La sabbia e l’angelo – V – Margherita Guidacci

Foto di Jerry Uelsmann

 

Furono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende
Della guerra e degli uragani,
E nemmeno voci umane ed amate,
Ma mormorii d’erbe e d’acque, risa di vento, frusciare
Di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,
Ronzio felice d’insetti attraverso molte estati
Fino a quell’insetto che più insistente ronzava
Nella stanza dove noi non volevamo morire.
E tutto si confuse in una nota, in un fermo
E sommesso tumulto, come quello del sangue
Quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai
Che a tutto ciò era impossibile rispondere.
E quando l’Angelo ci chiese: «Volete ancora ricordare?»
Noi stessi l’ implorammo: «Lascia che venga il silenzio!»

Margherita Guidacci

da “La sabbia e l’angelo” (1946), in “Margherita Guidacci, Le poesie”, a cura di Mauro Del Serra, Casa Editrice Le Lettere, 1999

Mappa per pregare – Chandra Livia Candiani

Matteo Massagrande, Finestra sul mare, 2016, Oil and mixed media on board, 70 x 80 cm

 

Quando vuoi pregare,
quando vuoi sapere
quel che sa la poesia,
sporgiti,
e senza esitazione
cerca il gesto piú piccolo che hai,
piegalo all’infinito,
piegalo fino a terra,
al suo batticuore.

Quando hai fame di luce
e l’amore è cinghia serrata
e il cuore stracolmo
di voli che allacciano troppo
al leggero del cielo,
istruisciti alla pura verità,
quella che non vuoi
e nemmeno immagini,
quella «polvere sul pavimento
e pane sulla tavola»,
ginocchia sbucciate
e pane che parla,
dice la fame giusta.

Offriti al paesaggio grande,
dalla finestra
o in piena aria aperta,
chinati a portare il mondo
sulla schiena nelle ossa
e poi lascialo
scivolare sbocconcellarsi
ai piedi della terra,
ascolta il suo silenzio
che risponde:
«Qui neve su albero.
Qui foglia piccola su pianura
sconfinata. Ghiaccio
esatto. Qui apprendista della luna
raccoglie luce».

Ci vuole incrollabile
ardente pazienza
e vicinanza al pavimento
fronte che lo fronteggi
e dica l’amore pesante,
la fame di giusti mietitori,
di macina.
Per cercare un’altra strada
al desiderio che ti inaridisce
ci vuole furore,
farsi creatura randagia
nel disastro delle falci,
che ti cali il silenzio
sulla testa, l’affamato
sapere che tace
e fa foreste delle ferite.

Se vuoi dare la forza,
raccogliti in un balzo,
uno slancio senza mondo,
polvere da spazzare con devozione,
piccoli scricchiolii di ossa
che parlano alle tue prossime ceneri:
se vuoi essere adesso,
datti la forza,
senza salvare,
senza costringere l’amore
in relazione, lascialo soffiare,
mietere. È un grande paesaggio
il mondo,
ogni animale
lo conserva, gli dà sguardo.

Non serve schiodare il cielo
a caccia di segreti,
sei tu
che di notte scegli,
non guardi la luce minuscola
ma il buio tutto
che le preme attorno.
Visto che non puoi
essere qui, allora ama altrove,
in rettilinea sequenza,
allora prega.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Piove – Eugenio Montale

Marc Chagall (1887 - 1985), Rain (La pluie), 1911

Marc Chagall, Rain (La pluie), 1911

 

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui work in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

 Eugenio Montale

da “Satura”, 1971, in “Eugenio Montale, Tutte le poesie”, “I Meridiani”  Mondadori, 1984

Alcesti – Mariangela Gualtieri

Renato Guttuso, Testa di donna, 1960

 

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu piú esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la piú cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata,
un po’ sporco il mondo lontano da te,
piú nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
piú vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze cosí spaventose
cosí avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze −
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
piú del tempo dure piú dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione piú grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.

Mariangela Gualtieri

da “Bestia di gioia”, Einaudi, Torino, 2010

«Mi spingo oltre il dolore» – Antonella Anedda

Foto di Katia Chausheva

Foto di Katia Chausheva

 

Mi spingo oltre il dolore
dove nessuno sospetta che si soffra
in una zona di pelle mai colpita
cupa come l’avambraccio
o molata dall’osso come il gomito.
Striscio piano con l’anima coperta da scaglie rosso-grigie
per sostenere i rovi e lasciare a terra
il sangue minimo. Un passo − sono paziente −
e il corpo ha imparato a frusciare dentro l’erba.

Da molto lontano − da un’alba di ottobre
da un oggetto mosso nella sabbia del lago
viene ciò che la pena contempla: un paesaggio
dove non si può dormire.
Era una lunga immagine
il mormorio di un brivido.
Troppo tardi si compone l’astuzia di ogni sera
fingere che il mio braccio sia il tuo
che stringa la mia mano
di nuovo, senza pace.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Vent’anni – Mario Luzi

Foto di Paul Apal’kin

 

Perdono pe’ nostri dolci peccati
Per avere spesso guardato
Teneramente dissiparsi il giorno
Dall’ombra e il silenzio dei casini
Sognando di andare con una fanciulla
Senza seni lungo l’Arno rosa
E la voglia di piangere racchiusa
Nel cuore come un’onda preziosa.

Perdono per esserci creduti forti
Più della morte quando passavano
I carri e i funerali per le strade
Odorate di cipria e di fiori
E volevamo portare a casa cantando
L’immagine dei baci, la voglia
Di stringer l’età amara che non fugga,
D’entrare nelle chiese che non han più soglia.

Mario Luzi

da “Poesie ritrovate”, Garzanti, 2003

Ardore e silenzio – Piero Bigongiari

Foto da “La jetéé”, di Chris Marker, 1962

 

I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968