Posso scrivere i versi – Pablo Neruda

Federica Erra, Elsa Pataky

Federica Erra, Elsa Pataky

 

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Scrivere, ad esempio: «La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza».

Il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Io l’amai, e a volte anche lei mi amò.

Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La baciai tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi amò, a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare che non l’ho. Dolermi d’averla perduta.

Udire la notte immensa, più immensa senza lei.
E il vento cade sull’anima come sull’erba la rugiada.

Poco importa che il mio amore non potesse conservarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

È tutto. In lontananza qualcuno canta. In lontananza.
La mia anima non si accontenta di averla perduta.

Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi.

Più non l’amo, è certo, ma quanto l’amai.
La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.

D’altro. Sarà d’altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Più non l’amo, certo, ma forse l’amo.
È così breve l’amore, ed è sì lungo l’oblio.

Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
la mia anima non si rassegna di averla perduta.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

***

Puedo escribir los versos

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Escribir, por ejemplo: «La noche está estrellada,
y tiritan, azules, los astros, a lo lejos».

El viento de la noche gira en el cielo y canta.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Yo la quise, y a veces ella también me quiso.

En las noches como esta la tuve entre mis brazos.
La besé tantas veces bajo el cielo infinito.

Ella me quiso, a veces yo también la quería.
Cómo no haber amado sus grandes ojos fijos.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido.

Oir la noche inmensa, más inmensa sin ella.
Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.

Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.
La noche esta estrellada y ella no está conmigo.

Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.
Mi alma no se contenta con haberla perdido.

Como para acercarla mi mirada la busca.
Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.

La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.
Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.

Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise.
Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.

De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.
Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.

Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.
Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.

Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,
mi alma no se contenta con haberla perdido.

Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,
y estos sean los ultimos versos que yo le escribo.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924

Se tu mi dimentichi – Pablo Neruda

Michael Aleah, Sculptured III, 2015

Michael Aleah, Sculptured III, 2015

 

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questo:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se tutto ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.

Se d’improvviso
mi dimentichi
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui affondo le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si oblia,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscir dalle mie.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “I versi del Capitano”, Passigli Poesia, 2002

***

Si tu me olvidas

Quiero que sepas
una cosa.

Tú sabes cómo es esto:
si miro
la luna de cristal, la rama roja
del lento otoño en mi ventana,
si toco
junto al fuego
la impalpable ceniza
o el arrugado cuerpo de la leña,
todo me lleva a ti,
como si todo lo que existe,
aromas, luz, metales,
fueran pequeños barcos que navegan
hacia las islas tuyas que me aguardan.

Ahora bien,
si poco a poco dejas de quererme
dejaré de quererte poco a poco.

Si de pronto
me olvidas
no me busques,
que ya te habré olvidado.

Si consideras largo y loco
el viento de banderas
que pasa por mi vida
y te decides
a dejarme a la orilla
del corazón en que tengo raíces,
piensa
que en ese día,
a esa hora
levantaré los brazos
y saldrán mis raíces
a buscar otra tierra.

Pero
si cada día,
cada hora
sientes que a mí estás destinada
con dulzura implacable.
Si cada día sube
una flor a tus labios a buscarme,
ay amor mío, ay mía,
en mí todo ese fuego se repite,
en mí nada se apaga ni se olvida,
mi amor se nutre de tu amor, amada,
y mientras vivas estará en tus brazos
sin salir de los míos.

Pablo Neruda

da “Los versos del Capitán”, Buenos Aires, Losada, 1954

Altazor, Canto II – Vicente Huidobro

Lee Miller, Autoportrait, 1932

Lee Miller, Autoportrait, 1932

 

Donna, il mondo è arredato dai tuoi occhi
Si fa più alto il cielo in tua presenza
La terra si prolunga di rosa in rosa 
E l’aria si prolunga di colomba in colomba

Andandotene lasci una stella al tuo posto
Lasci cadere le tue luci come la nave  che passa 
Mentre ti segue il mio canto stregato
Come un serpente fedele e malinconico
E tu giri la testa dietro a qualche astro 

Quale lotta si scatena nello spazio?
Quelle lance di luce fra i pianeti
Riflesso di spietate armature
Quale stella sanguinaria non vuole cedere il passo?
Dove sei triste nottambula
Donatrice d’infinito
Che passeggi nel bosco dei sogni

Eccomi qui perduto tra mari deserti
Solo come la piuma che cade di notte da un uccello 
Eccomi qui in una torre di gelo
Coperto dal ricordo delle tue labbra marittime
Dal ricordo della tua compiacenza e della tua chioma
Luminosa e sciolta come i fiumi di montagna
Diventeresti cieca avendoti Dio dato queste mani?
Te lo chiedo ancora

L’arco delle tue sopracciglia teso per le armi degli occhi
Nell’offensiva alata vincitrice sicura con orgoglio di fiore
Ti parlano per me le  pietre colpite
Ti parlano per me le onde di uccelli senza cielo
Ti parla per me il colore dei paesaggi senza vento
Ti parla per me il gregge di pecore taciturne
Addormentato nella tua memoria
Ti parla per me il ruscello scoperto
L’erba che sopravvive legata all’avventura
Avventura di luce e sangue d’orizzonte
Senz’altro riparo che un fiore che si spegne
Se c’è un po’ di vento

Le pianure si perdono sotto la tua fragile grazia
Si perde il mondo sotto il tuo procedere visibile
Poiché tutto è artificio quando ti presenti
Con la tua luce pericolosa
Innocente armonia senza affanno né oblio
Elemento di lacrima che ruota verso l’interno
Costruito di timore altero e di silenzio

Fai dubitare il tempo
E il cielo con istinti di infinito
Lontano da te tutto è mortale
Getti l’agonia sulla terra umiliata dalle notti
Solo ciò che pensa a te ha sapore di eternità

Ecco qui la tua stella che passa
Con il tuo respiro di lontane fatiche
Con i tuoi gesti e il tuo modo di camminare
Con lo spazio magnetico che ti saluta
Che ci separa con chilometri di notte

Ti avverto tuttavia che siamo cuciti
Alla stessa stella
Siamo cuciti dalla stessa musica tesa
Dall’uno all’altro
Dalla stessa ombra gigante agitata come un albero
Dobbiamo essere questo pezzo di cielo
Questa parte in cui vive l’avventura misteriosa
L’avventura del pianeta che esplode in petali di sogno

Invano cercheresti di evitare la mia voce
E di superare i muri dei miei elogi
Siamo cuciti dalla stessa stella
Sei legata all’usignolo delle lune
Che ha in gola un rituale sacro

Che m’importa dei segni della notte
E della radice e dell’eco funebre che hanno nel mio petto
Che m’importa dell’enigma luminoso
Degli emblemi che illuminano il destino
E di quelle isole che viaggiano nel caos senza meta per i miei occhi
Che m’importa di quella paura di fiore nel vuoto
Che m’importa del nome del nulla
Il nome del deserto infinito
O della volontà o del destino che rappresentano
E se in quel deserto ogni stella è un desiderio di oasi
O bandiera di presagio e di morte

Ho una mia atmosfera nel tuo respiro
La fantastica sicurezza del tuo sguardo con le sue intime costellazioni
Con il suo stesso linguaggio di seme
La tua fronte luminosa come un anello di Dio
Più salda di ogni cosa nella flora del cielo
Senza vortici dell’universo che si imbizzarrisce
Come un cavallo a causa della sua ombra nell’aria

Ti chiedo ancora
Diventeresti muta avendoti Dio dato questi occhi?

Ho questa tua voce per ogni difesa
Questa voce che esce da te con battiti del cuore
Questa voce in cui cade l’eternità
E si rompe in frammenti di sfere fosforescenti
Cosa sarebbe la vita se tu non fossi nata?
Una cometa senza mantello che muore di freddo

Ti ho trovata come una lacrima in un libro dimenticato
Con il tuo nome percettibile già prima nel mio cuore
Il tuo nome fatto dal rumore delle colombe che volano
Porti in te il ricordo di altre vite più grandi
Di un Dio trovato da qualche parte
E ricordi in fondo a te stessa che eri tu
L’uccello del passato nella chiave del poeta

Sogno in un sogno sommerso
La chioma che si raccoglie crea il giorno
La chioma che si scioglie crea la notte
La vita si contempla nell’oblio
Solo i tuoi occhi vivono nel mondo
L’unico sistema planetario senza stanchezza

Chiara pelle ancorata sulle alture
Estranea a qualsiasi inganno e stratagemma
Concentrata nella sua forza di luce
Dopo di te la vita ha paura
Perché sei la profondità di ogni cosa
Il mondo diviene solenne quando passi
Si sentono cadere lacrime dal cielo
E cancelli nell’anima dormiente
L’amarezza di essere vivo
Diventa leggero il mondo sulle spalle

La mia felicità è sentire il rumore del vento fra i tuoi capelli
(Riconosco questo rumore da lontano)
Quando le navi affondano e il fiume trascina tronchi d’albero
Sei una lampada di carne nella tempesta
Con i capelli sparsi al vento
I tuoi capelli dove il sole cerca i suoi sogni migliori
La mia felicità è guardarti solitaria sul divano del mondo
Come la mano di una principessa assonnata
Con i tuoi occhi che richiamano un pianoforte di odori
Una bevanda di parossismi
Un fiore che va perdendo il suo profumo
I tuoi occhi ipnotizzano la solitudine
Come la ruota che continua a girare dopo la catastrofe

La mia felicità è guardarti quando ascolti
II raggio di luce che cammina verso il fondo dell’acqua
E resti a lungo sospesa
Tante stelle passate nel setaccio del mare
Allora nulla dà una simile emozione
Né un albero di nave che chiede vento
Né un cieco aereoplano che palpa l’infinito
Né la magra colomba addormentata su un lamento
Né l’arcobaleno con le ali sigillate
Più bello della parabola di un verso
La parabola distesa come un ponte notturno di anima in anima

Nata in tutti i luoghi su cui poso gli occhi
Con la testa alzata
E i capelli al vento
Sei più bella del nitrito di un puledro sulla montagna
Della sirena di una nave che lascia uscire tutta la sua anima
Di un faro nella nebbia che cerca chi salvare
Sei più bella della rondine attraversata dal vento
Sei il rumore del mare in estate
Sei il rumore di una via affollata colma di meraviglia

La mia gloria è nei tuoi occhi
Vestita dello splendore dei tuoi occhi e della loro luce interna
Sono seduto nell’angolo più sensibile del tuo sguardo
Nel silenzio estatico di ciglia immobili
Un presagio sta affiorando dal profondo dei tuoi occhi
E un vento d’oceano agita le tue pupille

Niente è paragonabile a questa leggenda di semi lasciata dalla tua presenza
A questa voce che cerca un astro morto da riportare in vita
La tua voce crea un impero nello spazio
E questa mano che si alza in te come volesse appendere soli nell’aria
E questo sguardo che descrive mondi nell’infinito
E questa testa che si piega per ascoltare un mormorio nell’eternità
E questo piede che è la festa dei sentieri incatenati

E queste palpebre dove si arenano le scintille dell’etere
E questo bacio che gonfia la prua delle tue labbra
E questo sorriso come un vessillo davanti alla tua vita
E questo segreto che conduce le maree del tuo petto
Addormentato all’ombra dei tuoi seni

Se tu morissi
Le stelle nonostante la loro lampada accesa
Perderebbero il cammino
Che ne sarebbe dell’universo?

Vicente Huidobro

(Traduzione di Gabriele Morelli)

da “Viaggi siderali”, Editoriale Jaca Book, Milano, 1995

***

Altazor, Canto II

Mujer el mundo está amueblado por tus ojos
Se hace más alto el cielo en tu presencia
La tierra se prolonga de rosa en rosa
Y el aire se prolonga de paloma en paloma

Al irte dejas una estrella en tu sitio
Dejas caer tus luces como el barco que pasa
Mientras te sigue mi canto embrujado
Como una serpiente fiel y melancólica
Y tú vuelves la cabeza detrás de algún astro

¿Qué combate se libra en el espacio?
Esas lanzas de luz entre planetas

Reflejo de armaduras despiadadas
¿Qué estrella sanguinaria no quiere ceder el paso?
En dónde estás triste noctámbula
Dadora de infinito
Que pasea en el bosque los sueños

Heme aquí perdido entre mares desiertos
Solo como la pluma que se cae de un pájaro en la noche
Heme aquí en una torre de frío
Abrigado del recuerdo de tus labios marítimos
Del recuerdo de tus complacencias y de tu cabellera
Luminosa y desatada como los ríos de la montaña
¿Irías a ser ciega que Dios te dio esas manos?
Te pregunto otra vez

El arco de tus cejas tendido para las armas de los ojos
En la ofensiva alada vencedora segura con orgullos de flor
Te hablan por mí las piedras aporreadas
Te hablan por mí las olas de pájaros sin cielo
Te habla por mí el color de los paisajes sin viento
Te habla por mí el rebaño de ovejas taciturnas

Dormido en tu memoria
Te habla por mí el arroyo descubierto
La yerba sobreviviente atada a la aventura
Aventura de luz y sangre de horizonte
Sin más abrigo que una flor que se apaga
Si hay un poco de viento

Las llanuras se pierden bajo tu gracia frágil
Se pierde el mundo bajo tu andar visible
Pues todo es artificio cuando tú te presentas
Con tu luz peligrosa
Inocente armonía sin fatiga ni olvido
Elemento de lágrimas que rueda hacia adentro
Construido de miedo altivo y de silencio.

Haces dudar al tiempo
Y al cielo con instintos de infinito
Lejos de ti todo es mortal
Lanzas la agonía por la tierra humillada de noches
Sólo lo que piensa en ti tiene sabor a eternidad

He aquí tu estrella que pasa
Con tu respiración de fatigas lejanas
Con tus gestos y tu modo de andar

Con el espacio magnetizado que te saluda
Que nos separa con leguas de noche

Sin embargo te advierto que estamos cosidos
A la misma estrella
Estamos cosidos por la misma música tendida
De uno a otro
Por la misma sombra gigante agitada como árbol
Seamos ese pedazo de cielo
Ese trozo en que pasa la aventura misteriosa
La aventura del planeta que estalla en pétalos de sueño

En vano tratarías de evadirte de mi voz
Y de saltar los muros de mis alabanzas
Estamos cosidos por la misma estrella

Estás atada al ruiseñor de las lunas
Que tiene un ritual sagrado en la garganta

Qué me importan los signos de la noche
Y la raíz y el eco funerario que tengan en mi pecho
Qué me importa el enigma luminoso
Los emblemas que alumbran el azar
Y esas islas que viajan por el caos sin destino a mis ojos
Qué me importa ese miedo de flor en el vacío
Qué me importa el nombre de la nada
El nombre del desierto infinito
O de la voluntad o del azar que representan
Y si en ese desierto cada estrella es un deseo de oasis
O banderas de presagio y de muerte

Tengo una atmósfera propia en tu aliento
La fabulosa seguridad de tu mirada con sus constelaciones íntimas
Con su propio lenguaje de semilla
Tu frente luminosa como un anillo de Dios
Más firme que todo en la flora del cielo
Sin torbellinos de universo que se encabrita
Como un caballo a causa de tu sombra en el aire

Te pregunto otra vez
¿Irías a ser muda que Dios te dio esos ojos?

Tengo esa voz tuya para toda defensa
Esa voz que sale de ti en latidos de corazón
Esa voz en que cae la eternidad
Y se rompe en pedazos de esferas fosforescentes

¿Qué sería la vida si no hubieras nacido?
Un cometa sin manto muriéndose de frío

Te hallé como una lágrima en un libro olvidado
Con tu nombre sensible desde antes en mi pecho

Tu nombre hecho del ruido de palomas que se vuelan
Traes en ti el recuerdo de otras vidas más altas
De un Dios encontrado en alguna parte
Y al fondo de ti misma recuerdas que eras tú
El pájaro de antaño en la clave del poeta

Sueño en un sueño sumergido
La cabellera que se ata hace el día
La cabellera al desatarse hace la noche
La vida se contempla en el olvido
Sólo viven tus ojos en el mundo
El único sistema planetario sin fatiga
Serena piel anclada en las alturas
Ajena a toda red y estratagema
En su fuerza de luz ensimismada
Detrás de ti la vida siente miedo
Porque eres la profundidad de toda cosa
El mundo deviene majestuoso cuando pasas
Se oyen caer lágrimas del cielo
Y borras en el alma adormecida
La amargura de ser vivo
Ha hace liviano el orbe en las espaldas

Mi alegría es oír el ruido del viento en tus cabellos
(Reconozco ese ruido desde lejos)
Cuando las barcas zozobran y el río arrastra troncos de árbol
Eres una lámpara de carne en la tormenta
Con los cabellos a todo viento
Tus cabellos donde el sol va a buscar sus mejores sueños
Mi alegría es mirarte en el diván del mundo
Como la mano de una princesa soñolienta
Con tus ojos que evocan un piano de olores
Una bebida de paroxismos
Una flor que está dejando de perfumar
Tus ojos hipnotizan la soledad
Como la rueda que sigue girando después de la catástrofe

Mi alegría es mirarte cuando escuchas
Ese rayo de luz que camina hacia el fondo del agua
Y te quedas suspensa largo rato

Tantas estrellas pasadas por el harnero del mar
Nada tiene entonces semejante emoción
Ni un mástil pidiendo viento
Ni un aeroplano ciego palpando el infinito
Ni la paloma demacrada dormida sobre un lamento
Ni el arco iris con las alas selladas
Más bello que la parábola de un verso
La parábola tendida en puente nocturno de alma a alma

Nacida en todos los sitios donde pongo los ojos
Con la cabeza levantada
Y todo el cabello al viento
Eres más hermosa que el relincho de un potro en la montaña
Que la sirena de un barco que deja escapar toda su alma
Que un faro en la neblina buscando a quién salvar
Eres más hermosa que la golondrina atravesada por el viento
Eres el ruido del mar en verano
Eres el ruido de una calle populosa llena de admiración

Mi gloria está en tus ojos
Vestida del lujo de tus ojos y de su brillo interno
Estoy sentado en el rincón más sensible de tu mirada
Bajo el silencio estático de inmóviles pestañas
Viene saliendo un augurio del fondo de tus ojos
Y un viento de océano ondula tus pupilas

Nada se compara a esa leyenda de semillas que deja tu presencia
A esa voz que busca un astro muerto que volver a la vida
Tu voz hace un imperio en el espacio
Y esa mano que se levanta en ti como si fuera a colgar soles en en el aire
Y ese mirar que escribe mundos en el infinito
Y esa cabeza que se dobla para escuchar un murmullo en la eternidad
Y ese pie que es la fiesta de los caminos encadenados.
Y esos párpados donde vienen a vararse las centellas del éter
Y ese beso que hincha la proa de tus labios
Y esa sonrisa como un estandarte al frente de tu vida
Y ese secreto que dirige las mareas de tu pecho
Dormido a la sombra de tus senos

Si tú murieras
Las estrellas a pesar de su lámpara encendida
Perderían el camino
¿Qué sería del universo?

Vicente Huidobro

da “Obra selecta”, Fundacion Biblioteca Ayacuch, 1989

Non t’amo come se fossi rosa di sale… – Pablo Neruda

Ferdinando Scianna, Sicily, Carmen Sammartin

Ferdinando Scianna, Sicily, Carmen Sammartin

XVII

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Cento sonetti d’amore”, Passigli Poesia, 1996

***

XVII

No te amo como si fueras rosa de sal, topacio
o flecha de claveles que propagan el fuego:
te amo como se aman ciertas cosas oscuras,
secretamente, entre la sombra y el alma.

Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,
y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo
el apretado aroma que ascendió de la tierra.

Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
te amo directamente sin problemas ni orgullo:
así te amo porque no sé amar de otra manera,

sino así de este modo en que no soy ni eres,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,
tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño.

Pablo Neruda

da “Cien sonetos de amor”, Buenos Aires: Losada, 1960

Cima – Gabriela Mistral

Joseph Mallord Turner, Sunset, 1835

Joseph Mallord Turner, Sunset, 1835

 

L’ora del tramonto, l’ora che riversa
il suo sangue sulle montagne.

Qualcuno in quest’ora sta soffrendo;
piena d’angoscia, una donna sta perdendo
in questo crepuscolo il solo petto
a cui s’abbandonava.

C’è qualche cuore nel quale annega
la sera quella cima insanguinata.

La valle riposa già nell’ombra
e si colma di sereno.
Ma dal profondo guarda
accendersi di rosso la montagna.

Sempre, in quest’ora, intono
la mia immutabile canzone di dolore.
Sarò io forse che inondo
la cima di scarlatto?

Poggio la mano sul cuore, e sento
che gronda il mio costato.

Gabriela Mistral

(Traduzione di Dante Maffia)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore

***

Cima

La hora de la tarde, la que pone
su sangre en las montañas.

Alguien en esta hora está sufriendo;
una pierde, angustiada,
en este atardecer el solo pecho
contra el cual estrechaba.

Hay algún corazón en donde moja
la tarde aquella cima ensangrentada.

El valle ya está en sombra
y se llena de calma.
Pero mira de lo hondo que se enciende
de rojez la montaña.

Yo me pongo a cantar siempre a esta hora
mi invariable canción atribulada.

¿Será yo la que baño
la cumbre de escarlata?

Llevo a mi corazón la mano, y siento
que mi costado mana.

Gabriela Mistral

1922

da “Poesía y prosa”, Fundacion Biblioteca Ayacuch, 1993

Corpo di donna – Pablo Neruda

Emmanuel Sougez, Nude study, Assia [Granatouroff], 1935

Emmanuel Sougez, Nude study, Assia [Granatouroff], 1935

1.

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
tu rassomigli al mondo nel tuo gesto d’abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa saltare il figlio dal fondo della terra.

Sono stato solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli
e in me entrava la notte con la sua invasione possente.
Per sopravvivermi ti ho forgiato come un’arma,
come freccia al mio arco, come una pietra nella mia fionda.

Ma cade l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del petto! Ah gli occhi dell’assenza!
Ah la rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo della mia donna, persisterò nella tua grazia.
La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!
Rivoli oscuri dove la sete eterna continua,
e la fatica continua, e il dolore infinito.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

1.

Cuerpo de mujer, blancas colinas,
muslos blancos, te pareces al mundo en tu actitud de entrega.
Mi cuerpo de labriego salvaje te socava
y hace saltar el hijo del fondo de la tierra.

Fui solo como un túnel. De mí huían los pájarosy
en mí la noche entraba su invasión poderosa.
Para sobrevivirme te forjé como una arma,
como una flecha en mi arco, como una piedra en mi honda.

Pero cae la hora de la venganza, y te amo.
Cuerpo de piel, de musgo, de leche ávida y firme.
Ah los vasos del pecho! Ah los ojos de ausencia!
Ah las rosas del pubis! Ah tu voz lenta y triste!

Cuerpo de mujer mía, persistiré en tu gracia.
Mi sed, mi ansía sin límite, mi camino indeciso!
Oscuros cauces donde la sed eterna sigue,
y la fatiga sigue, y el dolor infinito.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, National Editorial, 1924

Nuda sei semplice… – Pablo Neruda

Edward Weston, Nude, 1934

Edward Weston, Nude, 1934

XXVII

Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, cammini di mela,
nuda sei sottile come il grano nudo.

Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l’estate in una chiesa d’oro.

Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t’addentri nel sotterraneo del mondo

come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Cento sonetti d’amore”, Passigli Poesia, 1996

***

XXVII

Desnuda eres tan simple como una de tus manos,
lisa, terrestre, mínima, redonda, transparente,
tienes líneas de luna, caminos de manzana,
desnuda eres delgada como el trigo desnudo.

Desnuda eres azul como la noche en Cuba,
tienes enredaderas y estrellas en el pelo,
desnuda eres enorme y amarilla
como el verano en una iglesia de oro.

Desnuda eres pequeña como una de tus uñas,
curva, sutil, rosada hasta que nace el día
y te metes en el subterráneo del mundo

como en un largo túnel de trajes y trabajos:
tu claridad se apaga, se viste, se deshoja
y otra vez vuelve a ser una mano desnuda.

Pablo Neruda

da “Cien sonetos de amor”, Buenos Aires: Losada, 1960