Pressappoco – Ghiannis Ritsos

Andrew Wyeth, Pennsylvania Landscape, 1942

Andrew Wyeth, Pennsylvania Landscape, 1942

 

Prende in mano oggetti scompagnati – una pietra,
una tegola rotta, due fiammiferi bruciati,
il chiodo arrugginito del muro di fronte,
la foglia entrata dalla finestra, le gocce
che cadono dai vasi annaffiati, quel filo di paglia
che ieri il vento portò sui tuoi capelli, – li prende
e là nel suo cortile costruisce pressappoco un albero.
In questo “pressappoco” sta la poesia. La vedi?

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

Da Testimonianze, seconda serie, 1964-1965

dalla rivista “Poesia”, Anno XXII, Giugno 2009, N. 239, Crocetti Editore

Dell’amore – Michalis Ganàs

Foto di Ruth Bernhard

Foto di Ruth Bernhard


                                                                            a Popi

Riluce e splende come il rame
di un ramaio di Ghiànnina il tuo sorriso
le tue parole esplodono dentro di me
come le bombe a mano.
Corpo che ti dimenavi come una bestiola
prima di addormentarti,
da tre notti su due guanciali
aspiro nicotina,
corro con la febbre a ottanta
poi a duecento
divento matto per le strade.
Lezione amara la solitudine
e la morte un gomitolo nero
vieni con l’amore
vieni con l’acqua.
Non mancare più non lasciarmi
mano diafana cuore incorrotto,
ti amo e mi spaventi,
mi hai dato il pane e il chiaro delle stelle
e ancora il metallo del seno
e il timpano dormiente del tuo corpo.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Cena in piedi”, 1978, in “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Gimnopedia – Ghiorgos Seferis

Foto di Herbert List

Foto di Herbert List


I. SANTORINO

Piega, se puoi, sul mare scuro dimenticando
la musica d’un flauto sopra quei piedi nudi
che calcarono il tuo sonno in quell’altra vita ora sommersa.

Scrivi, se puoi, sull’ultimo tuo ciottolo
il giorno il nome il luogo
gettalo a mare perché vada a picco.

Ci siamo ritrovati nudi sopra la pomice
rimirando le isole affioranti
rimirando le rosse isole andare a fondo
nel loro sonno, nel nostro.
Ci siamo ritrovati qua
nudi, con la bilancia

che traboccava verso l’ingiustizia.

Tallone di potenza volontà senz’ombra calcolato amore
piani che si maturano al sole meridiano
rotta del fato al battito della giovine mano
sull’omero:
qui nel luogo smembrato che non regge
nel luogo che fu nostro
colano a picco – ruggine e cenere – le isole.

Are crollate
e gli amici scordati
foglie di palma nel fango.

Lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
sul margine del tempo con la nave
che toccò l’orizzonte.
Quando il dado ha battuto sul marmo
e la lancia ha battuto la corazza
e l’occhio ha conosciuto il forestiero
e seccato è l’amore
in anime bucate,
quando ti guardi attorno e tutt’in giro
trovi piedi falciati
in giro mani morte
occhi ciechi di buio,
quando non hai più scelta
di quella morte che volevi tua,
udendo un grido
e sia grido di lupo,
il tuo diritto,
lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
staccati via dal tempo infido e cola
a picco:
chi solleva i macigni cola a picco.

II. MICENE

Dammi le mani, dammi le tue mani, le mani.

Ho visto nella notte
il vertice aguzzo del monte,
la piana inondata laggiù dalla luce
d’una luna segreta,
girando il capo ho visto
l’acervo dei macigni neri
e la mia vita tesa come corda,
inizio e fine
l’attimo supremo;
le mie mani.

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai fin che potei
questi macigni amai fin che potei,
questi macigni, il mio fato.
Piagato dal mio suolo
e seviziato dalla mia camicia,
e condannato dalle mie divinità,
questi macigni.

So che non sanno; eppure io che percorsi
tante volte la via
dall’omicida al morto
e dal morto alla pena
e dalla pena ad un altro omicidio,
palpeggiando
la porpora inesausta
in quella sera del ritorno
– le Erinni cominciarono a fischiare
nell’erba rada –
ho visto serpi e vipere incrociate
in un viluppo sulla mala stirpe,
il nostro fato¹.

Voci su dal macigno, su dal sonno,
più fonde qua dove il mondo s’abbruna,
memoria di travagli radicata nel ritmo
che percosse la terra con piedi
dimenticati.
Inabissati corpi, alle radici
d’un altro tempo, nudi. Occhi sbarrati,
sbarrati sopra un segno
che per quanto tu voglia non discerni:
l’anima
che combatte per farsi anima tua.

Neppure il silenzio è più tuo
qui dov’è fermo il giro delle mole.

Giorgio Seferis

ottobre 1935

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

    ¹. Tutta questa parte della poesia risente di motivi e immagini dell’Orestea di Eschilo.

Un vecchio sulla riva del fiume – Giorgio Seferis

Foto di Herbert List

Foto di Herbert List

A Nanis Patiaghiotòpulos

Ma bisogna pensare a come andiamo avanti:
ché sentire non basta, né pensare né muoversi
né rischiare alla vecchia feritoia,
quando l’olio bollente e il piombo fuso
rigano la muraglia.

Ma bisogna pensare dove andiamo,
non come vuole il nostro dolore, i nostri figli
affamati, lo iato d’un appello di compagni
dall’altra riva,
né secondo il bisbiglio della luce
illividita nell’ospedaletto,
il barbaglio di clinica
al capezzale di quel giovine operato
a mezzogiorno,
ma in qualche altra maniera. Io vorrei dire come
il lungo fiume che nasce
dai grandi laghi chiusi in fondo all’Africa
(divinità, una volta, e poi via, donatore,
giudice, delta)
sempre da sé diverso, come gli antichi dotti
insegnavano, eppure
eguale corpo sempre, letto eguale, eguale Segno,
orientamento eguale.

Voglio solo parlare semplicemente: chiedo questa grazia.
Anche il canto l’abbiamo caricato di tante
musiche, che annega a poco a poco,
e l’arte nostra tanto decorata, che il volto
n’è roso dagli orpelli.
Ora è tempo di dire le nostre poche sillabe,
perché domani l’anima fa vela.

La sofferenza è umana, ma non siamo
uomini solo per soffrire.
Perciò medito tanto, questi giorni, il grande fiume,
questo senso che incede fra erbe e macchie grame
e animali che pascono e si dissetano
e uomini che seminano e mietono
e grandi tombe e piccoli abituri di morti.
Questa corrente va per la sua strada. Non diversa
dal sangue umano
e dagli occhi degli uomini che fissano lontano
senza paura in cuore,
senza trasalimenti quotidiani per piccole faccende
o — sia pure — per grandi,
che fissano lontano come il viandante avvezzo
a misurare la sua via con gli astri,
non come noi che l’altro giorno guardavamo
il giardinetto chiuso nella casa araba addormentata,
dietro le grate, il giardinetto fresco
cangiare forma, farsi grande farsi piccolo.
Cangiavamo, a misura dello sguardo,
anche noi la figura della nostra
brama, del nostro cuore,
nello stillare del meriggio, noi, docile pasta
d’un mondo che c’incalza e che ci plasma,
impigliati alle reti sfarzose d’una vita
ch’era giusta e s’è fatta polvere ed è colata
a picco nella rena,
lasciandosi dietro soltanto
l’indefinito dondolio d’un’alta
palma, che ci ha stordito.

Giorgio Seferis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

Il Cairo, 20 giugno 1942
da Giornale di bordo III

da “Giorgio Seferis, Le opere”, UTET, 1971

Mi hai preso intero… – Ghiannis Ritsos

Man Ray, Lee Miller, Nude with Sunray Lamp, 1929

Man Ray, Lee Miller, Nude with Sunray Lamp, 1929

 

7

Mi hai preso intero. Non avrà più niente da prendere la morte.
Respiro nel tuo corpo. Ho gettato il seme di mille ragazzi nel tuo sudato campo;
mille cavalli galoppano sul monte, trascinando con sé abeti sradicati,
scendono fino alle porte della città, sollevano la testa,
guardano con gli occhi neri a mandorla l’Acropoli, gli alti lampioni,
battendo le ciglia corte. I segnali verdi e rossi gli procurano
uno spiacevole imbarazzo. E quel vigile
muove le mani come per cogliere un invisibile frutto dalla notte
o afferrare una stella per la coda. Girano il dorso
come sconfitti in una battaglia che non c’è stata. E d’improvviso
scuotono ancora la criniera e galoppano verso il mare. Sul più bianco
cavalchi nuda tu. Ti chiamo. Sui tuoi seni
due rami d’edera incrociati. Una chiocciola
immobile sui tuoi capelli. Ti chiamo, amore. Tre giocatori di carte, dopo una notte insonne,
entrano nella latteria qui accanto. Albeggia.
Si spengono le luci della città. Si versa liscio il gran pallore
sulla tua pelle. Sono dentro di te. Chiamo da dentro. Ti chiamo
qui dove convergono rombando i fiumi e rotola giù il cielo
nel corpo umano, sollevando con sé
creature mortali e cose — anatre selvatiche, bufali, finestre,
i tuoi sandali estivi, un tuo braccialetto, un riccio di mare, due colombi,
nel recinto aperto di un’inspiegabile, non richiesta immortalità.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Parola carnale”, 1981, in “Ghiannis Ritsos, Erotica”, Crocetti Editore, 2002

Brano dal mio testamento – Kriton Athanasulis

Foto di Sebastião Salgado

Foto di Sebastião Salgado

 

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre
a me. Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti a dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo,
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione m’ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine:
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! i nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sfòrzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.

Kriton Athanasulis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

(da Due uomini dentro di me, 1957)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Fedra – Ghiannis Ritsos

Ruth Bernhard, Wet Silk, 1938

Ruth Bernhard, Wet Silk, 1938

A Ghiannis Tsaruchis
                                           …È normale
che l’uomo sbagli se gli dèi lo vogliono.
Euripide, Ippolito
(Pomeriggio primaverile, molto calmo. Una calma abituale, e tuttavia come illuminata all’eccesso, accentuata all’eccesso, quando dal grido di un uccello, quando dai colpi di un chiodo che si configge nel legno o dai colpi di uno scalpello sul marmo – questa calma densa, indefinita, come se di lí a poco dovesse essere completata una splendida statua nuda dall’espressione triste, come se dal ramo di un albero pendesse inutilmente una corda, mentre sulla copertina imbarcata dal sole di un libro, dimenticato da mezzogiorno sulla panchina del parco, passeggia inspiegabilmente un insetto rotondo dalle ali ripiegate sotto il duro, lucente guscio nero. Nella grande sala calcinata che dà a oriente una donna, forse sopra i quaranta, si culla lievemente su una sedia a dondolo di paglia intrecciata, premendo a intervalli regolari le punte dei piedi sul pavimento. La precisione del ritmo indica una rigorosa volontà che vacilla. Anche le dita dei piedi, fuori dei sandali, rigorosamente simmetriche. Tiene gli occhi chiusi. Con le mani incrociate sui seni si titilla i capezzoli, prima sopra il vestito, poi sulla pelle. Intanto il ritmo del dondolio non cambia. Tendine bianche alle finestre. Tra le due porte -finestre aperte, anch’esse con le tende, un grande specchio. Un tavolo di marmo. Un divano. Due poltrone. Due sedie intagliate. La luce, benché s’approssimi il tramonto, permane bianca, soffusa – forse per via delle tende. D’improvviso, fuori nella corte, lo scalpitio dei cavalli, i latrati dei cani, una voce giovanile, perentoria. Simultaneamente lo specchio, il tavolo, le tende, i muri s’imporporano. La donna s’alza con un movimento brusco, affatto diverso dal ritmo precedente. Esce nel corridoio. S’ode la sua voce. Forse ordina qualcosa alla Nutrice. Rientra. La stanza completamente rossa, e anche lei tutta rossa. Riprende il suo posto – immobile stavolta. Subito entra il giovane la cui voce s’era udita poco prima nella corte. Bello, sudato, i lunghi capelli d’oro scompigliati. Senza dubbio ritorna dalla caccia. Saluta ossequiosamente, non senza un certo imbarazzo. La donna gli guarda le gambe armoniose, avvampate dal sole, non abbronzate, d’un rosa chiaro, i peli ricciuti biondi. Un breve silenzio. Lei gli indica la poltrona di fronte. La luce della stanza cangia dal rosso al viola dorato. Gli guarda sempre le gambe, non il viso, – i polpacci, stretti nei lacci del sandalo, le unghie lucide regolari con un leggero contorno di polvere che rende piú carnali i polpastrelli. La donna, con un gesto inspiegabilmente provocante, accende una sigaretta. Il giovane reprime una smorfia. Forse è la prima volta che fuma davanti a lui. Espira il fumo dalle narici e dalla bocca. Parla):

Ti ho convocato. Non so come cominciare. Aspetto che faccia sera,
che s’allunghino le ombre nel parco, ch’entrino in casa
le ombre degli alberi e delle statue, a nascondermi il viso, le mani,
a nascondermi le parole che, ancora informi, indugiano; – le parole che non conosco,
che temo.
                  Ti ho convocato, impreparato anche tu, senza lasciarti riprender fiato,
prima che entri nel bagno, col tuo bel viso
ancora impolverato; (sei tutto rosso; ti ha scottato il sole; – non m’hai dato retta,
non hai messo l’anello marzolino di filo che ti ho intrecciato;)
quanti pelucchi di cardi del bosco hai tra i capelli.
                                                                                            Guarda:
questo sembra una piuma appallottolata, – com’è leggero; e questo
lo si direbbe la piccola mascella d’un animale ignoto, – ti morde il ricciolo
proprio vicino al sopracciglio; – aspetta che te lo tolgo. Si sono allungati i giorni;
è in anticipo il caldo; – l’avverti sui tessuti, sul legno dei mobili, sulla tua stessa pelle
come una dilazione triste.
                                                Il battito del telaio
sembra fuori tempo, non lo contiene la stanza, esce per strada –
ogni cosa si volge di fuori, si diffonde; perfino io
benché me ne stia in casa, benché tenga gli occhi chiusi
per concentrarmi – l’avverto: non basto a me stessa; attraverso le ciglia,
come fossero di vetro, guardo fuori, ti distinguo chiaramente nel bosco, vedo
inclinartisi la nuca quando bevi l’acqua alla sorgente; penso che forse
le cose esterne penetrano in noi – un’accettazione generale come la sorte –
d’un tratto ci riempiamo fino a scoppiare; comprendiamo il vuoto precedente; il vuoto
non è piú tollerabile; (e dove la trovi la pienezza? Scoppi). La santità della privazione –
cosí dicevi; – non ricordo bene; (della privazione, dicevi, o del rifiuto?)… Che parole sconsiderate –
la vittoria della volontà, dicevi – quale volontà? quale vittoria? –
dura, imperdonabile – un monte oscurissimo lontano sul tramonto,
piú oscuro del letto d’un cieco.

                                                        La santità prima del peccato –
non ci credo; – impotenza la chiamo, la chiamo viltà; –
le offerte agli dèi: pretesti per sottrarci alla prova; –
invisibili gli dèi; non rilasciano prove; – presumo sia questo che chiediamo;
non la santità stessa, – un’ombra solo per nasconderci. Lo so:
da solo ti ami quando ti trovi solo davanti allo specchio;
le ho viste le tracce sulle tue lenzuola, le ho odorate, – allora gli dèi ce li scordiamo.
                     A proposito,
com’è andata oggi la caccia? Non sono mai riuscita a capire
di cosa vai a caccia. Tu non hai mai portato come gli altri
i tuoi bei trofei – certi rari uccelli dalle splendide piume e dal becco d’oro,
certe corna di cervi da appendere ai muri, come tanti altri, –
hanno una grazia particolare – spuntano curve l’una sopra l’altra
come piante di chiese bizantine, come una scala che conduca a un piccolo cielo tranquillo, – ho sentito dire
che da esse si può dedurre la loro età. È vero? Tu non ne hai mai portate. Credo
tu non abbia mai ucciso cervi – gli animali favoriti della tua Dea. Tutti
parlano della tua mira infallibile. Io non ho mai visto niente. E passi per gli uccelli e i cervi,
ma perché neanche una pelle di lupo o di leone da stendere davanti ai letti d’inverno
quando coi grandi freddi ogni cosa si rapprende, e ci occorre
la certezza di qualche potere, soprattutto quando ci svegliamo
e coi piedi ancora tiepidi, resi molli dal sonno, tentiamo in modo incerto
di reggerci di nuovo sul tempo. Sarebbe bello, allora, poter posare i piedi
sul vello asciutto d’una fiera – per giunta uccisa di tua mano – e forse
ci scalderebbe quella sensazione, cosí rara,
di uno spericolato cavaliere che salta un fosso – vincitori, diciamo cosí, anche noi, di una battaglia sconosciuta,
eretti sulla nostra indomita volontà, come ti piace dire.

      A volte ho pensato
d’indossare gli abiti di un tuo schiavo o di un tuo scudiero per venire a caccia con te,
per conoscerti nel tuo ambiente, – come corri, come prendi la mira, come uccidi,
per seguire le tue belle movenze indipendenti, protese
a uno scopo concreto, a un’intenzione definita, con quella precisione e agilità
che derivano dall’esercizio e dall’esperienza. Avrei molto desiderato
conoscerti in questa dedizione totale a un’impresa
che sconfina dalla disciplina nell’estasi.
                                                                         Immagino
tu sia come un ballerino, quando salta e resta in aria un istante
ritardando la sua caduta, abolendo
la legge di gravità. Sí, come un ballerino, quando solleva
in alto in alto su una mano una ballerina aerea; allora
ci si mozza il fiato nel timore che dia ali alla ballerina e lei spicchi il volo
accanto a una nuvola bianchissima, per non far piú ritorno, o la sprofondi
in un abisso invisibile, che naturalmente esiste sempre
davanti ai nostri piedi, – e forse perciò gli innamorati, di sera,
camminano cosí lentamente, con tanta precauzione, tenendosi per la vita,
accanto al mare o sotto gli alberi.

                                                              Non te lo nascondo:
molte volte ho sognato di acquattarmi dietro un cespuglio, nel bosco,
di smuovere i rami come un animale selvatico, per farti da bersaglio,
essere la tua preda rara; – quando poi mi avessi presa in braccio per portarmi sulla carrozza
avrei avuto sugli occhi, mi dico, due foglie verdi perché tu fossi costretto a chinarti
piú vicino al mio viso.
                                        Davvero, di cosa vai a caccia? Non sarà
che offri a Artemide tutte le tue prede? Eppure mi piacerebbe molto
una piuma blu scuro per il mio cappello; forse potresti
offrire qualcosa anche a me. Blu scuro, sí,
come i miei occhi, e i tuoi del resto; – ti ricordi?
Fu tuo padre il primo a dircelo. Ne fui lusingata, allora;
e anche tu, forse; – diventasti rosso; quella notte
fuori nella corte, con le lucerne appese al pergolato, la prima volta che venisti a Atene
per i Misteri Eleusini – che giorni indimenticabili.
                                                                                            Dunque,
una piuma blu scuro, che me la senta sventolare
con un fruscio segreto sulla fronte, che mi trasmetta
messaggi dal bosco, dalle sorgenti, dalle radici,
dalla liturgia degli uccelli. Sogni e sogni. Ci ho riflettuto spesso:
ogni piuma nasconde un foro insanguinato; o piuttosto
ogni piuma ci scava nella carne un foro insanguinato? Altre volte
m’immagino le piume come la fioritura del nostro corpo; e solo
quando le spiuma la riflessione si apre
la rossa ferita che non si rimargina piú.
                                                                         Per questo
ti chiedo una piuma blu; – non credere sia per il mio dorso,
è solo per il cappello. Può darsi che ogni tanto anche tu
pensi le stesse cose. Forse anche tu lo sai:

le cose piú belle solitamente le diciamo
per evitare di dire una verità; e forse
è questa verità reticente a conferire
la grande beltà e indeterminatezza
a queste parole trite e ritrite, estranee – eterna legge
della beltà, come si dice.
                                             L’indeterminatezza
attesta sempre qualcosa di profondo e di definito – fors’anche di tragico e bestiale – un desiderio sacrificato,
un desiderio-idra, che si diverte a nascondere
in nuvole rosa o d’oro
le sue nuove teste; si diverte a giocare
con uno spago rosso tra le unghie; a posare
le sue teste tagliate sul vassoio d’argento, ornate di nastri variopinti;
a estrarre i chiodi dal muro, a piantarli a punta in su sul letto, giocando cosí
con la nostra unica testa, lui che ne ha molte. E ormai, – che farci? –
ci piace questo gioco. Anzi, a volte
lo giochiamo per conto nostro (diciamo cosí, di nostra iniziativa) –
lo stesso spago rosso, le teste sul vassoio coi nastri variopinti,
i chiodi sul letto.
                               “La nostra unica consolazione
(continua a dire la mia Nutrice) è pensare giorno e notte
alla nostra morte”. Ma anch’essa, quando? La sua mitigante certezza
appartiene al nostro futuro, mentre
il piú infimo istante del presente, pur nella sua minima esigenza,
è piú assoluto della morte.

                                                  Non dovevamo proprio
venire a Trezene. Qui ogni cosa è tua. Gli occhi di Píteo
attendono in agguato al buio ch’io strappi un brandello della tua castità,
la piuma blu di cui parlavamo. A Atene
era diverso; – là ero nel mio ambiente.
Tu eri maldestro allora; terribilmente timido
e allo stesso tempo gentile. Non apristi mai il frigorifero da solo
per prendere due ciliegie, una pesca, un pezzetto di cioccolata. Perfino la tua pronuncia
era contratta, e ti mangiavi un mucchio di vocali, quasi cercassi
di dire a mezzo le parole, per finire piú in fretta e poi tacere,
come se aspettassi da altrove la risposta e non dal punto verso cui guardavi. Mi piaceva molto
questa tua ignoranza e questa attesa. Immaginavo
fosse rivolta a me, – e forse lo era. Una sera
che ti accolsi sulle scale, prima ancora che accendessimo le lucerne, le tue mani tremavano
e reclinasti per un istante la testa sulla mia spalla.

                                                                                               Qui
sei tu il padrone, coi tuoi schiavi, i tuoi cani, i tuoi cavalli,
le statue dei tuoi dèi. Il tuo agio mi soffoca.
Ora sono io a non aprire il frigo. Quando apparecchio la tavola
è come se coprissi con un lenzuolo bianco un morto; come se non avessi diritto
né al mio morto né al lenzuolo.
                                                          Questa casa
è piena della tua ombra. La casa è un corpo, – lo tocco, mi tocca,
mi s’appiccica addosso, soprattutto di notte. Le fiamme delle lucerne
mi leccano le cosce, i fianchi; indugiano con brividi sottili
sotto l’orecchio sinistro; mi mordono i capezzoli;
la loro saliva splende, mi brucia, mi rinfresca, mi evidenzia.

Non so piú dove nascondermi. Chiudo con forza gli occhi
m’illumino tutt’intera e mi vedo
liscia, lubrica, immobile.
                                              La casa è un corpo;
è il tuo corpo, e allo stesso tempo il mio. Tento di camminare
e i lenzuoli mi si trascinano dietro come dopo l’amore; tento di posare
un bicchiere, un piatto sul tavolo; – dalle mie dita
pende quella catenina familiare con la tua crocetta (quella
che dicono ti abbia regalato la Dea), quella
che ti pendeva sul petto, che sprigionava un alito leggero dal tepore della tua carne; (sí, te l’ho rubata io).

                                                            Ricordo
la tua infantile sorpresa quando la perdesti, il tuo senso di colpa, la tua ira –
come ti scintillavano gli occhi, come ti avvampava le guance il sangue, – lo vedevo il sangue
scorrere sotto la tua pelle bianca, salirti al petto dalle gambe,
inciampare ai ginocchi, scorrere alla rovescia verso il ventre e le cosce,
sulle tue braccia, sulla piega del collo, gonfiarti e imporporarti
le mammelle e le labbra – come se tutto il tuo corpo fosse in erezione; – una chiazza rossa
ti rimane ancora sul mento.
                                                    Insieme con te
cercava la vecchia Nutrice, e anch’io cercavo per trovarla. Buttammo sottosopra
le stanze, il cortile, la cucina, la stalla. Ti guardavo
cercare inginocchiato sotto i tavoli, sotto i letti, lí,
davanti ai miei piedi, arreso, guardavo le linee del tuo corpo,
i mutamenti delle sue forme ad ogni movimento. M’inginocchiavo anch’io,
cosí, al tuo fianco, tutt’e due carponi, sgambettando come neonati
maldestramente, estaticamente davanti a un’impresa sconosciuta, attesa,
o come animali preistorici che cercano il cibo in una macchia folta, subdola,
furiosi per la fame, con una seconda fame piú vorace, –
io, l’esperta, la tormentata,
e tu, l’inconsapevole, l’altero, scherzosamente innocente,
adorabilmente innocente.

                                                  Altre volte ancora,
sdraiato in terra, bocconi, cercavi sotto gli armadi,
profondo, inquieto, penetrante, come se facessi l’amore.
                                                                                                        Ed ero io
il pavimento su cui ti gettavi, e ti sentivo dentro
mentre, in piedi, osservavo nel contempo ogni tua mossa
registrandola nel mio tatto e nel mio gusto. Ovviamente non la trovammo la catenina –
quella che porto di notte nel mio letto quando Teseo è assente,
quella che stringo al petto.
                                                 Non le vedi
le impronte, a maglia a maglia, incise nella mia carne? –
e un piccolo Crocifisso, impresso
tra i miei seni, – penso che se tu lo baciassi
risusciterebbe davvero; benché
ormai lo sappia bene: la resurrezione non è
se non un atto solitario di rifiuto,
non un atto d’unione.

                                         Dunque, come ti dicevo,
questa catenina rubata mi pende dalle dita
quando poso i piatti sul tavolo; tintinna sui coltelli, sulle forchette
con suoni minuscoli, traditori; talvolta s’infila
in un bicchiere di vino – si bagnano la croce e il Crocifisso;
ritraggo la mano; gocce rosse
macchiano la tovaglia; le ricopro con fette di pane –
e anche sul pane gocce rosse. Non so piú da che parte guardare.
I visi, le mani, i capelli, lo specchio, i muri
chiazzati di sangue.

                                      Fortuna
che il sangue è invisibile; questo mi rassicura; non lo vede nessuno;
nemmeno la catenina vedono; continuano a mangiare (e forse, per ragioni ignote,
perfino con maggior ingordigia). Quanto a quelle gocce rosse –
su di me non rimangono, non mi lasciano macchie sulla pelle; perché io
sono completamente insanguinata, dentro e fuori,
dal sangue invisibile – la mia porpora segreta. Mi amareggia solo
(ma forse ne sono lieta) che neanche tu mi veda
– benché te l’abbia confessato – con indosso questa porpora regale,
gloriosa, universale. E mi dico
che se anche tu potessi vedermi cosí
penseresti che mi sono dipinta tutta
di rosso, rossissima, per un qualche rito idolatra.
                                                                                           Oh, certo,
ciascuno vede coi suoi occhi;
e anch’io del resto. Ma quel ch’è peggio,
neanche la comprensione piú profonda della nostra diversità
facilita le cose, o abolisce
le nostre differenze e le nostre pretese personali.

No; non posso lamentarmi di te o del mio destino. In certi momenti
anche solo la coscienza della nostra sventura può tenerci
al di sopra della sventura, in uno spazio elevato e profondo; – un vento calmo soffia lassú,
i capelli mi battono leggerissimi sulle spalle
come due mani amiche, come due ali
diafane, mitiganti, approvatrici.
                                                              Intorno a me
s’estende la misericordia di un chiarore astrale senza tempo, – misericordia nostra
verso il mondo intero e noi stessi, naturalmente. In quei momenti

non ho affatto bisogno di volare
lassú, nell’alto del mio sogno e della mia estrema volontà, sola con me stessa,
libera da me stessa, separata
da ciò ch’è singolarmente mio, unita al mondo. E le funi che mi legavano
le mani, i piedi, il collo, spezzate,
divenute ali anch’esse, – sentirle sventolare
e le estremità sfiorare dolcemente la terra e il cielo –

Ricordo un cavallo selvaggio tutto bianco, legato per una zampa a un albero. Come sbalzava,
come gli schiumava la coda, la criniera; come gli guizzavano i muscoli in tutto il corpo
sotto lo splendido manto bianco. Credevo
che gli si sradicasse la zampa; e che con tre sole zampe galoppasse
zoppicando fiero verso l’ignoto; (forse
nessuna libertà si conquista senza qualche nostro sacrificio). In effetti
non si spezzò la zampa ma la fune; e mentre abbagliata mi aspettavo
il lampo della fuga, quello
mosse cinque passi lenti e si fermò
guardando serio e dolente la sua corda spezzata. Non era questo ch’io provavo.

O forse lo provavo. Non so. Guardavo lassú
accendersi i lampioni uno dopo l’altro (doveva passare il lampionaio
con la sua scala in spalla). A poco a poco riconobbi
le strade afflitte e chiuse che girano su se stesse,
quelle che anch’io percorrevo (per questo afflitte)
e che mi dispiaceva aver lasciato. Mormoravo tra me
i loro nomi – via dell’Accademia, dell’Università, dello Stadio, via Eolo. Le lucerne
si accendevano nelle case, s’illuminavano le porte, le finestre – la città stellata,
un firmamento terrestre.
                                               Distinguevo
anche la nostra casa – la scala di marmo illuminata
dalle due lanterne delle statue nude. Quella – sussurravo –
è la nostra finestra, quell’altra di Teseo; – io non sono là dentro,
io non sono là dentro – ripetevo; sono partita, sono fuggita
dal chiuso e dal mortale. M’immaginavo il vostro sguardo; immaginavo
forse il vostro dolore; (sí, sí, proverete anche voi dolore); i miei bei vestiti
vuoti, appesi nell’armadio, gettati sulle sedie
o sul letto; i miei sandali sotto il letto; in uno
giace una farfalla notturna morta; – non li indosserò piú.

     E proprio nell’istante
in cui sentivo i polmoni dilatarsi liberi nel respiro piú profondo, un nodo
mi serrava; – quel piccolo Crocifisso
impresso sul mio seno, e la cognizione
che sarei ritornata; e mi trovavo già là dentro, qui dentro
al mio posto sotto la lampada, a tavola,
guardando dietro i bicchieri, sopra le vostre spalle e il vostro sguardo indifferente
fuori della finestra lontana, verso la notte diafana dov’ero per breve tempo evasa,
da dove ero tornata piú triste, piú vecchia e come umiliata,
pervasa da una fierezza adirata, a misurare, a controllare
col vostro metro i vostri movimenti – a tagliare
accuratamente col grande coltello il pane
senza rigare la tovaglia o il legno,
senza graffiare il tuo dito mignolo o il mio.

Dio mio, non sopporto questa finzione. Sento che
ogni mio gesto stampa sul soffitto, sul pavimento, sul muro
o sui mobili un’ombra immensa; l’ombra si propaga, si estende,
s’ingrandisce a ogni istante, riflettendo tutti
i miei movimenti intimi, segreti.

                                                            Non so piú dove mettermi,
cosí assediata dalle mie ombre, piú evidente che mai,
eretta, mi sembra, in mezzo al mondo, tradita, visibile da ogni dove,
bersaglio degli schiavi, dei cani, del padrone di casa, tuo, a guardare
i mutamenti incessanti delle mie ombre; – somigliano piú che altro a animali –
un leone lacera con gli artigli la coperta rossa;
una tigre addenta il velluto del divano; un delfino
balza nello specchio con una fiocina sul dorso; una cerbiatta
trascina sulle corna la tenda come un velo da sposa nascondendo
tutt’intera la piana, le sorgenti, le vigne e i piedi rossi dei vendemmiatori; un bufalo
trasporta il tavolo dalla sala da pranzo in giardino; un bicchiere cade,
i due domestici si guardano; tengo in mano le forbici,
tento di ritagliare una tunica dalla stoffa, – dal rumore capisco
che taglio il pelo d’una mia ombra. In un angolo della via
il venditore di cesti si volta e guarda.

                                                                     Tutto il giorno
attendo la notte, caso mai le mie ombre si fondano con l’oscurità,
per poter occupare meno spazio, chiudermi nel mio guscio, essere
come un chicco di grano nella terra. Non ci riesco.
Le mie ombre non si fondono col buio; anzi, al contrario,
conquistano la notte tutt’intera. E allora
mi dilato anch’io con esse, stupita, muta, sprofondata,
con tutta la mia superficie tesa dalla densità del fondo, mentre
il mio desiderio nudo, lucente, tutto bianco, galleggia
sull’oscurità come una donna annegata dalla pancia gonfia,
la vulva tumefatta – una donna con gli occhi chiusi, illuminata dalla luna –
non annegata, che semplicemente galleggia sul dorso – una donna incinta.

Ed eccomi di nuovo ad aspettare che in un modo o nell’altro faccia giorno, che cantino
i galli sugli steccati, che risuonino fuori per la via
i passi dell’arrotino, del vasaio, dell’erbivendolo ambulante, del pesciaiolo,
i colpi di martello dei marmisti o dei falegnami, che si scindano
a una a una le mie ombre, per spartirle e non essere piú sola con me stessa.

Non le sopporto queste notti di primavera. I vapori esalano dalla terra, si condensano,
ti premono molli molli, carne su carne. Un fremito
percorre l’aria, passa da una stanza all’altra, s’insinua
nella terza camera, quella rosa, dove tu dormi. Gli zoccoli dei cavalli
scalpitano nella scuderia all’aperto; – forse anche quel cavallo
bianco di cui ti dicevo – azzoppato adesso (non distinguo il quarto colpo) –
che parole taciute s’odono, che gridi rattenuti,
suoni di flauti, di chitarre, di stelle. Un solo remo nell’acqua – quello che mi scava
a intervalli regolari, fino allo spasmo del piacere e oltre
fino al nuovo spasmo e a un altro ancora – inesauribile.

E le lenzuola fradice d’acque tiepide, di sudore e sperma,
e i vestiti, la biancheria, gettati sul pavimento
e gli altri nei bauli o negli armadi, contratti, stillano, stillano
piccole gocce subito rapprese, cristallizzate, stalattiti, stalagmiti
in grotte dentro di noi profonde – strane foreste di vetro,
statue vitree d’uccelli, d’uomini, d’alberi, d’animali,
vitrei intrecci erotici in una sotterranea, febbrile umidità.

A volte una lucertola verde passa strisciando da lí dentro
con occhi improvvisamente ingranditi – occhi verdissimi
che lasciano un riflesso verde sui cristalli biancastri
sugli specchi stretti, opachi, verticali. La lucertola
osserva con un’estasi imbarazzata, con circospezione diffidente, e resta
immobile, pietrificata, perdendo il suo colore verde. Altre volte

un insetto nero, rotondo, sbuca improvvisamente da qualche parte,
le ali raccolte sotto il guscio duro; tasta
con mille sottilissime zampe la superficie scivolosa;
non avanza; rimane lí – un occhio nero
non di cieco, – un occhio cavato, reciso
dai suoi nervi; – un occhio
curvo, onniveggente.
Se ne sta lí, osserva, dissuade – un nodo
come quello in gola, che t’impedisce di parlare,
che t’impedisce anche di vedere, – qualcosa
come una sincope cardiaca; – ed è la fine che osserva la fine.
Oh, timore e esultanza della fine, – che finisca tutto
tu, io e la nostra differenza. Che sentimenti sciocchi, mio dio,
cosí iperbolici, – e non è che ci lascino
un minimo di spazio libero per noi, per poter fare un passo
foss’anche in direzione della morte. Che storia stupida, estranea, estranea.

Che colpa abbiamo, davvero, di tutto ciò. Chi ha voluto cosí le cose?
Non noi, comunque. Insopportabili, mio dio, le notti e i giorni. Al mattino,
appena desti (piú stanchi di prima di dormire) il nostro primo gesto,
prima ancora di lavarci o di bere il caffè, è stendere la mano
per prendere dal comodino la nostra maschera asciutta
e applicarcela come se fossimo colpevoli sul viso
ora con la colla di pesce o di farina, ora
con quella colla vischiosa con cui i calzolai incollano le pelli. E tutto il giorno

senti la colla che si secca, che si scolla
un pezzo alla volta dalla pelle; non avere un contatto diretto
con la luce, con l’aria, con l’acqua, con una mano o con la tua mano; e per di piú
la paura che ti si scolli la maschera tutt’intera
per l’involontaria contrazione di un sorriso; che non ti cada
dentro il piatto col pollo in umido, proprio nell’istante
in cui dici: “Non ho per niente fame”; che non si veda
completamente nuda la tua fame feroce, l’insaziabile fame.

Questo scollarsi della maschera l’avvertiamo sempre
non tanto fuori, quanto dentro
come una dentiera d’oro in bocca – e temiamo sempre che ci cada
questa dentiera che c’impedisce di ridere o di urlare, che c’induce
a un’espressione normale e conveniente. Sia benedetta; – che cos’altro dire?

È già sera. S’è fatto buio. Non vedo piú il tuo viso. Meglio. Non vedo
la tua maschera (perché anche tu porti una maschera; – di santità, di’ pure,
o di castità – ma sempre maschera). Meglio cosí. Indovino nell’ombra
la tua indignazione. Oh, bell’imbecille, ricordalo:
quelli che hanno sofferto molto sanno vendicarsi, pur conoscendo
la non responsabilità propria e altrui.
                                                                      Con quanta amarezza annotta.
Son spuntate le stelle. Pungono come spine. Non c’è piú
quella misericordia del chiarore stellare senza tempo, – l’ho scordata. Può darsi fosse anch’essa
una maschera – piú grande, naturalmente, dorata come quelle funerarie, che tramuta
la vampa del nostro sangue in freschezza equivoca, – quanto durerà anch’essa? Di lí a poco
sentiamo di nuovo il nostro sangue piú infuocato, piú rosso,
salire ad avvamparci non solo il volto ma la maschera
aprendo fori nel metallo, finché
il nostro volto insanguinato non esce dalla maschera, ricoprendola tutta –
volto segnato dal tormento, dal supremo disprezzo di chi non ha difesa, dall’audacia
di esistere un istante sopra la sua maschera, fosse pure
l’ultimo istante prima o dopo la sua morte.

Ho notato spesso volti di morti scorticati,
non piú sanguigni, d’un pallore estremo,
peccaminosi, e indifferenti adesso, posarsi
sulla loro gelida maschera dorata.

                                                                 Quei volti
già cosí tormentati e che tanto mentirono (per evitare forse
di confessare il proprio tormento), quei volti
sono i volti dei Santi, credo.

Ah, non pensare che chieda di entrare anch’io nel coro
e che perciò li elogi. No, no. Io la mia confessione l’ho fatta. La menzogna
umile e santa non l’ho saputa tacere. La maschera
l’ho fatta a pezzi gettandola ai tuoi piedi; non l’ho trapassata,
non l’ho coperta col mio volto. Eppure vorrei ripetertelo
adesso: alla santità prima del peccato non ci credo.
Non credo a niente. Non capisco niente. Ognuno di noi è solo,
proscritto, col timbro rosso
in fronte o sulla schiena.
                                             Sento da lontano i miei passi
su strade tortuose con vecchi lampioni arrugginiti,
con porte scrostate, pozzi chiusi. Le imposte
pendono sulla spalla del destino. Un serpente sulla strada. Due gatti malati.
Un’insegna pericolante – i chiodi piantati in aria – con un disegno
sbiadito sopra: un pane con intorno una catena; da lontano
pare una grossa testa calva coronata d’alloro. Qualcuno sale
la scala del campanile; non suona la campana.

C’è anche una vecchia millenaria – sferruzza un’enorme calza nera. La calza
pende dalla finestra della torre fino ai ginocchi della vecchia. Mi ricorda qualcosa
questa calza, questa vecchia, – che sia io? – dover badare
che non ti sfugga un punto; – mentre dal fondo del sobborgo
s’ode il suono d’un flauto – la stessa frase sconosciuta; d’improvviso si spegne; e la conosci.

Qualcuno gesticola giú nel sotterraneo – l’ombra della sua mano
gli cade sul corpo come una mano mozzata. Un altro
accende un fiammifero, guarda l’ora – l’orologio non ha lancette.
Qualcuno bussa al battente del giardino. Il giardiniere è morto. Il suo cane
scivola sotto gli alberi. Un vaso di fiori cade
nel corridoio oscuro – e il gesto per fermarlo è in ritardo;
e il senso di questo ritardo è diffuso nell’aria. Poi
un odore di sperma tiepido riempie la notte. Non capisco niente.

E questo nostro insulso tentativo di penetrare in un foro del muro,
il foro minuscolo di un chiodo caduto; – e il chiodo
doverlo tenere per sempre tra i denti con quel sapore particolare
della ruggine, dell’intonaco e del tempo. Che cosa possiamo capire, dunque? Che cosa dire?
Forse l’avrai notato anche tu un tardo pomeriggio, verso sera,
quel tale con la valigia vuota, che finge d’esser zoppo (e forse lo è)
quel tale che ogni tanto è costretto a fermarsi per il peso del vuoto –
posa la valigia sul marciapiede o sulla scala,
si asciuga il sudore col dorso della mano, e poi di nuovo
riprende la valigia, sentendo dentro il rumore
di due biglie di vetro (una gialla, l’altra blu)
che rotolano e si scontrano.
                                                    Questo rumore
s’ode in modo cosí semplice e persuasivo che pare facile
essere o diventare morto. Da una porta che ti è assai familiare
esci d’un tratto su un balcone sconosciuto
sopra alberi altissimi, tetti, comignoli,
sopra larghe finestre; – sui loro vetri illuminati
passano le ombre di quelli che ballano nella casa estranea
mentre la musica s’ode indipendente dall’altra parte, quella disabitata, là
dove s’oscurano i monti e fugge la vettura coi due assassini proprio sotto la stella piú sola.

Allora anch’io familiarizzo volentieri con la mia morte; mi allontano,
osservo da una sorta di cabina di vetro senza temperatura
i gesti comici e le smorfie dei timorosi, dei disperati e degli adirati,
di Teseo e quelli tuoi, degli schiavi; – comici, sí, perché non sento
alcun suono e alcuna voce,
ad eccezione di quelle due biglie
nella valigia di stoffa vuota. Tutto rimane
completamente dissociato dall’atmosfera e da ogni causa, scisso,
solo, scoordinato, senza seguito, conseguenza o relazione.

Bella morte. Il silenzio che osserva e ascolta il silenzio. Per un po’ mi diverto.
Osservo inosservata. Sono lieta della mia assenza.
Non mi serve piú la maschera, poiché nessuno piú mi vede.
Resto immobile nella mia libertà di movimento. Mi vedo sola
morta accanto al mare, – proprio accanto al mare. Finché
mi sorge il dubbio di non esser morta. Sospetto il mio sotterfugio. So
che la morte certa non osserva né giudica.
La morte perfetta, tranquilla, estrema
è cieca, sorda e muta, come il bianco assoluto. Lo so.

Allora mi pungo con la spilla che porto al petto la punta dell’indice sinistro,
mi succhio il sangue nella posa deliberata
d’un neonato cosciente, per non gridare, per non piangere, per non volere,
cosí chiusa, rimpicciolita, gli occhi serrati, nel mio corpo asfittico,
in preda a una funerea autovoluttà. E si fa notte piú fonda dentro, piú dentro.

La notte si estende come un suicidio universale; consegna
i corpi nudi a un immenso obitorio di marmo. I morti
non si preoccupano piú di nascondersi; – questo col pene tumefatto, marcio;
quello con la verruca sul naso; le due donne
dai grossi ventri flaccidi, i seni penduli; un giovane
coi testicoli tagliati; una fila di vecchi calvi, raggrinziti,
le bocche sdentate aperte in una smorfia di avidità; e sopra
una grande luna fumante come una patata lessa
appena sbucciata dalle mani ossute e nodose
dell’ultima vecchia. Ah, questa fame insaziabile,
orribile, perfino di fronte alla nostra morte.

Perché te ne stai cosí come pietrificato in posa di riprovazione
e quasi con un’espressione di scherno e di castità insozzata? Va’ pure adesso
a lavare il sudore e la polvere delle tue battute di caccia splendide e solitarie. La lampada
non l’accendo. Va’. Ah, sí, anche stasera, come sempre,
mi piacerebbe molto poterti accompagnare nel bagno, lavarti
con le mie mani – che ti conoscano le mie mani. Il tuo corpo
lo conosco assai bene, come una poesia imparata a memoria
che continuamente mi scordo, – la cosa piú sconosciuta al mondo,
la piú mutevole e inafferrabile è il corpo umano – chi può mai impararlo?

Perfino le statue, per quanto immobili, per quanto
viste e toccate tante e tante volte, ti paiono
fluide e ondeggianti anch’esse; – ti sfuggono. Quando chiudi gli occhi
non ti è possibile rievocarle con precisione, ricostruirle. La Nutrice
mi ha illustrato migliaia di volte il tuo corpo, in ogni particolare. Spesso, quando mi distraggo,
ti disegno nudo dietro i miei pacchetti di sigarette. Poi
riempio il disegno di piccole margherite, per nasconderti,
ed è come se coprissi di fiori un bel morto.

Oh, davvero, che cosa nascondere per primo? – il disegno? le mani? la bocca? gli occhi? Sempre lo stesso desiderio,
lo stesso peccato inadempiuto; – l’inversione del gioco: lo stesso spago,
le stesse teste mozzate sul vassoio, gli stessi chiodi, e l’ombrello nero
sulla scala da cui precipitarono i cinque bambini. Fuori per strada
la folla si accalca, grida, corre, porta bandiere,
i soldati avanzano negli angoli, aprono il fuoco. E io alla finestra

vedo il fiume rosso accanto al marciapiede e sono molto amareggiata
non tanto per i morti, quanto per quell’ombrello in cima alla scala
e per quei cinque bambini, figli miei,
bambini immaginari, piú miei di quelli che ho partorito. Non sarà
che la vocazione della donna sia il parto? o non invece,
vocazione involontaria, l’amore? – tormento e gloria dell’uomo. Ora puoi andare.

Senti le rane giú nel lago – sono impazzite; devono sapere qualcosa anch’esse.
Forse un giorno l’imparerai anche tu (ma che importanza avrà allora?) –
il nostro dolore, anche il piú infimo, ci tormenta
assai piú del dolore del mondo intero. E quale mai dolore
è insignificante d’altronde? Non l’hai ancora imparato.
                                                                                                        Dunque,
te lo insegnerò io – e la chiamino pure ingiustizia. L’ingiustizia
di un uomo verso un altro si combatte, e talvolta si vince.
Ma l’ingiustizia della natura – come dire? – è inoppugnabile,
priva di scopo e giustificazione – (e poi perché ingiustizia?). L’unica ingiustizia
è la vita stessa. E la morte è l’unica
giustizia definitiva, benché sempre in ritardo giunga. Forse anche questo
è un nostro espediente, una parola di falsa consolazione –
estrema consolazione per chi non ne ha ormai piú bisogno.

Vattene, dunque. Perché te ne stai lí impietrito? Entra nel tuo bagno,
entra a sciacquarti dai miei discorsi scellerati, dai miei occhi empi,
dai miei occhi rossi, infangati.
                                                         Forse lí dentro
ti toglierai anche tu per poco la tua maschera, la tua armatura di vetro,
la tua gelida santità, la tua micidiale viltà. Vattene, ti dico. Non sopporto
l’oltraggio del tuo silenzio. Ho già preparato la vendetta. Vedrai. Peccato –
non potrai ricordartene a lungo. Che cos’hanno mai le rane questa sera?
gridano, gridano, gridano, – che cosa vogliono dire? e a chi? Che cosa vogliono nascondere?
quale ebbrezza? quale dolore? quale verità? Che bella notte, incorruttibile –
incorruttibile, incorruttibile, incorruttibile – che bella notte –

(Si alza per prima. Si dirige verso la porta centrale, l’apre, scompare. L’oscurità impedisce di distinguere l’espressione dei suoi gesti, del suo volto. Il giovane se ne va a sinistra – probabilmente verso il bagno. La sala completamente vuota, muta. D’improvviso s’inonda del rumore dell’acqua, che si amplifica di continuo come se qualcuno, lí accanto, facesse un bagno d’espiazione. Questo rumore sottolinea il silenzio della porta centrale rimasta aperta. Di lí a poco s’ode, come proveniente dalla stessa stanza, il gracidio furioso delle rane – qualcosa di elastico, viscido, sensuale, doloroso e ributtante allo stesso tempo. Di nuovo il silenzio. Solo il rumore dell’acqua che cade, meno intenso. Poco dopo, fuori nel cortile, il rumore delle ruote di una carrozza e gli zoccoli dei cavalli. Dalla porta di destra entra un uomo. Di statura imponente, oscura. C’è nessuno qui? Accende un fiammifero. Gli s’illumina la barba folta, corta, ricciuta. Accende la lampada. S’avvicina alla porta centrale. L’interno si rischiara. Sulla trave del soffitto l’impiccata. Nella sua cintura un grande foglio di carta. Lo prende. Legge: “Tuo figlio, il figlio di Antíope, ha tentato di violentarmi”. Un urlo. Non di pianto. Di maledizione. La tremenda consegna. S’adunano schiavi, cocchieri, la vecchia Nutrice, le domestiche. Il giovane esce dal bagno, nudo, gocciolante, l’asciugamani legato alla vita. Ascolta in silenzio la condanna. S’inginocchia. Fuori, nella corte, i fanali delle vetture – quella appena giunta e quella dell’altro, fulmineamente preparatosi per l’esilio – proiettano le ombre incrociate delle due statue, quelle di Afrodite e di Artemide, sul corpo dell’impiccata.)

Ghiannis Ritsos

Atene, Karlòvasi (Samo), Atene, aprile 1974-luglio 1975

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione” (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone)Crocetti Editore, 1993