«Non diremo parole mortali» – José Saramago

Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, da Un homme et une femme, Claude Lelouch, 1966

Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, in “Un homme et une femme”, Claude Lelouch, 1966

 

Non diremo parole mortali, suoni
bagnati di saliva masticata,
nel dipanarsi dei denti e della lingua.
Colate tra le labbra, le parole
sono le ombre confuse, agitate
del verticale silenzio che si espande.

José Saramago

(Traduzione di Giulia Lanciani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIII, Settembre 2010, N. 252, Crocetti Editore

***

«Não diremos mortais palavras»

Não diremos mortais palavras, sons
Molhados de saliva mastigada
Na dobagem dos dentes e da língua.
Coadas entre os lábios, as palavras
São as sombras confusas, agitadas,
Do vertical silêncio que se expande.

José Saramago

da “Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966

da «Il passaggio delle ore» – Fernando Pessoa

Gérard Laurenceau, Le Tréport, 2007

Gérard Laurenceau, Le Tréport, 2007

ODE SENSAZIONISTA
a José de Almada-Negreiros
Almada-Negreiros: Lei non
immagina quanto Le sono grato per il fatto che Lei esista
                  Álvaro de Campos
I

[…]

Porto dentro il mio cuore,
come in uno scrigno troppo pieno per chiudersi,
tutti i luoghi dove sono stato,
tutti i porti a cui sono arrivato,
tutti i paesaggi che ho visto da finestre o da oblò,
o da casseri, sognando,
e tutto questo, che è molto, è poco per quello che voglio.

[…]

Ho viaggiato per più terre di quelle che ho toccato…
Ho visto più paesaggi di quelli su cui ho posato gli occhi…
Ho provato più sensazioni di tutte le sensazioni che ho sentito,
perché, per quanto sentissi, mi è sempre mancato qualcosa da sentire
e la vita sempre mi dolse, fu sempre poco, e io infelice.

[…]

Non so se la vita è poco o è troppo per me.
Non so se sento troppo o troppo poco, non so
se mi manca  scrupolo spirituale, punto d’appoggio dell’intelligenza,
consanguineità col mistero delle cose, scossa
ai contatti, sangue sotto i colpi, sussulto ai rumori,
o se per questo c’è un altro significato più comodo e felice.

Sia come sia, era meglio non essere nato,
perché, con tutto l’interesse che ha in ogni momento,
la vita arriva a dolere, a nauseare, a tagliare, a sfiorare, a stridere,
a dar voglia di gridare, di saltare, di restare per terra, di uscire
fuori da tutte le case, da tutte le logiche e da tutti i balconi,
e andare a essere selvaggi verso la morte fra alberi  e dimenticanze,
fra cadute e pericoli e mancanza di domani,
e tutto ciò dovrebbe essere qualche altra cosa più simile a ciò che penso,
a ciò che io penso o sento, che non so neppure cosa sia, oh vita.

[…]

Fernando Pessoa

22 maggio 1906 – 10 aprile 1923

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Álvaro de Campos”, Adelphi Edizioni, 1993

***

de «Passagem das Horas»

ODE SENSACIONISTA
a José de Almada-Negreiros
Almada-Negreiros: você não
imagina como eu lhe agradeço o facto de você existir
                  Álvaro de Campos
I

Trago dentro do meu coração,
Como num cofre que se não pode fechar de cheio,
Todos os lugares onde estive,
Todos os portos a que cheguei,
Todas as paisagens que vi através de janelas ou vigias,
Ou de tombadilhos, sonhando,
E tudo isso, que é tanto, é pouco para o que eu quero.

[…]

Viajei por mais terras do que aquelas em que toquei…
Vi mais paisagens do que aquelas em que pus os olhos…
Experimentei mais sensações do que todas as sensações que senti,
Porque, por mais que sentisse, sempre me faltou que sentir
E a vida sempre me doeu, sempre foi pouco, e eu infeliz.

[…]

Não sei se a vida é pouco ou demais para mim.
Não sei se sinto de mais ou de menos, não sei
Se me falta escrúpulo espiritual, ponto-de-apoio na inteligência,
Consangüinidade com o mistério das coisas, choque
Aos contatos, sangue sob golpes, estremeção aos ruídos,
Ou se há outra significação para isto mais cômoda e feliz.

Seja o que for, era melhor não ter nascido, 
Porque, de tão interessante que é a todos os momentos,
A vida chega a doer, a enjoar, a cortar, a roçar, a ranger,
A dar vontade de dar gritos, de dar pulos, de ficar no chão, de sair
Para fora de todas as casas, de todas as lógicas e de todas as sacadas,
E ir ser selvagem para a morte entre árvores e esquecimentos,
Entre tombos, e perigos e ausência de amanhãs,
E tudo isto devia ser qualquer outra coisa mais parecida com o que eu penso,
Com o que eu penso ou sinto, que eu nem sei qual é, ó vida.

[…]

Fernando Pessoa

da “Álvaro de Campos, Poesia”, Assírio & Alvim, Lisboa, 2002

Labirinto – José Saramago

Foto di Patty Maher

Foto di Patty Maher

 

In me ti perdo, notturna apparizione,
nel bosco degl’inganni, nell’assenza,
nel nebbioso grigior della distanza,
nel lungo corridoio di porte false.

Dal tutto si fa il nulla, e questo nulla
di un corpo vivo subito si popola,
come isole che fluttuano nel sogno,
brumose, nel ricordo rinnovato.

In me ti perdo, dico, se la notte
sulla mia bocca colloca il suggello
dell’enigma che, detto, si ravviva
e s’avvolge in spire di segreto.

Nei giri e nei giri che m’adombrano,
nell’andare a tentoni a occhi aperti,
qual è del labirinto l’ampia porta,
dove il raggio di sole, i passi certi?

In me ti perdo, insisto, in me ti sfuggo,
in me fonde il cristallo e si frantuma,
ma quando il corpo cede alla stanchezza
in te mi vinco e salvo, in te mi trovo.

José Saramago

(Traduzione di Fernanda Toriello)

da “In quest’angolo del tempo”, in “José Saramago, Le poesie”, Einaudi, Torino, 2002

***

Labirinto

Em mim te perco, aparição nocturna,
Neste bosque de enganos, nesta ausência,
Na cinza nevoenta da distância,
No longo corredor de portas falsas.

De tudo se faz nada, e esse nada
De um corpo vivo logo se povoa,
Como as ilhas do sonho que flutuam,
Brumosas, na memória regressada.

Em mim te perco, digo, quando a noite
Vem sobre a boca colocar o selo
Do enigma que, dito, ressuscita
E se envolve nos fumos do segredo.

Nas voltas e revoltas que me ensombram,
No cego tactear de olhos abertos,
Qual é do labirinto a porta máxima,
Onde a réstia de sol, os passos certos?

Em mim te perco, insisto, em mim te fujo,
Em mim cristais se fundem, se estilhaçam,
Mas quando o corpo quebra de cansado
Em ti me venço e salvo, me encontro em ti.

José Saramago

da “Nesta esquina do tempo”, in “José Saramago, Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966

«Quello che è scritto nel mondo è scritto da lato» – Herberto Helder

Opera di Sigmar Polke

Opera di Sigmar Polke

 

[…]

Quello che è scritto nel mondo è scritto da lato
a lato del corpo − e tu, pura allucinazione della memoria,
entra nel mio cuore come un braccio vivo:
il giorno porta i paesaggi dal loro interno, la notte è un grande
buco selvaggio −
e la voce si afferra a tutto lo spazio, dall’epicentro alle costellazioni
dei membri aperti: e irrompe il sangue
delle immagini feroci:
le rotule unite ai denti e,
come un sesso solcato:
la bocca espelle tra le ginocchia il suo grido con la profondità
di un paesaggio − un paesaggio strappato al mezzo della notte, con getti
di luce
precipitati: perché non c’è ricordo
dei giardini raffreddati con i loro piccoli pianeti
fotostatici
che levitavano − la follia è così vicina che il mio braccio
penetra nell’acqua, e questo studio dove scrivo
sale
dai precipizi curvi, forte fin dal profondo:
quello che si scrive è il corpo stesso inchiodato come una stella
alla porpora dei legnami, alle lenzuola
offuscanti piene di sangue, di acqua
magnetizzata − e questa sala che brilla si appoggia alle spalle,
e in basso la bruciatura
degli intestini arde del cibo: i capelli rilucono, il viso
piantato
nel suo palo di sangue come una grande vena animale –
ho il sangue fino alle orbite: la stella chiusa si leva
nel vortice della gola – e alzo la mano ed esplode
cinematograficamente
l’immagine della stessa mano
affogata
– perché io muoio della mia vita grave: la lunga palpebra
del corpo si serra
sulla fessura nera aperta al paesaggio che corre
come una fiamma
per tutta la casa – mietetemi i capelli alla luce
panoramica: e nelle radici sanguinanti
la testa si brucia come la luna brucia le vesti
alzate – il vento che cresce in quei capelli cresce
dentro di me: il mio cuore aumenta come una pietra
aumenta
esposta alle mani come un’altra mano
di carne larga – questo
osso proibito che rischiara il fondo della chioma che tagliano
come si taglia la notte
con una talee, e le ossa si tagliano a piena voce,
nella terra, in un incendio completo, mentre
mietono: perché c’è una testa al centro
dello choc
del corpo: una testa mossa dal riflusso oscuro dei giorni
senza fratture: la testa
che vede e odora e che si apre e chiude
e sente e rifulge e morde
e mangia in fretta e respira in dentro e in fuori –
e la voce ascende da tutte le radici intrecciate
– la vastità, il sangue, il movimento: la frutta in chiarore
tra le unghie,
fiamme, un puro genio mondiale – tutto come una forma limpida,
sutura
del cuore, una leggerezza tremenda
nel potere: quando il giorno è molto vicino, una stella lunga
– le madri brillavano: quel che io scrivo, loro lo scrivevano
nell’ustione del paesaggio: una visione
chiusa dalla forza: e una cometa nasce
dalla bianca carneficina della memoria, ribollendo
tra ascelle e falangette come
un braccio, o una danza risplendente nel suo tessersi fino alle palpebre –
quel che si ricorda e pulsa: fibre
vive
di un bastone immerso nell’acqua,
e intorno i pianeti oscillano come foglie che cantano
dall’abisso –
le dita delle madri nelle linee sanguinanti che cuciono
profondamente
lo specchio e l’immagine, come con le arterie si cuce
il cuore
ai pezzi di carne, tra orifizi
neri, risacche
folgoranti, il corpo aperto con il centro fermato nella terra.

[…]

Herberto Helder

(Traduzione di Vincenzo Arsillo)

da “O poesia continua”, Donzelli Poesia, 2006

∗∗∗

[…]

O que está escrito no mundo está escrito de lado
a lado do corpo – e tu, pura alucinação da memória,
entra no meu coração como um braço vivo:
o dia traz as paisagens de dentro delas, a noite é um grande
buraco selvagem –
e a voz agarra em todo o espaço, desde o epicentro às constelações
dos membros abertos: e irrompe o sangue
das imagens ferozes:
as rótulas unidas aos dentes e,
como um sexo trilhado:
a boca expele por entre os joelhos o seu grito com a fundura
de uma paisagem – uma paisagem arrancada ao meio da noite, com as golfadas
de luz
que se despenharam: porque não há lembrança
dos jardins refrigerados com seus pequenos planetas
fotostáticos
levitando – a loucura está tão próxima que o meu braço
se entranha na água, e este atelier onde escrevo
sobe
dos precipícios curvos, forte desde o fundo:
aquilo que se escreve é o próprio corpo pregado como uma estrela
à purpura das madeiras, aos lençóis
ofuscantes cheios de sangue, de água
magnetizada – e esta sala brilhando apoia-se às espáduas,
e em baixo a queimadura
dos instetinos arde do alimento: os cabelos luzem, o rosto
plantado
em sua estaca de sangue como uma grande veia animal –
eu tenho sangue até às órbitas: a estrela fechada eleva-se
no remoinho da garganta – e levanto a mão e explode
cinematograficamente
a imagem da própria mão
afogada
– porque eu morro da minha vida grave: a longa pálpebra
do corpo cerra-se
sobre a fenda negra aberta à paisagem que corre
como uma chama
por toda a casa – ceifem-me os cabelos à luz
panorâmica: e nas raízes sangrentas
a cabeça queima-se como a lua queima as roupas
levantadas – o meio do vento que cresce nesses cabelos cresce
dentro de mim: meu coração aumenta como uma pedra
aumenta
exposta às mãos como outra mão
de carne larga – esse
osso vedado alumiando o fundo da cabeleira que cortam
como se corta a noite
com uma foice, e os ossos se cortam a plena voz,
na terra, num incêndio completo, enquanto
ceifam: porque há uma cabeça no centro
do choque
do corpo: uma cabeça movida pelo refluxo escuro dos dias
sem fracturas: a cabeça
que vê e cheira e que se abre e fecha
e ouve e refulge e morde
e come depressa e respira para dentro e para fora –
e a voz ascende de todas as raízes entrelaçadas
– a largura, o sangue, o movimento: a fruta em claridade
entre as unhas,
labaredas, um puro génio mundial – tudo como uma forma límpida,
sutura
do coração, uma leveza tremenda
no poder: quando op dia é muito perto, uma estrela comprida
– as mães brilhavam: o que eu escrevo, elas o escreviam
na queimadura da paisagem: uma visão
cerrada pela força: e um comeya desentranha-se
da branca carnagem das memórias, fervendo
entre axilas e falangetas como
um braço, ou uma dança luzente na sua teia até às pálpebras –
o que se lembra e pulsa: fibras
vivas
de uma vara embrenhada no meio da água,
e à volta os planetas oscilam como folhas cantando
desde o abismo –
os dedos das mães nas linhas sangrentas que cosem
profundamente
o espelho e a imagem, como pelas artérias se cose
o coração
aos pedaços de carne, entre orifícios
negros, ressacas
fulgurantes, o corpo aberto com o centro estancado na terra.

[…]

Herberto Helder

da “Ou o poema contínuo”, Lisboa: Assírio & Alvim, 2001

«Ho pena delle stelle» – Fernando Pessoa

Vincent Van Gogh, Starry Night, 1889

Vincent Van Gogh, Starry Night, 1889

 

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’esser triste lume o un sorriso…

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così,
come un perdono?

Fernando Pessoa

10.12.1928

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Fernando Pessoa”, Adelphi Edizioni, 2013

***

«Tenho dó das estrelas»

Tenho dó das estrelas
Luzindo há tanto tempo,
Há tanto tempo…
Tenho dó delas.

Não haverá um cansaço
Das coisas.
De todas as coisas,
Como das pernas ou de um braço?

Um cansaço de existir,
De ser,
Só de ser,
O ser triste brilhar ou sorrir…

Não haverá, enfim,
Para as coisas que são,
Não morte, mas sim
Uma outra espécie de fim,
Ou uma grande razão –
Qualquer coisa assim
Como um perdão?

Fernando Pessoa

da “Poesia de Fernando Pessoa”, Editorial Presença, 2011

Tabaccheria – Fernando Pessoa

Andrew Wyeth, Night Shadow

Andrew Wyeth, Night Shadow

 

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia camera,
della mia camera di uno dei milioni del mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, che cosa saprebbero?),
date sul mistero di una strada attraversata costantemente da gente,
su una strada inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
col mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che insinua umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
col Destino che guida la carretta di tutto per la strada di niente.

Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della strada diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
dal dentro della mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio.

Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e trovato e scordato.
Oggi sono diviso fra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dirimpetto, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Ho fallito in tutto.
Poiché non ho fatto nessun proposito, forse tutto era niente.
Dall’insegnamento che mi hanno dato
sono sceso attraverso la finestra del retro.
Sono andato fino in campagna con grandi propositi.
Ma là ho trovato solo erbe e alberi,
e quando c’era gente era uguale all’altra gente.
Mi allontano dalla finestra, mi seggo su una sedia. A che devo pensare?

Che cosa so di quel che sarò, io che non so cosa sono?
Essere ciò che penso? Ma penso di essere tante cose!
E ci sono tanti che pensano di esser la stessa cosa che non ce ne possono essere tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si credono in sogno geni come me,
e la storia non ne registrerà, chissà?, neppure uno,
e non resterà che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi insensati con tante certezze!
Io, che non ho nessuna certezza, sono più certo o meno certo?
No, neppure in me…
In quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte e nobili e lucide
− sì, proprio alte e nobili e lucide −,
e magari anche realizzabili,
non vedranno mai la luce del sole reale né troveranno ascolto?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di conquistarlo, anche se ha ragione.
Ho sognato più di quanto Napoleone non abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo,
in segreto ho fatto filosofie che nessun Kant ha mai scritto.
Ma sono, e forse resterò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non era fatto per questo;
sarò sempre soltanto quello che aveva qualità;
sarò sempre quello che si aspettò gli aprissero la porta in una parete senza porta
e cantò la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentì la voce di Dio in un pozzo tappato.
Credere in me? No, né in niente.
Che la Natura mi sparga sulla testa ardente
il suo sole, la sua pioggia, il vento che mi trova i capelli,
e il resto che venga se verrà, o se deve venire, oppure non venga.

Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la Terra intera,
più il sistema solare e la Via Lattea e l’Indefinito.

(Mangia i cioccolatini, piccola;
mangia i cioccolatini!
Bada che al mondo non c’è altra metafisica che la cioccolata.
Bada che tutte le religioni non insegnano più della confetteria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolata con la stessa verità con cui la mangi tu!
Ma io penso: e quando tolgo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita).

Ma almeno resta, dell’amarezza di ciò che mai sarò,
la calligrafia rapida di questi versi,
portico rotto sull’Impossibile.
Ma almeno riservo a me stesso un disprezzo senza lacrime,
nobile almeno nel gesto ampio con cui getto
i panni sporchi che io sono, senza elenco, sul decorso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu che consoli, che non esisti e per questo consoli,
dea greca, concepita come statua vivente,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e mefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e glaciale,
o cocotte celebre del tempo dei nostri padri,
o non so che cosa moderno − proprio non saprei cosa −,
tutto questo, qualunque cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invocano spiriti invoco
me stesso e non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con una nitidezza assoluta.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le automobili che passano,
vedo gli enti vivi vestiti che si incrociano,
vedo i cani, che anch’essi esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come tutto).

Ho vissuto, studiato, amato e perfino creduto,
e oggi non c’è accattone che io non invidi solo perché non è me.
Guardo gli stracci e le piaghe e le menzogne di ciascuno
e penso: forse non hai mai vissuto né studiato né amato né creduto
(perché è possibile fare la realtà di tutto questo senza far niente di questo);
forse sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è coda al di qua della lucertola agitatamente.

Ho fatto di me quanto non ho saputo,
e quanto potevo fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno subito riconosciuto per chi non ero, e non l’ho smentito e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era attaccata al mio viso.
Quando l’ho tolta e mi sono visto allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho buttato via la maschera e ho dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dalla gestione
perché inoffensivo,
e voglio scrivere questa storia per provare che sono sublime.

Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarti come una cosa fatta da me
e non restassi sempre dirimpetto alla Tabaccheria dirimpetto
calpestando la coscienza di stare esistendo
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno zerbino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il Padrone della Tabaccheria si è fatto sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo col disagio che dà la testa girata a metà
e col disagio che dà l’animo quando ha per metà inteso.
Lui morirà e io morirò.
Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi.

Poi morirà la strada dove fu l’insegna
e la lingua in cui furono scritti i versi.
Infine morirà il pianeta ruotante in cui tutto ciò avvenne.
In altri satelliti di altri sistemi, qualcosa simile a gente
continuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne,
sempre una cosa di fronte all’altra,
sempre una cosa inutile quanto l’altra,
sempre l’impossibile stupido quanto il reale,
sempre il mistero del fondo, certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre un’altra cosa, oppure né una cosa né l’altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile si abbatte all’improvviso su di me.
Mi raddrizzo energico, convinto, umano,
e mi riprometto di scrivere questi versi per sostenere il contrario.

Accendo una sigaretta meditando di scriverli
e assaporo in essa la liberazione di tutti i pensieri.
Seguo il fumo come una rotta autonoma
e godo, in un momento sensitivo e competente,
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è l’effetto di un’indisposizione.

Poi mi reclino sullo schienale della sedia
e continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.

(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
forse sarei felice).
Stabilito questo, mi alzo e vado alla finestra.

L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilandosi in tasca il resto?).
Ah, lo conosco: è l’Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria si è fatto sulla soglia).
Come per istinto divino Esteves si è girato e mi ha visto.
Mi ha fatto un cenno di saluto, io gli ho gridato «Ciao Esteves!», e l’universo
mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.

Fernando Pessoa

15 gennaio 1928
Pubblicato in «Presença », 39 luglio 1933

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Álvaro de Campos”, Adelphi Edizioni, 1993

***

Tabacaria

Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.

Janelas do meu quarto,
Do meu quarto de um dos milhões do mundo que ninguém sabe quem é
(E se soubessem quem é, o que saberiam?),
Dais para o mistério de uma rua cruzada constantemente por gente,
Para uma rua inacessível a todos os pensamentos,
Real, impossivelmente real, certa, desconhecidamente certa,
Com o mistério das coisas por baixo das pedras e dos seres,
Com a morte a por umidade nas paredes e cabelos brancos nos homens,
Com o Destino a conduzir a carroça de tudo pela estrada de nada.

Estou hoje vencido, como se soubesse a verdade.
Estou hoje lúcido, como se estivesse para morrer,
E não tivesse mais irmandade com as coisas
Senão uma despedida, tornando-se esta casa e este lado da rua
A fileira de carruagens de um comboio, e uma partida apitada
De dentro da minha cabeça,
E uma sacudidela dos meus nervos e um ranger de ossos na ida.

Estou hoje perplexo, como quem pensou e achou e esqueceu.
Estou hoje dividido entre a lealdade que devo
À Tabacaria do outro lado da rua, como coisa real por fora,
E à sensação de que tudo é sonho, como coisa real por dentro.

Falhei em tudo.
Como não fiz propósito nenhum, talvez tudo fosse nada.
A aprendizagem que me deram,
Desci dela pela janela das traseiras da casa.
Fui até ao campo com grandes propósitos.
Mas lá encontrei só ervas e árvores,
E quando havia gente era igual à outra.
Saio da janela, sento-me numa cadeira. Em que hei de pensar?

Que sei eu do que serei, eu que não sei o que sou?
Ser o que penso? Mas penso tanta coisa!
E há tantos que pensam ser a mesma coisa que não pode haver tantos!
Gênio? Neste momento
Cem mil cérebros se concebem em sonho gênios como eu,
E a história não marcará, quem sabe?, nem um,
Nem haverá senão estrume de tantas conquistas futuras.
Não, não creio em mim.
Em todos os manicômios há doidos malucos com tantas certezas!
Eu, que não tenho nenhuma certeza, sou mais certo ou menos certo?
Não, nem em mim…
Em quantas mansardas e não-mansardas do mundo
Não estão nesta hora gênios-para-si-mesmos sonhando?
Quantas aspirações altas e nobres e lúcidas –
Sim, verdadeiramente altas e nobres e lúcidas -,
E quem sabe se realizáveis,
Nunca verão a luz do sol real nem acharão ouvidos de gente?
O mundo é para quem nasce para o conquistar
E não para quem sonha que pode conquistá-lo, ainda que tenha razão.
Tenho sonhado mais que o que Napoleão fez.
Tenho apertado ao peito hipotético mais humanidades do que Cristo,
Tenho feito filosofias em segredo que nenhum Kant escreveu.
Mas sou, e talvez serei sempre, o da mansarda,
Ainda que não more nela;
Serei sempre o que não nasceu para isso;
Serei sempre só o que tinha qualidades;
Serei sempre o que esperou que lhe abrissem a porta ao pé de uma parede sem porta,
E cantou a cantiga do Infinito numa capoeira,
E ouviu a voz de Deus num poço tapado.
Crer em mim? Não, nem em nada.
Derrame-me a Natureza sobre a cabeça ardente
O seu sol, a sua chava, o vento que me acha o cabelo,
E o resto que venha se vier, ou tiver que vir, ou não venha.
Escravos cardíacos das estrelas,
Conquistamos todo o mundo antes de nos levantar da cama;
Mas acordamos e ele é opaco,
Levantamo-nos e ele é alheio,
Saímos de casa e ele é a terra inteira,
Mais o sistema solar e a Via Láctea e o Indefinido.

(Come chocolates, pequena;
Come chocolates!
Olha que não há mais metafísica no mundo senão chocolates.
Olha que as religiões todas não ensinam mais que a confeitaria.
Come, pequena suja, come!
Pudesse eu comer chocolates com a mesma verdade com que comes!
Mas eu penso e, ao tirar o papel de prata, que é de folha de estanho,
Deito tudo para o chão, como tenho deitado a vida.)

Mas ao menos fica da amargura do que nunca serei
A caligrafia rápida destes versos,
Pórtico partido para o Impossível.
Mas ao menos consagro a mim mesmo um desprezo sem lágrimas,
Nobre ao menos no gesto largo com que atiro
A roupa suja que sou, em rol, pra o decurso das coisas,
E fico em casa sem camisa.

(Tu que consolas, que não existes e por isso consolas,
Ou deusa grega, concebida como estátua que fosse viva,
Ou patrícia romana, impossivelmente nobre e nefasta,
Ou princesa de trovadores, gentilíssima e colorida,
Ou marquesa do século dezoito, decotada e longínqua,
Ou cocote célebre do tempo dos nossos pais,
Ou não sei quê moderno – não concebo bem o quê –
Tudo isso, seja o que for, que sejas, se pode inspirar que inspire!
Meu coração é um balde despejado.
Como os que invocam espíritos invocam espíritos invoco
A mim mesmo e não encontro nada.
Chego à janela e vejo a rua com uma nitidez absoluta.
Vejo as lojas, vejo os passeios, vejo os carros que passam,
Vejo os entes vivos vestidos que se cruzam,
Vejo os cães que também existem,
E tudo isto me pesa como uma condenação ao degredo,
E tudo isto é estrangeiro, como tudo.)

Vivi, estudei, amei e até cri,
E hoje não há mendigo que eu não inveje só por não ser eu.
Olho a cada um os andrajos e as chagas e a mentira,
E penso: talvez nunca vivesses nem estudasses nem amasses nem cresses
(Porque é possível fazer a realidade de tudo isso sem fazer nada disso);
Talvez tenhas existido apenas, como um lagarto a quem cortam o rabo
E que é rabo para aquém do lagarto remexidamente
Fiz de mim o que não soube
E o que podia fazer de mim não o fiz.
O dominó que vesti era errado.
Conheceram-me logo por quem não era e não desmenti, e perdi-me.
Quando quis tirar a máscara,
Estava pegada à cara.
Quando a tirei e me vi ao espelho,
Já tinha envelhecido.
Estava bêbado, já não sabia vestir o dominó que não tinha tirado.
Deitei fora a máscara e dormi no vestiário
Como um cão tolerado pela gerência
Por ser inofensivo
E vou escrever esta história para provar que sou sublime.

Essência musical dos meus versos inúteis,
Quem me dera encontrar-me como coisa que eu fizesse,
E não ficasse sempre defronte da Tabacaria de defronte,
Calcando aos pés a consciência de estar existindo,
Como um tapete em que um bêbado tropeça
Ou um capacho que os ciganos roubaram e não valia nada.

Mas o Dono da Tabacaria chegou à porta e ficou à porta.
Olho-o com o deconforto da cabeça mal voltada
E com o desconforto da alma mal-entendendo.
Ele morrerá e eu morrerei.
Ele deixará a tabuleta, eu deixarei os versos.
A certa altura morrerá a tabuleta também, os versos também.
Depois de certa altura morrerá a rua onde esteve a tabuleta,
E a língua em que foram escritos os versos.
Morrerá depois o planeta girante em que tudo isto se deu.
Em outros satélites de outros sistemas qualquer coisa como gente
Continuará fazendo coisas como versos e vivendo por baixo de coisas como tabuletas,

Sempre uma coisa defronte da outra,
Sempre uma coisa tão inútil como a outra,
Sempre o impossível tão estúpido como o real,
Sempre o mistério do fundo tão certo como o sono de mistério da superfície,
Sempre isto ou sempre outra coisa ou nem uma coisa nem outra.

Mas um homem entrou na Tabacaria (para comprar tabaco?)
E a realidade plausível cai de repente em cima de mim.
Semiergo-me enérgico, convencido, humano,
E vou tencionar escrever estes versos em que digo o contrário.

Acendo um cigarro ao pensar
em escrevê-los
E saboreio no cigarro a libertação de todos os pensamentos.
Sigo o fumo como uma rota própria,
E gozo, num momento sensitivo e competente,
A libertação de todas as especulações
E a consciência de que a metafísica é uma consequência de estar mal disposto.

Depois deito-me para trás na cadeira
E continuo fumando.
Enquanto o Destino mo conceder, continuarei fumando.

(Se eu casasse com a filha da minha lavadeira
Talvez fosse feliz.)
Visto isto, levanto-me da cadeira. Vou à janela.
O homem saiu da Tabacaria (metendo troco na algibeira das calças?).
Ah, conheço-o; é o Esteves sem metafísica.
(O Dono da Tabacaria chegou à porta.)
Como por um instinto divino o Esteves voltou-se e viu-me.
Acenou-me adeus, gritei-lhe «Adeus ó Esteves!», e o universo
Reconstruiu-se-me sem ideal nem esperança, e o Dono da Tabacaria sorriu.

Fernando Pessoa

da “Álvaro de Campos, Poesia”, Assírio & Alvim, Lisboa, 2002

Afrodite – José Saramago

Antonio Mora, Aphrodite, born of the waves

Antonio Mora, Aphrodite, born of the waves

 

All’inizio, è un nulla. Un soffio appena,
un brivido di squame, la carezza dell’ombra
come nube marina che si sfrangia
nella medusa dalle braccia a raggi.
Non si dirà che il mare s’è turbato
e che l’onda prende forma da quel fremito.
Nel dondolio del mare danzano pesci
e le braccia delle alghe, serpentine,
le curva la corrente, come il vento
le messi della terra, il crine dei cavalli.
Tra due infiniti blu s’avanza l’onda,
tutta di sol coperta, risplendente,
liquido corpo, instabile, d’acqua cieca.
Accorre il vento da lontano e reca
il polline dei fiori e altri odori
della terra contigua, oscura e verde.
Tuonando, l’onda rotola, e feconda
si lancia verso il vento che l’attende
nel letto scuro di rocce che si increspano
di unghie appuntite e vite brulicanti.
Ancora in alto le acque si sospendono
nell’istante supremo di tanta gestazione.
E quando, in un’estasi di vita che comincia,
l’onda si frange e sfrangia sulle rocce,
le avvolge, le cinge, le stringe e poi vi scorre
– dalla spuma bianca, dal sole, dal vento che ha spirato,
dai pesci, dai fiori e da quel polline,
dalle tremule alghe, dal grano, dalle braccia della medusa,
dai crini dei cavalli, dal mare, dalla vita tutta,
Afrodite è nata, nasce il tuo corpo.

José Saramago

(Traduzione di Fernanda Toriello)

da “In quest’angolo del tempo”, in “José Saramago, Le poesie”, Einaudi, Torino, 2002

***

Afrodite

Ao princípio, é nada. Um sopro apenas,
Um arrepio de escamas, o perpassar da sombra
Como nuvem marinha que se esgarça
Nos radiais tentáculos da medusa.
Não se dirá que o mar se comoveu
E que a onda vai formar-se deste frémito.
No embalo do mar oscilam peixes
E os braços das algas, serpentinos,
À corrente se dobram, como ao vento
As searas da terra, as crinas dos cavalos.
Entre dois infinitos de azul avança a onda,
Toda de sol coberta, rebrilhando,
Líquido corpo, instável, de água cega.
De longe acorre o vento, transportando
O pólen das flores e os mais perfumes
Da terra confrontada, escura e verde.
Trovejando, a vaga rola, e fecundada
Se lança para o vento à sua espera
No leito de rochas negras que se encrespam
De agudas unhas e vidas fervilhantes.
Ainda alto as águas se suspendem
No instante final da gestação sem par.
E quando, num rapto de vida que começa,
A onda se despedaça e rasga no rochedo,
O envolve, cinge, aperta e por ele escorre
—Da espuma branca, do sol, do vento que soprou,
Dos peixes, das flores e do seu pólen,
Das algas trémulas, do trigo, dos braços da medusa,
Das crinas dos cavalos, do mar, da vida toda,
Afrodite nasceu, nasce o teu corpo.

José Saramago

da “Nesta esquina do tempo”, in “José Saramago, Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966