Matematica d’amore – Michael Hamburger

Foto da "La Jetée", cortometraggio di Chris Marker, 1962

Foto da “La Jetée”, cortometraggio di Chris Marker, 1962

 

Gli anelli sono il caso, la catena è il destino,
stringente come la rete di Efesto
che offrí al sorriso degli dèi due corpi
su un solo letto, in cosí stretto
intrico, che fu chiara
la verità: uno per uno fa uno.

Gli amanti sottrattivi, che ribattono
che quel che il caso ha unito può dividere
la scelta (come se un puro sforzo
allentasse la stretta di un paradosso) infine
scoprono con stupore d’essere loro stessi
il dividendo che si è ridotto,

giú in quell’inferno dove Don Giovanni
sente la vanità del suo sommare nomi,
poiché il totale è perso per lui,
non vedovo, ma spettro, mentre chi
resta privo di un’unica compagna possiede
un meno che è piú grande del suo piú.

L’amore vero comincia con l’algebra,
con quei casuali attori x ed y,
non-entità il cui magico ruolo
è di far diventare un nulla tutto,
di essere e di non essere, di unirsi:
gli anelli sono il caso, la catena è il destino.

Michael Hamburger

(Traduzione di Maura Del Serra)

da “Taccuino di un vagabondo europeo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1999

∗∗∗

Mathematics of Love

The links are chance, the chain is fate,
Constricting as Hephaistos’ net
Which to the smiles of gods betrayed
Two bodies on a single bed,
So tightly knit, the truth was plain:
One multiplied by one is one.

Subtracting lovers who retort
That what chance coupled, choice can part
(As if mere effort could relax
The clutches of a paradox)
At last to their amazement find
Themselves the dwindled dividend,

Deep in that hell where Don Juan
Knows he has added names in vain
Since all the aggregate is is lost
To him, not widowed but a ghost,
While those bereaved of one possess
A minus greater than his plus.

True love begins with algebra
Those casual actors x and y,
Nonentities whose magic role
Is to turn nothing into all.
To be and not to be, to mate:
The links are chance, the chain is fate.

Michael Hamburger

da “The dual site: poems”, Routledge & Paul, 1958

Il buongiorno – John Donne

Edward Weston, Nude, 1934

Edward Weston, Nude, 1934

 

Mi chiedo in fede: che facemmo noi
prima di amare? Divezzati ancora
non eravamo e allattati di rustici
piaceri, come i bimbi? O russavamo
nella caverna dei Sette Dormenti?
Fu cosí. Ma non erano che ombre
di piaceri. Se mai vidi bellezza
e la volli e la ebbi,
non fu che sogno della tua bellezza.

E ora buongiorno alle nostre due anime
che si destano e senza alcun timore
si vegliano, ché amore ogni orizzonte
chiude all’amore e di una cameretta
fa un ognidove. Restino alle nuove
terre i navigatori, e mappe nuove
scoprano ad altri mondi sopra mondi:
si lasci un solo mondo a noi, che abbiamo
ciascuno un mondo ed è un mondo ciascuno.

Nel tuo occhio il mio volto, il tuo nel mio
si specchia e cuori semplici e fedeli
riposano nei nostri volti: dove
trovare due piú limpidi emisferi
senza Nord affilato, Ovest caduco?
Equamente non fu mischiato ciò che muore,
se i nostri amori sono uno e tu
ed io cosí fratelli nell’amore
che né l’uno né l’altro può mancare o morire.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The good-morrow

I wonder by my troth, what thou, and I
Did, till we lov’d? were we not wean’d till then?
But suck’d on country pleasures, childishly?
Or snorted in the seaven sleepers den?
T’was so; But this, all pleasures fancies bee.
If ever any beauty I did see,
Which I desir’d and got, t’was but a dreame of thee.

And now good-morrow to our waking soules,
Which watch not one another out of feare;
For love, all love of other sights controules,
And makes one little roome, an every where.
Let sea-discoverers to new worlds have gone,
Let Maps to other, worlds on worlds have showne,
Let us possesse one world, each hath one, and is one.

Mine face in thine eye, thine in mine appeares,
And true plain hearts doe in the faces rest,
Where can we finde two better hemispheares
Without sharpe North, without declining West?
What ever dyes, was not mixt equally;
If our two loves be one, or, thou and I
Love so alike, that none doe slacken, none can die.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

L’estasi – John Donne

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d'Arte Moderna, Roma

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando quale anima parlasse
(poiché a un modo intendevano e parlavano entrambe)
nuova sublimazione avrebbe ricevuto
ripartendo piú puro.

Ogni perplessità discioglie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sappiamo che non era il sesso,
sappiamo che di ciò nulla sappiamo.

Ma poiché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e ignorate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, questa e quella ciascuna.

Trapiantate un’unica viola:
forza, misura, sfumatura, quanto
era dapprima povero e mancante,
tuttavia si raddoppia e si moltiplica.

Cosí quando l’amore una con l’altra
due anime interanima, quell’unica
anima piú compiuta che ne sgorga
vince sulle mancanti solitudini.

E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché cosí a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
cosí ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi.

Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sicché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.

Come il sangue s’ingegna a generare
spiriti quanto può simili ad anime
(ché tali dita debbono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)

cosí debbono scendere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o giacerà in catene un grande principe.

Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli
possano contemplare rivelato l’amore:
i misteri d’amore crescono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.

E se un amante, uno come noi,
udisse questo dialogo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritorneremo ai nostri corpi.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The Extasie

Where, like a pillow on a bed,
A Pregnant banke swel’d up, to rest
The violets reclining head,
Sat we two, one anothers best.

Our hands were firmely cimented
With a fast balme, which thence did spring,
Our eye-beames twisted, and did thred
Our eyes, upon one double string;

So, to’entergraft our hands, as yet
Was all the meanes to make us one,
And pictures in our eyes to get
Was all our propagation.

As ’twixt two equal Armies, Fate
Suspends uncertaine victorie,
Our soules, (which to advance their state,
Were gone out) hung ’twixt her, and mee.

And whil’st our soules negotiate there,
Wee like sepulchrall statues lay;
All day, the same our postures were,
And wee said nothing, all the day.

If any, so by love refin’d,
That he soules language understood,
And by good love were growen all minde,
Within convenient distance stood,

He (though he knew not which soule spake,
Because both meant, both spake the same)
Might thence a new concoction take,
And part farre purer than he came.

This Extasie doth unperplex
(We said) and tell us what we love,
We see by this, it was not sexe,
We see, we saw not what did move:

But as all severall soules containe
Mixture of things, they know not what,
Love, these mixt soules doth mix againe,
And makes both one, each this and that.

A single violet transplant,
The strength, the colour, and the size,
(All which before was poore, and scant,)
Redoubles still, and multiplies.

When love, with one another so
Interinanimates two soules,
That abler soule, which thence doth flow,
Defects of loneliness controules.

Wee then, who are this new soule, know,
Of what we are compos’d, and made,
For, th’Atomies of which we grow,
Are soules, whom no change can invade.

But O alas, so long, so farre
Our bodies why doe wee forbeare?
They’are ours, though they are not wee, Wee are
The intelligences, they the spheare.

We owe them thankes, because they thus,
Did us, to us, at first convay,
Yeelded their forces, sense, to us,
Nor are drosse to us, but allay.

On man heavens influence workes not so,
But that it first imprints the ayre,
Soe soule into the soule may flow,
Though it to body first repaire.

As our blood labours to beget
Spirits, as like soules as it can,
Because such fingers need to knit
That subtile knot that makes us man:

So must pure lovers soules descend
T’affections, and to faculties,
Which sense may reach and apprehend,
Else a great Prince in prison lies.

To’our bodies turne wee then, that so
Weake men on love reveal’d may looke;
Loves mysteries in soules doe grow,
But yet the body is his booke.

And if some lover, such as wee,
Have heard this dialogue of one,
Let him still marke us, he shall see
Small change, when we’are to bodies gone.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

Ode al vento di Ponente – Percy Bysshe Shelley

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

I.

Fiato d’autunno, o Ponente selvaggio
Ch’urgi le foglie come ombre fuggenti
Da un mago, all’invisibil tuo passaggio,

Gialle, rossomalate, pestilenti
Turbe; e ciascuna alla sua buia cella
Invernal trai le aligere sementi,

Ove la fredda terra le suggella,
Come la tomba i corpi,  fin che appena
L’azzurra tua primaveril sorella

Soffia la tromba, fa la terra amena
D’odori, e i germi al suon de’ dolci modi
A pascer l’aria come greggi mena:

Spirto selvaggio, che per tutto godi
In serbare e distrugger, m’odi, oh, m’odi!

II.

Tu, fiume dove nuotan nubi a schiere,
Che Cielo e Mare han scosso come fronda
Dai rami lor conserti, messaggere

Di piogge e lampi: — effusi son sull’onda
Tua d’aria azzurra, qual fulgente crine
Irto sul capo d’Evia furibonda,

Al pien colmo del cielo dal confine
D’orizzonte, i capei della Bufera
Che s’approssima;— o pianto sulla fine

Dell’Anno, a cui questa postrema sera
Volta d’ampio sepolcro sia, che annodi
Coi congesti vapor dell’atmosfera,

Fin che da quel pregno aer pioggia esplodi
Nera, con fuoco e con gragnola, oh, m’odi!

III.

Tu che il turchin Mediterraneo senti
Per te destarsi, ove in sua calma estiva
Si culla al suon di vitrëe correnti,

Nel sen di Baia, alla pumicea riva
D’un’isola; ed antiche regge e torri
Nella luce dell’onde ch’è più viva

Vedeva in sonno ei tremolar, d’azzurri
Muschi e fiori ineffabili coperte;
O tu per cui l’Atlantico ove corri

Si fende in gorghi, mentre giù l’inerte
Selva del mare di limosi biodi
Per lo spavento il suo color converte

D’un tratto, a udir le note tue melodi,
E trema e si dischioma, m’odi, oh, m’odi!

IV.

Oh, foss’io foglia dal tuo soffio mossa,
Volassi io teco, nube senza pondo;
Flutto, fremessi sotto la tua possa!

Parte avess’io nell’impeto, secondo
In libertà, o indomito, a te solo!
Foss’io compagno al tuo vagar sul mondo

Come da bimbo, allor quando il tuo volo
Vincer pareva agevole salita!
Non mai così pregato avrei nel duolo,

Levando a te la voce mia smarrita!
Alzami, foglia, nube, onda leggera!
Sanguino sulle spine della vita!

Curva dall’ore gravi e prigioniera
È un’anima tua pari, indoma, altiera.

V.

Fammi tua cetra al par del bosco, o Vento!
Che fa, se cadon pur le foglie mie?
Forte, autunnal, mesto e pur dolce accento

Da noi trarran le tue fiere armonie.
Che il mio spirito sia nel tuo converso!
O gagliardo, sii me! Per tutte vie

Reca mie morte idee sull’universo
Come le foglie, a vite suscitare
Nuove! E con la magia di questo verso,

Faville d’inestinto focolare,
Le mie parole fra le genti trai!
Tromba di profezia sii da destare

La terra, ne’ miei labbri. Chè s’è omai
Verno, tardar può Primavera assai?

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

***

Ode to the West Wind

I.

O Wild West Wind, thou breath of Autumn’s being
Thou from whose unseen presence the leaves dead
Are driven like ghosts from an enchanter fleeing,

Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes! O thou
Who chariotest to their dark wintry bed

The winged seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow

Her clarion o’er the dreaming earth, and fill
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill;

Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, O hear!

II.

Thou on whose stream, ‘mid the steep sky’s commotion,
Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed,
Shook from the tangled boughs of heaven and ocean,

Angels of rain and lightning! there are spread
On the blue surface of thine airy surge,
Like the bright hair uplifted from the head

Of some fierce Mænad, even from the dim verge
Of the horizon to the zenith’s height,
The locks of the approaching storm. Thou dirge

Of the dying year, to which this closing night
Will be the dome of a vast sepulchre,
Vaulted with all thy congregated might

Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail, will burst: O hear!

III.

Thou who didst waken from his summer dreams
The blue Mediterranean, where he lay,
Lulled by the coil of his crystalline streams,

Beside a pumice isle in Baiæ’s bay,
And saw in sleep old palaces and towers
Quivering within the wave’s intenser day,

All overgrown with azure moss, and flowers
So sweet, the sense faints picturing them! Thou
For whose path the Atlantic’s level powers

Cleave themselves into chasms, while far below
The sea-blooms and the oozy woods which wear
The sapless foliage of the ocean, know

Thy voice, and suddenly grow gray with fear,
And tremble and despoil themselves: O hear!

IV.

If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power, and share

The impulse of thy strength, only less free
Than thou, O uncontrollable! if even
I were as in my boyhood, and could be

The comrade of thy wanderings over heaven,
As then, when to outstrip thy skiey speed
Scarce seem’d a vision—I would ne’er have striven

As thus with thee in prayer in my sore need.
O! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

A heavy weight of hours has chain’d and bow’d
One too like thee—tameless, and swift, and proud.

V.

Make me thy lyre, even as the forest is:
What if my leaves are falling like its own?
The tumult of thy mighty harmonies

Will take from both a deep autumnal tone,
Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,
My spirit! Be thou me, impetuous one!

Drive my dead thoughts over the universe,
Like wither’d leaves, to quicken a new birth;
And, by the incantation of this verse,

Scatter, as from an unextinguish’d hearth
Ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawaken’d earth

The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841

Crescita d’amore – John Donne

Victor Elpidiforovitch Borissov-Moussatov, A spring sun, 1898 -1901

Victor Elpidiforovitch Borissov-Moussatov, A spring sun, 1898 -1901

 

Credo appena il mio amore così puro
come l’avevo pensato
se, come l’erba, dura
vicissitudine e stagione.
Dunque tutto l’inverno mentii, quando giuravo
il mio amore infinito, se cresce a primavera.

Ma se amore, questa medicina
che cura ogni dolore con dolore maggiore,
non è la quintessenza ma, di più,
misto è di tutto, pena d’anima o senso,
e dal sole prende il suo vigore,
non è amore così puro né astratto
come dicono quelli che non hanno altro amore
che la Musa. Ma, come ogni altra cosa
composta di elementi, amore a volte vuole
contemplare, altre fare.

Eppure più eminente, non maggiore,
l’amore è divenuto a primavera.
Come nel firmamento il sole svela,
non dilata, le stelle,
gentili atti d’amore, come bocci sul ramo,
gemmano alla radice ridesta dell’amore.

Se (come in acqua smossa molti circoli
produce il primo) amore
riceve tali moltiplicazioni,
queste, come altrettante sfere, fanno un solo
cielo, poiché son tutte a te concentriche.

E sebbene ogni aprile aggiunga nuovo
fuoco all’amore, al modo di quei principi
che esigono nel tempo dell’azione
nuovi tributi, senza abrogarli in pace,
così nessun inverno gelerà
la crescita d’aprile dell’amore.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Traduzioni poetiche”, in “La Tigre Assenza”, Adelphi, Milano, 1991

***

Love’s Growth 

I scarce believe my love to be so pure
As I had thought it was,
Because it doth endure
Vicissitude, and season, as the grass;
Methinks I lied all winter, when I swore
My love was infinite, if spring make it more.

But if this medicine, love, which cures all sorrow
With more, not only be no quintessence,
But mix’d of all stuffs, vexing soul, or sense,
And of the sun his active vigour borrow,
Love’s not so pure, and abstract as they use
To say, which have no mistress but their Muse;
But as all else, being elemented too,
Love sometimes would contemplate, sometimes do.

And yet no greater, but more eminent,
Love by the spring is grown;
As in the firmament
Stars by the sun are not enlarged, but shown,
Gentle love deeds, as blossoms on a bough,
From love’s awakened root do bud out now.

If, as in water stirr’d more circles be
Produced by one, love such additions take,
Those like so many spheres but one heaven make,
For they are all concentric unto thee;
And though each spring do add to love new heat,
As princes do in times of action get
New taxes, and remit them not in peace,
No winter shall abate this spring’s increase.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

A Jane: La Ricordanza – Percy Bysshe Shelley

Charles Courtney, September Afternoon, 1913, collezione privata

Charles Courtney, September Afternoon, 1913, collezione privata

I.

Di tanti giorni, belli tutti
   E chiari come te, l’estremo,
L’estremo e più soave, è morto.
   Memoria, noi lo loderemo!
Su, vieni all’opra usata, traccia
   L’elogio di splendor distrutti:
Poi ch’or la Terra ha un’altra faccia,
   E il Ciel corruga il ciglio assorto.

II.

Dei pini andammo alla foresta
   Ch’orla all’Oceano il lido:
In casa stava la tempesta,
   La brezza nel suo nido.
Le nubi ai giochi lor partite,
   Brusìan tra il sonno l’onde,
E il Ciel col suo sorriso mite
   Tenea l’acque profonde.
Di là dal ciel venia quell’ora,
   Che ci schiarava il viso
Con una luce tal, che aurora
   Parea del Paradiso?

III.

Sostammo in mezzo ai pini, eretti
   Giganti dei deserti,
Dal nembo attorti ai rudi aspetti
   Come serpi conserti;
Al soffio degli azzurri fiati
   Nascean tra stelo e stelo
Colori e accordi delicati
   Come quelli del Cielo:
Sopite stavan or le fronde
   Come le verdi ondine,
Silenti  al par delle profonde
   Foreste oceanine.

IV.

Che calma! – un nodo sì tenace
   V’avea il silenzio astretto,
Che quell’inviolabil pace
   Più muta avresti detto
Pel suon del picchio; e pel sereno
   Nostro lieve respiro
Intorno a noi non venia meno
   La calma effusa in giro.
E un cerchio magico tracciato
   Delle remote sedi
Dei monti ai fiori di quel prato
   Esigui ai nostri piedi —
(Spirito intorno effuso, arcana
   Presenza inebriante) —
Pareva a pace indur l’umana
   Nostra angoscia un istante.
Ed io sentia che il centro, il cuore
   Del cerchio magico era
Un esser che infondea l’amore
   Nell’inerte atmosfera.

V.

Sostammo agli acquitrini: il velo
   Dei rami li rinserra;
Ciascun pareva un breve cielo
   Sprofondato sottoterra;
Un cielo d’un chiarore intenso
   Entro il terreno oscuro;
Più del notturno abisso, immenso
   E più del giorno, puro.
E lì crescean come nell’aria
   Le leggiadre foreste,
Perfette più di quante varia
   Fronda quassù riveste.
Là v’era il prato e la radura,
   E tra la verde cinta
Il sol brillava come aurora
   Da nube variopinta.
Parvenze dolci (mai non nacquero,
   In terra, pari a queste)
Fingea laggiù l’amor dell’acque
   Per le verdi foreste.
E il fondo, tutto d’un zaffiro
   D’Eliso era irrigato:
Un’atmosfera senza spiro,
   Un dì più delicato.
La scena, nell’amor, concessa
   Al sen dell’acque s’era
Con ogni foglia e linea espressa
   In forma più che vera.
Ma un vento sottentrò repente,
   Come un pensiero inviso
Che via dall’occhio della mente
   Discaccia un caro viso.
Se ben sei bella tu, e vivace
   Sempre il bosco ha la fronda,
Men spesso il cuor di Shelley ha pace,
   Ch’abbia riposo l’onda.

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

***

To Jane: The Recollection

I.

Now the last day of many days,
   All beautiful and bright as thou,
The loveliest and the last, is dead,
   Rise, Memory, and write its praise!
Up,–to thy wonted work! come, trace
   The epitaph of glory fled,–
For now the Earth has changed its face,
   A frown is on the Heaven’s brow.

II.

We wandered to the Pine Forest
   That skirts the Ocean’s foam,
The lightest wind was in its nest,
   The tempest in its home.
The whispering waves were half asleep,
   The clouds were gone to play,
And on the bosom of the deep
   The smile of Heaven lay;
It seemed as if the hour were one
   Sent from beyond the skies,
Which scattered from above the sun
   A light of Paradise.

III.

We paused amid the pines that stood
   The giants of the waste,
Tortured by storms to shapes as rude
   As serpents interlaced;
And, soothed by every azure breath,
   That under Heaven is blown,
To harmonies and hues beneath,
   As tender as its own,
Now all the tree-tops lay asleep,
   Like green waves on the sea,
As still as in the silent deep
   The ocean woods may be.

IV.

How calm it was!–the silence there
   By such a chain was bound
That even the busy woodpecker
   Made stiller by her sound
The inviolable quietness;
   The breath of peace we drew
With its soft motion made not less
   The calm that round us grew.
There seemed from the remotest seat
   Of the white mountain waste,
To the soft flower beneath our feet,
   A magic circle traced,–
A spirit interfused around
   A thrilling, silent life,–
To momentary peace it bound
   Our mortal nature’s strife;
And still I felt the centre of
   The magic circle there
Was one fair form that filled with love
   The lifeless atmosphere.

V.

We paused beside the pools that lie
   Under the forest bough,–
Each seemed as ‘twere a little sky
   Gulfed in a world below;
A firmament of purple light
   Which in the dark earth lay,
More boundless than the depth of night,
   And purer than the day–
In which the lovely forests grew,
   As in the upper air,
More perfect both in shape and hue
   Than any spreading there.
There lay the glade and neighbouring lawn,
   And through the dark green wood
The white sun twinkling like the dawn
   Out of a speckled cloud.
Sweet views which in our world above
   Can never well be seen,
Were imaged by the water’s love
   Of that fair forest green.
And all was interfused beneath
   With an Elysian glow,
An atmosphere without a breath,
   A softer day below.
Like one beloved the scene had lent
   To the dark water’s breast,
Its every leaf and lineament
   With more than truth expressed;
Until an envious wind crept by,
   Like an unwelcome thought,
Which from the mind’s too faithful eye
   Blots one dear image out.
Though thou art ever fair and kind,
   The forests ever green,
Less oft is peace in Shelley’s mind,
   Than calm in waters, seen.

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841

Il sogno – John Donne

Foto di Jennifer B Hudson

Foto di Jennifer B Hudson

 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema alla ragione,
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e le favole storia.
Entra fra queste braccia. Se ti parve
meglio per me non sognar tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come il lampo o un bagliore di candela,
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacché ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando sapesti il sogno, quando sapesti quando
la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, confesso che profano
sarebbe stato crederti qualcos’altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora il levarti mi fa dubitare
che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce che debbono esser pronte
sono accese e rispente, così tu tratti me.
Venisti per accendermi, vai per venire. Ed io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Traduzioni poetiche”, in “La Tigre Assenza”, Adelphi, Milano, 1991

John Donne, Poesie amorose, poesie teologiche, “Collezione di Poesia” Einaudi

***

The dream 

Dear love, for nothing less than thee
Would I have broke this happy dream;
It was a theme
For reason, much too strong for fantasy,
Therefore thou wak’d’st me wisely; yet
My dream thou brok’st not, but continued’st it.
Thou art so true that thoughts of thee suffice
To make dreams truths, and fables histories;
Enter these arms, for since thou thought’st it best,
Not to dream all my dream, let’s act the rest.

As lightning, or a taper’s light,
Thine eyes, and not thy noise wak’d me;
Yet I thought thee
(For thou lovest truth) an angel, at first sight;
But when I saw thou sawest my heart,
And knew’st my thoughts, beyond an angel’s art,
When thou knew’st what I dreamt, when thou knew’st when
Excess of joy would wake me, and cam’st then,
I must confess, it could not choose but be
Profane, to think thee any thing but thee.

Coming and staying show’d thee, thee,
But rising makes me doubt, that now
Thou art not thou.
That love is weak where fear’s as strong as he;
‘Tis not all spirit, pure and brave,
If mixture it of fear, shame, honour have;
Perchance as torches, which must ready be,
Men light and put out, so thou deal’st with me;
Thou cam’st to kindle, goest to come; then I
Will dream that hope again, but else would die.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, edited by E. K. Chambers, 1896