L’albero di polvere – Yvan Goll

Robert Mapplethorpe, Untitled, 1986

 

Un albero di polvere cresce
Un bosco di polvere dovunque andammo
E questa mano di polvere – no! – non toccarla!

Intorno a noi si rizzano torri dell’oblio
Torri crollanti all’interno
Ma ancora irradiate dalla tua luce aranciata!
Un uccello di polvere spicca il volo

Faccio custodire nel quarzo il mito del nostro amore
Seppellire in un deserto l’oro dei nostri sogni
Il bosco di polvere si fa sempre piú scuro
No! Non toccare questa rosa di polvere!

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Der Staubbaum

Ein Staubbaum wächst
Ein Staubwald überall wo wir gegangen
Und diese Staubhand weh! rühr sie nicht an!

Rings um uns steigen Türme des Vergessens
Türme die nach innen fallen
Aber noch bestrahlt von deinem orangenen Licht!
Ein Staubvogel fliegt auf

Die Sage unsrer Liebe laß ich in Quarz verwahren
Das Gold unsrer Träume in einer Wüste vergraben
Der Staubwald wird immer dunkler
Weh! Rühr diese Staubrose nicht an!

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Estate di notte – Yves Bonnefoy

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I

Mi sembra, stasera,
Che più vasto il cielo stellato
A noi si avvicini; e la notte
sia dietro tanti fuochi meno oscura.

Splendono anche le fronde sotto le fronde,
Si è ravvivato il verde, e l’arancio dei frutti maturi,
Lume d’angelo prossimo; un bàttito
D’occulta luce coglie l’albero universale.

A me sembra, stasera,
Che siamo entrati nel giardino, e l’angelo
Ne ha richiuso le porte senza ritorno.

II

Vascello di un’estate,
E tu come alla prua, come si chiude il tempo,
Sciorinando stoffe dipinte, sussurrando.

In quel sogno di maggio
L’eternità saliva tra i frutti dell’albero
E io ti offrivo il frutto che fa illimitato
L’albero senz’angoscia né morte, di un mondo condiviso.

Vagano i morti lontano al deserto di schiuma,
Non c’è deserto più se tutto è in noi,
Non c’è più morte, se le mie labbra sfiorano
L’acqua di una similitudine diffusa sul mare.

Oh sufficienza dell’estate, io t’ebbi pura
Come l’acqua mutata dalla stella, come un fruscìo
Di schiuma sotto i passi dove risale della sabbia
Un chiarore a benedire i nostri corpi senza luce.

III

Il movimento
Ci era apparso la colpa, ed erravamo
Nell’immoto come sotto la carena
Oscilla e non oscilla il fogliame dei morti.

Io ti dicevo la mia polena a prua
Felice, indifferente, che conduce
A occhi semichiusi il vascello di vivere,
Ne sogna il sogno, profonda è la sua pace, e s’inarca
Sul tagliamare ove pulsa l’antico amore.

Sorridente, discolorata, primigenia,
Il riflesso per sempre di una immobile stella
Nel gesto mortale.
Amata, nel fogliame del mare.

IV

Terra armata a salpare,
Guarda,
È la tua polena,
Chiazzata di rosso.

La stella, l’acqua, il sonno
Hanno consunto la spalla nuda
Che fremeva, e si piega
A Oriente ove gela il cuore.

L’olio assorto ha regnato
Sul corpo dalle ombre fluenti,
Tuttavia ella china la nuca
Come si pesa l’anima dei morti.

V

Giunto quasi l’istante
In cui non c’è più giorno, non più notte,
Tanto si è ingrandita la stella a benedire questo
Corpo bruno e ridente, illimitato,
Acqua che scorre senza chimera.

Le fragili mani terrestri scioglieranno
Il nodo triste
Dei sogni.
Il chiarore protetto poserà
Sulla distesa delle acque.

La stella ama la schiuma, e brucerà
Nella veste grigia.

VI

Fu a lungo estate. Un’immobile stella
Dominava l’avvicendarsi del sole. L’estate di notte
Recava l’estate di giorno nelle mani di luce.
Noi parlavamo a bassa voce, in fogliame di notte.

La stella indifferente; e la polena; e il chiaro
Cammino dall’una all’altra in acque e cieli calmi.
Ciò che è si moveva come un vascello che scivola
E vira, e la sua anima più non sa nella notte.

VII

Non avevamo forse l’estate da valicare, come un largo
Oceano immoto, e io semplice, steso
Sugli occhi e la bocca e l’anima della prua,
amando l’estate, bevendo i tuoi occhi senza ricordi,

Non ero forse il sogno dalle pupille assenti
Che prende e non prende, e solo vuol serbare
Del tuo colore d’estate l’azzurro di una pietra
Diversa per un’estate più vasta, dove niente ha fine?

VIII

Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi,
Cielo stellato, e la tua bocca cerca
Il respiro dei fiumi terrestri per vivere
Fra noi la tua desiderante inquieta notte.

Oh nostra ancora immagine,
Tu rechi vicino al cuore la stessa ferita,
La stessa luce in cui uno stesso ferro fruga.

Dividiti, tu che sei assenza e le sue maree.
Accoglici, il nostro è sapore di frutti che cadono,
Confondici sulle tue vuote spiagge nella schiuma
Coi i relitti dei legni della morte,

Albero dai rami di notte sempre duplici, sempre.

IX

Acque del dormiente, albero d’assenza, ore senza approdo,
Nella vostra eternità sta per finire una notte.
Come nomineremo quest’altro giorno, anima mia,
Questo rosseggiare più basso, mischiato a sabbia nera?

Nelle acque del dormiente si offuscano le luci.
Un linguaggio si crea, che divide il chiaro
Rigoglio delle stelle nella schiuma.
Ed è quasi il risveglio, è già la rimembranza.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Pietra scritta” (1965), in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Poesia in nove parti eterostrofica ed eterometrica.
I: il titolo è l’inversione del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare (Naughton 1984, p. 113). È significativo che nel testo l’Autore ricorra al pronome personale «nous», alternandolo al «je», segno che sta alludendo a un’esperienza amoroso-iniziatica, quella di una «nuova condivisione, e più libera» (Jackson 1978, p. 288). Ne è scenario un cielo serale luminoso, vicino e in espansione (la reiterazione dei due termini di etimologia identica «Se rapproche» v. 3, e «ange proche», v. 7); gli intensi cromatismi (v. 6) e la presenza sia dell’angelo che del «jardin» collocano il testo in un’atmosfera prossima a quella della Genesi (per un’uscita dal giardino si vedano invece i successivi Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Il «sans retour» finale dà l’idea della fiducia assoluta e della risolutezza in essa riposta. Ma a chi parla di «giardino idilliaco»  e di «paradiso primordiale» (C. Andreucci, Le paysage que de Pierre écrite, Favre 1986, p. 229), Bonnefoy replica: «l’esperienza del giardino [dell’Eden] mi sembra quasi assente dal libro» ( Discussione, ivi, p. 247).
II: l’atmosfera idilliaca ancor più si precisa qui nella dimensione del sogno (v. 4) e del dono che espande la natura («illimite l’arbre, v. 6) e scopre quello che J. Thélot definisce «il paesaggio immaginario» della raccolta: «la costellazione pietra-foglie-mare-schiuma in cui la persona sviluppa per la prima volta in modo manifesto le sue mani e i suoi occhi, intercessori della condivisione e dell’incontro. Da ciò, e qui risiede il cambiamento profondo nell’opera di Yves Bonnefoy, il suo colore di gioia nuova, la venuta al giardino e la scoperta dell’amore» (1983, p. 180). La sacralità carnale dei gesti è ribadita, dopo l’apparizione dell’angelo in I, da «bénir nos corps» (v. 15), e celebra, in una notte di sogno, «una risalita del soggetto parlante e delle sue parole verso la presenza sensibile, se non anche sensuale, dell’estate, stagione decisamente d’elezione» (Pinet-Thélot 1998, p. 51).
III: i vv. 1-3 evocano vagamente l’ossimoro del titolo di DM, rafforzato anche dal successivo, al v. 4. Nella seconda strofa si evidenzia il ruolo metaforico del vascello, che sta per la vita («navire de vivre», v. 7), del suo sogno d’amore. Da rilevare due stilemi tipici: al v. 10 un verso interamente aggettivale di ritmo ternario; al v. 13 l’apposizione dell’aggettivo in apertura di verso, seguita da un lacerto nominale.
IV: ancora il ritmo ternario, stavolta nominale, al v. 5. Questo testo pare descrivere il momento successivo a un amplesso, per la nudità della spalla che «a frèmi puis se penche» (v. 7) e al calore della stretta fa seguire il raffreddarsi del cuore. Si noti il ricorrere dell’espressione metaforica dell’amata «ta figure de proue» (v.3), già in II, v. 2, poi in III, v. 5. Altro Leitmotiv quello dei «morts» in clausola, già di «le feuillage des morts» (III, v. 4), che stempera l’idillio nel ricondurlo alla sua dimensione intramondana e mortale di finitudine.
V: l’interesse del testo sta specialmente nella creazione al v. 2 di una dimensione di sospensione temporale tra giorno e notte. Ricorrono i termini «bénir», già in II, v. 15, e «Illimité» (v. 4), forma aggettivale del verbo «illimite» (II, v. 6), che espande la suggestione del corpo amato ancora caratterizzato da una triade d’aggettivi, i quali tratteggiano una progressiva estensione, che va dal monosillabico «brun» al «trisillabico «souriant», fino all’allungo tetrasillabico d’«Illimité» (vv. 3 -4) e avvince stella e schiuma in un analogo abbraccio tra cielo e terra. Saranno per l’appunto le mani terrestri a sciogliere l’inganno del sogno che esprime la metafora in præsentia concreto-astratto del v. 6.
VI: a una prima quartina di tono elegiaco-affabulatorio, che al v. 2 contiene il titolo dell’intero componimento, in un continuo alternarsi di notte e giorno, ne succede una seconda che scivola su acque chete con un moto che la reiterazione fonica della liquida “l”, delle fricative “s” e [∫], come dell’occlusiva-velare [3] connota: «CHemin de L’une à L’autre en eaux et cieLs tranquiLLes. / Tout ce qui est bougeat comme un vaisseau qui tourne / Et gLisse» (vv. 6-8).
VII: se il non-sapere di VI, v. 8, indica una deriva con implicito un senso di abbandono al moto dell’acqua, qui il testo rivela, nel suo intenso erotismo esitante «qui prend et ne prend pas» (v. 7), la tensione da eros verso un infinito e più grande e altro amore, agape, a cui Bonnefoy si mostrerà nel tempo sempre più sensibile.
VIII:
La mia proposta di lettura è, se ci si chiede chi sia qui la «stessa ferita», non avendola colta di sfuggita, di tornare alla prima strofa e di cercarvi la ferita. E la si trova: «Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi». L’albero (dei morti) lacera il cielo con la sua “macchia nera”, simile a quella della “nostra immagine”. Vi è corrispondenza tra il cielo stellato (il bel cosmo) e l’immaginario. ( Notes d’Yves Bonnefoy cit., p. 267)
Domina un’atmosfera dai tratti vagamente decadente, per via dei frutti che cadono e dei relitti (vv. 9-11), con l’ambiguo, suggestivo finale, che nella ripetizione dell’aggettivo «doubles», non si sa se più chiasmo o anadiplosi, forse allude alla duplicità insita nell’immagine del v. 5, che ferisce la spalla a ogni «désirante nuit» (v. 4).
IX: al v. 1 si noti ancora il ritmo ternario in sequenza sostantivale seguita da complementi. Il testo fonde mirabilmente suggestioni rimbaudiane («dormeur», vv. 1 e 5, fa pensare al Dormiente nella valle) e baudelairiane («mon âme» rimanda all’apostrofe affettuosa rivolta all’amata in Una carogna, I Fiori del male, XXIX, v.1: «Rappelez-vous l’objet que nous vimes, mon âme») ed è stilema cortese. Il testo vive altresì di un’antitesi cromatica fra il paradigma dell’oscurità («nuit», «noir») e della luce del risveglio («jour», «lumières», «clair», «étoiles», «éveil»). Nell’imminenza del risveglio, che già è ricordo, appare una nota malinconica che vela l’entusiasmo della navigazione senza approdi e la riconduce alla consapevolezza del torbido (v. 5) e, come in M. Scève, del fatto che «il risveglio è uno spavento, e il senso, una vertigine» (J.-P. Attal, La quête d’Yves Bonnefoy, «Critique», XXI, 217, giugno 1965, pp. 535-44, qui p. 538). Come opportunamente scrive Finck,«se le poesie di L’été de nuit sono testi cruciali è perché, interiorizzando l’essenza a-temporale della poesia (il “sogno”), indicano anche la specificità della poesia moderna (la contestazione del “sogno”)» (1989, p. 142). (Fabio Scotto)

***

L’été de nuit

I

Il me semble, ce soir,
Que le ciel étoilé, s’élargissant,
Se rapproche de nous; et que la nuit,
Derrière tant de feux, est moins obscure.

Et le feuillage aussi brille sous le feuillage,
Le vert, et l’orangé des fruits mûrs, s’est accru,
Lampe d’un ange proche; un battement
De lumière cachée prend l’arbre universel.

Il me semble, ce soir,
Que nous sommes entrés dans le jardin, dont l’ange
A refermé les portes sans retour.

II

Navire d’un été,
Et toi comme à la proue, comme le temps s’achève,
Dépliant des étoffes peintes, parlant bas.

Dans ce rêve de mai
L’éternité montait parmi les fruits de l’arbre
Et je t’offrais le fruit qui illimite l’arbre
Sans angoisse ni mort, d’un monde partagé.

Vaguent au loin les morts au désert de l’écume,
Il n’est plus de désert puisque tout est en nous
Et il n’est plus de mort puisque mes lèvres touchent
L’eau d’une ressemblance éparse sur la mer.

Ô suffisance de l’été, je t’avais pure
Comme l’eau qu’a changée l’étoile, comme un bruit
D’écume sous nos pas d’où la blancheur du sable
Remonte pour bénir nos corps inéclairés.

III

Le mouvement
Nous était apparu la faute, et nous allions
Dans l’immobilité comme sous le navire
Bouge et ne bouge pas le feuillage des morts.

Je te disais ma figure de proue
Heureuse, indifférente, qui conduit,
Les yeux à demi clos, le navire de vivre
Et rêve comme il rêve, étant sa paix profonde,
Et s’arque sur l’étrave où bat l’antique amour.

Souriante, première, délavée,
À jamais le reflet d’une étoile immobile
Dans le geste mortel.
Aimée, dans le feuillage de la mer.

IV

Terre comme gréée,
Vois,
C’est ta figure de proue,
Tachée de rouge.

L’étoile, l’eau, le sommeil
Ont usé cette épaule nue
Qui a frémi puis se penche
À l’Orient où glace le cœur

L’huile méditante a régné
Sur son corps aux ombres qui bougent,
Et pourtant elle ploie sa nuque
Comme on pèse l’âme des morts.

V

Voici presque l’instant
Où il n’est plus de jour, plus de nuit, tant l’étoile
A grandi pour bénir ce corps brun, souriant,
Illimité, une eau qui sans chimère bouge.

Ces frêles mains terrestres dénoueront
Le nœud triste des rêves.
La clarté protégée reposera
Sur la table des eaux.

L’étoile aime l’écume, et brûlera
Dans cette robe grise.

VI

Longtemps ce fut l’été. Une étoile immobile
Dominait les soleils tournants. L’été de nuit
Portait l’été de jour dans ses mains de lumière
Et nous nous parlions bas, en feuillage de nuit.

L’étoile indifférente; et l’étrave; et le clair
Chemin de l’une à l’autre en eaux et ciels tranquilles.
Tout ce qui est bougeait comme un vaisseau qui tourne
Et glisse, et ne sait plus son âme dans la nuit.

VII

N’avions-nous pas l’été à franchir, comme un large
Océan immobile, et moi simple, couché
Sur les yeux et la bouche et l’âme de l’étrave,
Aimant l’été, buvant tes yeux sans souvenirs,

N’étais-je pas le rêve aux prunelles absentes
Qui prend et ne prend pas, et ne veut retenir
De ta couleur d’été qu’un bleu d’une autre pierre
Pour un été plus grand, où rien ne peut finir?

VIII

Mais ton épaule se déchire dans les arbres,
Ciel étoilé, et ta bouche recherche
Les fleuves respirants de la terre pour vivre
Parmi nous ta soucieuse et désirante nuit.

Ô notre image encor,
Tu portes près du cœur une même blessure,
Une même lumière où bouge un même fer.

Divise-toi, qui es l’absence et ses marées.
Accueille-nous, qui avons goût de fruits qui tombent,
Mêle-nous sur tes plages vides dans l’écume
Avec les bois d’épave de la mort,

Arbre aux rameaux de nuit doubles, doubles toujours.

IX

Eaux du dormeur, arbre d’absence, heures sans rives,
Dans votre éternité une nuit va finir.
Comment nommerons-nous cet autre jour, mon âme,
Ce plus bas rougeoiement mêlé de sable noir?

Dans les eaux du dormeur les lumières se troublent.
Un langage se fait, qui partage le clair
Buissonnement d’étoiles dans l’écume.
Et c’est presque l’éveil, déjà le souvenir.

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite” (1965), in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Camille Claudel, La Valse, 1901, Musée Rodin, Paris

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il tuo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild»

Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild
In unserem Vieraug erschaut!
Und des Tages Gestaltung stand unsrer Willkür anheim.

Der reinen Erfindung der Liebe
Verdankte der Tau seine Dauer

Und wo Taifune an Urwaldgetier sich mästeten
Und ihre langen gelben Flügel
Um schwankende Inseln warfen

Selbst da hielt unser lebend Liebesdenkmal stand
Löste dein Lächeln Geliebte
Die dunkelsten Rätsel auf

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

In sogno – Antonin Artaud

Antonin Artaud, in "Le Juif errant", di Luitz-Morat, 1926

Antonin Artaud, in “Le Juif errant”, di Luitz-Morat, 1926

 

In fondo ai giardini dei nostri sogni
Più belli dei sogni più belli dei nostri numi,
Colti attraverso misteriose armonie
In noi esploderanno sogni divini
E poesie bugiarde
Di cui ascolteremo le strofe infinite
                                               In sogno.
E i venti incurveranno gli alberi fino a terra,
Alberi più sontuosi del tramonto,
Recante frutti di porpora e d’oro, di diamante
Dai riflessi allettanti.
Con occhi di misteriosi smeraldi
Che scagliano misteriose fiamme…
E i venti piegheranno gli alberi e i nostri corpi
Ai legni strapperanno le loro musiche interne,
E le nostre voci lanceranno musiche sublimi
Negli androni di foreste selvatiche dalle alte cime
                                                  Fluenti d’oro.
Per meglio cogliere l’anima dei nostri domini,
L’anima notturna decadente e crepuscolare,
La grande anima tenebrosa e divina
Ci incammineremo lungo il sentiero azzurro che porta
                                                    Di fronte al tramonto
Sfavillante di sfarzo e di armonia
Come un rosone nel cuore di un tempio immenso.
E là ascolteremo la cadenza immortale
Delle linee e dei corpi ritmati
E di gotiche balaustre profumate
Dalla dolcezza dei corpi amanti
Dagli uomini con grandi anime cadenzate,
                                                         Dai poeti profumati.

Antonin Artaud

Eno (1915)

(Traduzione di Pasquale Di Palmo)

da “Prime poesie” (1913-1923), in “Poesie della crudeltà (1913-1935)”, Stampa Alternativa, 2002

***

En songe

Au fond des jardins de nos songes
Plus beaux que les plus beaux rèves de nos génies,
Saisis par des mystérieuses harmonies
Éclateront en nous des rêves de génie
Et des poèmes de mensonge
Dont nous écouterons les strophes infinies
                                                 En songe.
Et les vents courberont les arbres jusqu’à terre,
Des arbres plus fastueux que le conchant,
Ayant des fuits de pourpre et d’or, de diamant
Aux reflets alléchants,
Avec les yeux des émeraudes de mystère
Jetant rles flammes de mystère…
Et les vents tordront les ardres et nos corps
Arracheront aux bois lerus musiques intimes,
Et nos voix lanceront des musiques sublimes
Aux porches des forèts fauves des hautes cimes
                                                Àux fleuves d’or.
Afin de mieux saisir l’âme de nos domaines,
L’âme de nuit de décadence et de couchant,
La grande âme rle ténebres et de génie
Nous prendrons le chemin du sentier bleu qrri mène
                                                 Droit au couchant
Rayonnant de magnificence et d’harmonie
Ainsi qu’une rosacea au cœur du temple immense,
Et là nous entendons l’immortelle cadence
Des lignes et des corps rythmés
Et des gothiques balustrades parfumées
De la doucer des corps aimés
Par les hommes aux grandes âmes de cadence,
                                                  Par les poètes parfumés.

Antonin Artaud

Eno (1915)

da “Premiers poémes” (1913-1923), in “Antonin Artaud, Œuvres complètes”, Gallimard, 1970

In un paese d’infanzia… – Oscar Vladislas de Lubicz Milosz

Foto di Paul Apal’kin

 

In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime,
In una città di morti battiti di cuore
(Battiti dal frastuono cullante,
Battiti d’ala degli uccelli nunzi di morte,
Sciabordii d’ala nera sulle morte acque).
In un passato fuori dal tempo, in preda a sortilegio,
I cari occhi a lutto dell’amore ardono ancora
Di un fuoco lento di rosso minerale, di un triste sortilegio;
In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime…
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Perché mi hai sorriso nell’antica luce?
E perché, e come avete potuto riconoscermi
Voi strana ragazza dalle palpebre di arcangelo,
Dalle ridenti, illividite, sospiranti palpebre,
Edera di notte estiva sulla luna delle pietre?
E perché e come, non avendo mai conosciuto
Né il mio volto, né il mio lutto, né la miseria
Dei giorni, mi hai così di colpo riconosciuto
Tu mite, musicale, brumosa, pallida, cara,
Per la quale morire nella grande notte delle tue palpebre?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Quali parole, quali musiche terribilmente antiche
Fremono in me per la tua irreale presenza,
Cupa colomba dei giorni lontani, mite, bella,
Quali musiche ti fanno eco nel sonno?
Sotto quale fogliame di arcaica solitudine,
In quale silenzio, quale melodia o quale voce
Di bambino malato ritrovarvi, oh bella,
Oh casta, oh musica ascoltata nel sonno?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

 Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

(Traduzione di Massimo Rizzante)

da “O.V. de L. Milosz, Sinfonia di Novembre e altre poesie”, Adelphi, Milano, 2008

∗∗∗

Dans un pays d’enfance…

Dans un pays d’enfance retrouvée en larmes
Dans une ville de battements de cœur morts
(De battements d’essor tout un berceur vacarme,
De battements d’ailes des oiseaux de la mort,
De clapotis d’ailes noires sur l’eau de mort).
Dans un passé hors du temps, malade de charme,
Le chers yeux de deuil de l’amour  brûlent encore
D’un doux feu de minéral roux, d’un triste charme;
Dans un pays d’enfance retrouvée en larmes…
– Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Porquoi m’as tu souri dans la vielle lumière
Et porquoi, et comment m’avez-vous reaconnu
Etrange fille aux archangéliques paupières,
Aux riantes, bleuies, soupirantes paupières,
Lierre de nuit d’été sur la lune des pierres;
Et porquoi et comment, n’ayant jamais connu
Ni mon visage, ni mol deuil, ni la misère
Des jours, m’as-tu soudainement reconnu
Tiède, musicale, brumeuse, pâle, chère,
Pour qui mourir dans la nuit grande de tes paupières?
– Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Quels mots, quelles musiques terriblemts vielles
Frissonnent en moi de ta présence irréelle,
Sonbre colombe des jours loin, tiède, belle,
Quelles musiques en écho dans le sommeil?
Sous quels feuillages de solitude très vieille,
Dans quel silence, quelle mélodie ou quelle
Voix d’enfant malade vous retrouver, ô belle,
Ô chaste, ô musique entendue dans le sommeil?
– Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

da “O.V. de L. Milosz, Œuvres complètes”, Vol. I, II, XII, Editions André Silvaire, Paris, 1958

L’ora presente – Yves Bonnefoy

Gérard Rondeau, Yves Bonnefoy, Paris, 2001

 

I

Guarda!
Un lampo invade il cielo, stasera ancora,
Prende la terra nelle sue mani, ma esita,
Quasi s’immobilizza. Si è creduto

Una frase, una firma, no, vacilla,
Lo vediamo che cade, illuminante,
Nelle braccia l’uno dell’altra,
Sonno e morte.

Il lampo, un’illusione,
Anche il lampo.

Un’illusione, la forma
Che si dispiega, un sogno
Che abbraccia la forma, e cadrà
Con essa, spezzata,
Spossessata di se stessa, a quei confini,
Laggiù, della nostra notte di qui,
L’ora presente.

Guarda, vedi.

Guarda, teologo,
Non credi che Dio
Si sia stancato d’essere?

Tu immagini
Che egli non possa finire, essendo infinito,
Con sé
Ma tu sai che nessun sacrificio, ai suoi altari,
Neanche il sacrificio di suo figlio,
Più ridesta il suo desiderio.

Si volta
Verso colei che dormiva accanto a lui,
L’anima del mondo,
Sfiorerà il suo braccio, la sua anca nuda,
Non la risveglierà.

Scenderà
Nei suoi giardini, di terrazza in terrazza,
Fermandosi, talvolta,
Come quelle bestie
Che d’un tratto s’immobilizzano
Per un rumore, un’ombra,

Non ascolterà
Lo stormire del cielo. Né tanto meno
Il grido della disperazione. Neppure
L’urlo della bestia sgozzata,
Neppure
Le note incerte dello zufolo
Di un pastore attardato sotto l’ultimo faggio.

Si sono evaporati
Il bue e l’asinello
E quest’agnello che non è che stupore.
Le costellazioni, ci dicevano,
Avrebbero scintillato su questa paglia.

E vedi, qui, è Venere
China su Adone morente. E quest’altra immagine,
È Niobe, all tears. Io vedo Giuditta
Rialzarsi, sanguinante. Vedo, nella pioggia dorata,
Danae, le sue chiome sparse. Amica mia, è vedere
Quando il pittore non ha avuto tra le mani
Che corpi i cui occhi si chiudono? Io vi tocco,
Spalle nude, riflessi nella penombra,
Foste l’oro che spargeva un dio?

E tu ti chiami Ofelia,
Scoppi a ridere. Il tuo vestito s’apre,
L’acqua nera ti penetra, delle correnti
Ti trascinano via. Tu ti chini su di lui,
Il principe pazzo, scostando i suoi capelli
Incollati al sudore della sua febbre, tu tocchi
Le sue tempie con le labbra. L’acqua rapida
Copre le sue poche parole, disperde le tue,
O tradita,
Ti chiami Desdemona?
Willows, willows…

E ti chiama J. G. F.,
Sei «la sua Elettra lontana»,
Ascolta bene:
La malattia e la morte fanno cenere
Di tutto il fuoco che per noi sfavillò.

E tu ti chiami…? Nessun nome
Per te, di ogni tempo
E di ogni paese, che cadi,
Mani legate dietro la schiena, nuca infranta,
Voce schernita, la bocca
Già colma di terra. Nessun nome,
Nessuna resurrezione neanche per te.
E nemmeno parole, nemmeno le nostre,
Poiché le parole s’impennano
Davanti a ciò che colui che cerca di dire
Non saprebbe provare, non può rivivere.

E cos’è questo, sul sentiero?
È caduto da uno degli alberi, lo raccolgo,
La materia è lucente, ho il mio coltello,
Apro il riccio,
Tento di scalfire il legno del frutto
Ma la lama scivola. Quel che è
Per sempre si rifiuta. Devo gettare
Il frutto impenetrato con il riccio?

Greve
Sotto le sue miniature di cielo nero,
La pagina nel libro. Si vuol sollevarne
Non fosse che un angolo, vedere al di là
Nello spazio delle altre pagine. Ma il fascio
Di queste altre fa massa. Sembra incollato
Da un’acqua da fine del mondo. Della torba
Per nient’altro che un ultimo fuoco? Dobbiamo credere
Che il segno che prese al fianco delle cose
Come un lampo, e vi scintillò,
Non sarà stato che mani giunte invano,
Sogni, fervore di nient’altro che sogni,
Mummia agghindata per nulla, sotto il suo manto di pietra?

Cala la notte. Nelle stanze
I corpi sono nudi. Talvolta un movimento
Per nulla, incompiuto,
Coglie un dormiente che il suo sogno tormenta.
Toccherò questa spalla, quest’altra,
Farò in modo che degli occhi s’aprano, s’allarghino,
Che dei corpi resuscitino, come si è creduto
Che fosse, una volta? Gridare,
Torna, Claude, torna, Enzo, dal luogo dei morti?
Io grido dei nomi, nessuno si risveglia.

E così confuse le nostre parole
Le une alle altre! Esse non si separano.
Dormono
Nelle braccia l’una dell’altra? Nulla sembra
Battere in questa arteria che sfioro
Nell’incavo della loro spalla. Io penso al giorno
In cui, nello stupore
Del cielo e della terra che s’avvicinavano
L’uno all’altra, che si confondevano,
Che divenivano l’orizzonte poi il sentiero,
Legno contro legno strofinati si fece la fiamma.

E talvolta uno di noi trasale, si rivolta
Sul cuscino, riprende
I suoi occhi alla sua chimera. Ma lo specchio
Che dormiva accanto a lui non si risveglia.
Esso riflette il cipresso, le stelle,
Il bel viso della giovane donna addormentata
Sul calore del suo braccio ripiegato,
No, se lo stacco dalla paratia
E l’avvicino alle cose del giorno che spunta,
Quel che stringo è un pezzo di carbone,
Nei suoi riflessi non s’agita che notte.

II

Ho raccolto il frutto, lo apro.
Nella parola
La deriva rapida della nube.

Illusione,
Il focolare che ardeva chiaro la sera, te ne ricordi,
Nella casa che abbiamo amato.
Quel legname,
Quelle palline di carta stropicciata, quell’attizzatoio,
Quella fiamma improvvisa, quasi un lampo,
Un sogno, come noi?

E ricordati
Del cane avvelenato! Graffiava con le sue grida
Il cielo, la terra. Amica mia,
Ancora ieri
Noi andavamo fino a quelle sbarre, laggiù,
Attraverso quelle buche in cui acqua brilla nell’erba.

Ieri, noi passavamo
Accanto al fienile vuoto. Una civetta
Spiccava il volo da sotto il tetto. Io grido il suo nome,
Ma nulla s’agita su questo muro che la luna rischiara.
Nessun occhio di bestia spaventata.

Illusione il mandorlo, tutti i suoi fiori
Come fuochi tra altre stelle.
Sogno, fumo,
Quel cielo delle notti d’allora, di tanti grappoli?
L’agnello? Nient’altro che per sempre
Il coltello e il sangue. La nostra forra,
Nient’altro che lo scroscio di un’acqua che a volte cresce
Poi quasi cessa.

Nessuno
Nello scroscio del torrente. Nessuno
Nella luce. L’uomo
Laggiù, dal cervello d’oro,
Che esita sul marciapiede, le dita sanguinanti
Irrigidite su raschiature dello spirito,
Che offriva, quale mazzo? Io voglio quei fiori,
Liberarli della carta che li copre,
Questa pagina arrossata, perché scorgo,
Nel dono che faceva, già morente,
Gli abissi del cielo e della terra,
Le immagini che formano le nubi
E delle corolle, l’uomo, la donna,
Il cui colore mi pare rimasto vivo,
Ma tutto ciò è nel cunicolo,
Ha gettato l’offerta rifiutata,
Non raccoglierò che qualcosa di appassito,
D’insensato, un odore acre, scialbo?
Rose, rose? Non esistono
Che rose strappate, nessuna rosa in sé,
Nessuna corolla che sostenga il mondo.

III

Eppure, io posso dire

Le parole civetta o arenaria o cielo
O la parola speranza,
Ed ecco che, alzando gli occhi, io vedo questi alberi
Che sulla strada un sole serale infiamma.
È un fuoco di grande dolcezza, le sue chiare braci
Hanno tramutato il fogliame in luce,
E qui c’è il prato, laggiù delle cime,
E le loro mani si congiungono, i loro corpi si cercano
Con questa evidenza, silenziosa,
Che si deve proprio chiamare bellezza.
Io guardo questi alberi per un’ora intera,
È qualcosa di visibile, appena, poiché
La visibilità diviene oro puro
Quando invece attorno cala la notte.
Io ascolto una parola, cerco di vedere ciò che indica,

E mi sembra, incontenibilmente,
Che questa cosa si ricolori, che degli occhi
Si riaprano, stupiti,
Nel sogno di pietra dello spirito.
Le parole sono portatrici di qualcosa di più di noi,
Ne sanno più di noi, esse cercano
Sul bordo di un’acqua del fondo del nostro sonno,
Nera quanto rapida, respinta,
Il guado d’una luce? E questa luce
Ha senso, su una via del tutto diversa,
Certamente, dalla speranza solo di ieri?
Io ascolto una parola, l’avvicino a un’altra,
Quel dormiente e quella dormiente si risvegliano
In un po’ di sole, le loro mani si toccano,
Non c’è lì che desiderio,
Lo stesso sogno che cambia volto?
Il lampo che squarcia invano il cielo di qui?

Ma veritiera è la pittura di paesaggio,
Veritiero il fiore
Della ginestra, nel deserto,
Veritiera la voce che l’ha nominato
Nelle nostre parole sterminatrici, su tristi chine.
E guarda, sul sentiero,
Quei due che s’allontanano.
D’un tratto si fermano,
Si voltano l’uno verso l’altra. S’affrontano,
S’insultano, si dilanieranno, per angoscia
D’essere l’illusione che sanno di essere?
Ma no, sembrano guardare il cielo della sera,
Dove un sole bambino appare, la sua testa immensa
Già alta sul vecchio orizzonte.

Ed è vero che gli alberi che ho visto
Farsi incandescenza continuano,
Poco lontani da loro, a essere questo raggio
Venuto chissà da dove, che si cancella
Solo se affina, col suo ultimo istante,
I chicchi di un oro che si direbbe senza materia.

Guardatemi,
Dice quel che sale in essi dal fondo del linguaggio,
Dimenticate chi siete perché io sia,
Fate di me quel che cerco d’essere,
Rinunciate al vostro sogno per il mio,
Amatemi, datemi forma, volto
Con le vostre mani d’ombra e luce. Il cielo della sera
È, forse, una rosa. Rosa che verrà
Con i vostri lavori d’orticoltori nelle nubi,
Rosa d’alberi, di fiumi, di sentieri,
Di letti disfatti, di mani semplici, che cercano
Altre mani, alla cieca. Rosa delle parole
Che uno dice a un’altra, soltanto per
Il fremito del palmo, delle dita.
Il cielo cambia. La rosa senza perché,
Siete voi, nei giardini del suo colore.
Guardate, ascoltate! La minima parola
Ha nella sua profondità una musica,
Il fonema è corolla, la voce è l’essere
Che può fiorire, anche in ciò che non è.

E tardi, avendo pietà
Delle immagini. Vedete che Danae
S’alza in piedi sul suo letto, pur sapendo
Che illusorio è il dio. E che Ofelia
Porta nei suoi occhi il cielo, la terra,
Come una certezza, benché anneghi
Il loro doppio fuoco nella sua totale notte.
Davanti a noi, amici miei, è sera
O una sorta d’alba, informe? Comunque
Un sole, nel profondo di questi rossi muchi.

Tu guardi il cielo
Dalla finestra aperta, figlio
Di questo secolo impoverito. Il mondo,
Questi tetti di lamiera grigia, questi fumi,
Questa pagina insozzata, strappata? No, le tue parole
Rifiutano di cancellarsi dall’universo,
Di questo nulla vogliono fare colline,
Valli, sentieri. Forse che sono solo pietra
E nevi queste montagne, no, in cima
A una, non troppo alta,
S’allarga un prato. E molto tranquillo
Ti sembra, scorto da qui,
Il passaggio dell’ombra sullo smeraldo
Della sua erba infinita. Più giù il fiume
Che raccoglie, che illumina. Saprai
Sperare che questa evidenza abbia un qualche senso,
Che essa si rinvigorisca nella tua parola,
Che sia il magnete che strappi
Lo spirito alla disperazione, penserai
Che non c’è essere che in immagine ma che qui sta
Misteriosa sufficienza, per quanto
Questo nulla acconsenta alla luce
Indifferente, increata, con gesti
Dei suoi bordi, dei movimenti, del riso
Nel profondo della sua voce tragica che s’avvicina
Ad altre di queste ombre? Forse no.
Il cielo d’un tratto annerisce, cala la folgore.

Ma tu ti volti
Verso la tua stanza affittata in questa periferia,
È piccola, ma i suoi muri sono quasi bianchi,
E tu vi hai posto, in questo primo giorno,
La Diana e le sue compagne, di Vermeer,
Una semplice fotografia ma d’uno scambio
Di così grande dolcezza, a mani così pure
Che queste poche figure si staccano
Dal grigio e dal nero del colore assente
Non come il sole ma meglio e di più.
Un sogno, è menzogna. Ma sognare, no.
Che i tuoi sogni divengano
Due combattenti, l’uno mascherato, ma talvolta
Ricco del suo volto scoperto.

Tu guardi vivere la sera. Il cielo, la terra
Nudi, distesi sul loro letto comune.
E lui, nient’altro che nubi,
Si china su di lei, prende tra le mani
La sua faccia rispettata.
Dio? No, meglio di questo. La voce
Che va, ansimante, incontro a un’altra
E ridente desidera il suo desiderio,
Ansiosa di dare più che di prendere.
Non penserai, stasera ancora,
Che possano diventare uno stesso respiro,
La materia, lo spirito? Che dal loro abbraccio
Placato, allentato,
Ricada del colore, dell’oro,
Qualche coccio di vetro, chiazzato di fango,
Ma che brilli, nell’erba?

E la morte, come al solito? E non esser stati
Che un’immagine ognuno per l’altra, attizzando
Un focolare, soltanto nelle nostre memorie, sì, lo accetto,
Ma ricordati
Dei prati dell’infanzia: dei tuoi passi
Per sdraiarti a fissare il cielo
Così greve, di tanti segni, ma che si faceva
Immensamente in te questa benevolenza,
I lampi del calore delle notti d’estate.
Ora presente, non rinunciare,
Riprendi i tuoi vocaboli dalle mani erranti della folgore,
Ascoltali fare del nulla parola,
Osa
Perfino nella fiducia che nulla prova,

Legaci di non morire disperati.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

***

L’heure présente

I

Regarde!
Un éclair envahit le ciel, ce soir encore,
Il prend la terre dans ses mains, mais il hésite,
Presque il s’immobilise. S’est-il cru

Une phrase, une signature, non, il chancelle,
Nous le voyons qui tombe, illuminant,
Dans les bras l’un de l’autre,
Sommeil et mort.

L’éclair, une illusion,
Même l’éclair.

Une illusion, la forme
Qui se déploie, un rêve
Qui enlace la forme, et va tomber
Avec elle, brisée,
Dépossédée de soi, à ces confins,
Là-bas, de notre nuit d’ici,
L’heure présente.

Regarde, vois.

Regarde, théologien,
Ne crois-tu pas que Dieu
Se soit lassé d’être?

Tu imagines
Qu’il ne peut en finir, étant infini,
Avec soi
Mais tu sais qu’aucun sacrifice, à ses autels,
Ni même le sacrifice de son fils,
N’éveille plus son désir.

Se tourne-t-il
Vers celle qui dormait auprès de lui,
L’âme du monde,
Touchera-t-il son bras, sa hanche nue,
Il ne la réveillera pas.

Descendra-t-il
Dans ses jardins, de terrasse en terrasse,
S’arrêtant, quelquefois,
Comme ces bêtes
Qui s’immobilisent d’un coup
Pour un bruit, une ombre,

Il n’écoutera pas
Le bruissement du ciel. Ni davantage
Le cri du désespoir. Pas même
Le hurlement de la bête égorgée,
Pas même
Les notes hésitantes du pipeau
D’un berger attardé sous le dernier hêtre.

Se sont évaporés
Le bœuf et l’âne
Et cet agneau qui n’est qu’étonnement.
Les constellations, nous disait-on,
Auraient étincelé dans cette paille.

Et vois, là, c’est Vénus
Penchée sur Adonis mourant. Et cette autre image,
C’est Niobé, all tears. Je vois Judith
Se redresser, sanglante. Je vois, dans la pluie d’or,
Danaé, ses cheveux épars. Mon amie, est-ce voir
Quand le peintre n’a eu entre ses mains
Que des corps dont les yeux se ferment? Je vous touche,
Épaules nues, reflets dans la pénombre,
Fûtes-vous l’or que répandait un dieu?

Et te nommes-tu Ophélie,
Tu éclates de rire. Ta robe s’ouvre,
L’eau noire te pénètre, des courants
T’emportent. Tu te penches sur lui,
Le prince fou, écartant ses cheveux
Que colle la sueur de sa fièvre, tu touches
Ses tempes de tes lèvres. L’eau rapide
Couvre ses quelques mots, disperse les tiens,
Ô trahie,
Te nommes-tu Desdémone?
Willows, willows…

Et te nomme-t-il J. G. F.,
Es-tu «son Électre lointaine»,
Écoute bien:
La maladie et la mort font des cendres
De tout le feu qui pour nous flamboya.

Et te nommes-tu…? Pas de nom
Pour toi, de tous les temps
Et de tous les pays, qui tombes,
Mains liées dans le dos, nuque brisée,
Voix bafouée, la bouche
Déjà pleine de terre. Pas de nom,
Pas de résurrection pour toi non plus.
Et pas même de mots, pas même les nôtres,
Puisque les mots se cabrent
Devant ce que celui qui cherche à dire
Ne saurait éprouver, ne peut revivre.

Et qu’est-ce que cela, sur le chemin?
C’est tombé d’un des arbres, je ramasse,
La matière est luisante, j’ai mon couteau,
Je déchire la bogue,
Je tente d’entamer le bois du fruit
Mais la lame dérape. Ce qui est
À jamais se refuse. Dois-je jeter
L’amande impénétrée avec la bogue?

Lourde
Sous ses enluminures de ciel noir,
La page dans le livre. On veut en soulever
Ne serait-ce qu’un angle, voir au-delà
Dans l’espace des autres pages. Mais la liasse
De ces autres fait masse. Elle semble collée
Par une eau de la fin du monde. De la tourbe
Pour rien qu’un dernier feu? Devons-nous croire
Que le signe qui prit au flanc des choses
Comme un éclair, et y étincela,
N’aura été que mains jointes en vain,
Rêves, enfièvrement de rien que des rêves,
Momie parée pour rien, sous sa chape de pierre?

Il fait nuit. Dans les chambres
Les corps sont nus. Parfois un mouvement
Pour rien, inachevé,
Prend un dormeur que tourmente son rêve.
Vais-je toucher cette épaule, cette autre,
Solliciter que des yeux s’ouvrent, s’élargissent,
Que des corps ressuscitent, comme on a cru
Que ce fut, une fois? Crier,
Reviens, Claude, reviens, Enzo, d’entre les morts?
Je crie des noms, personne ne se réveille.

Et si mêlés nos mots
Les uns aux autres! Ils ne se séparent pas.
Dorment-ils
Dans les bras l’un de l’autre? Rien ne semble
Battre dans cette artère que je touche
Au creux de leur épaule. Je pense au jour
Où, dans l’étonnement
Du ciel et de la terre s’approchant
L’un de l’autre, se confondant,
Devenant l’horizon puis le chemin,
Bois contre bois frotté se fit la flamme.

Et parfois l’un de nous tressaille, se retourne
Sur sa couche, il reprend
Ses yeux à sa chimère. Mais le miroir
Qui dormait près de lui ne s’éveille pas.
Reflète-t-il le cyprès, les étoiles,
Le beau visage de la jeune femme endormie
Sur la chaleur de son bras replié,
Non, si je le détache de la cloison
Et l’approche des choses du jour qui point,
Ce que je tiens, c’est un morceau de houille,
Les reflets n’y remuent que de la nuit.

II

J’ai ramassé le fruit, j’ouvre l’amande.
Dans la parole
La dérive rapide de la nuée.

Illusion,
L’âtre qui brûlait clair le soir, te souviens-tu,
Dans la maison que nous avons aimée.
Ce petit bois,
Ces boules du papier froissé, ce pique-feu,
Cette flamme soudaine, presque un éclair,
Un rêve, comme nous?

Et souviens-toi
Du chien empoisonné! Il griffait de ses cris
Le ciel, la terre. Mon amie,
Hier encore
Nous allions jusqu’à ces barrières, là-bas,
Par ces creux où de l’eau brille dans l’herbe.

Hier, nous passions
Près de la grange vide. Une chevêche
S’envolait de dessous le toit. Je crie son nom,
Mais rien ne bouge sur ce mur que lune éclaire.
Pas d’yeux de bête effrayée.

Illusion l’amandier, toutes ses fleurs
Comme des feux parmi d’autres étoiles.
Rêve, fumée,
Ce ciel des nuits d’alors, de tant de grappes?
L’agneau? Rien qu’à jamais
Le couteau et le sang. Notre ravin,
Rien que le bruit d’une eau qui croît parfois
Puis presque cesse.

Personne
Dans le bruit du torrent. Personne
Dans la lumière. L’homme
Là-bas, à la cervelle d’or,
Qui titube sur le trottoir, ses doigts sanglants
Crispés sur des raclures de l’esprit,
Qu’offrait-il, quel bouquet? Je veux ces fleurs,
Les dégager du papier qui les couvre,
Cette page rougie, car j’aperçois,
Dans le don qu’il faisait, déjà mourant,
Les abîmes du ciel et de la terre,
Les images que forment les nuées
Et des corolles, l’homme, la femme,
Dont la couleur me semble restée vive,
Mais tout cela, c’est dans le caniveau,
Il a jeté l’offrande refusée,
Ne vais-je ramasser que du flétri,
De l’insensé, une odeur âcre, fade?
Roses, roses? N’existent
Que roses déchirées, pas de rose en soi,
Pas de corolle à soutenir un monde.

III

Et pourtant, je puis dire
Le mot chevêche ou le mot safre ou le mot ciel
Ou le mot espérance,
Et voici que, levant les yeux, je vois ces arbres
Qu’embrase sur la route un soleil du soir.
C’est un feu de grande douceur, ses braises claires
Ont transmuté le feuillage en lumière,
Et ici, c’est le pré, là-bas des cimes,
Et leurs mains se rejoignent, leurs corps se cherchent
Avec cette évidence, silencieuse,
Qu’il faut bien que l’on nomme de la beauté.
Je regarde ces arbres tout une heure,
Est-ce là du visible, à peine, puisque
La visibilité se fait or pur
Alors pourtant qu’alentour la nuit tombe.
J’écoute un mot, je cherche à voir ce qu’il désigne,
Et il me semble, irrépressiblement,
Que cette chose se recolore, que des yeux
Se rouvrent, étonnés,
Dans le rêve de pierre de l’esprit.
Les mots sont-ils porteurs de plus que nous,
En savent-ils plus que nous, cherchent-ils
Au bord d’une eau du fond de notre sommeil,
Noire autant que rapide, refusée,
Le gué d’une lumière? Et celle-ci
A-t-elle sens, sur une voie tout autre,
Certes, que l’espérance d’hier encore?
J’écoute un mot, le rapproche d’un autre,
Ce dormeur et cette dormeuse se réveillent
Dans un peu de soleil, leurs mains se touchent,
Est-ce que ce n’est là que du désir,
Le même rêve à changer de visage?
L’éclair qui troue en vain le ciel d’ici?

Mais véridique est la peinture de paysage,
Véridique la fleur
Du genêt, au désert,
Véridique la voix qui l’a nommée
Dans nos mots exterminateurs, sur des pentes tristes.
Et vois, sur le chemin,
Ces deux-là qui s’éloignent.
Ils s’arrêtent, soudain,
Se tournent l’un vers l’autre. S’affrontent-ils,
S’insultent-ils, vont-ils s’entre-déchirer, par angoisse
D’être l’illusion qu’ils se savent être?
Mais non, ils semblent regarder le ciel du soir,
Où un soleil enfant paraît, sa tête immense
Haute déjà sur le vieil horizon.

Et c’est vrai que les arbres que j’ai vu
Se faire incandescence continuent
Guère loin d’eux, à être ce rayon
D’on ne sait d’où venu, qui ne s’efface
Qu’en affinant, de son dernier instant,
Les grains d’un or qu’on dirait sans matière.

Regardez-moi,
Dit ce qui monte en eux du fond du langage,
Oubliez qui vous êtes pour que je sois,
Faites de moi ce que je cherche à être,
Renoncez votre rêve pour le mien,
Aimez-moi, donnez-moi forme, visage
De vos mains d’ombre et de lumière. Le ciel du soir
Est, peut-être, une rose. Rose à venir
Par vos travaux d’horticulteurs dans les nuées,
Rose d’arbres, de fleuves, de chemins,
De lits défaits, de mains simples, cherchant
D’autres mains, à l’aveugle. Rose des mots
Qu’une dit à une autre, par rien encore
Que le frémissement de la paume, des doigts.
Le ciel change. La rose sans pourquoi,
C’est vous, dans les jardins de sa couleur.
Regardez, écoutez! Le moindre mot
A dans sa profondeur une musique,
Le phonème est corolle, la voix, c’est l’être
Qui peut fleurir, dans même ce qui n’est pas.

Et tard, ayant pitié
Des images. Voyez que Danaé
Se dresse sur sa couche, même sachant
Qu’illusoire est le dieu. Et qu’Ophélie
Emporte dans ses yeux le ciel, la terre,
Comme une certitude, bien que se noie
Leur double feu dans sa totale nuit.
Devant nous, mes amis, est-ce le soir
Ou une sorte d’aube, informe? Du soleil
Tout de même, au profond de ces glaires rouges.

Tu regardes le ciel
Par la fenêtre ouverte, enfant
De ce siècle appauvri. Le monde,
Ces toits de tôle grise, ces fumées,
Cette page souillée, déchirée? Non, tes mots
Refusent de s’effacer de l’univers,
De ce néant ils veulent faire des collines,
Des vallées, des chemins. N’est-ce que pierre
Et neiges ces montagnes, non, au sommet
De l’une, pas trop haute,
S’évase une prairie. Et de grande paix
Te semble, vu d’ici,
Le passage de l’ombre sur l’émeraude
De son herbe sans fin. Plus bas le fleuve
Rassemblant, éclairant. Vas-tu savoir
Espérer que cette évidence a quelque sens,
Qu’elle s’affermira dans ta parole,
Qu’elle sera l’aimant qui reprendra
L’esprit au désespoir, vas-tu penser
Qu’il n’est de l’être qu’en image mais que c’est là
Suffisance mystérieuse, pour autant
Que ce néant consente à la lumière
Indifférente, incréée, par des gestes
De ses contours, des mouvements, du rire
Au profond de sa voix tragique se portant
Vers d’autres de ces ombres? Peut-être non.
Le ciel noircit d’un coup, la foudre tombe.

Mais tu te tournes
Vers ta chambre louée dans cette banlieue,
Elle est petite, mais ses murs sont presque blancs,
Et tu y as placé, en ce premier jour,
La Diane et ses compagnes, de Vermeer,
Une simple photographie mais d’un échange
De si grande douceur, à mains si pures
Que ces quelques figures se détachent
Du gris et noir de la couleur absente
Comme non le soleil mais mieux et plus.
Un rêve, c’est mensonge. Mais rêver, non.
Que se fassent tes rêves
Deux combattants, l’un masqué, mais parfois
Riche de son visage découvert.
Tu regardes vivre le soir. Le ciel, la terre
Nus, allongés sur leur couche commune.
Et lui, rien que nuées,
Il se penche sur elle, prend dans ses mains
Sa face respectée.
Dieu? Non, mieux que cela. La voix
Qui se porte, essoufflée, au-devant d’une autre
Et riante désire son désir,
Anxieuse de donner plus que de prendre.
Ne vas-tu pas penser, ce soir encore,
Que puissent devenir un même souffle,
La matière, l’esprit? Que de leur étreinte
Apaisée, desserrée,
De la couleur, de l’or retomberait,
Quelque débris de verre, taché de boue,
Mais à briller, dans l’herbe?

Et la mort, comme d’habitude? Et n’avoir été
Qu’une image chacun pour l’autre, tisonnant
Un âtre, dans rien que nos mémoires, oui, je veux bien,
Mais souviens-toi
Des prairies de l’enfance: de tes pas
Pour t’allonger à regarder le ciel
Si lourd, de tant de signes, mais se faisant
Immensément en toi cette bienveillance,
Les éclairs de chaleur des nuits d’été.
Heure présente, ne renonce pas,
Reprends tes mots des mains errantes de la foudre,
Écoute-les faire du rien parole,
Risque-toi
Dans même la confiance que rien ne prouve,

Lègue-nous de ne pas mourir désespérés.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Moesta et errabunda – Charles Baudelaire

Foto di Noell Oszvald

Foto di Noell Oszvald

 

LXII.

Agata, dimmi, il tuo cuore fugge a volte
lontano dal nero oceano dell’immonda città
verso altro mare dove lo splendore brilla
blu, chiaro, profondo come la verginità?
Agata, dimmi, il tuo cuore fugge a volte?

Il mare, il vasto mare consola le nostre pene!
Che demone diede al mare, rauco cantante
che l’organo infinito del brontolio dei venti
accompagna, la funzione sublime di cullarci?
Il mare, il vasto mare consola le nostre pene!

Portami via, treno, portami via, nave!
Lontano! Qui c’è del fango formato dai nostri pianti!
– È vero che certe volte il triste cuore di Agata
dice: lontano dai rimorsi, dai crimini, dai dolori
portami via, treno, portami via, nave?

Come sei distante, paradiso odoroso,
dove c’è gioia e amore sotto un limpido azzurro,
dove ciò che si ama è degno di essere amato,
dove il cuore si annega nel piacere puro!
Come sei distante, paradiso odoroso!

Ma il verde paradiso degli amori infantili,
le corse, le canzoni, i baci, i fiori offerti,
i violini vibranti dietro le colline,
con le brocche di vino, la sera, nei boschetti,
– ma il verde paradiso degli amori infantili,

il paradiso innocente dai piaceri furtivi,
è già più lontano dell’India o della Cina?
Si può richiamare con grida piangenti
e popolarlo ancora di voci argentine,
il paradiso innocente dai piaceri furtivi?

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

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LXII. Moesta et errabunda

Dis-moi, ton cœur parfois s’envole-t-il, Agathe,
Loin du noir océan de l’immonde cité,
Vers un autre océan où la splendeur éclate,
Bleu, clair, profond, ainsi que la virginité?
Dis-moi, ton cœur parfois s’envole-t-il, Agathe?

La mer, la vaste mer, console nos labeurs!
Quel démon a doté la mer, rauque chanteuse
Qu’accompagne l’immense orgue des vents grondeurs,
De cette fonction sublime de berceuse?
La mer, la vaste mer, console nos labeurs!

Emporte-moi, wagon! enlève-moi, frégate!
Loin! loin! ici la boue est faite de nos pleurs!
– Est-il vrai que parfois le triste cœur d’Agathe
Dise: Loin des remords, des crimes, des douleurs,
Emporte-moi, wagon, enlève-moi, frégate?

Comme vous êtes loin, paradis parfumé,
Où sous un clair azur tout n’est qu’amour et joie,
Où tout ce que l’on aime est digne d’être aimé,
Où dans la volupté pure le cœur se noie!
Comme vous êtes loin, paradis parfumé!

Mais le vert paradis des amours enfantines,
Les courses, les chansons, les baisers, les bouquets,
Les violons vibrant derrière les collines,
Avec les brocs de vin, le soir, dans les bosquets,
– Mais le vert paradis des amours enfantines,

L’innocent paradis, plein de plaisirs furtifs,
Est-il déjà plus loin que l’Inde et que la Chine?
Peut-on le rappeler avec des cris plaintifs,
Et l’animer encor d’une voix argentine,
L’innocent paradis plein de plaisirs furtifs?

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Paris, Auguste Poulet-Malassis et de Broise, 1861