I ragazzi che si amano – Jacques Prévert

Robert Doisneau, Le Baiser de l’hôtel de ville, 1950

 

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini 
la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Jacques Prévert

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Spettacolo”, Guanda, Parma, 2003

 ∗∗∗

Les enfants qui s’aiment

Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt
Mais les enfants qui s’aiment
Ne sont là pour personne
Et c’est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage leur mépris leurs rires et leur envie
Les enfants qui s’aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l’éblouissante clarté de leur premier amour.

Jacques Prévert

da “Spectacle”, Gallimard, Paris, 1949

Alicante – Jacques Prévert

Jeremy Lipking, Nude

 

Un’arancia sulla tavola
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto tu
Dolce presente del presente
Freschezza della notte
Calore della mia vita.

Jacques Prévert

(Traduzione di M. Cucchi e G. Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991


∗∗∗

Alicante

Une orange sur la table
Ta robe sur le tapis
Et toi dans mon lit
Doux présent du présent
Fraîcheur de la nuit
Chaleur de ma vie.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques », 1946

Due barche – Yves Bonnefoy

Ruth Bernhard, Nude Study, 1950s

 

Il temporale fino a tardi, il letto sfatto,
La finestra che sbatte nella calura,
E nella febbre il sangue: riprendo
La mano prossima al sogno, la caviglia
Trattenuta al suo anello di barca
Contro un pontile, in una schiuma, riprendo
Anche lo sguardo, la bocca, all’assenza, e tutto
Il brusco ridestarsi nell’estate di notte
Per condurvi, e finirlo, il temporale.
– Dovunque tu sia quando ti prendo oscura
E più ampio è in noi quel rumore di mare,
Accetta d’essere l’indifferenza, fa’ che io stringa,
Secondo l’esempio del Dio cieco, la più deserta
Materia ancora nella notte.
Tu accoglimi intensa ma distratta,
Fa’ che non abbia volto, fa’ che non abbia nome,
Affinché, ladro, possa donarti di più,
E straniero l’esilio, in te, in me,
Si trasmuti in origine… – Oh sì, accetto, e tuttavia
Nello scordarti io sono con te.
Se tu dischiudi le mie dita,
Se delle mie palme tu formi una coppa,
Io bevo accanto alla tua sete, e lascio
Che l’acqua scorra sulle nostre membra.
Acqua che, noi non essendo, fa che siamo,
Acqua che attraversa gli aridi corpi
Per una gioia sparsa nell’enigma,
Presentimento, tuttavia! Ricordi?
Percorrevamo i campi sbarrati di pietra,
E a un tratto la cisterna, due presenze,
In qual altro paese di un’estate deserta?
Si chinano, guarda, come noi,
Noi, siamo, ch’essi ascoltano? noi di cui parlano
Sorridendo
Sotto il fogliame dell’albero primigenio,
Nella luce felice, un po’ velata?
Dimmi, non sembra che un bagliore diverso
Vacilli nell’accordo dei due visi
E, ridente, li unisca? Vedi, l’acqua s’intorbida
Ma le forme ne sono più pure, consumate.
Qual dei due mondi sia il vero, poco importa.
Tu inventami, tu forse raddoppiami,
Sui confini di questa
Favola straziata.

Io ascolto, io acconsento,
Poi scosto il braccio che si è ripiegato
A sottrarre la faccia luminosa.
Le sfioro la bocca con le mie labbra,
Scomposta, frantumata, tutta un mare.
Come Iddio sole nascente sono curvo
Sull’acqua ove fiorisce la nostra somiglianza,
Mormoro: Questo è dunque ciò che vuoi,
Potenza inappagata errante nei mondi,
Radunarti, una vita, nel vaso
Di nuda terra del nostro essere uguali?
Ed è vero, per un attimo tutto è silenzio,
Sembra che il tempo stia per sostare
Quasi esitando sul proprio cammino,
Di là dall’òmero terrestre intento
A ciò che non possiamo, o non vogliamo, vedere.
Non romba più il tuono nel cielo placato,
Il maroso non scavalca più il tetto,
Il battente, che si urtava al nostro sogno,
Tace reclino sull’anima di ferro.
Sto in ascolto, qual rumore non so, mi alzo,
Cerco nell’ombra ancora, e vi ritrovo
Semivuoto il bicchiere di ieri sera.
Lo prendo, ne esala il nostro respiro,
Con la tua sete oscura tu lo tocchi,
E quando, tiepida, bevo l’acqua ove furono
Le tue labbra, è come se il tempo
S’interrompesse sulle mie. E i miei occhi
Si aprissero alla luce, finalmente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dammi senza ritorno la tua mano, acqua incerta
Che giorno e poi giorno avrò disimpietrata
Dai sogni che nella luce indugiano
E dal malvagio desiderio d’infinito.
Che il bene della fonte non si perda
Nell’istante in cui la fonte è ritrovata,
E non si dividano ancor una volta
Le lontananze dall’accanto, sotto la falce
Dell’acqua non prosciugata, no, però insapore!
Dammi la mano, precedimi nell’estate mortale
Con questo rumore di luce mutata,
Annienta te stessa me annientando, in luce.

E le immagini, i mondi, le impazienze,
I desideri ignari di saper snodare,
Di seno oscuro misteriosa bellezza, dalle mani
Frangiate di luce tuttavia,
Il ridere, gli incontri sui sentieri,

I richiami, i doni, i consensi,
Senza fine domande, e il nascere, insensato,
Le alleanze perenni e quelle frettolose,
Le miracolose promesse inadempiute
Ma tardi, subitàneo, l’insperato:
La rosa dell’acqua che passa lo raduni
Qui, in sé scavando, e lo rischiari
All’immobile mozzo della ruota.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Pace, sull’acqua illuminata. Si direbbe che una barca
Stia passando, greve di frutti; e un’onda
Di sufficienza, o d’immobilità,
Sollevi il nostro luogo e questa vita
Come una barca diversa appena, ancor legata.
Abbi fiducia e lasciati prendere, òmero nudo,
Dall’onda, sempre più ampia, di un’infinita estate.
Dormi, è questa, l’estate; ed è notte
Per eccesso di luce; e sta per lacerarsi,
Perenne, la notte nostra. Si chinerà
Su di noi l’Egizia sorridente.

Pace, sul flutto che scorre. Il tempo scintilla.
Sembra ormai che la barca sia ferma.
Si ode soltanto buttarsi, sgretolarsi,
L’acqua sul fianco deserto, all’infinito.

 

 

Il fuoco, le sue gioie di linfa straziata,
La pioggia, o forse soltanto un vento sui tegoli.
Tu cerchi il soprabito dell’anno scorso.
Prendi le chiavi, esci all’aperto, una stella risplende.

Va’ lontano, nelle vigne
Verso la montagna di Vachères.
Sarà più rapido il cielo
All’alba.

Un cerchio
In cui tuona l’indifferenza.
Luce,
Al posto di Dio.

Guarda! quasi una fiamma,
Nel mastello dell’acqua di pioggia notturna.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Nel sogno, tuttavia,
Nell’altro fuoco oscuro ravvivato,
Andava un’ancella con un lume
Lontano avanti a noi. Rossa la luce
Ruscellante
Fra le pieghe della veste sulla gamba
Fino alla neve.

Disseminate, le stelle.
Il cielo, un letto sfatto, un nascere.

E il mandorlo, ingrossato
Dopo due anni: il fluire,
In un più oscuro braccio, dello stesso fiume.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

O mandorlo in fiore,
Notte mia senza fine,
Abbi fiducia, appoggiati, infante
A questa folgore.

Ramo del qui arso d’assenza, bevi
Ai tuoi fiori d’un attimo nel cielo che muta.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Sono uscito
In un altro universo. Era prima
Dell’alba.
Ho buttato un po’ di sale sulla neve.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Nell’insidia della soglia” (1965), in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

La prima lunga strofa appare come un intenso discorso amoroso che l’io rivolge al «toi», l’amata. Anche l’ambiente, nel simmetrico battito della «fenêtre» e del «sang», è in preda a una tensione febbrile e passionale che una serie prolungata di sineddoche corporee, dalla «cheville» alla «bouche», avvince in un crescendo sensuale («que j’étreigne») il quale dapprima chiede accettazione («Accueille-moi») e accoglie «l’étranger» («Oh, je veux bien»), finché riappare l’immagine della «coupé» il cui contenuto, scorrendo sulle membra degli amanti, ne sancisce ritualmente l’unione. Qui l’acqua, elemento originario e purificante, è motivo di gioia, malgrado l’enigma, e s’apre all’elegia-«fable» di un «autre pays» che, per il ricorso al «premier arbre», fa pensare ad Adamo (nome che, non a caso, in ebraico vuol dire “rosso”, cfr. Lanςon, Alchimie et couleur dans l’œuvre d’Yves Bonnefoy cit., p. 103, nota 101) ed Eva nel Paradiso (cfr. Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Nella seconda strofa, la ritualità nuziale del consenso («J’écoute, je consens»), è rinnovata dal bacio sulle labbra e dalla «ressemblance» che attribuisce all’io poetico una «natura demiurgica, perfino divina» dove riecheggia la Genesi I, 2 (Jackson 1978, p. 311), in un arresto del tempo in cui si placa la furia degli elementi e il cui risveglio rinnova, per metonimia, il rito del bere al bicchiere «où furent tes lèvres».
Le strofe successive, nella personificazione dell’«eau incertaine» cui l’io chiede la mano, intendono rafforzare, attraverso una sintassi ossimorica («lointains» versus «proche»), l’idea della «source» originaria e separare il sogno dalla realtà della finitudine: per questo il «désir de l’infini» è «mauvais» e «l’été» è «mortel» e, in uno dei versi più intensi, per via del poliptoto e dell’allitterazione delle “d”, delle “m”, delle “s” e delle “l”, «Dissipe-toi Me dissipant Dans La LuMière», all’infinità è opposta l’idea di annientamento. Da «Les images, les mondes» a «Les promesses miraculeuses», tramite serie asindetiche di nomi plurali, il testo sembra voler dare, per accumulazione, l’idea di mondi umani mossi da un continuo intersecarsi di incontri e slanci il cui moto contrasta con il «moyeu immobile de la roue».
Le ultime due strofe sono caratterizzate dalle parole chiave «Paix» e «confìance», a indicare, nel parallelismo fra «barque» e «vie», come la vita comune scorra nelle quiete sere estive, sotto lo sguardo rassicurante dell’«Égyptienne», che nell’isiaca luce salvifica dell’«eau infime», emanazione dell’«été sans fin», avvolge gli amanti di una luce aurorale e senza tempo.
La parte conclusiva del testo, quella che ha inizio con «Le feu, ses joies de sève déchirée», singolarmente non è preceduta dalle file di puntini:
Si tratta di un’ambiguità voluta: non è un’altra poesia, ma una
“ripresa” con una sorta di distacco.
Propone una prima quartina nella quale gli elementi naturali, l’acqua della pioggia e il fuoco, pare prendano il posto di Dio, e divengano cose-dèi («De la lumière / À la place de Dieu»). Qui non si sa se il «tu» designi l’amata o se sia una proiezione pronominale dell’io poetico che parla a se stesso, in minimi gesti quotidiani, madidi di una luce che è epifania di una «naissance», della quale l’«amandier en fleurs» è metafora naturale concreta, che prefigura l’altro universo. Il sale è in alchimia sostanza misteriosa che combina acqua e fuoco (Lanςon, Alchimie et couleur dans l’œuvre d’Yves Bonnefoy cit., p. 76). Vachères è una località che l’Autore intravedeva all’orizzonte dalle finestre di Valsaintes. (Fabio Scotto)

***

Deux barques

L’orage qui s’attarde, le lit défait,
La fenêtre qui bat dans la chaleur
Et le sang dans sa fièvre: je reprends
La main proche à son rêve, la cheville
À son anneau de barque retenue
Contre un appontement, dans une écume,
Puis le regard, puis la bouche à l’absence
Et tout le brusque éveil dans l’été nocturne
Pour y porter l’orage et le finir.
— Où que tu sois quand je te prends obscure,
S’étant accru en nous ce bruit de mer,
Accepte d’être l’indifférence, que j’étreigne
À l’exemple de Dieu l’aveugle la matière
La plus déserte encore dans la nuit.
Accueille-moi intensément mais distraitement,
Fais que je n’aie pas de visage, pas de nom
Pour qu’étant le voleur je te donne plus
Et l’étranger l’exil, en toi, en moi
Se fasse l’origine… — Oh, je veux bien,
Toutefois, t’oubliant, je suis avec toi,
Desserres-tu mes doigts,
Formes-tu de mes paumes une coupe,
Je bois, près de ta soif,
Puis laisse l’eau couler sur tous nos membres.
Eau qui fait que nous sommes, n’étant pas,
Eau qui prend au travers des corps arides
Pour une joie éparse dans l’énigme,
Pressentiment pourtant! Te souviens-tu,
Nous allions par ces champs barrés de pierre,
Et soudain la citerne, et ces deux présences
Dans quel autre pays de l’été désert?
Regarde comme ils se penchent, eux comme nous,
Est-ce nous qu’ils écoutent, dont ils parlent,
Souriant sous les feuilles du premier arbre
Dans leur lumière heureuse un peu voilée?
Et ne dirait-on pas qu’une lueur
Autre, bouge dans cet accord de leurs visages
Et, riante, les mêle? Vois, l’eau se trouble
Mais les formes en sont plus pures, consumées.
Quel est le vrai de ces deux mondes, peu importe.
Invente-moi, redouble-moi peut-être
Sur ces confins de fable déchirée.

J’écoute, je consens,
Puis j’écarte le bras qui s’est replié,
Me dérobant la face lumineuse.
Je la touche à la bouche avec mes lèvres,
En désordre, brisée, toute une mer.
Comme Dieu le soleil levant je suis voûté
Sur cette eau où fleurit notre ressemblance,
Je murmure: C’est donc ce que tu veux,
Puissance errante insatisfaite par les mondes.
Te ramasser, une vie, dans le vase
De terre nue de notre identité?
Et c’est vrai qu’un instant tout est silence,
On dirait que le temps va faire halte
Comme s’il hésitait sur le chemin,
Regardant par-dessus l’épaule terrestre
Ce que nous ne pouvons ou ne voulons voir.
Le tonnerre ne roule plus dans le ciel calme.
L’ondée ne passe plus sur notre toit,
Le volet, qui heurtait à notre rêve,
Se tait courbé sur son âme de fer.
J’écoute, je ne sais quel bruit, puis je me lève
Et je cherche, dans l’ombre encore, où je retrouve
Le verre d’hier soir, à demi plein.
Je le prends, qui respire à notre souffle,
Je te fais le toucher de ta soif obscure,
Et quand je bois l’eau tiède où furent tes lèvres,
C’est comme si le temps cessait sur les miennes
Et que mes yeux s’ouvraient, à enfin le jour.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Donne-moi ta main sans retour, eau incertaine
Que j’ai désempierrée jour après jour
Des rêves qui s’attardent dans la lumière
Et du mauvais désir de l’infini.
Que le bien de la source ne cesse pas
À l’instant où la source est retrouvée,
Que les lointains ne se séparent pas
Une nouvelle fois du proche, sous la faux
De l’eau non plus tarie mais sans saveur!
Donne-moi ta main et précède-moi dans l’été mortel
Avec ce bruit de lumière changée,
Dissipe-toi me dissipant dans la lumière.

Les images, les mondes, les impatiences,
Les désirs qui ne savent pas, bien qu’ils dénouent,
La beauté mystérieuse au sein obscur,
Aux mains frangées pourtant d’une lumière,
Les rires, les rencontres sur des chemins,

Et les appels, les dons, les consentements,
Les demandes sans fin, naître, insensé,
Les alliances éternelles et les hâtives,
Les promesses miraculeuses non tenues
Mais, tard, l’inespéré, soudain: que tout cela
La rose de l’eau qui passe le recueille
En se creusant ici, puis l’illumine
Au moyeu immobile de la roue.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Paix, sur l’eau éclairée. On dirait qu’une barque
Passe, chargée de fruits; et qu’une vague
De suffisance, ou d’immobilité,
Soulève notre lieu et cette vie
Comme une barque à peine autre, liée encore.
Aie confiance, et laisse-toi prendre, épaule nue,
Par l’onde qui s’élargit de l’été sans fin,
Dors, c’est le plein été; et une nuit
Par excès de lumière; et va se déchirer
Notre éternelle nuit; va se pencher
Souriante sur nous l’Égyptienne.

Paix, sur le flot qui va. Le temps scintille.
On dirait que la barque s’est arrêtée.
On n’entend plus que se jeter, se désunir,
Contre le flanc désert l’eau infinie.

 

 

Le feu, ses joies de sève déchirée.
La pluie, ou rien qu’un vent peut-être sur les tuiles.
Tu cherches ton manteau de l’autre année.
Tu prends les clefs, tu sors, une étoile brille.
 
Éloigne-toi
Dans les vignes, vers la montagne de Vachères.
À l’aube
Le ciel sera plus rapide.
 
Un cercle
Où tonne l’indifférence.
De la lumière
À la place de Dieu.
 
Presque du feu, vois-tu,
Dans le baquet de l’eau de la pluie nocturne.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dans le rêve, pourtant,
Dans l’autre feu obscur qui avait repris,
Une servante allait avec une lampe
Loin devant nous. La lumière était rouge
Et ruisselait
Dans les plis de la robe contre la jambe
Jusqu’à la neige.
 
Étoiles, répandues.
Le ciel, un lit défait, une naissance.
 
Et l’amandier, grossi
Après deux ans : le flot
Dans un bras plus obscur, du même fleuve.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ô amandier en fleurs,
Ma nuit sans fin,
Aie confiance, appuie-toi enfant
À cette foudre.
 
Branche d’ici, brûlée d’absence, bois
De tes fleurs d’un instant au ciel qui change.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Je suis sorti
Dans un autre univers. C’était
Avant le jour.
J’ai jeté du sel sur la neige.

Yves Bonnefoy

da “Dans le leurre du seuil” 1975, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1978

Barbara – Jacques Prévert

Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

 

Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t’ho incontrata in rue de Siam
Tu sorridevi
E sorridevo anch’io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati
Ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
Ricordati di questo Barbara
E non volermene se ti do del tu
Io do del tu a tutti quelli che amo
Anche se non li ho visti che una sola volta
Io do del tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo viso felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull’arsenale
Sul battello d’Ouessant
Oh Barbara
Che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece
Vive ancora
Oh Barbara
Piove senza tregua su Brest
Come pioveva prima
Ma non è più così e tutto si è guastato
È una pioggia di morte desolata e crudele
Non è nemmeno più bufera
Di ferro acciaio sangue
Ma solamente nuvole
Che schiattano come cani
Come cani che spariscono
Seguendo la corrente su Brest
E scappano lontano a imputridire
Lontano lontano da Brest
Dove non c’è più niente.

Jacques Prévert

(Traduzione di R. Cortiana)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Barbara

Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Épanouie ravie ruisselante
Sous la pluie
Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest
Et je t’ai croisée rue de Siam
Tu souriais
Et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara
Toi que je ne connaissais pas
Toi qui ne me connaissais pas
Rappelle-toi
Rappelle-toi quand même ce jour-là
N’oublie pas
Un homme sous un porche s’abritait
Et il a crié ton nom
Barbara
Et tu as couru vers lui sous la pluie
Ruisselante ravie épanouie
Et tu t’es jetée dans ses bras
Rappelle-toi cela Barbara
Et ne m’en veux pas si je te tutoie
Je dis tu à tous ceux que j’aime
Même si je ne les ai vus qu’une seule fois
Je dis tu à tous ceux qui s’aiment
Même si je ne les connais pas
Rappelle-toi Barbara
N’oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse
Cette pluie sur la mer
Sur l’arsenal
Sur le bateau d’Ouessant
Oh Barbara
Quelle connerie la guerre
Qu’es-tu devenue maintenant
Sous cette pluie de fer
De feu d’acier de sang
Et celui qui te serrait dans ses bras
Amoureusement
Est-il mort disparu ou bien encore vivant
Oh Barbara
Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n’est plus pareil et tout est abimé
C’est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n’est même plus l’orage
De fer d’acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l’eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques », 1946

Questo amore – Jacques Prévert

 Willy Ronis, Les amoureux de la Bastille, 1957

Willy Ronis, Les amoureux de la Bastille, 1957

 

Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
Cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gioioso
Così irrisorio
Tremante di paura come un bambino quando è buio
Così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che faceva paura
Agli altri
E li faceva parlare e impallidire
Questo amore tenuto d’occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio
Braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Perché noi l’abbiamo braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Questo amore tutt’intero
Così vivo ancora
E baciato dal sole
È il tuo amore
È il mio amore
È quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
Che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda viva come l’estate
Sia tu che io possiamo
Andare e tornare possiamo
Dimenticare
E poi riaddormentarci
Svegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognarci della morte
Ringiovanire
E svegli sorridere ridere
Il nostro amore non si muove
Testardo come un mulo
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Stupido come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
Ci parla senza dire
E io l’ascolto tremando
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti quelli che si amano
E che si sono amati
Oh sì gli grido
Per te per me per tutti gli altri
Che non conosco
Resta dove sei
Non andartene via
Resta dov’eri un tempo
Resta dove sei
Non muoverti
Non te ne andare
Noi che siamo amati noi t’abbiamo
Dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci morire assiderati
Lontano sempre più lontano
Dove tu vuoi
Dacci un segno di vita
Più tardi, più tardi, di notte
Nella foresta del ricordo
Sorgi improvviso
Tendici la mano
Portaci in salvo.

Jacques Prévert

(Traduzione di M. Cucchi e G. Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Cet amour

Cet amour
Si violent
Si fragile
Si tendre
Si désespéré
Cet amour
Beau comme le jour
Et mauvais comme le temps
Quand le temps est mauvais
Cet amour si vrai
Cet amour si beau
Si heureux
Si joyeux
Et si dérisoire
Tremblant de peur comme un enfant dans le noir
Et si sûr de lui
Comme un homme tranquille au milieu de la nuit
Cet amour qui faisait peur aux autres
Qui les faisait parler
Qui les faisait blêmir
Cet amour guetté
Parce que nous le guettions
Traqué blessé piétiné achevé nié oublié
Parce que nous l’avons traqué blessé piétiné achevé nié oublié
Cet amour tout entier
Si vivant encore
Et tout ensoleillé
C’est le tien
C’est le mien
Celui qui a été
Cette chose toujours nouvelle
Et qui n’a pas changé
Aussi vraie qu’une plante
Aussi tremblante qu’un oiseau
Aussi chaude aussi vivante que l’été
Nous pouvons tous les deux
Aller et revenir
Nous pouvons oublier
Et puis nous rendormir
Nous réveiller souffrir vieillir
Nous endormir encore
Rêver à la mort
Nous éveiller sourire et rire
Et rajeunir
Notre amour reste là
Têtu comme une bourrique
Vivant comme le désir
Cruel comme la mémoire
Bête comme les regrets
Tendre comme le souvenir
Froid comme le marbre
Beau comme le jour
Fragile comme un enfant
Il nous regarde en souriant
Et il nous parle sans rien dire
Et moi je l’écoute en tremblant
Et je crie
Je crie pour toi
Je crie pour moi
Je te supplie
Pour toi pour moi et pour tous ceux qui s’aiment
Et qui se sont aimés
Oui je lui crie
Pour toi pour moi et pour tous les autres
Que je ne connais pas
Reste là
Là où tu es
Là où tu étais autrefois
Reste là
Ne bouge pas
Ne t’en va pas
Nous qui sommes aimés
Nous t’avons oublié
Toi ne nous oublie pas
Nous n’avions que toi sur la terre
Ne nous laisse pas devenir froids
Beaucoup plus loin toujours
Et n’importe où
Donne-nous signe de vie
Beaucoup plus tard au coin d’un bois
Dans la forêt de la mémoire
Surgis soudain
Tends-nous la main
Et sauve-nous.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques », 1946

Sabbie mobili – Jacques Prévert

Edward Weston, Nude on Sand, Oceano, 1936

 

Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano già si è ritirato il mare
E tu
Come alga dolcemente accarezzata dal vento
Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano già si è ritirato il mare
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per annegarmi.

Jacques Prévert

(Traduzione di M. Cucchi e G. Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Sable mouvants

Démons et merveilles
Vents et marées
Au loin déjà la mer s’est retirée
Et toi
Comme une algue doucement caressée par le vent
Dans les sables du lit tu remues en rêvant
Démons et merveilles
Vents et marées
Au loin déjà la mer s’est retirée
Mais dans tes yeux entrouverts
Deux petites vagues sont restées
Démons et merveilles
Vents et marées
Deux petites vagues pour me noyer.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques», 1946

L’uomo e il mare – Charles Baudelaire

Katsushika Hokusai, L'onda, 1830

Katsushika Hokusai, L’onda, 1830

 

 

XIV.

Il mare, se sei libero, ti sarà sempre caro!
È il tuo specchio; la tua anima contempli
nell’infinito volgersi dell’onda;
né il tuo cuore è un abisso meno amaro.

Con voluttà t’immergi dentro la tua figura,
con gli occhi l’afferri, con le braccia, e il tuo cuore
del rumore di sé si libera se ascolta
quel lamento indomabile e selvaggio.

Entrambi tenebrosi, e discreti: nessuno
in fondo ai tuoi abissi, uomo, è disceso mai,
nessuno, mare, conosce gli intimi tuoi tesori,
perché gelosamente li tenete segreti!

Pure, senza rimorso né pietà
dai secoli dei secoli vi combattete, tanto
vi stanno dentro il cuore carneficina e morte,
o lottatori eterni, o fratelli implacabili!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Giovanni Raboni)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male”, “I supercoralli” Einaudi, 1987

∗∗∗

XIV. L’homme et la mer

Homme libre, toujours tu chériras la mer!
La mer est ton miroir; tu contemples ton âme
Dans le déroulement infini de sa lame,
Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer.

Tu te plais à plonger au sein de ton image;
Tu l’embrasses des yeux et des bras, et ton cœur
Se distrait quelquefois de sa propre rumeur
Au bruit de cette plainte indomptable et sauvage.

Vous êtes tous les deux ténébreux et discrets:
Homme, nul n’a sondé le fond de tes abîmes;
Ô mer, nul ne connaît tes richesses intimes,
Tant vous êtes jaloux de garder vos secrets!

Et cependant voilà des siècles innombrables
Que vous vous combattez sans pitié ni remord,
Tellement vous aimez le carnage et la mort,
Ô lutteurs éternels, ô frères implacables!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Éditeur Auguste Poulet-Malassis, 1857