del lavoro di centinaia d’anni.
Dalle loro voci che incitavano gli armenti
ho creato misure, accordi di parole
e culle per i padroni futuri:
e per migliaia di settimane,
lavorandole come il pane, le ho trasformate
in sogni e icone. Dagli stracci
sbocciarono gemme e ghirlande.
Ho mutato in miele il veleno ricevuto,
lasciando intero il suo dolce potere.
Filando lievemente l’offesa
ne ho fatto persuasione e bestemmia.
Ho preso dal focolare la cenere dei morti
per alzare un dio di pietra,
alto confine con due mondi sui pendii
che vegli in cima al tuo dovere.

Il nostro dolore sordo e amaro
l’ho raccolto su un solo violino:
il padrone ballò alle sue note
come un capro che viene sgozzato.
Dalle piaghe dalle muffe dal fango
ho fatto nascere bellezza e nuovi valori.
I colpi di frusta si mutano
in parole lente, castigatrici
che perdonano ai figli
il delitto che fu di tutti.
Questa è la giustizia resa al ramo
oscuro uscito dalla foresta al sole,
ramo da cui spunta come grappolo di nèi
il frutto della pena di tutta l’eternità.

Pigramente sdraiata sul divano
la giovane principessa
soffre dentro il mio libro.
La parola di fuoco e quella formata ad arte
si uniscono nella pagina come
la tenaglia abbraccia il ferro rovente.
Il servo l’ha scritta, il signore la legge
e non vede che nel suo profondo
c’è tutta la collera dei miei antenati.

Tudor Arghezi

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

da “Tudor Arghezi, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

***

Testament

Nu-ţi voi lăsa drept bunuri, după moarte,
Decât un nume adunat pe-o carte.
În seara răzvrătită care vine
De la străbunii mei până la tine,
Prin râpi şi gropi adânci,
Suite de bătrânii mei pe brânci,
Şi care, tânăr, să le urci te-aşteaptă,
Cartea mea-i, fiule, o treaptă.

Aşeaz-o cu credinţă căpătâi.
Ea e hrişovul vostru cel dintâi.
Al robilor cu săricile, pline
De osemintele vărsate-n mine.

Ca să schimbăm, acum, intâia oară,
Sapa-n condei şi brazda-n calimară,
Bătrânii-au adunat, printre plăvani,
Sudoarea muncii sutelor de ani.
Din graiul lor cu-ndemnuri pentru vite
Eu am ivit cuvinte potrivite
Şi leagane urmaşilor stăpâni.
Şi, frământate mii de săptămâni
Le-am prefecut în versuri şi-n icoane,
Făcui din zdrenţe muguri şi coroane.
Veninul strâns l-am preschimbat în miere,
Lăsând întreaga dulcea lui putere
Am luat ocara, şi torcând uşure
Am pus-o când să-mbie, când să-njure.
Am luat cenuşa morţilor din vatră
Şi am făcut-o Dumnezeu de piatră,
Hotar înalt, cu două lumi pe poale,
Păzând în piscul datoriei tale.

Durerea noastră surdă şi amară
O grămădii pe-o singură vioară,
Pe care ascultând-o a jucat
Stăpânul, ca un ţap înjunghiat.
Din bube, mucegaiuri şi noroi
Iscat-am frumuseţi şi preţuri noi.
Biciul răbdat se-ntoarce în cuvinte
Şi  izbăveste-ncet pedesitor
Odrasla vie-a crimei tuturor.
E-ndreptăţirea ramurei obscure
Ieşită la lumină din pădure
Şi dând în vârf, ca un ciorchin de negi
Rodul durerii de vecii întregi.

Întinsă leneşă pe canapea,
Domniţa suferă în cartea mea.
Slovă de foc şi slovă faurită
Împarechiate-n carte se mărită,
Ca fierul cald îmbrăţişat în cleşte.
Robul a scris-o, Domnul o citeşte,
Făr-a cunoaşte ca-n adîncul ei
Zace mania bunilor mei.

Tudor Arghezi

da “Cuvinte potrivite”, Editura Fundaţiei Culturale Principele Carol, Bucureşti, 1927 

L’altro – Paul Celan

Paul Celan

 

Piú profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
piú grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
piú bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.

Paul Celan

10 dicembre 1952

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

***

Der Andere

Tiefere Wunden als mir
schlug dir das Schweigen,
größere Sterne
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,
weißere Asche
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Corona – Paul Celan

paul_celan

 

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

Paul Celan

1948

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

È da questa poesia che Celan desume il binomio Mohn und Gedächtnis. Corona è una lirica d’amore, scritta nel 1948, probabilmente già a Parigi, che si differenzia da quelle scritte precedentemente, a Bucarest: ora infatti la relazione amorosa sembra volersi proclamare ufficialmente. Gli amanti si fanno alla finestra, si mostrano: perché «è tempo che si sappia». Con apparente paradosso essi si amano come Mohn und Gedächtnis, ossia come possono amarsi due contrari: l’oblio e la memoria. L’amore si perfeziona e si esalta nella difficile conciliazione degli opposti. Assumendolo come titolo dell’intera raccolta, Celan ne ha esteso enormemente l’alone simbolico. Dobbiamo supporre che con esso il poeta abbia voluto indicare l’opposizione in cui si trovava a vivere e sentire in quei primi anni del dopoguerra; e la speranza di poterla conciliare nel cerchio magico di una relazione, che a differenza di quelle attestate in quasi tutte le restanti poesie amorose della raccolta, in Corona si presenta tanto poco occasionale e precaria da voler essere riconosciuta ufficialmente e quindi farsi supporto di una condizione duratura. L’opposizione, quasi non occorre precisarlo, è quella tra l’inevitabile e del resto voluto ricordo delle tragiche esperienze attraversate in patria e la legittima aspirazione a non farsene sopraffare, a lasciarsi aperta la strada per una nuova esistenza.
Nel contesto di Corona il termine Mohn indica bensì, nella sua prima accezione, il rosso fiore di campo, ma l’accoppiamento con Gedächtnis lo carica in modo evidente del significato traslato, che del resto è anche letterariamente attestato («Oh Mohn der Dichtung…», invoca il poeta Ludwig Uhland) come oblio, dolce rimedio alla pressione dei ricordi o di una realtà opprimente. Ed esplicitamente il Mohn des Vergessens (alla lettera: “papavero del dimenticare”) è nominato in Die Ewigkeit. Traducendo con papavero si rimane fedeli alla lettera, ma si perde il traslato; inoltre la forma italiana ha una connotazione vistosa, popolaresca, si tratta insomma dell’allegro rosolaccio che ravviva i prati e i campi estivi. Siamo, in tutti i sensi, molto lontani dal tedesco Mohn, che non a caso conosce anche la forma Klatschmohn, per indicare specificamente il fiore in quello che ha di più sgargiante (Klatsch). (Giuseppe Bevilacqua)

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Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche Verlags–Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

Poema – Nichita Stănescu

Francesco Hayez, Bagnante, 1844

 

Dimmi, se un giorno ti prendessi
e ti baciassi la pianta del piede,
non è vero che dopo zoppicheresti un po’,
per paura di schiacciare il mio bacio?…

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Una visione di sentimenti”, 1964, in “La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

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Poem

Spune-mi, dacă te-aş prinde-ntr-o zi
şi ţi-aş săruta talpa piciorului,
nu-i aşa că ai şchiopăta puţin, după aceea,
de teamă să nu-mi striveşti sărutul?…

Nichita Stănescu

da “O viziune a sentimentelor”, Editura pentru Literatură, 1964

Le non-parole – Nichita Stănescu

 

Lui ha teso verso di me una foglia come una mano con le dita.
Io ho teso verso di lui una mano come una foglia con i denti.
Lui ha teso verso di me un ramo come un braccio.
Io ho teso verso di lui il braccio come un ramo.
Lui ha piegato verso di me il suo tronco
come un melo.
Io ho piegato verso di lui la spalla
come un tronco nodoso.
Sentivo la sua linfa accelerare pulsando
come il sangue.
Sentiva il mio sangue rallentare salendo come la linfa.
Io sono passato attraverso di lui.
Lui è passato attraverso di me.
Io sono rimasto un albero solo.
Lui
un uomo solo.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Le Non -Parole”, 1969, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

∗∗∗

Necuvintele

El a întins spre mine o frunză ca o mână cu degete.
Eu am întins spre el o mână ca o frunză cu dinţi.
El a întins spre mine o ramură ca un braţ.
Eu am întins spre el braţul ca o ramură.
El şi-a înclinat spre mine trunchiul
ca un măr.
Eu am inclinat spre el umărul
ca un trunchi noduros.
Auzeam cum se-nţeteşte seva lui bătând
ca sângele.
Auzea cum se încetineşte sângele meu suind ca seva.
Eu am trecut prin el.
El a trecut prin mine.
Eu am rămas un pom singur.
El
un om singur.

Nichita Stănescu

da “Necuvintele”, Editura Tineretului, Bucureşti, 1969

La sposa – Tudor Arghezi

Damiano Errico, Serbia, 2017

 

I tuoi occhi si sono posati su lettere e parole
come api azzurre assetate di profumi sacri
e succhiando il miele del libro si sono ubriacate.

Visione della sapienza, vieni nel mio giardino
dove il basilico è alto come un abete e i biancospini
graffiano i noccioli del seno nel lino della camicia.

La terra ti insegue per assorbirti
con i fili venuti su dell’erba cieca.
Dal tuo sangue e dal tuo sudore
possono nascere altri frutti e nuovi fiori.

Vieni, davanti a te stenderò assenzio e camomilla
che il solleone matura.
Con le braccia e il petto aprirò un varco
nella radura e le erbacce.

Alzerò le tenere viti con le spine dei rovi
strette a te come i bruchi lunghi
e ti filtrerò come da un setaccio
lasciando a parte le foglie e l’ombra
come hai fatto anche tu nel libro,
sposa!

E dopo averti filtrata e difesa
dalle piccole belve, dagli insetti grossi un carato,
dal serpente, dalle catene e dai metalli
vegetali,
lascerai che ti metta anelli alle dita, bracciali
ai piedi e altri vestiti, di fuoco.

Tudor Arghezi

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

da “Tudor Arghezi, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

∗∗∗

Mireasa

Ochii tăi s-au pus pe slove şi cuvinte
Ca nişte albine albastre, însetate de mirodeniile sfinte
Şi sugînd mierea cărţii s-au îmbătat cu ea.

Halucinata ştinţei, vino în grădina mea,
Unde busuiocul a crescut ca brazii, şi măceşii
Zgîrie sîmburii sinului prin inul cămeşii.

Pămîntul umblă după tine să te soarbă
Cu vîrfuri boante de iarbă oarbă.
Din sîngele tău băut şi din sudoare
Pot să iasă alte poame şi feluri noi de floare.

Vino. Dinainte îţi voi desface pelinul şi romaniţa
Pe care le coace arşiţa.
Cu braţele şi pieptul voi despica poiana
Şi buruiana.

Voi ridica viţele fragede cu ghimpi de mărăcine
Ca nişte omizi lungi, lipite de tine,
Te voi strecura ca dintr-o plasă,
Dînd foile şi umbra deoparte,
Cum ai făcut şi tu în carte,
Mireasă!

După ce te voi fi trecut şi apărat
De fiarele mici, de gîzele de un carat,
De şarpe, de lanţuri şi de metale
Vegetale,
O să mă laşi să-ţi pui inele de mîini, brăţări de picioare
Şi alte veştminte, dogoritoare.

Tudor Arghezi

da “Versuri de seară”1935

Spiaggia bretone – Paul Celan

Édouard Boubat, Lella, Bretagne, 1947


Riunito è tutto ciò che vedemmo,
a prender congedo da te e da me:
il mare, che scagliò notti alla nostra spiaggia,

la sabbia, che con noi l’attraversò di volo,
l’erica rugginosa lassú,
tra cui ci accadde il mondo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Di soglia in soglia”, Einaudi, Torino, 1996

***

Bretonischer Strand

Versammelt ist, was wir sahen,
zum Abschied von dir und von mir:
das Meer, das uns Nächte an Land warf,
der Sand, der sie mit uns durchflogen,
das rostrote Heidekraut droben,
darin die Welt uns geschah.

Paul Celan

da “Von Schwelle zu Schwelle”, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart, 1955