Anteprima della morte – Odisseas Elitis

Foto di Alessio Albi

(Sogno)

Senza sosta piú vicino senza sosta piú in alto
Senza sosta la riva si allontana
Montagne grandi e piccole strette nel loro abbraccio
E un palmo di prato un palmo di mare

Ultime pattuglie di uccelli controllano i passaggi
Ribes luminosi e oscure alghe
Che quasi sfiorando passo
                                                 gettando a poco a poco la zavorra

Ed è tanto invisibile la musica
Felicità sedimentata dentro di me cosí
Che non provo né dolore né gioia ma
Benedetto dai baci che mi sono rimasti ancora addosso
Ancora piú leggero salgo
Irrorato dell’oro celeste di Fra Angelico

E come dentro al buio dell’acqua silenziosa
Passa una figura che colgono soltanto
Le vergini che ameranno
Cosí da un’immagine all’altra di terra trasfigurata
Appare
In profondità dentro il verde dell’aria
Come da tanta amarezza sia riuscito a estrarre un sorriso
E dal giaguaro del sole un uccellino
Che come diacono di sconosciuti luoghi marini
Di culto notte e giorno canta

∗∗∗

Senza sosta piú vicino senza sosta piú in alto
Oltre le passioni oltre gli errori degli uomini
Ancora un po’ ancora un po’
Con tutti i suoni degli amori pronti a esplodere
L’arcipelago celeste:

Ecco Kimmoni!¹Ecco Lighinò!
Il Trienaki! L’Antípnos! L’Alogàris!
La Evlopússa! La Màissa!
Stupore! Odo viola e tutto diviene
Rosa e sulla pelle soltanto piango il fruscio
Dell’aria: di nuovo mi è concesso
Di toccare una terra stupenda castana circondata dal mare
Come quella degli olivi di mia madre quando
Scende la sera e un odore
Di erba bruciata sale ma
Se ne vanno gridando con un po’
Di guscio d’ostrica nel becco i gabbiani

Sulla cima della collina San Simeone
Un po’ piú in alto le barche delle nubi
E ancora piú in alto l’Arcangelo con il suo sguardo profondo tutto perdono.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Elegie di Oxòpetra”, in “Odisseas Elitis, Elegie”, Crocetti Editore, 1997

¹Parole e nomi inesistenti in greco che racchiudono vaghe risonanze semantiche.

Scirocco – Ghiorgos Seferis

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

 

A occidente si mescola il mare a una catena di montagne.
Ci soffia da mancina lo scirocco e c’impazza,
questo vento che spoglia della carne le ossa.
Nostra casa fra i pini e le carrube.
Grandi finestre, grandi tavoli per scrivere
le lettere che già da tanti mesi
ti scriviamo e gettiamo
nella separazione per colmarla.

Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi
ed erano le nostre ore più dolci
dell’olio alla ferita, più gioconde dell’acqua
fresca al palato, placide più che l’ala del cigno.
Era la nostra vita nel tuo palmo.
Di là dal pane amaro dell’esilio
se ristiamo la notte dinanzi al muro bianco
la tua voce s’accosta, è una speranza
di fuoco. E ancora questo vento affila
sui nostri nervi un rasoio.

Ti scriviamo ciascuno le stesse
cose, ciascuno innanzi all’altro tace
rimirando per sé lo stesso mondo,
la luce e l’ombra sopra le montagne
e te.
Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena?
Ieri sera, tempesta; oggi di nuovo
pesa il cielo infoscato. Ora i pensieri
come gli aghi di pino ieri nella tempesta
sulla porta di casa accolti e vani
innalzano un castello che dirupa.

Qui tra questi paesi decimati, su questo
promontorio sguernito allo scirocco
con la catena di montagne innanzi, che ti cela,
chi ci calcolerà l’impegno dell’oblio?
Chi accoglierà la nostra offerta, in questa fine d’autunno.

Ghiorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

(1933-1934; Leggenda)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Debito autunnale – Ghiannis Ritsos

Foto di Gerard Laurenceau

Foto di Gerard Laurenceau

 

La casa profuma già di autunno. E una volta ancora siamo impreparati,
senza pullover né sciarpe. Nuvole inattese
dal mattino oscurano le colline. Dobbiamo sbrigarci
a fare un po’ di provviste, perché tra poco arrivano
i venti sbraitanti. I vapori della cucina
occupano il primo posto nel silenzio del corridoio. A uno a uno
chiudono i locali sul mare. Sul molo bagnato
pacchetti di sigarette vuoti, recipienti di plastica, giornali
e i gatti randagi affamati che guardano
l’orologio della dogana privo di lancette. Domande dimenticate
cigolano di nuovo come banderuole arrugginite
sui tetti di case abbandonate, i cui proprietari
sono morti di tisi anni fa senza lasciare eredi.
Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti
sotto la tua lampada, su questa sedia dura,
per lasciare qualcosa a chi verrà dopo – almeno due versi,
scritti con la mano della pioggia, che indichino tremanti
sempre, sempre, in direzione del sole.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 14.VIII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2014

Un’altra estate – Ghiannis Ritsos

 

Questi bei giorni di sole sottraggono ogni argomento alla tristezza.
Baluginano le case calcinate sparse sulla collina verde.
Ecco, anche un cavallo rosso nella piana. Torna qualcosa
di scordato dalle vecchie estati. Ma erano veri
quella ragazza nel campo di granturco e quel ragazzo
nell’oro del meriggio che faceva segno al battello di passaggio
con l’asciugamani da bagno. Eri vero
anche tu che non avevi niente di tuo
se non quello che donavi, e forse quello che donerai ancora.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 25.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Luglio/Agosto 2013, N. 284, Crocetti Editore

Elena – Odisseas Elitis

Léon Spilliaert, Marine et plage bleue, 1937

Léon Spilliaert, Plage et marine bleue, 1937

 

Con la prima goccia di pioggia fu uccisa l’estate
Si bagnarono le parole che avevano dato lo splendore alle stelle
Tutte le parole che avevano Te come unica meta!
Dove stenderemo le nostre mani ora che il tempo ci ignora
Dove poseremo i nostri occhi ora che le linee lontane naufragarono nelle nuvole
Ora che le tue palpebre si chiusero sui nostri paesaggi
E come fossimo invasi dalla nebbia
Siamo soli soli accerchiati dalle tue immagini morte.

Con la fronte ai vetri vegliamo il nuovo dolore¹
Non è la morte che ci vincerà se ci sei Tu
Se altrove c’è un vento che ti viva intera
Che ti vesta da vicino come la nostra speranza ti veste da lontano
Se altrove c’è
Una pianura verde oltre il tuo sorriso fino al sole
Che confidente gli dice che ci incontreremo ancora
No non è con la morte che ci confronteremo
Ma con la più lieve goccia di pioggia autunnale
Una sensazione confusa
L’odore della terra bagnata nelle nostre anime che sempre più si allontanano

E se la tua mano non è nelle nostre mani
E se il nostro sangue non è nelle vene dei tuoi sogni
La luce nel cielo immacolato
E la musica invisibile dentro di noi oh! melanconica
Viandante di quanto ancora ci lega al mondo
È il vento umido l’ora autunnale la separazione
Il gomito che amaro si appoggia sulla memoria
Che esce quando la notte ci separa dalla luce
Dietro al quadrato della finestra che si affaccia sul dolore
Che non vede nulla
Perché è già diventata musica invisibile fiamma nel caminetto rintocco del grande orologio sulla parete
Perché è già diventata
Poesia verso dopo verso suono col ritmo della pioggia lacrime e parole
Parole non come le altre ma che hanno ancora Te come unica meta!

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Orientamenti”, 1940, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

¹«Con la fronte ai vetri vegliamo il nostro dolore» riecheggia il verso di Paul Éluard: «Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin» (in «L’amour la poésie», 1929), testo molto amato da Elitis per sua diretta e ripetuta dichiarazione. Nella traduzione di Franco Fortini il verso è: «La fronte ai vetri come chi veglia in pena» (P. Éluard, Poesie, a cura di F. Fortini, Einaudi, Torino 1990, p. 79).

***

Ελένη

Μέ την πρώτη σταγόνα της βροχής σκοτώθηκε το καλοκαίρι
Μουσκέψανε τα λόγια πού είχανε γεννήσει αστροφεγγιές
“Ολα τα λόγια πού είχανε μοναδικό τους προορισμόν Εσένα!
Κατα ποΰ θ’ απλώσουμε τα χέρια μας τώρα πού δέ μάς λογαριάζει πια ο καιρός
Κατα ποΰ θ’άφήσουμε τα μάτια μας τώρα πού οι μακρινές γραμμές ναυάγησαν στα σύννεφα
Τώρα πού κλείσανε τα βλέφαρά σου απάνω στα τοπία μας
Κι είμαστε —σαν να πέρασε μέσα μας η ομίχλη—
Μόνοι ολομόναχοι τριγυρισμένοι απ’ τις νεκρές εικόνες σου.

Μέ τό μέτωπο στό τζάμι αγρυπνούμε την καινούρια οδύνη
Δέν είναι ο θάνατος πού θα μάς ρίξει κάτω μια πού Έσύ υπάρχεις
Μια πού υπάρχει αλλού ένας άνεμος για να σέ ζήσει ολάκερη
Να σέ ντύσει από κοντα όπως σέ ντύνει από μακριά η ελπίδα μας
Μια πού υπάρχει αλλού
Καταπράσινη πεδιάδα πέρ’ από τό γέλιο σου ως τόν ήλιο
Λέγοντάς του εμπιστευτικα πώς θα ξανασυναντηθοΰμε πάλι
“Οχι δέν είναι ο θάνατος πού θ’ αντιμετωπίσουμε
Παρα μια τόση δα σταγόνα φθινοπωρινής βροχής
“Ενα θολό συναίσθημα
‘Η μυρωδια τοΰ νοτισμένου χώματος μές στις ψυχές μας πού όσο πάν κι απομακρύνονται

Κι αν δέν είναι τό χέρι σου στό χέρι μας
Κι αν δέν είναι τό αίμα μας στις φλέβες τάν ονείρων σου
Τό φάς στόν άσπιλο ουρανό
Κι ή μουσική αθέατη μέσα μας ω! μελαγχολική
Διαβάτισσα όσων μάς κρατάν στόν κόσμο ακόμα
Είναι ο υγρός αέρας η ώρα τοΰ φθινοπώρου ο χωρισμός
Το πικρό στήριγμα τοΰ αγκώνα στην ανάμνηση
Πού βγαίνει όταν η νύχτα πάει να μάς χωρίσει από τό φως
Πίσω από τό τετράγωνο παράθυρο πού βλέπει πρός τη θλίψη
Πού δέ βλέπει τίποτε
Γιατί έγινε κιόλας μουσική αθέατη φλόγα στό τζάκι χτύπημα τοΰ μεγάλου ρολογιοΰ στόν τοίχο
Γιατί έγινε κιόλας
Ποίημα στίχος μ’ άλλον στίχο αχός παράλληλος μέ τη βροχή δάκρυα καί λόγια
Λόγια όχι σαν τ’ αλλα μα κι αυτά μ’ ένα μοναδικό τους προορισμόν: Εσένα!

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Προσανατολισμοί”, Atene, 1940

L’ultima estate – Ghiannis Ritsos

Karen Hollingsworth, The Dream of Water

 

Dicono addio i colori dei tramonti. È tempo di preparare
le tre valigie – i libri, le carte, le camicie –
e non scordare quell’abito rosa che ti stava così bene
anche se non lo indosserai d’inverno. Io,
nei pochi giorni che ci restano, riguarderò
i versi scritti in luglio e agosto,
anche se temo di non aver aggiunto niente, semmai
ho tolto molto, giacché tra di essi traspare
l’oscuro sospetto che questa estate
con le sue cicale, i suoi alberi, il mare,
con i fischi delle navi nei tramonti gloriosi,
coi barcaioli sotto i balconi al chiar di luna
con la sua misericordia ipocrita, sarà l’ultima.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 3.XI.89

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da Fischi di navi, 1989

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Τò τελευταĩο καλοκαίρι

‘Αποχαιρετιστήρια χρώματα των δειλινών. Καιρός νά ετοιμάσεις
τίς τρεĩ ς βαλίτσες — τά βιβλία, τά χαρτιά, τά πουκάμισα —
καί μην ξεχάσεις εκεĩ νο τò ρόδινο φόρεμα που τόσο σου πήγαινε
παρ’ ότι το χειμώνα δε θα το φορέσεις. Εγώ,
τις λίγες μέρες που μας μένουν ακόμη, θα ξανακοιτάξω
τούς στίχους που έγραψα Ιούλιο κι Αύγουστο
αν και φοβάμαι πως τίποτα δεν πρόσθεσα, μάλλον
πως έχω αφαιρέσει πολλά, καθώς ανάμεσα τους διαφαίνεται
η σκοτεινή υποψία πως αυτό το καλοκαίρι
με τα τζιτζίκια του, τα δέντρα του, τη θάλασσά του,
με τα σφυρίγματα των πλοίων του στα ένδοξα λιογέρματα,
με τις βαρκάδες του στο φεγγαρόφωτο κάτω απ’ τα μπαλκονάκια
και με την υποκριτική ευσπλαχνία του, θα ‘ναι το τελευταίο.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 3.IX.89

da “Σφυρίγματα πλοίων”, 1989

Elena – Takis Sinòpulos

Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone, Sicilia, 1987

Foto di Ferdinando Scianna

Que tu es belle maintenant que tu n’es plus
P.J. JOUVE
1

Mi prese il sogno e poi la febbre mi prese la notte mi trascinò
verso capezzoli oscuri notti infinite mi trascinarono
verso difficili passaggi nudo
solingo m’appostai
migliaia di volti illuminati migliaia di volti bruciati
la notte meraviglioso fiume della morte − eri là
presente nelle visioni
dei secoli eri là non eri in fuga
verso una patria fantastica tu diafana
tu leggiadra perfetta inconcepibile
tu Elena vivente
con il placido peso del corpo tanto antico
con le tue porpore e i tuoi preziosi −
secche le trombe annunciarono
l’ultimo trionfo.

Patria mia dalle foreste calcaree
terra immensa di rocce di vallate
nudo cielo disabitato metropoli abolita
queste città amarono la morte
gli uccelli limpidi migrarono
mio figlio partì per la guerra
mia figlia si schifò dell’alcol
e adesso balla in sale capovolte
ora nuda ora vestita come Artemide
con l’arco e la faretra.
Elena non c’è più
nel dolore del mondo.
Ce l’hanno detto già i megafoni
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

2

Fu allora che sgorgasti dal mio aperto
cuore armata
di carni e di luci.
Il mio sangue una tenebra immobile ed ecco.
Tu la succosa primavera.
Io mento tremulo
nella fame nera.
E i miei sogni proruppero − cani e pirati.
E il mio corpo − la polvere.

3

Fianco ombroso di giovane trafitta
foreste di lei sedotta
ma fertile il suo corpo d’amarezza e tradimento.

4
 La voce di Elena

Dove vado senza meta? Quale peccato
s’agita dentro i miei fecondi occhi?
Padre che m’hai generata quale sarà la mia morte?

Davvero esisto
come esistetti un tempo nella mia calda patria
vivendo da sola le immense epoche dei miti
curva bellezza umbrifera? E tu pure
esisti amante effimero che intrecci le tue membra
sotto selve di notte con le mie membra
pallide riconciliate? Tu nostalgico degli astri
che la sorella degli astri ferisci
con rose terrene. Mi parli
mi vesti di strofe e poesie perché sia inaccessibile
ai ponti del tempo. Quali sorgenti
e quali fiumi regnano nel mio sangue?
Il succo di quale fama mi dona quest’ebbrezza
di recitare e di abbracciare la mia morte quotidiana?
Screziata di freschi
baci cammino nell’amore. I miei passi
pesanti risuonano nel crudele abbandono
di questo mondo. Mi sento
come un albero infiammato che sogna
con tutte le radici aperte
alla luce infinita. Oh aiutami
a spogliarmi insieme agli abiti
della mia morte e a riempirti di morte stasera.
Ti accoglieranno le mie muta ginocchia.
Poiché sono fertile ti genererò
e tu dal principio mi genererai.
                                                          Ma affonda
nelle mie valli luminose nei porti di Elena.
Sali su questi monti inaccessibili
e neri di Elena.

5
        La giovinezza di Elena

Come sono notturna nell’umbrifera discesa
del mio primo amore. O cielo pieno di nera
pesante uva per la boria della nuova estate!
Dai campi grida un’alba eccezionale. Un’aurora
che spira e semina pallidi sogni. E il mio corpo
in pausa luminosa preda del tempo terreno.
O freschi
baci purissimi nella memoria delle epoche
che vivemmo nel deserto. Voci voci e volti nudi
per tanto tempo persi nel ricordo confusi
con tombe e fuochi. Il segreto celeste dolore
di colui che solo mi ama ed io
che lotto per emergere integra da questa
amara poesia. Solo una cosa
mi serba incorruttibile − la chimera.
Sento il mio sangue come un arcobaleno
ed eccomi di nuovo qui con quell’invito
che venne a battezzare la mia carne tanto esperta
in una nuova morte. Oh amara
amarissima esistenza mia di angosce regnanti
di tremende lunghissime memorie.
E tu che mi ami incomparabile
oh baciami di nuovo nella mia terrena offerta
oh venera nell’amore la mia nuova giovinezza.

6
La morte di Elena

Guarda il chiaro di luna come mi custodisce! spogliata
del mio sonno con le schiume sulle mani
cambio corpo godo
le voci delle mie nere cime. O terra
mia carne venerata e sentiero carico d’ombre.
Sono così nuda
che la memoria della mia morte balza come un enigma
dalle sponde dell’amore. Lavata nel sangue
soffre la mia stella più preziosa che ferisci
con la tua incredibile orfanezza. Guarda
nella tua sete vengo illuminata dal tremendo
mito della poesia. Oh tienimi ancora
ché io resti nel tuo sogno con le porpore
più invasate. Dammi l’alba delle parole
nella mia libertà d’amore il peso delle cose
perché possa distinguerti con gli occhi
del tutto conquistati perché possa toccarti
con le eteree rocce dei miei seni
te che sei nato dalla suprema stirpe
e mi ami e pensi a me
a come io resti sempiterna nello scalpiccìo
del tempo. Ma io muoio questa sera in cui son nata.
L’ombra della terra mi ha coperta e un’altra volta sono
nella nozione della mia morte intatta da morte
adesso bagnata dal
sole fecondo dei poeti.

7
Il pensiero del poeta

Elena adesso è fusa con la terra.
Brilla nella patria sublime della morte.
Nutrita del mio ricordo nasce da ogni parte
più vera del sogno più oscura di roccia
e la sua carne ancora intonsa da sangue e gravidanze.
È l’inaccessibile colei che non si dà.
Mosse dalle sabbie udendo il mio invito
la voce segreta − seme del tempo.
E lei l’immacolata stasera respira qui. Per dare per darsi.
L’erba brucia
sopra la terra che ha coperto i sommi genitori.
Ciechi padri difendono il suo ricordo.
Ed è estate brilla il mare uno scudo infinito
la terra nelle valli scompare nell’ebrezza del sole.
E questa Elena la tocco le parlo.
I suoi occhi che il tempo ha resi immensi
passano sopra le tombe si bagnano
riconciliati con la luce. Ecco qui la nuova Elena.
Il mio sangue è salito così in alto nell’eternità
che a stento il mio corpo caldo
si sèpara dal suo corpo.
                                             Inseguendo l’incorruttibilità
la eternerò con celesti poesie.
Ora è travolta abbagliata dalle grida
si agita vibra si disperde
in tutte le epoche generando e morendo
mondana ed immutabile nuda donna senz’ombra
Elena che solo esiste nel crollo antico
di guerre di miti di dèi.

8
Poesia per Elena

Sei bella tu invisibile
nel cielo della poesia
ardente religione donna eterea
vestita d’aurore stella simbolo
che col tuo nome leghi i ponti delle epoche.
Sei bella tu
notturna dell’infinito straordinaria preda della morte
che dalla polvere della morte sai rinascere.
Ti riconosco Elena mia tra gli amori neri
che di sogni bruciarono i miei anni. Oh tu mai
mai non partire per i luoghi della rovina
nelle terre crudeli non buttare via
quella tua carne di smalto e di cristallo.
Ti aspetto.
Guarda ti ho portato fumi e aromi dalle montagne
pietre preziose dal mare
soli e foglie ti ho portato pendìi in discesa e venti
canne dagli alvei dei fiumi scogli e pietre e sogni
e nebbie e schiume che ti offro in dono.
Con braccia e ginocchia spezzate mi sono appostato
nudo ho girovagato sulla terra ad ogni svolta
del mondo mi sono appostato. Ti aspetto.
Giaccio morto la sera sotto la mia lucerna
eppure ancora vivo perché rifulgo della tua potenza.
Dormo in un letto carico di genitori
che mi chiedono di parlare. E celebro la mia terra
e te e la fioritura
assaporo memorie sogni e fioritura
e terra eterna della nostra patria
soprattutto terra terra Elena.

E questa la chiamo attesa. Ovvero nascita della poesia.

Verrai davvero?
Una notte davvero Elena t’incontrerò

quando il tempo sarà immobile grazie ai miracoli
incoronata servitù e resurrezione tremula?
Nell’immensa città del sonno c’incontreremo
come in un impero di poeti morti
pieno zeppo di stalattiti-poesie
e davvero parleremo ci guarderemo
fioriti e senza voce con il cuore terrigno
che si rianima e diventa
di nuovo una rosa purpurea di nuovo un incendio impareggiabile
davvero ci uniremo un’altra volta
una notte in cui il silenzio sarà un silenzio infinito
io pieno di spazio
tu piena di stelle
sempre intatta vergine incorrotta
sublimata?

9

Come in un acquario terrestre nelle acque prigioniere
si muovono ombre di pesci
così si muove il poeta.

Elena intanto non c’è più
nel dolore del mondo.
Ci sono solo le poesie
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

Takis Sinòpulos

1957

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010