Sera grigia – Ghiannis Ritsos

Angelica Franco, 'Paesaggio d'Irlanda"

Paesaggio d’Irlanda, foto di Angelica Franco

 

Mi duole in petto la bellezza: mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

Ghiannis Ritsos

Freatida, 22.V.66

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

***

Σταχτί βράδυ

Μέ πονάει στό στήθος ή ομορφιά· μέ πονούν τά φώτα
μέσα στο σκουριασμένο απόγευμα· με πονάει
τό χρώμα αύτό στό σύννεφο — μενεξελί μολυβένιο,
μενεξελί απωθημένο· το μισό δαχτυλίδι της σελήνης
φέγγοντας μόλις — μέ πονάει. Ένα καΐκι πέρασε.
Μιά βάρκά· τά κουπιά· οι ερωτευμένοι· ό χρόνος.
Τά χτεσινά παιδιά γεράσανε. Δέ θά γυρίσεις πίσω.
Σταχτιά βραδιά, φτενό φεγγάρι, — μέ πονάει ό χρόνος.

Γιάννης Ρίτσος

Φρεαττύδα, 22.V.66

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

Anteprima della morte – Odisseas Elitis

Foto di Alessio Albi

(Sogno)

Senza sosta piú vicino senza sosta piú in alto
Senza sosta la riva si allontana
Montagne grandi e piccole strette nel loro abbraccio
E un palmo di prato un palmo di mare

Ultime pattuglie di uccelli controllano i passaggi
Ribes luminosi e oscure alghe
Che quasi sfiorando passo
                                                 gettando a poco a poco la zavorra

Ed è tanto invisibile la musica
Felicità sedimentata dentro di me cosí
Che non provo né dolore né gioia ma
Benedetto dai baci che mi sono rimasti ancora addosso
Ancora piú leggero salgo
Irrorato dell’oro celeste di Fra Angelico

E come dentro al buio dell’acqua silenziosa
Passa una figura che colgono soltanto
Le vergini che ameranno
Cosí da un’immagine all’altra di terra trasfigurata
Appare
In profondità dentro il verde dell’aria
Come da tanta amarezza sia riuscito a estrarre un sorriso
E dal giaguaro del sole un uccellino
Che come diacono di sconosciuti luoghi marini
Di culto notte e giorno canta

∗∗∗

Senza sosta piú vicino senza sosta piú in alto
Oltre le passioni oltre gli errori degli uomini
Ancora un po’ ancora un po’
Con tutti i suoni degli amori pronti a esplodere
L’arcipelago celeste:

Ecco Kimmoni!¹Ecco Lighinò!
Il Trienaki! L’Antípnos! L’Alogàris!
La Evlopússa! La Màissa!
Stupore! Odo viola e tutto diviene
Rosa e sulla pelle soltanto piango il fruscio
Dell’aria: di nuovo mi è concesso
Di toccare una terra stupenda castana circondata dal mare
Come quella degli olivi di mia madre quando
Scende la sera e un odore
Di erba bruciata sale ma
Se ne vanno gridando con un po’
Di guscio d’ostrica nel becco i gabbiani

Sulla cima della collina San Simeone
Un po’ piú in alto le barche delle nubi
E ancora piú in alto l’Arcangelo con il suo sguardo profondo tutto perdono.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Elegie di Oxòpetra”, in “Odisseas Elitis, Elegie”, Crocetti Editore, 1997

¹Parole e nomi inesistenti in greco che racchiudono vaghe risonanze semantiche.

Scirocco – Ghiorgos Seferis

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

 

A occidente si mescola il mare a una catena di montagne.
Ci soffia da mancina lo scirocco e c’impazza,
questo vento che spoglia della carne le ossa.
Nostra casa fra i pini e le carrube.
Grandi finestre, grandi tavoli per scrivere
le lettere che già da tanti mesi
ti scriviamo e gettiamo
nella separazione per colmarla.

Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi
ed erano le nostre ore più dolci
dell’olio alla ferita, più gioconde dell’acqua
fresca al palato, placide più che l’ala del cigno.
Era la nostra vita nel tuo palmo.
Di là dal pane amaro dell’esilio
se ristiamo la notte dinanzi al muro bianco
la tua voce s’accosta, è una speranza
di fuoco. E ancora questo vento affila
sui nostri nervi un rasoio.

Ti scriviamo ciascuno le stesse
cose, ciascuno innanzi all’altro tace
rimirando per sé lo stesso mondo,
la luce e l’ombra sopra le montagne
e te.
Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena?
Ieri sera, tempesta; oggi di nuovo
pesa il cielo infoscato. Ora i pensieri
come gli aghi di pino ieri nella tempesta
sulla porta di casa accolti e vani
innalzano un castello che dirupa.

Qui tra questi paesi decimati, su questo
promontorio sguernito allo scirocco
con la catena di montagne innanzi, che ti cela,
chi ci calcolerà l’impegno dell’oblio?
Chi accoglierà la nostra offerta, in questa fine d’autunno.

Ghiorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

(1933-1934; Leggenda)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Debito autunnale – Ghiannis Ritsos

Foto di Gerard Laurenceau

Foto di Gerard Laurenceau

 

La casa profuma già di autunno. E una volta ancora siamo impreparati,
senza pullover né sciarpe. Nuvole inattese
dal mattino oscurano le colline. Dobbiamo sbrigarci
a fare un po’ di provviste, perché tra poco arrivano
i venti sbraitanti. I vapori della cucina
occupano il primo posto nel silenzio del corridoio. A uno a uno
chiudono i locali sul mare. Sul molo bagnato
pacchetti di sigarette vuoti, recipienti di plastica, giornali
e i gatti randagi affamati che guardano
l’orologio della dogana privo di lancette. Domande dimenticate
cigolano di nuovo come banderuole arrugginite
sui tetti di case abbandonate, i cui proprietari
sono morti di tisi anni fa senza lasciare eredi.
Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti
sotto la tua lampada, su questa sedia dura,
per lasciare qualcosa a chi verrà dopo – almeno due versi,
scritti con la mano della pioggia, che indichino tremanti
sempre, sempre, in direzione del sole.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 14.VIII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2014

Un’altra estate – Ghiannis Ritsos

 

Questi bei giorni di sole sottraggono ogni argomento alla tristezza.
Baluginano le case calcinate sparse sulla collina verde.
Ecco, anche un cavallo rosso nella piana. Torna qualcosa
di scordato dalle vecchie estati. Ma erano veri
quella ragazza nel campo di granturco e quel ragazzo
nell’oro del meriggio che faceva segno al battello di passaggio
con l’asciugamani da bagno. Eri vero
anche tu che non avevi niente di tuo
se non quello che donavi, e forse quello che donerai ancora.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 25.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Luglio/Agosto 2013, N. 284, Crocetti Editore

Elena – Odisseas Elitis

Léon Spilliaert, Marine et plage bleue, 1937

Léon Spilliaert, Plage et marine bleue, 1937

 

Con la prima goccia di pioggia fu uccisa l’estate
Si bagnarono le parole che avevano dato lo splendore alle stelle
Tutte le parole che avevano Te come unica meta!
Dove stenderemo le nostre mani ora che il tempo ci ignora
Dove poseremo i nostri occhi ora che le linee lontane naufragarono nelle nuvole
Ora che le tue palpebre si chiusero sui nostri paesaggi
E come fossimo invasi dalla nebbia
Siamo soli soli accerchiati dalle tue immagini morte.

Con la fronte ai vetri vegliamo il nuovo dolore¹
Non è la morte che ci vincerà se ci sei Tu
Se altrove c’è un vento che ti viva intera
Che ti vesta da vicino come la nostra speranza ti veste da lontano
Se altrove c’è
Una pianura verde oltre il tuo sorriso fino al sole
Che confidente gli dice che ci incontreremo ancora
No non è con la morte che ci confronteremo
Ma con la più lieve goccia di pioggia autunnale
Una sensazione confusa
L’odore della terra bagnata nelle nostre anime che sempre più si allontanano

E se la tua mano non è nelle nostre mani
E se il nostro sangue non è nelle vene dei tuoi sogni
La luce nel cielo immacolato
E la musica invisibile dentro di noi oh! melanconica
Viandante di quanto ancora ci lega al mondo
È il vento umido l’ora autunnale la separazione
Il gomito che amaro si appoggia sulla memoria
Che esce quando la notte ci separa dalla luce
Dietro al quadrato della finestra che si affaccia sul dolore
Che non vede nulla
Perché è già diventata musica invisibile fiamma nel caminetto rintocco del grande orologio sulla parete
Perché è già diventata
Poesia verso dopo verso suono col ritmo della pioggia lacrime e parole
Parole non come le altre ma che hanno ancora Te come unica meta!

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Orientamenti”, 1940, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

¹«Con la fronte ai vetri vegliamo il nostro dolore» riecheggia il verso di Paul Éluard: «Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin» (in «L’amour la poésie», 1929), testo molto amato da Elitis per sua diretta e ripetuta dichiarazione. Nella traduzione di Franco Fortini il verso è: «La fronte ai vetri come chi veglia in pena» (P. Éluard, Poesie, a cura di F. Fortini, Einaudi, Torino 1990, p. 79).

***

Ελένη

Μέ την πρώτη σταγόνα της βροχής σκοτώθηκε το καλοκαίρι
Μουσκέψανε τα λόγια πού είχανε γεννήσει αστροφεγγιές
“Ολα τα λόγια πού είχανε μοναδικό τους προορισμόν Εσένα!
Κατα ποΰ θ’ απλώσουμε τα χέρια μας τώρα πού δέ μάς λογαριάζει πια ο καιρός
Κατα ποΰ θ’άφήσουμε τα μάτια μας τώρα πού οι μακρινές γραμμές ναυάγησαν στα σύννεφα
Τώρα πού κλείσανε τα βλέφαρά σου απάνω στα τοπία μας
Κι είμαστε —σαν να πέρασε μέσα μας η ομίχλη—
Μόνοι ολομόναχοι τριγυρισμένοι απ’ τις νεκρές εικόνες σου.

Μέ τό μέτωπο στό τζάμι αγρυπνούμε την καινούρια οδύνη
Δέν είναι ο θάνατος πού θα μάς ρίξει κάτω μια πού Έσύ υπάρχεις
Μια πού υπάρχει αλλού ένας άνεμος για να σέ ζήσει ολάκερη
Να σέ ντύσει από κοντα όπως σέ ντύνει από μακριά η ελπίδα μας
Μια πού υπάρχει αλλού
Καταπράσινη πεδιάδα πέρ’ από τό γέλιο σου ως τόν ήλιο
Λέγοντάς του εμπιστευτικα πώς θα ξανασυναντηθοΰμε πάλι
“Οχι δέν είναι ο θάνατος πού θ’ αντιμετωπίσουμε
Παρα μια τόση δα σταγόνα φθινοπωρινής βροχής
“Ενα θολό συναίσθημα
‘Η μυρωδια τοΰ νοτισμένου χώματος μές στις ψυχές μας πού όσο πάν κι απομακρύνονται

Κι αν δέν είναι τό χέρι σου στό χέρι μας
Κι αν δέν είναι τό αίμα μας στις φλέβες τάν ονείρων σου
Τό φάς στόν άσπιλο ουρανό
Κι ή μουσική αθέατη μέσα μας ω! μελαγχολική
Διαβάτισσα όσων μάς κρατάν στόν κόσμο ακόμα
Είναι ο υγρός αέρας η ώρα τοΰ φθινοπώρου ο χωρισμός
Το πικρό στήριγμα τοΰ αγκώνα στην ανάμνηση
Πού βγαίνει όταν η νύχτα πάει να μάς χωρίσει από τό φως
Πίσω από τό τετράγωνο παράθυρο πού βλέπει πρός τη θλίψη
Πού δέ βλέπει τίποτε
Γιατί έγινε κιόλας μουσική αθέατη φλόγα στό τζάκι χτύπημα τοΰ μεγάλου ρολογιοΰ στόν τοίχο
Γιατί έγινε κιόλας
Ποίημα στίχος μ’ άλλον στίχο αχός παράλληλος μέ τη βροχή δάκρυα καί λόγια
Λόγια όχι σαν τ’ αλλα μα κι αυτά μ’ ένα μοναδικό τους προορισμόν: Εσένα!

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Προσανατολισμοί”, Atene, 1940

L’ultima estate – Ghiannis Ritsos

Karen Hollingsworth, The Dream of Water

 

Dicono addio i colori dei tramonti. È tempo di preparare
le tre valigie – i libri, le carte, le camicie –
e non scordare quell’abito rosa che ti stava così bene
anche se non lo indosserai d’inverno. Io,
nei pochi giorni che ci restano, riguarderò
i versi scritti in luglio e agosto,
anche se temo di non aver aggiunto niente, semmai
ho tolto molto, giacché tra di essi traspare
l’oscuro sospetto che questa estate
con le sue cicale, i suoi alberi, il mare,
con i fischi delle navi nei tramonti gloriosi,
coi barcaioli sotto i balconi al chiar di luna
con la sua misericordia ipocrita, sarà l’ultima.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 3.XI.89

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da Fischi di navi, 1989

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Τò τελευταĩο καλοκαίρι

‘Αποχαιρετιστήρια χρώματα των δειλινών. Καιρός νά ετοιμάσεις
τίς τρεĩ ς βαλίτσες — τά βιβλία, τά χαρτιά, τά πουκάμισα —
καί μην ξεχάσεις εκεĩ νο τò ρόδινο φόρεμα που τόσο σου πήγαινε
παρ’ ότι το χειμώνα δε θα το φορέσεις. Εγώ,
τις λίγες μέρες που μας μένουν ακόμη, θα ξανακοιτάξω
τούς στίχους που έγραψα Ιούλιο κι Αύγουστο
αν και φοβάμαι πως τίποτα δεν πρόσθεσα, μάλλον
πως έχω αφαιρέσει πολλά, καθώς ανάμεσα τους διαφαίνεται
η σκοτεινή υποψία πως αυτό το καλοκαίρι
με τα τζιτζίκια του, τα δέντρα του, τη θάλασσά του,
με τα σφυρίγματα των πλοίων του στα ένδοξα λιογέρματα,
με τις βαρκάδες του στο φεγγαρόφωτο κάτω απ’ τα μπαλκονάκια
και με την υποκριτική ευσπλαχνία του, θα ‘ναι το τελευταίο.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 3.IX.89

da “Σφυρίγματα πλοίων”, 1989