Poligoni – Tony Harrison

Sandra Lousada, Tony Harrison

 

Dionigi di Alicarnasso una volta paragonò
la poesia di Eschilo a queste mura
ciclopiche sotto il tempio di Apollo,
mura che ammiro ogni volta che torno a Delfi,
blocchi come continenti pregiurassici
dove capperi si riversano a cespugli frangiati
su una Pangea serrata, poligonale Gondwanaland.
Maiuscole greche accalcate scavalcano le fessure
tenendo legati i blocchi con cuciture d’alfabeto,
iscrizioni di manomissione che sigillano giunte.
Così quando scosse sismiche arrivano dal sottosuolo
e i capperi nelle crepe vengono squassati
e le api cessano un attimo di succhiare il basilico
e i ciottoli nel golfo che rispecchia il Parnaso
cozzano e si sparpagliano in violenti scossoni
 e i cumuli di scura bauxite brulicano come formicai
allora i massi fan muro contro le scosse sotterranee:
come una Cuba o Lesbo bloccata resistono
anche se il tempio di Apollo minaccia di rovinare.
La slittamento tettonico dell’animo che produsse la tragedia
 può frantumare quasi tutti i poemi ma non demolire
gli anapesti eschilei, intatti nel terremoto.
Questo è quanto Dionigi suggerisce:
il calcare o flysch di cui queste mura son fatte
può crollare con macigni in frane come quella
che secondo Erodoto schiacciò i Persiani di Serse.
Venti tonnellate di masso precipitano con fragore.

Avvisi CADUTA MASSI vietano l’accesso allo stadio,
quello dove i miei satiri danzanti con zoccoli
e falli eretti ebbero la prima mondiale:
I segugi di Ossirinco, frammenti da Sofocle,
per me stupefacenti come tutta un’opera intatta,
un papiro (per lo più lacunoso) da cui 25 anni fa
trassi quel dramma nel luogo dove oggi sento ancora
le rocce risuonare degli zoccoli del mio coro.
Adesso è bombardato da massi e chiuso al pubblico.
Spero però che i miei intimi entreranno di straforo
o presenteranno al sindaco domanda regolare
per spargervi le mie ceneri, magari tra dieci anni,
se avrò la ventura di durare quel tanto.
Anche se oggi mi son svegliato sentendo la mia mortalità
con in mente il detto di Dunbar sulla carne “fragile” (bruckle),
perlomeno questa scarpinata quotidiana giova al mio cuore…

È chiuso anche il sito qui accanto dove tutti gli anni
passavo il dito come una penna sopra il graffito di Byron,
il suo nome scolpito su una colonna oggi inaccessibile.
Negli ultimi trent’anni l’ho visto sparire un po’ per volta.
Ogni anno diventava più difficile da trovare e decifrare,
quasi illeggibile per i decenni di abbandono
da quando il poeta nel 1809 lo incise con Hobhouse
sotto e accanto ad altri graffiti britannici
di marinai in licenza con navi alla fonda a Itea.
La B di BYRON sta sotto la E di HOPE
mentre la O di Hobhouse  sta sotto la B di BYRON.
A decifrare il tutto ci voleva parecchia acqua castalia
versata da una bottiglietta sulle lettere svanite.
Bagnate, il sole le accendeva rendendole più  leggibili
prima che sparissero di nuovo nella pietra.
Mentre contemplavo quel nome ero ossessionato dai suoi versi.
Nel Pellegrinaggio di Aroldo la frase sul Parnaso,
la cima innevata che vediamo da qui:
“E tu, dimora delle Muse, sei divenuto loro tomba”.
Poi, in Tenebra, la scomparsa con le Muse della Terra:
“senza stagioni, erbe, alberi, uomini, vita”.
Davvero un paesaggio in cui attendere Melpomene.
No, l’arca di Deucalione sfuggì alla Tenebra di Byron,
o a inondazioni senza un ancoraggio solido sul Parnaso,
o a grandiose apocalissi atomiche generate dal finocchio
in cui Prometeo, padre di Deucalione, rubò il fuoco
come manna per le creature che aveva foggiato dall’argilla.

Nel libro I delle Metamorfosi di Ovidio, sul Diluvio,
Deucalione sopravvive alla grande inondazione,
toccando terraferma sulle pendici del Parnaso
(che abbiamo davanti agli occhi da stamane),
come Noè trovò la terra in cima all’Ararat.
Deucalione ricreò l’umanità distrutta dal Diluvio
gettando pietre come quelle su cui stiamo salendo
dietro le spalle, “ossa di Madre Terra”, mentre
sua moglie Pirra con lo stesso gesto ricreava le donne,
il flysch che gettavano indietro trasformato in carne,
la carne che stamane sentii bruckle nel mio corpo
per citare il Lamento per i Makars (Poeti) di Dunbar
con il suo timor mortis conturbat me.
Makars, malati e sani, ne ho incontrati a Delfi.

Foglie di platano imbrattate di melma del Diluvio
fecero sdrucciolare i neonati umani qui dove siamo oggi,
e dal fango scaldato dal sole vennero le altre creature.
Dallo splendore di un mezzogiorno come questo, sul viscido,
da questi elementi, avversari abbracciati,
concordia discors, è venuta la vita, dice Ovidio,
citando Empedocle che si gettò nell’Etna,
il vulcano su cui dieci anni fa lessi poesie,
luogo ideale come il Vesuvio sotto cui ho letto due volte,
entrambi con vigneti rigogliosi per le antiche eruzioni,
entrambi eguagliati dal Parnaso che sovrasta Delfi,
dove ho letto e diretto poesie e lavori teatrali.

C’è un grande platano qui e la prima foglia ingiallita
galleggia sullo specchio della Fonte Castalia 
la cui acqua per me è diventata una dipendenza,
e ci veniamo tutti i giorni a far scorta di bottiglie.
Dodwell scrisse: “Castalia fornisce un’ottima bevanda,
un sorso è in grado di convertire i bevitori in poeti”.
Dieci anni dopo che Byron le dichiarò defunte
un suo assaggio convertì un certo Jacob Spon alle Muse.
Babis, tassista di Delfi, mio buon amico da anni,
lo sa, e sempre quando mi viene a prendere
porta una bottiglia che ha riempito d’acqua castalia.
Lui guarda, io sorseggio. Esclama: “Kalò Piìma!”.
Un bel gluglù: “Kalà piìmata”, plurale.
Ne ho tracannato un bel sorso perché sorgessero queste righe
(un bisticcio attribuibile a un sorso di troppo…).

Può l’acqua castalia aiutare i sopravvissuti a crisi?
Quando oggi siamo scesi a riempire due bottiglie
un tizio è arrivato in macchina con una ventina di fiaschi.
(Suppongo sia un poeta greco impegnato in un epos
che necessita di una riserva di galloni da tracannare…)
Aspetto e osservo, per quanto lui mi offra di precederlo
e di non monopolizzare la fonte, ma mi incuriosisce,
così indugio e osservo. Lui parla. Traduco:
“È l’acqua migliore del mondo e mi aiuterà
a risparmiare sulla birra in questi tempi disgraziati.
Con Castalia sopravvivrò alla presente crisi greca” .
Comunque gli grido “Kalà piìmata” dietro la sua Peugeot.

Melpomene, Musa tragica della sopravvivenza al dolore,
faceva camminare anche i suoi attori mascherati
(non coturnati – una vecchia balla!) su poligoni
nell’orchestra di marmo dove abbiamo sostato oggi,
e sempre sostiamo (a centro scena) quando veniamo a Delfi.
Con un Prometeo stentoreo o un Aiace pazzo sul palco
o un coro declamante con quindici voci potenti,
le vette delle Fedriadi potrebbero vibrare agli ictus
e pezzi di marmo crollare provocando una frana
dalle rocce scoscese e seppellendo la cavea,
schiacciando e ammassando gli spettatori decapitati,
un ekkyklema fuori copione con cadaveri veri di attori.
Venti tonnellate di masso precipitano con fragore.

La declamazione tragica deve tenere d’occhio i monti.
Yampeia, la Fedriade orientale di ottocento metri circa
da cui Esopo fu gettato da sacerdoti suoi nemici,
ora ha un cervo selvatico che intravediamo sulla vetta,
e sopra il cervo ancor più remote creature di nuvole.
Una nuvola a forma di delfino si tuffa sfilacciandosi
in un mare che lampeggia gocce di sangue.
Una nuvola Cupido bacia un cerbiatto aurato
che castrato diventa una Creta di zucchero filato.
Una lepre con gobbe di cammello, un feto di canguro.
Nubi a forma di creature non evolute o estinte.
Creature e continenti di nuvole in grandi banchi bioccosi.
Un’Islanda di carboni ardenti, una Faroe fiammante,
le regioni più remote dell’emisfero settentrionale create
in pochi secondi di nuvole, poi inondate nel buio.
Un gioco d’ombre di evoluzione che termina nell’estinzione.
La corazza di rame del golfo ora si offusca livida.

“E le nuvole periscono: la Tenebra non necessita
del loro aiuto – è tutto l’Universo”,
scrive Byron in Tenebra. E Giorgio Seferis,
magnifico poeta greco, sente la tenebra a Delfi:
“I poteri della tenebra sono i fermenti della luce.
Più forte è il buio, più profonda è la luce.
Delfi di tutti i luoghi fu quello più impastato
del potere ctonio e della luce assoluta”.
Una volta che filmavo qui un cameraman greco mi disse:
“Qui persino le ombre hanno una luce nella tenebra”.

Riempiamo le bottiglie e rifacciamo il cammino all’indietro
sotto il picco di Yampeia, ora senza il suo cervo,
e accanto a estintori in nuovi contenitori rossi
installati dopo l’incendio degli uliveti a valle.
Giù ad Amfissa il fuoco ha divorato interi boschi.
Ora le cicale tentano un’accensione all’unisono
strofinando quei loro fiammiferi che per fortuna non si accendono.
Il loro ritmo è ripreso dal battito delle corde di bandiere
contro il metallo dei pennoni che circondano Prometeo
scolpito nel bronzo che innalza la sua fiamma
(sinora risparmiato dai rivenditori di ferri vecchi!).
Il battito delle corde trova eco nei campanacci
mentre le greggi, con l’autunno, scendono dal Parnaso
dove ben presto il ghiaccio e la neve in cima
non offrirà appoggio alle Muse rabbrividite.
Melpomene è la sola che non ha bisogno di collant
ma gira il Parnaso come una bellezza di Newcastle
nella movida natalizia, gambe e braccia al vento,
a spasso tutta la notte come nella Costa del Sol.
E le birre tintinnano nei frigoriferi dei chioschi,
riecheggiando i pennoni percossi intorno a Prometeo,
Amstel e Heineken, Alpha e Fix
nel tremolio pulsante della macchina del ghiaccio,
un tintinnio che non è ancora una più lugubre campana.

Un giornale appeso con mollette da biancheria
al chiosco di fronte all’albergo chiuso e decaduto
ha una foto a piena pagina di un poeta che conosco.
Il titolo: “SEIMOUS XINI, Seamus!”. Non c’è bisogno di leggere
l’efige o pethane che seguono per capire
che Seamus Heaney è morto. Qualche anno fa pranzammo
nell’albergo ora in abbandono alle mie spalle.
Dalla foto i suoi occhi fissano la rovina.
È stato lì che gli ho regalato la mia Orestea
i cui kenning da Egils saga mi ricordavano Eschilo,
dove avevo sudato per trovare uno stile che Dionigi
avrebbe ritenuto poligonale anche se scavato nell’inglese,
e Seamus mi diede le sue versioni dei tragici greci.
Il mio cuore coetaneo sobbalza sotto una pioggia di ghiaione.
Istintivamente porto il dito alla cassa toracica
con sotto il battito irregolare del cuore.
Ho indosso la mia maglietta nera Kazantzakis,
ne ho almeno cinque e le metto tutti i giorni.
C’è sopra una frase in greco del grande cretese:
Nulla spero. Nulla temo. Sono libero”,
e sento l’eleftheros (libero) sul capezzolo,
anche se il tipota (nulla) gli è abbastanza vicino.

Vediamo che il sole comincia a tramontare sul Ghiona,
e andiamo a prendere un uzo in un vecchio bar, l’Apollo,
accanto all’hotel dove pranzai con Seamus,
per guardare il tramonto sopra “il mare” (come dicono)
“degli ulivi”, una metafora oggi difficile da spiegare
vedendo tanti flutti sotto di noi anneriti,
discors concordia, un mare di onde carbonizzate.
Una goccia di Castalia annebbia i nostri due uzo.
Con il primo sorso brindiamo al grande spirito irlandese
e al Parnaso su di noi i cui sentieri lui frequentò.
Con il sorso seguente prendo l’anticoagulante
e brindo a te che mi hai amato fino a farmi sopravvivere.
Dico: “O femina sola superstes, amor mio”,
citando il Deucalione di Ovidio, felice di essere vivo
e poter venire a Delfi questa trentacinquesima volta.
Carpe diem… Ma non tradurre carpe “afferrare”.
Pensa al giorno come a un frutto o a un fiore,
e “afferrare” sa troppo di arraffare, violentare.
Il verbo carpo va con flores, violas, lilia,
nelle Metamorfosi di Ovidio, e in Virgilio
con rosam, poma, violas, papavera.
Una volta che hai rimosso il senso di “strappare” puoi
semplicemente, meno disperatamente, assaporare il giorno.
Karpos, l’antica parola greca per frutto, la parola
che sta ancora sul sacchetto delle albicocche mature
che abbiamo comprato scendendo verso Castalia,
deve essere la radice del verbo latino carpo:
carpe diem, carpe noctem, carpe solem, carpe lunam,
anche carpe mortem in questo brindisi annebbiato di sorgente.
La sorgente a cui sempre beviamo e attingiamo
non sa per nulla del sale del Diluvio di Deucalione.
Il profumo del seno di Melpomene rimane nella neve sciolta
e dura finoché lo si sorseggia da Castalia.
Avvolgo un litro di Castalia in asciugamano e calzini
e lo metto nel bagaglio da stiva per il volo di ritorno.

Sorseggio Castalia mentre sto in cucina a Newcastle
e me ne servo per mandar giù l’anticoagulante,
per continuare a sopravvivere alle pendici del Parnaso
anche se Melpomene è l’ultima Musa rimasta in alto.
Tutte le magliette Kazantzakis sono appese ad asciugare
sullo stenditoio che ho messo sopra i fornelli,
piegate in modo che si legga “Sono libero”.
Sopra i fornelli sono anche incorniciati due manifesti,
uno di trent’anni fa, la mia Orestea al National,
che regalai a Seamus a Delfi con la mia introduzione,
e uno di quarant’anni fa da Festival Hall,
un reading con Ted Hughes, Seamus Heaney e me,
Tony Harrison, ahimè il solo ancora vivo.
Entrambi i compagni sono stati qui con me in cucina.

Insieme con i makars che ho già menzionato,
Eschilo, Virgilio, Ovidio, Egil, Byron,
Seferis, Kazantzakis, Ted Hughes,
procedo forse verso un in memoriam,
con Seamus Heaney, makar, debitamente compianto,
ma senza il timor mortis conturbat me
che il ritornello di Dunbar continua a ripetere,
bensì con le ultime parole di Seamus stesso: noli timere.

Guardo fuori dalla finestra i miei fichi di Newcaste
pronti per essere colti (carpe ficos), non arraffati,
e il gelso piantato per ricordarmi di Delfi.
Quando ci appoggio la scala colgo i frutti amorevolmente,
quasi carezzandoli perché non restino schiacciati,
e la mia mano non resti per sempre macchiata di gelso.
Ne congelerò un po’ per farne un pudding estivo d’inverno.
Sempre quando cucino continuo a comporre.
Cucino. Compongo. Ricordo, rimpiango.
Sto rosolando un coniglio come ne ho gustati a Delfi,
kouneli me kanella, come dicono in greco,
con un gusto d’allitterazione quasi degno di Eschilo
che l’inglese rabbit with cinnamom certo non rende.

Cucino con fuoco e acqua (discors concordia)
e butto sul coniglio una manciata di capperi
che insieme cogliemmo dal Gondwanaland.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXX, Luglio/Agosto 2017, N. 328, Crocetti Editore

∗∗∗

Dionysius of Halicarnassus once likened
Aeschylus’ poetry to this Cyclopean
wall beneath Apollo’s temple before us,
this wall I always gaze on whenever in Delphi,
blocks shaped like continents pre-early Jurassic
where capers cascade down landlocked Pangaea,
polygonal Gondwanaland, in tasselly swathes.
Unspaced Greek capitals cross all the cracks
keeping blocks bonded with alphabet tack-stitch,
manumission inscriptions that seal all the junctures.
So when from below the seismic shocks happen,
and the crack-rooted capers brandish their berries,
and bees, for some moments, stop browsing the basil,
and pebbles in the bay reflecting Parnassus
bunch then release in buffing abrasions,
and the brown bauxite spoil-heaps bristle like anthills,
these blocks lock against underground shudders,
a Cuba block, a Lesbos lock shorelines and stand
when even Apollo’s own temple can tumble.
The tectonic soul-shift that tragedy comes from
can shatter most lyrics but leaves Aeschylean
anapaests uncollapsed, coping though quake-wracked.
That’s what Dionysius seeks to imply.
The limestone/flysch such masonry’s carved from
can crash down as boulders in rockfalls like those
Herodotus tells us crushed Xerxes’ Persians.
Twenty-ton blocks cause clobbering bounce tracks.

Now FALLING ROCKS signs keep the stadium closed.
This stadium was where my clog-dancing satyrs
with phalluses upright had their world premiere,
The Trackers of Oxyrhynchus, Sophocles fragments,
as inspiring to me as a whole intact corpus,
a papyrus (most missing) I made into a play
25 years since here where I’m standing
hearing rocks echo with my chorus’s clogs.
It’s now bombarded by boulders and public forbidden.
I hope, though, my survivors will sneak a way in,
or make a formal request to the mayor,
to scatter my ashes, say, ten years from now
if I manage to last another decade –
though I woke up this morning feeling more mortal
with Dunbar’s word ‘bruckle’ (of the flesh) in my brain,
this climb we make most days at least helps my heart!

The site below’s also closed where each year I’ve been
to run my pen finger over Byron’s graffito,
his name, carved on a column I can’t now get close to.
For the last thirty years I’ve witnessed it fading.
Each year it gets harder to find and decipher,
illegible nearly from decades of neglect
since he carved it with Hobhouse in 1809
below and alongside other British graffiti,
sailors on shore leave with ships in Itea.
The B of BYRON is under the E of one HOPE
with the O of Hobhouse below BYRON’s B.
And to puzzle all out needed Castalia water
which I’d pour from my bottle all over faint letters.
Sun shone on them wet and made them much clearer
before disappearing back into the marble.
His lines would haunt me as I’d peer at his name.
His Childe Harold’s Pilgrimage line on Parnassus,
the mountain seen snow-capped walking down here:
‘And thou, the Muses’ seat, art now their grave.’
And from Darkness the whole earth gone with the Muses:
‘seasonless, herbless, treeless, manless, lifeless’.
A landscape to wait for Melpomene in.
No Deucalion’s ark escaped Byron’s Darkness,
or flood with no solid safe peak on Parnassus,
or big bomb finales begotten from fennel
Prometheus, Deucalion’s father, filched fire in
as a boon to the creatures he’d formed out of clay.

Ovid’s Metamorphoses Bk I on the Deluge
has Deucalion surviving the great inundation,
finding dry land on the slopes of Parnassus
we’ve been looking up at for most of the day,
as Noah found his on Ararat’s summit.
Deucalion recreated Flood-doomed Mankind
by casting the sort of boulders we’ve clambered
backwards over his shoulder, ‘Mother Earth’s bones’,
his wife Pyrrha with the same fling refashioning women,
the flysch they flung backwards transformed into flesh,
the flesche I felt bruckle in my body this morning
to quote Dunbar’s Lament for the Makars
with its timor mortis conturbat me.
Makars, ailing or hale, I’ve met with in Delphi.

Plane leaves, slippery still smeared with old Flood-slime,
made new humans slither on the ground where we stand,
and from the sun-heated sludge came all other creatures.
From the blaze of noon, like now, on soon-waded ooze,
from those elements, those opponents embracing,
this discors concordia, says Ovid, came life,
quoting Empedocles who leaped into Etna,
the volcano I read poems on some ten years ago,
a great venue like Vesuvio I’ve read under twice,
and both with great vineyards from ancient extinction.
Both matched by Parnassus with Delphi beneath,
where I’ve read my poems often and directed my plays.

There’s a huge plane tree here whose first yellowing leaf
drifts on the surface of the Castalian spring
whose water for me has become an addiction,
and we come every day to fill up our bottles.
Dodwell wrote: ‘Castalia forms a great beverage
and one draught can convert its drinkers to poets.’
Ten years after Byron declared they were dead
a slurp turned one Jacob Spon to the Muses.
Babis, Delphi’s cabbie, for years my good friend,
knows this and always, when he comes to collect me,
brings a bottle he’s filled with Castalia water.
He watches, I sip. He exclaims: ‘kalo poima!’
A good glug ‘kala poimata’ plural.
I took a good draught to doodle this draft
(though wordplay like that shows one glug too many!)

Can quaffing Castalia help crisis survivors?
When we went down today to top up our two bottles
a man came with a car full of more than two dozen.
(I’m surmising he might be another Greek poet
with an epic on the go that needs gallons to glug from!)
I wait and watch, though he offers to let me go first
and not hog the spring’s spigot, but I’m intrigued
so I stand by and watch. He talks. I’ll translate:
‘the best water in the world and it’s going to help me
to save money on beer in these difficult times.
With Castalia I’ll survive the present Greek crisis.’
I still call ‘kala poimata’ after his Peugeot.

Melpomene the tragic Muse of suffering’s survival,
had her male actors, masked but not buskined
(that’s always been bollocks!) tread polygons too
in that marble orchestra we stood in today,
and always stand in, centre stage, when in Delphi.
With a full-lunged Prometheus or mad Ajax on stage
or a clamorous chorus with 15 strong voices,
the Phaedriades peaks could echo the verse pulse
and bits of marble could crumble causing a rockfall
from the precipitous cliff face and crush the cavea,
cramming decapitated spectators together,
an ekkeklema unscripted with real actors’ corpses.
Twenty-ton blocks cause clobbering bounce tracks.

Tragic declamation needs one eye on the mountains.
Hyampeia, the eastern peak some eight hundred metres
Aesop was pushed off by priestly opponents,
now has a wild stag we glimpse on its summit,
and above the wild stag the stranger cloud creatures.
A disintegrating dolphin-shaped cloud
dives into a sea that flashes with blood-flecks.
A cupid cloud kisses a gold-haloed coney
that gets itself gelded to a candyfloss Crete.
A hare with camel humps, a wallaby foetus.
Clouds shaped like creatures unevolved or extinct.
Cloud creatures, cloud continents in wispy great drifts.
An Iceland of burning coals, a flame-flaring Faroe,
the northern hemisphere’s remotest regions created
in seconds of cloud then inundated in darkness.
An evolution shadow-pIay that ends in extinction.
The bay’s copper breastplate dulls down to lead.

‘And the clouds perish’d: Darkness had no need
Of aid from them – she was the Universe,’
wrote Byron in Darkness. And Giorgos Seferis,
great Greek poet, senses that darkness in Delphi:
‘The powers of darkness are the leavens of light.
The stronger the darkness, the deeper the light.
Delphi of all places has been the most kneaded
by the chthonic power and the absolute light.’
Once filming here the Greek on the Steadycam told me:
‘Here even shadows have light in their darkness.’

We refill our bottles and start walking back
under the now stagless Hyampeia peak,
and past fire hoses in new red containers
installed since the olives caught fire in the valley.
Fire down in Amphissa did for whole groves.
Now cicadas rehearse a united ignition
scratching their matchsticks that don’t quite reach flaring.
Their pace is picked up by the flapping of flag-ropes
against metal flagpoles that curve round Prometheus
carved out of bronze and bearing his flame
(these days protected from scrap metal merchants!)
The flapping flag-ropes are echoed by goat-bells
as herds sensing autumn start descending Parnassus
where soon the ice and the snow on the summit
will give no firm foothold to the shivering Muses.
Melpomene’s the only one who doesn’t need thermals
but goes round Parnassus like a Newcastle lass
on a pub crawl at Christmas with bare legs and arms
as though out for the night on the Costa del Sol.
And beer bottles clink together in street kiosk fridges,
echoing the flapped flagpoles surrounding Prometheus,
Amstel and HeinekenAIpha and Fix
in the throbbing tremble of the ice cube machine,
more tintinnabulation than a solemner tolling.

A hanging newspaper clothes pegs keep open
on the kiosk across from the shut, smashed hotel
has a whole half-page picture of a poet I know well.
The headline’s ‘Seimous xini, Seamus!’ No need to read
the efige or pethane that follow to know
Seamus Heaney had died. Some years back we’d dined
in the hotel that’s now derelict just behind.
His eyes from the picture stare into the ruin.
It was there that I gave him my Oresteia
with its Egil-like kennings I thought Aeschylean,
where I’d sweated to find a style Dionysius
might find like polygons though hewn out of English,
and Seamus gave me his Greek tragedy versions.
My coeval heart judders with lurches of scree fall.
Instinctively my finger touches my ribcage
with my heart’s irregular tempo beneath it.
I’m wearing my Kazantzakis black T-shirt
I have at least five of and wear every day.
There’s a quote from the Cretan in cursive stitched Greek:
‘I hope for nothing. I fear nothing. I am free,’
and I feel the eleftheros (free) on my nipple,
though the tipota (nothing) is pretty close too.

We see the sun begin setting over Ghiona,
and go for an ouzo in an old bar, the Apollo,
next to the hotel I’d dined in with Seamus,
to watch the sun set over what’s called here ‘the sea
of olives’, a metaphor now hard to maintain
seeing so many billows below us so blackened,
discors concordia, where a sea has charred waves.
A drop of Castalia clouds both our ouzos.
With our first sip we toast that great Irish spirit
and Parnassus above us whose pathways he trod.
With the next sip I take my anti-coagulant
and toast you who’ve loved me into survival,
I say: ‘o femina sola superstes, love,’
quoting Ovid’s Deucalion glad I’ve survived
to come here to Delphi the 35th time.
Carpe diem but don’t translate carpe ‘seize’.
Think of a day as a fruit or a flower
and ‘seize’ at once sounds too grabbing, too rough.
The verb carpo goes with floresviolaslilia,
in Ovid’s Metamorphoses, and in Virgil
with rosampomaviolaspapavera.
Once you’ve taken the sense of snatching away
you can simply, less desperately, savour the day.
Karpos, the ancient Greek word for fruit, and the word
still on the brown paper bag of ripe apricots
we bought on our way down to Castalia’s spring,
must be the root of the Latin verb carpo:
carpe diemcarpe noctemcarpe solemcarpe lunam,
even carpe mortem in this spring-clouded toast.
The spring we always drink from and fill bottles with
has no Deucalion Deluge salt in its savour.
Melpomene’s breast-scent stays in the snow-melt
and lasts till it’s sipped from Castalia’s spring.
I wrap a litre of Castalia in a towel and socks
in my hold baggage for the flight back when we leave.

I sip Castalia and cook in my Newcastle kitchen
and use it to take my anticoagulant,
to keep on surviving the slopes of Parnassus
though Melpomene’s the last Muse up on the summit.
All my Kazantzakis T-shirts are hung up to dry
on the rack I hang washing on over the stove,
all of them folded so the ‘I am free’ shows.
Above the stove also two posters are framed,
one from thirty years back, my NT Oresteia,
whose text with intro I gave Seamus in Delphi,
and one forty years back from the Festival Hall,
a reading with Ted Hughes, Seamus Heaney and me,
Tony Harrison, sadly the only one still alive.
Both those I’ve read with have been in this kitchen.

Along with the makars I’ve already mentioned,
Aeschylus, Virgil, Ovid, Egil, Byron,
Seferis, Kazantzakis, Ted Hughes,
I move towards an in memoriam, maybe,
with Seamus Heaney, makar, duly lamented,
but without the timor mortis conturbat me
William Dunbar’s refrain keeps repeating
but Seamus’s own last words: noli timere.

I look out of the window at my Newcastle figs
ready for gathering, (carpe ficos), not seizing,
and the mulberry planted to remind me of Delphi.
When I’m up on my ladder they’re lovingly gathered,
almost caressingly or they’ll get crushed,
and my clumsy hand indelibly mulberry-dyed.
I’ll freeze some for summer pudding in winter.
Always when cooking I go on composing.
I cook. I compose. I remember, lamenting.
I’m cooking a rabbit like I’ve eaten in Delphi.
The Greek for the dish kouneli me kanella
with its alliterative relish almost Aeschylean
that ‘rabbit with cinnamon’ doesn’t quite match.

I cook with fire and water, (discors concordia),
and drop into the rabbit a handful of capers
we gathered together from Gondwanaland.

Tony Harrison

da “London Review of Books”, 19 febbraio 2015

Matematica d’amore – Michael Hamburger

Foto da "La Jetée", cortometraggio di Chris Marker, 1962

Foto da “La Jetée”, cortometraggio di Chris Marker, 1962

 

Gli anelli sono il caso, la catena è il destino,
stringente come la rete di Efesto
che offrí al sorriso degli dèi due corpi
su un solo letto, in cosí stretto
intrico, che fu chiara
la verità: uno per uno fa uno.

Gli amanti sottrattivi, che ribattono
che quel che il caso ha unito può dividere
la scelta (come se un puro sforzo
allentasse la stretta di un paradosso) infine
scoprono con stupore d’essere loro stessi
il dividendo che si è ridotto,

giú in quell’inferno dove Don Giovanni
sente la vanità del suo sommare nomi,
poiché il totale è perso per lui,
non vedovo, ma spettro, mentre chi
resta privo di un’unica compagna possiede
un meno che è piú grande del suo piú.

L’amore vero comincia con l’algebra,
con quei casuali attori x ed y,
non-entità il cui magico ruolo
è di far diventare un nulla tutto,
di essere e di non essere, di unirsi:
gli anelli sono il caso, la catena è il destino.

Michael Hamburger

(Traduzione di Maura Del Serra)

da “Taccuino di un vagabondo europeo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1999

∗∗∗

Mathematics of Love

The links are chance, the chain is fate,
Constricting as Hephaistos’ net
Which to the smiles of gods betrayed
Two bodies on a single bed,
So tightly knit, the truth was plain:
One multiplied by one is one.

Subtracting lovers who retort
That what chance coupled, choice can part
(As if mere effort could relax
The clutches of a paradox)
At last to their amazement find
Themselves the dwindled dividend,

Deep in that hell where Don Juan
Knows he has added names in vain
Since all the aggregate is is lost
To him, not widowed but a ghost,
While those bereaved of one possess
A minus greater than his plus.

True love begins with algebra
Those casual actors x and y,
Nonentities whose magic role
Is to turn nothing into all.
To be and not to be, to mate:
The links are chance, the chain is fate.

Michael Hamburger

da “The dual site: poems”, Routledge & Paul, 1958

Il buongiorno – John Donne

Edward Weston, Nude, 1934

Edward Weston, Nude, 1934

 

Mi chiedo in fede: che facemmo noi
prima di amare? Divezzati ancora
non eravamo e allattati di rustici
piaceri, come i bimbi? O russavamo
nella caverna dei Sette Dormenti?
Fu cosí. Ma non erano che ombre
di piaceri. Se mai vidi bellezza
e la volli e la ebbi,
non fu che sogno della tua bellezza.

E ora buongiorno alle nostre due anime
che si destano e senza alcun timore
si vegliano, ché amore ogni orizzonte
chiude all’amore e di una cameretta
fa un ognidove. Restino alle nuove
terre i navigatori, e mappe nuove
scoprano ad altri mondi sopra mondi:
si lasci un solo mondo a noi, che abbiamo
ciascuno un mondo ed è un mondo ciascuno.

Nel tuo occhio il mio volto, il tuo nel mio
si specchia e cuori semplici e fedeli
riposano nei nostri volti: dove
trovare due piú limpidi emisferi
senza Nord affilato, Ovest caduco?
Equamente non fu mischiato ciò che muore,
se i nostri amori sono uno e tu
ed io cosí fratelli nell’amore
che né l’uno né l’altro può mancare o morire.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The good-morrow

I wonder by my troth, what thou, and I
Did, till we lov’d? were we not wean’d till then?
But suck’d on country pleasures, childishly?
Or snorted in the seaven sleepers den?
T’was so; But this, all pleasures fancies bee.
If ever any beauty I did see,
Which I desir’d and got, t’was but a dreame of thee.

And now good-morrow to our waking soules,
Which watch not one another out of feare;
For love, all love of other sights controules,
And makes one little roome, an every where.
Let sea-discoverers to new worlds have gone,
Let Maps to other, worlds on worlds have showne,
Let us possesse one world, each hath one, and is one.

Mine face in thine eye, thine in mine appeares,
And true plain hearts doe in the faces rest,
Where can we finde two better hemispheares
Without sharpe North, without declining West?
What ever dyes, was not mixt equally;
If our two loves be one, or, thou and I
Love so alike, that none doe slacken, none can die.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

L’estasi – John Donne

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d'Arte Moderna, Roma

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando quale anima parlasse
(poiché a un modo intendevano e parlavano entrambe)
nuova sublimazione avrebbe ricevuto
ripartendo piú puro.

Ogni perplessità discioglie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sappiamo che non era il sesso,
sappiamo che di ciò nulla sappiamo.

Ma poiché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e ignorate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, questa e quella ciascuna.

Trapiantate un’unica viola:
forza, misura, sfumatura, quanto
era dapprima povero e mancante,
tuttavia si raddoppia e si moltiplica.

Cosí quando l’amore una con l’altra
due anime interanima, quell’unica
anima piú compiuta che ne sgorga
vince sulle mancanti solitudini.

E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché cosí a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
cosí ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi.

Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sicché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.

Come il sangue s’ingegna a generare
spiriti quanto può simili ad anime
(ché tali dita debbono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)

cosí debbono scendere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o giacerà in catene un grande principe.

Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli
possano contemplare rivelato l’amore:
i misteri d’amore crescono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.

E se un amante, uno come noi,
udisse questo dialogo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritorneremo ai nostri corpi.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The Extasie

Where, like a pillow on a bed,
A Pregnant banke swel’d up, to rest
The violets reclining head,
Sat we two, one anothers best.

Our hands were firmely cimented
With a fast balme, which thence did spring,
Our eye-beames twisted, and did thred
Our eyes, upon one double string;

So, to’entergraft our hands, as yet
Was all the meanes to make us one,
And pictures in our eyes to get
Was all our propagation.

As ’twixt two equal Armies, Fate
Suspends uncertaine victorie,
Our soules, (which to advance their state,
Were gone out) hung ’twixt her, and mee.

And whil’st our soules negotiate there,
Wee like sepulchrall statues lay;
All day, the same our postures were,
And wee said nothing, all the day.

If any, so by love refin’d,
That he soules language understood,
And by good love were growen all minde,
Within convenient distance stood,

He (though he knew not which soule spake,
Because both meant, both spake the same)
Might thence a new concoction take,
And part farre purer than he came.

This Extasie doth unperplex
(We said) and tell us what we love,
We see by this, it was not sexe,
We see, we saw not what did move:

But as all severall soules containe
Mixture of things, they know not what,
Love, these mixt soules doth mix againe,
And makes both one, each this and that.

A single violet transplant,
The strength, the colour, and the size,
(All which before was poore, and scant,)
Redoubles still, and multiplies.

When love, with one another so
Interinanimates two soules,
That abler soule, which thence doth flow,
Defects of loneliness controules.

Wee then, who are this new soule, know,
Of what we are compos’d, and made,
For, th’Atomies of which we grow,
Are soules, whom no change can invade.

But O alas, so long, so farre
Our bodies why doe wee forbeare?
They’are ours, though they are not wee, Wee are
The intelligences, they the spheare.

We owe them thankes, because they thus,
Did us, to us, at first convay,
Yeelded their forces, sense, to us,
Nor are drosse to us, but allay.

On man heavens influence workes not so,
But that it first imprints the ayre,
Soe soule into the soule may flow,
Though it to body first repaire.

As our blood labours to beget
Spirits, as like soules as it can,
Because such fingers need to knit
That subtile knot that makes us man:

So must pure lovers soules descend
T’affections, and to faculties,
Which sense may reach and apprehend,
Else a great Prince in prison lies.

To’our bodies turne wee then, that so
Weake men on love reveal’d may looke;
Loves mysteries in soules doe grow,
But yet the body is his booke.

And if some lover, such as wee,
Have heard this dialogue of one,
Let him still marke us, he shall see
Small change, when we’are to bodies gone.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

Ode al vento di Ponente – Percy Bysshe Shelley

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

I.

Fiato d’autunno, o Ponente selvaggio
Ch’urgi le foglie come ombre fuggenti
Da un mago, all’invisibil tuo passaggio,

Gialle, rossomalate, pestilenti
Turbe; e ciascuna alla sua buia cella
Invernal trai le aligere sementi,

Ove la fredda terra le suggella,
Come la tomba i corpi,  fin che appena
L’azzurra tua primaveril sorella

Soffia la tromba, fa la terra amena
D’odori, e i germi al suon de’ dolci modi
A pascer l’aria come greggi mena:

Spirto selvaggio, che per tutto godi
In serbare e distrugger, m’odi, oh, m’odi!

II.

Tu, fiume dove nuotan nubi a schiere,
Che Cielo e Mare han scosso come fronda
Dai rami lor conserti, messaggere

Di piogge e lampi: — effusi son sull’onda
Tua d’aria azzurra, qual fulgente crine
Irto sul capo d’Evia furibonda,

Al pien colmo del cielo dal confine
D’orizzonte, i capei della Bufera
Che s’approssima;— o pianto sulla fine

Dell’Anno, a cui questa postrema sera
Volta d’ampio sepolcro sia, che annodi
Coi congesti vapor dell’atmosfera,

Fin che da quel pregno aer pioggia esplodi
Nera, con fuoco e con gragnola, oh, m’odi!

III.

Tu che il turchin Mediterraneo senti
Per te destarsi, ove in sua calma estiva
Si culla al suon di vitrëe correnti,

Nel sen di Baia, alla pumicea riva
D’un’isola; ed antiche regge e torri
Nella luce dell’onde ch’è più viva

Vedeva in sonno ei tremolar, d’azzurri
Muschi e fiori ineffabili coperte;
O tu per cui l’Atlantico ove corri

Si fende in gorghi, mentre giù l’inerte
Selva del mare di limosi biodi
Per lo spavento il suo color converte

D’un tratto, a udir le note tue melodi,
E trema e si dischioma, m’odi, oh, m’odi!

IV.

Oh, foss’io foglia dal tuo soffio mossa,
Volassi io teco, nube senza pondo;
Flutto, fremessi sotto la tua possa!

Parte avess’io nell’impeto, secondo
In libertà, o indomito, a te solo!
Foss’io compagno al tuo vagar sul mondo

Come da bimbo, allor quando il tuo volo
Vincer pareva agevole salita!
Non mai così pregato avrei nel duolo,

Levando a te la voce mia smarrita!
Alzami, foglia, nube, onda leggera!
Sanguino sulle spine della vita!

Curva dall’ore gravi e prigioniera
È un’anima tua pari, indoma, altiera.

V.

Fammi tua cetra al par del bosco, o Vento!
Che fa, se cadon pur le foglie mie?
Forte, autunnal, mesto e pur dolce accento

Da noi trarran le tue fiere armonie.
Che il mio spirito sia nel tuo converso!
O gagliardo, sii me! Per tutte vie

Reca mie morte idee sull’universo
Come le foglie, a vite suscitare
Nuove! E con la magia di questo verso,

Faville d’inestinto focolare,
Le mie parole fra le genti trai!
Tromba di profezia sii da destare

La terra, ne’ miei labbri. Chè s’è omai
Verno, tardar può Primavera assai?

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

***

Ode to the West Wind

I.

O Wild West Wind, thou breath of Autumn’s being
Thou from whose unseen presence the leaves dead
Are driven like ghosts from an enchanter fleeing,

Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes! O thou
Who chariotest to their dark wintry bed

The winged seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow

Her clarion o’er the dreaming earth, and fill
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill;

Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, O hear!

II.

Thou on whose stream, ‘mid the steep sky’s commotion,
Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed,
Shook from the tangled boughs of heaven and ocean,

Angels of rain and lightning! there are spread
On the blue surface of thine airy surge,
Like the bright hair uplifted from the head

Of some fierce Mænad, even from the dim verge
Of the horizon to the zenith’s height,
The locks of the approaching storm. Thou dirge

Of the dying year, to which this closing night
Will be the dome of a vast sepulchre,
Vaulted with all thy congregated might

Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail, will burst: O hear!

III.

Thou who didst waken from his summer dreams
The blue Mediterranean, where he lay,
Lulled by the coil of his crystalline streams,

Beside a pumice isle in Baiæ’s bay,
And saw in sleep old palaces and towers
Quivering within the wave’s intenser day,

All overgrown with azure moss, and flowers
So sweet, the sense faints picturing them! Thou
For whose path the Atlantic’s level powers

Cleave themselves into chasms, while far below
The sea-blooms and the oozy woods which wear
The sapless foliage of the ocean, know

Thy voice, and suddenly grow gray with fear,
And tremble and despoil themselves: O hear!

IV.

If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power, and share

The impulse of thy strength, only less free
Than thou, O uncontrollable! if even
I were as in my boyhood, and could be

The comrade of thy wanderings over heaven,
As then, when to outstrip thy skiey speed
Scarce seem’d a vision—I would ne’er have striven

As thus with thee in prayer in my sore need.
O! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

A heavy weight of hours has chain’d and bow’d
One too like thee—tameless, and swift, and proud.

V.

Make me thy lyre, even as the forest is:
What if my leaves are falling like its own?
The tumult of thy mighty harmonies

Will take from both a deep autumnal tone,
Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,
My spirit! Be thou me, impetuous one!

Drive my dead thoughts over the universe,
Like wither’d leaves, to quicken a new birth;
And, by the incantation of this verse,

Scatter, as from an unextinguish’d hearth
Ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawaken’d earth

The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841

Crescita d’amore – John Donne

Victor Elpidiforovitch Borissov-Moussatov, A spring sun, 1898 -1901

Victor Elpidiforovitch Borissov-Moussatov, A spring sun, 1898 -1901

 

Credo appena il mio amore così puro
come l’avevo pensato
se, come l’erba, dura
vicissitudine e stagione.
Dunque tutto l’inverno mentii, quando giuravo
il mio amore infinito, se cresce a primavera.

Ma se amore, questa medicina
che cura ogni dolore con dolore maggiore,
non è la quintessenza ma, di più,
misto è di tutto, pena d’anima o senso,
e dal sole prende il suo vigore,
non è amore così puro né astratto
come dicono quelli che non hanno altro amore
che la Musa. Ma, come ogni altra cosa
composta di elementi, amore a volte vuole
contemplare, altre fare.

Eppure più eminente, non maggiore,
l’amore è divenuto a primavera.
Come nel firmamento il sole svela,
non dilata, le stelle,
gentili atti d’amore, come bocci sul ramo,
gemmano alla radice ridesta dell’amore.

Se (come in acqua smossa molti circoli
produce il primo) amore
riceve tali moltiplicazioni,
queste, come altrettante sfere, fanno un solo
cielo, poiché son tutte a te concentriche.

E sebbene ogni aprile aggiunga nuovo
fuoco all’amore, al modo di quei principi
che esigono nel tempo dell’azione
nuovi tributi, senza abrogarli in pace,
così nessun inverno gelerà
la crescita d’aprile dell’amore.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Traduzioni poetiche”, in “La Tigre Assenza”, Adelphi, Milano, 1991

***

Love’s Growth 

I scarce believe my love to be so pure
As I had thought it was,
Because it doth endure
Vicissitude, and season, as the grass;
Methinks I lied all winter, when I swore
My love was infinite, if spring make it more.

But if this medicine, love, which cures all sorrow
With more, not only be no quintessence,
But mix’d of all stuffs, vexing soul, or sense,
And of the sun his active vigour borrow,
Love’s not so pure, and abstract as they use
To say, which have no mistress but their Muse;
But as all else, being elemented too,
Love sometimes would contemplate, sometimes do.

And yet no greater, but more eminent,
Love by the spring is grown;
As in the firmament
Stars by the sun are not enlarged, but shown,
Gentle love deeds, as blossoms on a bough,
From love’s awakened root do bud out now.

If, as in water stirr’d more circles be
Produced by one, love such additions take,
Those like so many spheres but one heaven make,
For they are all concentric unto thee;
And though each spring do add to love new heat,
As princes do in times of action get
New taxes, and remit them not in peace,
No winter shall abate this spring’s increase.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

A Jane: La Ricordanza – Percy Bysshe Shelley

Charles Courtney, September Afternoon, 1913, collezione privata

Charles Courtney, September Afternoon, 1913, collezione privata

I.

Di tanti giorni, belli tutti
   E chiari come te, l’estremo,
L’estremo e più soave, è morto.
   Memoria, noi lo loderemo!
Su, vieni all’opra usata, traccia
   L’elogio di splendor distrutti:
Poi ch’or la Terra ha un’altra faccia,
   E il Ciel corruga il ciglio assorto.

II.

Dei pini andammo alla foresta
   Ch’orla all’Oceano il lido:
In casa stava la tempesta,
   La brezza nel suo nido.
Le nubi ai giochi lor partite,
   Brusìan tra il sonno l’onde,
E il Ciel col suo sorriso mite
   Tenea l’acque profonde.
Di là dal ciel venia quell’ora,
   Che ci schiarava il viso
Con una luce tal, che aurora
   Parea del Paradiso?

III.

Sostammo in mezzo ai pini, eretti
   Giganti dei deserti,
Dal nembo attorti ai rudi aspetti
   Come serpi conserti;
Al soffio degli azzurri fiati
   Nascean tra stelo e stelo
Colori e accordi delicati
   Come quelli del Cielo:
Sopite stavan or le fronde
   Come le verdi ondine,
Silenti  al par delle profonde
   Foreste oceanine.

IV.

Che calma! – un nodo sì tenace
   V’avea il silenzio astretto,
Che quell’inviolabil pace
   Più muta avresti detto
Pel suon del picchio; e pel sereno
   Nostro lieve respiro
Intorno a noi non venia meno
   La calma effusa in giro.
E un cerchio magico tracciato
   Delle remote sedi
Dei monti ai fiori di quel prato
   Esigui ai nostri piedi —
(Spirito intorno effuso, arcana
   Presenza inebriante) —
Pareva a pace indur l’umana
   Nostra angoscia un istante.
Ed io sentia che il centro, il cuore
   Del cerchio magico era
Un esser che infondea l’amore
   Nell’inerte atmosfera.

V.

Sostammo agli acquitrini: il velo
   Dei rami li rinserra;
Ciascun pareva un breve cielo
   Sprofondato sottoterra;
Un cielo d’un chiarore intenso
   Entro il terreno oscuro;
Più del notturno abisso, immenso
   E più del giorno, puro.
E lì crescean come nell’aria
   Le leggiadre foreste,
Perfette più di quante varia
   Fronda quassù riveste.
Là v’era il prato e la radura,
   E tra la verde cinta
Il sol brillava come aurora
   Da nube variopinta.
Parvenze dolci (mai non nacquero,
   In terra, pari a queste)
Fingea laggiù l’amor dell’acque
   Per le verdi foreste.
E il fondo, tutto d’un zaffiro
   D’Eliso era irrigato:
Un’atmosfera senza spiro,
   Un dì più delicato.
La scena, nell’amor, concessa
   Al sen dell’acque s’era
Con ogni foglia e linea espressa
   In forma più che vera.
Ma un vento sottentrò repente,
   Come un pensiero inviso
Che via dall’occhio della mente
   Discaccia un caro viso.
Se ben sei bella tu, e vivace
   Sempre il bosco ha la fronda,
Men spesso il cuor di Shelley ha pace,
   Ch’abbia riposo l’onda.

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

***

To Jane: The Recollection

I.

Now the last day of many days,
   All beautiful and bright as thou,
The loveliest and the last, is dead,
   Rise, Memory, and write its praise!
Up,–to thy wonted work! come, trace
   The epitaph of glory fled,–
For now the Earth has changed its face,
   A frown is on the Heaven’s brow.

II.

We wandered to the Pine Forest
   That skirts the Ocean’s foam,
The lightest wind was in its nest,
   The tempest in its home.
The whispering waves were half asleep,
   The clouds were gone to play,
And on the bosom of the deep
   The smile of Heaven lay;
It seemed as if the hour were one
   Sent from beyond the skies,
Which scattered from above the sun
   A light of Paradise.

III.

We paused amid the pines that stood
   The giants of the waste,
Tortured by storms to shapes as rude
   As serpents interlaced;
And, soothed by every azure breath,
   That under Heaven is blown,
To harmonies and hues beneath,
   As tender as its own,
Now all the tree-tops lay asleep,
   Like green waves on the sea,
As still as in the silent deep
   The ocean woods may be.

IV.

How calm it was!–the silence there
   By such a chain was bound
That even the busy woodpecker
   Made stiller by her sound
The inviolable quietness;
   The breath of peace we drew
With its soft motion made not less
   The calm that round us grew.
There seemed from the remotest seat
   Of the white mountain waste,
To the soft flower beneath our feet,
   A magic circle traced,–
A spirit interfused around
   A thrilling, silent life,–
To momentary peace it bound
   Our mortal nature’s strife;
And still I felt the centre of
   The magic circle there
Was one fair form that filled with love
   The lifeless atmosphere.

V.

We paused beside the pools that lie
   Under the forest bough,–
Each seemed as ‘twere a little sky
   Gulfed in a world below;
A firmament of purple light
   Which in the dark earth lay,
More boundless than the depth of night,
   And purer than the day–
In which the lovely forests grew,
   As in the upper air,
More perfect both in shape and hue
   Than any spreading there.
There lay the glade and neighbouring lawn,
   And through the dark green wood
The white sun twinkling like the dawn
   Out of a speckled cloud.
Sweet views which in our world above
   Can never well be seen,
Were imaged by the water’s love
   Of that fair forest green.
And all was interfused beneath
   With an Elysian glow,
An atmosphere without a breath,
   A softer day below.
Like one beloved the scene had lent
   To the dark water’s breast,
Its every leaf and lineament
   With more than truth expressed;
Until an envious wind crept by,
   Like an unwelcome thought,
Which from the mind’s too faithful eye
   Blots one dear image out.
Though thou art ever fair and kind,
   The forests ever green,
Less oft is peace in Shelley’s mind,
   Than calm in waters, seen.

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841