Sessant’anni dopo – Derek Walcott

John Loengard, Hand of Georgia O’Keeffe

27

Dalla mia sedia a rotelle nella lounge della Virgin a Vieuxfort,
ho visto, seduta sulla sua sedia a rotelle, la sua bellezza
curva come un fiore sgualcito, colei che in quanto
fuoco della mia giovinezza pensavo avrebbe assolto
il suo compito di restare aurea e bella e giovane per sempre,
mentre io invecchiavo. Era vecchia, col triplo mento, il suo sorriso
irresistibile irretito fra le rughe, ma per un istante
ho sentito tornare la febbre mentre, seduti, storpi,
odiavamo il tempo e la falsità dei convenevoli.
Onde minuscole si frangono ancora sul porticciolo di pietra
dove un barcaiolo mi lasciava nella pace arancione
del crepuscolo, mezzo secolo fa, forse più felice
perché eretto, lei timida come un daino, io perseguendo
una consumazione impossibile; chi ci conosceva sapeva
che non saremmo mai stati insieme, quantomeno non in piedi.
Ora i coltelli silenziosi dell’interfono ci trafiggono.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

27.

Sixty Years After

In my wheelchair in the Virgin lounge at Vieuxfort,
I saw, sitting in her own wheelchair, her beauty
hunched like a crumpled flower, the one whom I thought
as the fire of my young life would do her duty
to be golden and beautiful and young forever
even as I aged. She was treble-chinned, old, her devastating
smile was netted in wrinkles, but I felt the fever
briefly returning as we sat there, crippled, hating
time and the lie of general pleasantries.
Small waves still break against the small stone pier
where a boatman left me in the orange peace
of dusk, a half-century ago, maybe happier
being erect, she like a deer in her shyness, I stalking
an impossible consummation; those who knew us
knew we would never be together, at least not walking.
Now the silent knives from the intercom went through us.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

L’aspro sapore del mare – Derek Walcott

Dipinto di Emil Nolde

Dipinto di Emil Nolde

 

Quella vela piegata alla luce,
stanca d’isole,
una goletta che batte il Mar dei Caraibi

per ritornare, potrebbe essere Odisseo
diretto a casa attraverso l’Egeo;
quel desiderio di padre e di marito,

sotto l’aspro livore della vecchiezza,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

E questo non assicura la pace. L’antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non può finire ed è la stessa

per il naufrago e per chi sul lido
ora infila i piedi nei sandali per rientrare,
da quando Troia ha spirato l’ultima fiamma

e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
alle conclusioni dell’esausta risacca.

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore 

***

Sea Grapes

That little sail in light
which tires of islands,
a schooner beating up the Caribbean

for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean,
that father and husband’s

longing, under gnarled sour grapes, is
like the adulterer hearing Nausicaa’s name
in every gull’s outcry;

This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility
will never finish and has been the same

for the sea-wanderer or the one on shore
now wriggling on his sandals to walk home,
since Troy lost its old flame,

and the blind giant’s boulder heaved the trough
from whose ground-swell the great hexameters come
to finish up as Caribbean surf.

The classics can console. But not enough.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Mappa del Nuovo Mondo – Derek Walcott

Foto di Vincenza Carbone

Foto di Vincenza Carbone

                     

                                             Arcipelaghi

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia, una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell’Odissea.

Derek Walcott

(Traduzione di Barbara Bianchi)

da “Mappa del Nuovo Mondo”, Adelphi Edizioni, 1992

***

Map of the New World

                  I. Archipelagoes

At the end of this sentence, rain will begin.
At the rain’s edge, a sail.

Slowly the sail will lose sight of islands;
into a mist will go the belief in harbors
of an entire race.

The ten-years war is finished.
Helen’s hair, a gray cloud.
Troy, a white ashpit
by the drizzling sea.

The drizzle tightens like the strings of a harp.
A man with clouded eyes picks up the rain
and plucks the first line of the Odyssey.

Derek Walcott

da “The Fortunate Traveller” (1982), in “Collected Poems”, 1948-1984, Farrar Straus & Giroux, 1987 

Amore dopo amore – Derek Walcott

Pier Paolo Calzolari, Galleria de’ Foscherari, Bologna, 2011

 

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

(Traduzione di Barbara Bianchi)

da “Mappa del Nuovo Mondo”, Adelphi Edizioni, 1992

∗∗∗

Love after love

The time will come
when, with elation,
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror,
and each will smile at the other’s welcome,

and say sit here. Eat.
You will love again the stranger who was your self,
Give wine. Give bread. Give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you

all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
Take down the love-letters from the bookshelf

the photographs, the desperate notes,
peel your own image from the mirror.
Sit. Feast on your life.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

In Italia – Derek Walcott

Luigi Ghirri, Venezia, 1987, dalla serie “Paesaggio italiano”, (1980-1992)

per Paola
I

Il giorno, grigio. L’umore: ardesia. Troppo coperto per nuotare,
a meno che un sole deciso non emerga; e può accadere.
Le nostre mani, come formiche, innalzano biblioteche, archiviano fogli
e pergamene sforacchiate; i nostri libri sono lapidi, un inno ogni poesia.
E quella ragazza italiana, di talento e con un’indole di miele,
scomparsa dai fogli di «Poesia», scomparsa dal selciato umido
di Rimini mentre le formiche scribacchiano, i granchi agitano le chele
e le lapidi si addensano. Era una di quelle adorabili,
adorabile il sorriso, musicali le parole,
così cortese il suo carattere! Svanita come sabbia che si asciuga,
come l’ombra rapida del vento su una spiaggia assolata,
un granchio si ferma e poi prosegue. Come questa formica; questa mano.

II

Era sembrato un tipo trascurabile ma la morte di lei
gli ha inflitto la saggezza; ora ha acquisito
l’autorità del dolore; potevi sentire il suo respiro
e ogni minimo gesto era profondamente affaticato.
Forse è questo che lei gli ha lasciato, una strana
rabbiosa diffidenza al di là della sua resa
e una devozione più profonda di quanto il suo lavoro volesse,
per una bellezza che sembrava così oltre la gittata
del sordo colpo di cannone che l’avrebbe riversata
sul tappeto della camera da letto; è più che
essere rimasto vedovo; stavano per sposarsi.
Ora era distesa, bianca come marmo scomposto, il busto classico
di una dea la cui breve visita ha deliziato la terra.

III
per Giuseppe Cicchelero

Il pino gettò la sua rete per riportare le rondini
ai rami, il loro volo fu breve come quello dei pipistrelli,
i panfili si illuminarono portando Siracusa vicina,
una musica interrotta fluttuava dai battelli.
Al crepuscolo l’anima ondeggia nella nostalgia di casa,
nell’ora arancione il suo profilo è una palma
ispida come un riccio di mare contro un cielo
dove iniziano a pulsare le stelle, l’aperto salmo
di una nube enorme ne assorbiva lentamente la tinta.
I rondoni scagliavano le loro frecce e il fuoco del giorno
infuriava su Cartagine, su Alessandria,
nell’impero del sole tutte le città erano braci,
e nella sua cecità la notte avrebbe scelto
una ragazza dalla visione più ampia, Santa Lucia,
patrona delle palme e dei pini, il cui
alfabeto erano le rondini di Siracusa.

IV

Strade fiancheggiate da muri di cinta con stretti
budelli di ciottoli per vie, quelle città di collina
con francobolli di piazze e un mare appuntato dalla freccia
di un orizzonte tremante, con nomi che non appassiscono
nei secoli e ombre che sono la meridiana del tempo. Luce
più vecchia del vino e una nube come una tovaglia
stesa sotto le foglie per pranzo. Sono venuto tardi
in Italia, ma meglio adesso, forse, che da giovane,
in quell’età mai soddisfatta e dalle gioie ingannevoli,
mentre ora i miei capelli rimano con quelle creste distanti
e le campane sulle colline enumerano i miei errori,
perché non siamo mai dove siamo, ma altrove,
persino in Italia. Questa è la verità sopportabile
della vecchiaia; ma sii grato per quello che hai: quei campi
di girasoli, la luce a brandelli sui colli, la foschia
dell’impercettibile Adriatico, col giorno che spera ancora
in una possibilità, ombre di nubi che scorrono sui pendii.

V

Quei versanti crestati da bastioni e campanili,
le chiome degli olivi, quei pendii di grano mietuto
tra i pioppi lucenti, quei campi di girasoli
con tovaglioli da pranzo simili a mitre di papi,
vicoli dalle lunghe ombre, ripari aperti
vigilati da cipressi svettanti, muri ocra spruzzati
d’ombre, infine le cittadine dalle strade fitte
come una cotta di maglia, col nome di un santo mediocre,
avviluppate in un’unica strada che porta al mare offuscato.
Tutti quei porticcioli, tutti con nomi di santi,
redimono quella tristezza che era la Sicilia
e la stupidità dell’innocenza.
È come la luce siciliana ma col sole e la mia ombra
diversi, un’amarezza come una perdita.
Bevi da quell’amarezza per dimenticare il suo nome,
questa è la misericordia concessa dall’oblio.

VI

Le finestre azzurre, il copriletto color limone,
la consapevolezza che il mare è dietro il corso
con i balconi e le bici, che il traffico gelido
mischia i suoi scarichi all’effimero caffè degli interni,
a lenzuola effimere e alla vista effimera
di alberghi salmastri dalle palme appuntite,
nonostante i quali l’estate è seria,
perché c’è inevitabilmente un addio alle armi:
alla bellezza dai cappelli tempestosi che sparirà.
L’assenza traslata del tuo asse, l’amore
oscilla sul perno del tuo corpo a ogni tremito
del vagone che sfila lungo i tetti e le spiagge
della costa ligure. Le cose perdono il loro equilibrio
e vacillano sotto i colpetti della memoria.
Aspetti una rivelazione, le evoluzioni dei delfini,
aspetti che gli usignoli sciolgano i nodi in gola,
che le campane assolvano i tuoi peccati
come le vele ammainate delle barche al rientro.

VII

I tuoi capelli rossi che attraversavano la casa di Leopardi
lo facevano col loro fuoco modesto e senza fiamma, Maria.
Abbiamo visitato le stanze in soggezione davanti a tanta sofferenza,
tra scale che strozzavano i muri, il cui canto ascendente
era la solitudine e Silvia; sotto travi scure,
sfilando in file funeree davanti ai volumi rilegati,
abbiamo appreso dei sogni storpi del grande poeta
dalla nostra guida — un Caravaggio — e dal suo bianco sorriso.
Sembravi fuori posto tra quella gente: separata, distinta,
appartenevi alle colline di Recanati che la primavera ricopre
di lentiggini. Il tuo corpo sodo e minuto, abbronzato, s’increspava
sotto un motivo a fiori, il tuo sguardo diceva:
«Perché l’amore dev’essere per forza un dolore immenso?
I passeri non sfrecciano pieni di gioia attorno alla casa,
anche se domani arriveranno altri lugubri pellegrini? ».
Poi ho guardato dalla finestra della sua casa
e ho visto, radunati nella piazzetta,
cavalieri schierati per servire il vessillo di capelli rossi,
con le alabarde alzate, su mezzo centinaio di cavalli.

VIII

Anche in Italia non avevo mai visto un posto
simile – riquadri di grano mietuto, pannelli di una messe
recente, frumento forse, colline arate nella luce oscillante
punteggiate dagli olivi e dai cipressi che amo,
il letto sbiancato di un fiume e i campi di girasoli
fuori Urbino, sempre sorprendenti, meglio di quanto avessi letto,
poggi che dolcemente digradano poi dolcemente s’innalzano,
e sopra l’asfalto sfrecciante il finestrino mi ha detto:
«Hai visto l’Umbria, hai ammirato la Toscana, sei rimasto
a bocca aperta davanti all’ampiezza del porto di Genova,
ora ti mostro un finto segreto, hai mai visto
un paesaggio così bello, una strada
altrettanto benedetta?». Ho risposto: «Monterey.
Ci fermammo, persino, per ammirare la luce,
i frangenti, i pini, i ginepri, i cieli distesi
della costa. Se il chicco gettato dal seminatore
nella cartolina produce un tale stupore, un raccolto
così certo, io li ho visti con i miei occhi».

IX

Persino così distante ormai da quell’hotel raccolto e modesto,
dai muri bianchi estivi, dal tintinnio del carretto dei gelati,
dalla pista ciclabile rovente e dalla bottiglia di minerale,
un’altra cartolina da spiaggia mi si stampa sul cuore;
persino così distante, settimane dopo, il prurito della sabbia,
l’Adriatico mi s’appiccica alla schiena e la riveste
di sale ingrigito, riportando madri irascibili e i loro
figli gommosamente vivaci e quanto odiavo tutto
all’inizio, le sdraio a noleggio, mentre un centinaio
di ombrelloni identici enfatizzano il formato
della costa vacanziera e il terrore invincibile
delle famiglie, dove ogni ombra è un’oasi
e ragazze color vaniglia si spalmano la crema sulle cosce
in un’Italia da pubblicità, una felicità di plastica
che dava una soddisfazione reale. Nel fresco della lobby,
i vecchi in ozio. Ero uno di loro ormai.
Studiare i turisti lenti e sovraccarichi era il mio unico hobby,
schiavo di una vescica capricciosa e una terribile flemma.

X

Sono stupefatto dai girasoli che roteano
negli enormi prati verdi sopra il mare indaco,
sbalordito dal loro aureo silenzio, sebbene cantino
con l’impercettibile brusio degli orologi sopra Recanati.
Davvero si voltano verso il tramonto, proprio come un esercito
obbedirebbe agli ultimi ordini di un impero in declino,
ruote bloccate sullo stesso solco prima delle stelle
imbullettate e del fuoco vagante delle lucciole,
poi si afflosciano a terra con lievi tonfi come meteore
esauste? Nella nostra vita altrove, i girasoli
crescono solitari, ma in questa regione costiera
puoi trovare interi campi del loro potere terreno
steso come il mantello di un principe rinascimentale,
le loro insegne avvizziranno, i loro elmi d’oro riempiranno il vuoto;
sono poesie che recitiamo a noi stessi, metafore
della nostra breve gloria, una luce inevitabile
che ai tempi di Blake si chiamava paradiso, ma ora non più.

XI

Se tutte queste parole fossero ciottoli di vari colori,
con pozze dove l’airone azzurro potrebbe abbeverarsi,
un mosaico rivestito e invetriato dalle bolle evanescenti
delle secche, e onde pavesate che marciano al rullo del mare,
se fossero più che segni neri sulla carta bianca
e suoni che i nostri occhi emettono incontrandosi,
sarebbero tutte tue, perché sei tu che dài forma
al capriccio del momento, tuo è il costante benvenuto
della tortorina nel boschetto, la rete che è gettata
sul tremolante letto di pietre dell’insenatura,
e tua è la conchiglia in cui l’orecchio si arriccia,
o un feto in preghiera, profezia e rimpianto.
Qui nell’istanza torrida di un pomeriggio, il cuore
stancante è felice, il mare rovente si corruga come latta,
nelle pozze della marea gli scogli neri sparano
le solite raffiche di triglie nel loro limpido bacino;
questa è l’immobilità e la calura di un luogo segreto,
dove ciò che prende forma in una pozza è il viso di una ragazza.

XII
per Roberta

Non smetterò mai di lodare la luce che svaria
su un muro di cotto a Napoli, nell’imbrunire inafferrabile
che fa avvampare ogni angolo con i lilla e gli arancioni
di un pittore dilettante, la sgargiante Venezia col suo disco
che si dissolve nel Canal Grande quando uno sparo
impercettibile disperde i piccioni, benché Roberta dica
che i loro stormi sono ormai una seccatura ufficiale, e non c’è sibilla
o doge che possa salvarli, nemmeno una statua col suo braccio levato,
o forse si poseranno di nuovo e sulla laguna splendente
tornerà una calma da Canaletto, a Santa Maria della Salute,
con l’imbrunire che increspa l’acqua a colpi di fisarmonica,
per un dio che sferra il tridente? Sento il suono ampliarsi
sotto il rantolo dei vaporetti oltre i ricami
di merletti che, mentre ti avvicini, si mutano in pietra:
si mutano in pietra, mia adorata, mia bellezza scolpita
che fa sbadigliare i leoni sonnolenti e impennare i cavalli di bronzo.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In Italy

For Paola
I

The day, grey. The mood: slate. Too overcast to swim,
unless a strong sun emerges; which it may.
Our hands, like ants, keep building libraries, storing leaves
and riddling parchment; our books are tombstones, every poem a hymn.
And that honey-natured, gifted Italian girl
gone from the leaves of Poesia, gone from the wet stones
of Rimini as the ants keep scribbling, the crabs keep scuttering, and
the tombstones thicken. She was one of the lovely ones,
lovely in laughter, musical in speech,
so gentle in disposition! Vanished like drying sand,
like the fast shadow of the wind on a sunlit beach,
a crab halts and then continues. Like this ant; this hand.

II

He had seemed negligible but her death
afflicted him with wisdom; now he acquired
authority from pain; you could hear his breath
and the littlest gesture he made was profoundly tired.
Maybe that was what she left him, a strange,
angry diffidence beyond his surrender
and a devotion deeper than his work desired,
for a beauty that had seemed so out of range
of the dull cannon thud that would send her
sprawling on the bedroom carpet; more so
than being merely a widower; they were to be married.
Now she lay white as tousled marble, the classical torso
of a goddess whose brief visit delighted earth.

III
For Giuseppe Cicchelero

The pine flung its net to snare the evening swallows
back to its branches, their flight was brief as bats’,
the yachts lit up and brought Siracusa close,
a broken music drifted from the ferry boats.
At dusk the soul rocks in its homesickness,
in the orange hour its silhouette is a palm
spiky as a sea urchin against the sky
beginning to pulse with stars, the open psalm
of a huge cloud slowly absorbed its dye.
Swifts practised their archery and the day’s fire
roared over Carthage, over Alexandria,
all of the cities were embers in the sun’s empire,
and the night in its blindness would choose a
girl with greater vision, Santa Lucia,
patroness of palm and pine tree whose
alphabet was the swallows of Syracuse.

IV

Roads shouldered by enclosing walls with narrow
cobbled tracks for streets, those hill towns with their
stamp-sized squares and a sea pinned by the arrow
of a quivering horizon, with names that never wither
for centuries and shadows that are the dial of time. Light
older than wine and a cloud like a tablecloth
spread for lunch under the leaves. I have come this late
to Italy, but better now, perhaps, than in youth
that is never satisfied, whose joys are treacherous,
while my hair rhymes with those far crests and the bells
of the hilltop towers number my errors,
because we are never where we are, but somewhere else,
even in Italy. This is the bearable truth
of old age; but count your benedictions: those fields
of sunflowers, the torn light on the hills, the haze
of the unheard Adriatic, while the day still hopes
for possibility, cloud shadows racing the slopes.

V

Those hillsides ridged with ramparts and bell towers,
the crests of olives, those wheat-harvested slopes
through glittering aspens, those meadows of sunflowers,
with luncheon napkins like the mitres of popes,
lanes with long shadows, wide open retreats
guarded by leaping cypresses, shade-splashed ochre
walls, then the towns themselves with streets
as close as chain-mail, named after some mediocre
saint, coiling as one road down to the hazed sea.
All of those little ports, all named for saints,
redeem the sadness that was Sicily
and the stupidity of innocence.
It is like Sicilian light but not the same
sun or my shadow, a bitterness like a loss.
Drink of its bitterness to forget her name,
that is the mercy oblivion allows.

VI

The blue windows, the lemon-coloured counterpane,
the knowing that the sea is behind the avenue
with balconies and bicycles, that the gelid traffic
mixes its fumes with coffee-transient interiors,
transient bedsheets, and the transient view
of sea-salted hotels with spiky palms,
in spite of which summer is serious,
since there is inevitably a farewell to arms:
to the storm-haired beauty who will disappear.
The shifted absence of your axis, love
wobbles on your body’s pivot, to the carriage’s
shudder as it glides past the roofs and beaches
of the Ligurian coast. Things lose their balance
and totter from the small blows of memory.
You wait for revelations, for leaping dolphins,
for nightingales to loosen their knotted throats,
for the bell in the tower to absolve your sins
like the furled sails of the homecoming boats.

VII

As your red hair moved through Leopardi’s house,
it was with its modest, flameless fire, Maria.
We toured its rooms in awe of such suffering, whose
stairs constricted its walls, whose climbing aria
was Silvia and solitude; under dark beams,
passing bound volumes in funereal file,
we heard of the great poet’s crippled dreams
from our Caravaggio guide and her white smile.
You seemed wrong for the crowd: separate, distinct,
you belonged to the spring-freckled hills outside
Recanati. Your pert, tanned body wrinkled
under its floral print, your look said:
«Why must they feel that love is a great sorrow?
Don’t sparrows dart with joy around this house,
though more lugubrious pilgrims come tomorrow?»
Then I looked from the window of his house
and saw, assembled in the little square,
knights ranked to serve the banner of red hair,
their halberds raised, on half a hundred horse.

VIII

Also in Italy I’d never seen anywhere quite
like it—these squares of harvested wheat, panels of
a green crop, maybe corn, tilled hills in rolling light,
dotted with olive and the cypress that I love,
a bleached river-bed and fields of always surprising
sunflowers around Urbino, like nothing I had read,
small hills gently declining then gently rising,
and above the rushing asphalt the window said:
«You have seen Umbria, admired Tuscany,
and gaped at the width of the harbour at Genoa,
now I show you an open secret, do you know any
landscape as lovely as this, do you know a
drive as blest as this one?» I said: «Monterey.
We stopped the car, too, to take in the light,
the breakers, juniper, pine, and the unfolding skies
of the coast. If the grain flung by the sower
in the card brings such astonishment, such a sure
harvest, I have seen them with my own eyes.»

IX

Even this far now from that compact, modest hotel,
white walls of summer, tinkle of the ice-cream cart,
baking bicycle path and mineral water bottle,
another beach postcard stamps itself on my heart;
even this far, weeks later, the itch of sand,
the Adriatic sticks to my back, plating it
with greying salt, bringing irascible mothers and
their rubber-bright children and hating it
at first, the rented chairs, while a hundred
identical iron umbrellas emphasize the size
of the holiday coast and the invincible dread
of families, where each shadow is an oasis
and vanilla-coloured girls rub cream on their thighs
in an advertisement Italy, a plastic happiness
that brought actual content. In the cool lobby,
the elderly idle. I was now one of them.
Studying the slow, humped tourists was my only hobby,
racked now by a whimsical bladder and terrible phlegm.

X

I am astonished at the sunflowers spinning
in huge green meadows above the indigo sea,
amazed at their aureate silence, though they sing
with the inaudible hum of the clocks over Recanati.
Do they turn to face the dusk, just as an army
might obey the last orders of a sinking empire,
their wheels stuck in one rut before the small studs
of stars and the fireflies’ meandering fire,
then droop like exhausted meteors in soft thuds
to the earth? In our life elsewhere, sunflowers
come singly, but in this coastal province
there can be entire fields of their temporal powers
spread like the cloak of some Renaissance prince,
their banners will wilt, their gold helms fill the void;
they are poems we recite to ourselves, metaphors
of our brief glory, a light we cannot avoid
that was called heaven in Blake’s time, but not since.

XI

If all these words were different-coloured pebbles,
with little pools that the blue heron might drink from,
a mosaic sheeted and glazed by the vanishing bubbles
of the shallows, and bannered waves marching to the sea’s drum,
if they were more than black marks on white paper,
and sounds that our eyes make upon their meeting,
they would be all yours, since you are the shaper
of the instant’s whim, yours is the steady greeting
of the ground dove in the grove, the net that is hurled
over the wobbling stone bed of the inlet,
and yours is the shell in which an ear is curled
or a praying foetus, prophecy and regret.
Here on the blazing instance of an afternoon, the tiring
heart is happy, the hot sea crinkles like tin,
in the tide pools the black rocks are firing
their usual volleys of mullet in their clear basin;
this is the stillness and heat of a secret place,
where what shapes itself in a rock-pool is a girl’s face.

XII
For Roberta

Over and over I will praise the light that ranges
over a terra-cotta wall in Naples, in the ungraspable dusk
that makes every corner flare with the lilacs and oranges
of an amateur painter, praise lurid Venice with its disc
dissolving in the Grand Canal when an inaudible
gunshot scatters the pigeons although Roberta says
that their flocks are now an official nuisance and no sibyl
or Doge can save them, no statue with her lifted arm,
or will they settle again and a Canaletto calm
return to the shining lagoon, to Santa Maria della Salute,
dusk rippling the water with accordion strokes,
from a god striking his trident? I hear the widening sound
under the rattle of vaporettos past handiworks
of lace that, as you warp nearer, turn into stone:
turn into stone, cherished one, my carved beauty
who makes drowsing lions yawn and bronze stallions frisk.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

31. Ecloghe italiane – Derek Walcott

per Joseph Brodsky
I

Sulla chiara strada per Roma, oltre Mantova,
c’erano steli di riso, e ho udito, nell’eccitazione del vento,
i bruni cani del latino ansimare accanto alla macchina,
le loro ombre sfrecciavano sul ciglio in traduzione scorrevole,
oltre campi cintati da pioppi, cascine in pietra,
sostantivi da un testo di scuola, Orazio, Virgilio;
frasi di Ovidio passavano in verdi sbavature,
dirette verso prospettive di busti senza nasi,
rovine a bocca aperta e corridoi senza tetto
di Cesari il cui secondo mantello è ora fatto di polvere,
e questa voce che fruscia tra le canne è la tua.
Per ogni verso c’è un tempo e una stagione.
Tu hai ravvivato forme e strofe; questi campi rasati sono
la tua barba incolta che mi graffia la guancia alla partenza,
iridi grigie, le stoppie di grano dei tuoi capelli in aria.
Dimmi che non sei svanito, che sei sempre in Italia.
Sì. Per sempre. Dio. Per sempre immobile e muto come i campi
lombardi, come i bianchi vuoti di quella prigione,
pagine cancellate da un regime. E anche se il suo paesaggio lenisce
l’esilio tuo e di Nasone, la poesia è sempre tradimento
perché è verità. I tuoi pioppi vorticano nel sole.

II

Frullo d’ali di piccione fuori da una finestra di legno,
il fremito di un’anima agile che lascia il cuore consunto.
Il sole tocca i campanili. Clangore del Cinquecento,
nello schiaffo dell’onda attraccano e ripartono vaporetti,
lasciando l’ombra del viaggiatore sulla scena ondeggiante
a guardare  il luccichio creato dal traghetto, come un pettine
tra capelli biondi che s’intrecciano al suo passaggio,
o copertine che racchiudono la schiuma dell’ultima pagina,
o qualunque sia il biancore che m’acceca coi suoi fiocchi
cancellando pini e conifere. Joseph, perché scrivo questo
se tu non puoi leggerlo? Le finestre del dorso di un libro
si aprono su un chiostro dove ogni cupola è un pretesto
per la tua anima, che come un piccione d’ardesia si libra
sull’acqua coniata e la luce ferisce come pioggia. Domenica.
I rintocchi dissennati dei campanili sono per te, che sapevi
come questa città dalle trine di pietra guarisca le nostre colpe,
simile al leone che con la zampa di ferro impedisce all’orbe
di rotolare sotto ali guardiane. Barche dal collo di violino
e ragazze dal collo di gondola erano la tua giurisdizione.
Com’è predestinato, il giorno del tuo compleanno, parlare di te a Venezia.
In questi giorni, nelle librerie, devio verso le biografie,
e la mia mano plana sui nomi con artigli aperti da piccione.
Sul mare, oltre la laguna, si chiudono parentesi
di cupole. Scesa dal traghetto, la tua ombra volta gli angoli
di un libro, si ferma in fondo a una prospettiva, e mi attende.

III

In questo paesaggio di vigne e colline hai portato un tema
che si muove fra le tue strofe inclinate, fa trasudare gli acini
e offusca le province: il lento inno nordico
della nebbia, la terra senza confini, nubi le cui forme
mutano con rabbia quando iniziamo ad associarle
a echi concreti, brecce dove l’eternità si spalanca
in una porticina azzurra. Ogni cosa solida le attende,
l’albero che diventa legna, la legna fumo del focolare,
la colomba l’eco del volo, la rima la sua eco, il tratto
dell’orizzonte che svanisce, il lavoro dei rametti
sulla pagina bianca e ciò che ricopre il loro cirillico: la neve,
il campo bianco che un corvo attraversa col suo gracchio nero,
sono una geografia distante, e non solo ora,
sei sempre stato là, la nebbia che con la zampa flessuosa
oscura il globo: sei sempre stato più felice
tra i margini freddi e incerti, non nel sole accecante
sull’acqua, in questo traghetto che si accosta alla banchina
quando un viaggiatore spegne l’ultima scintilla di una sigaretta
sotto il tacco, e il suo volto amato svanisce
in una moneta che le dita della nebbia strofinano.

IV

La schiuma al largo dello stretto mormora Montale
in sale grigio, un mare ardesia, e oltre, colline maculate
d’indaco e lilla, poi la vista dei cactus in Italia
e le palme, nomi che scintillano sull’orlo del Tirreno.
La tua eco arriva tra gli scogli, ridacchiando tra le rime
quando l’onda si frange ed è svanita per sempre!
Questi versi gettati per pesci arcobaleno o una retata di spratti,
pesci pappagallo, argentine, ballerini scarlatti,
e l’odore rancido e universale della poesia, un mare cobalto
e le palme all’aeroporto che si sorprendono da sole; ne sento l’odore,
alghe come capelli che fluttuano nell’acqua, la mica in Sicilia,
un odore più antico e più fresco delle cattedrali normanne
o degli acquedotti restaurati, le mani ruvide dei pescatori
la loro àncora di dialetti, e frasi che si seccano su muri
eretti nel muschio. Queste le sue origini, la poesia,
restano nei versi ripetuti delle onde e le loro creste,
remi e scansione, gli stormi e un unico orizzonte, chiglie
incuneate nella sabbia, la tua isola, o i versi di Montale
o Quasimodo che si dibattono come anguille in una cesta.
Sto scendendo al margine della secca per ricominciare,
Joseph, con un primo verso, una vecchia rete,
la stessa sollecitudine. Studierò l’orizzonte che si schiude,
la scansione dei colpi della pioggia, per dissolvermi
in un racconto più grande delle nostre vite, del mare, del sole.

V

Il mio colonnato di cedri fra le cui arcate l’oceano
sussurra il suo messale, ogni tronco una lettera
miniata come un breviario con frutti e viti,
lungo il quale sento l’eco incessante di un’architettura
di stanze col profilo di San Pietroburgo, i versi
di un cantore amplificato, la devozione della sua tonsura.
La prosa è lo scudiero della condotta, la poesia il cavaliere
che infilza il drago fiammeggiante con la lancia della penna,
è quasi disarcionato come un picador, ma si drizza in sella.
Accucciata sopra un foglio con la stessa postura,
una nube ripete nella sua forma il diradarsi dei tuoi capelli.
Un metro e un contegno modellati su quelli di Wystan,
strofe dal profilo romano e aperto, il busto di un Cesare minore
che allo strepito dell’arena preferisce una provincia distante,
un dovere che la polvere oscura. Sono innalzato sopra
il messale dell’onda, le colonne dei cedri, per guardare dall’alto
la cifra del mio dolore, la tua lapide, sono andato alla deriva
sopra libri di cimiteri verso un Atlantico le cui rive
si riducono, sono un’aquila che ti riporta in Russia,
stringendo fra gli artigli la ghianda del tuo cuore che ti rende,
oltre il Mar Nero di Publio Nasone, alle radici di un faggio.
Sono innalzato dal dolore e dall’elogio, così che
la tua macchia si dilati per l’esultanza, un punto che ascende.

VI

Ora, sera dopo sera dopo sera,
agosto fruscerà dalle conifere, una luce arancio
s’infiltrerà tra le pietre della strada, ombre
giacciono  parallele come remi sul lungo scafo d’asfalto,
cavalli strigliati scuotono le teste in campi aridi
e la prosa esita sul  ciglio del metro. La volta
si amplia, il soffitto attraversato da pipistrelli o rondini,
il cuore scala colline lilla nella luce che declina
e la grazia offusca gli occhi di un uomo che si avvicina
alla sua casa. Gli alberi serrano le porte, le onde
chiedono ascolto. La sera è un’incisione, il medaglione
di una sagoma rabbuia coloro che amiamo nel loro profilo, come il tuo,
la cui poesia trasforma il lettore in poeta. Il leone
del promontorio io si trasforma come quello di San Marco, metafore
si riproducono e svolazzano nella caverna della mente,
e si sente nell’incantesimo dell’onda e nelle conifere dell’agosto,
e si legge il cirillico delle fronde che gesticolano mentre
il silenzioso consiglio dei cumuli inizia a radunarsi
su un Atlantico dalla luce e calma quanto quella di uno stagno,
i lampioni spuntano come frutti nel villaggio, sopra i tetti,
e l’alveare delle costellazioni appare, sera dopo sera,
la tua voce, tra scure canne di versi che risplendono di vita.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Prima luce”, in “Derek Walcott, Isole”, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi, 2009

∗∗∗

31. Italian eclogues

for Joseph Brodsky
    I

On the bright road to Rome, beyond Mantua,
there were reeds of rice, and I heard, in the wind’s elation,
the brown dogs of Latin panting alongside the car,
their shadows sliding on the verge in smooth translation,
past fields fenced by poplars, stone farms in character,
nouns from a schoolboy’s text, Vergilian, Horatian,
phrases from Ovid passing in a green blur,
heading towards perspectives of noseless busts,
open-mouthed ruins and roofless corridors
of Caesars whose second mantle is now the dust’s,
and this voice that rustles out of the reeds is yours.
To every line there is a time and a season.
You refreshed forms and stanzas; these cropped fields are
your stubble grating my cheeks with departure,
gray irises, your corn-wisps of hair blowing away.
Say you haven’t vanished, you’re still in Italy.
Yeah. Very still. God. Still as the turning fields
of Lombardy, still as the white wastes of that prison
like pages erased by a regime. Though his landscape heals
the exile you shared with Naso, poetry is still treason
because it is truth. Your poplars spin in the sun.

II

Whir of a pigeon’s wings outside a wooden window,
the flutter of a fresh soul discarding the exhausted heart.
Sun touches the bell-towers. Clangor of the cinquecento,
at wave-slapped landings vaporettos warp and depart
leaving the traveller’s shadow on the swaying stage
who looks at the glints of water that his ferry makes
like a comb through blond hair that plaits after its passage,
or book covers enclosing the foam of their final page,
or whatever the whiteness that blinds me with its flakes
erasing pines and conifers. Joseph, why am I writing this
when you cannot read it? The windows of a book spine open
on a courtyard where every cupola is a practice
for your soul encircling the coined water of Venice
like a slate pigeon and the light hurts like rain.
Sunday. The bells of the campaniles’ deranged tolling
for you who felt this stone-laced city healed our sins,
like the lion whose iron paw keeps our orb from rolling
under guardian wings. Craft with the necks of violins
and girls with the necks of gondolas were your province.
How ordained, on your birthday, to talk of you to Venice.
These days, in bookstores I drift towards Biography,
my hand gliding over names with a pigeon’s opening claws.
The cupolas enclose their parentheses over the sea
beyond the lagoon. Off the ferry, your shade turns the corners
of a book and stands at the end of perspective, waiting for me.

III

In this landscape of vines and hills you carried a theme
that travels across your raked stanzas, sweating the grapes
and blurring their provinces: the slow northern anthem
of fog, the country without borders, clouds whose shapes
change angrily when we begin to associate them
with substantial echoes, holes where eternity gapes
in a small blue door. All solid things await them,
the tree into kindling, the kindling to hearth-smoke,
the dove in the echo of its flight, the rhyme its echo,
the horizon’s hyphen that fades, the twigs’ handiwork
on a blank page and what smothers their cyrillics: snow,
the white field that a raven crosses with its black caw,
they are a distant geography and not only now,
you were always in them, the fog whose pliant paw
obscures the globe; you were always happier
with the cold and uncertain edges, not blinding sunlight
on water, in this ferry sidling up to the pier
when a traveller puts out the last spark of a cigarette
under his heel, and whose loved face will disappear
into a coin that the fog’s fingers rub together.

IV

The foam out on the sparkling strait muttering Montale
in gray salt, a slate sea, and beyond it flecked lilac
and indigo hills, then the sight of cactus in Italy
and palms, names glittering on the edge of the Tyrrhenian.
Your echo comes between the rocks, chuckling in fissures
when the high surf vanishes and is never seen again!
These lines flung for sprats or a catch of rainbow fishes,
the scarlet snapper, the parrot fish, argentine mullet,
and the universal rank smell of poetry, cobalt sea,
and self-surprised palms at the airport; I smell it,
weeds like hair swaying in water, mica in Sicily,
a smell older and fresher than the Norman cathedrals,
or restored aqueducts, the raw hands of fishermen
their anchor of dialect, and phrases drying on walls
based in moss. These are its origins, verse, they remain
with the repeated lines of waves and their crests, oars
and scansion, flocks and one horizon, boats with keels
wedged into sand, your own island or Quasimodo’s
or Montale’s lines wriggling like a basket of eels.
I am going down to the shallow edge to begin again,
Joseph, with a first line, with an old net, the same expedition.
I will study the opening horizon, the scansion’s strokes of the rain,
to dissolve in a fiction greater than our lives, the sea, the sun.

V

My colonnade of cedars between whose arches the ocean
drones the pages of its missal, each trunk a letter
embroidered like a breviary with fruits and vines,
down which I continue to hear an echoing architecture
of stanzas with St. Petersburg’s profile, the lines
of an amplified cantor, his tonsured devotion.
Prose is the squire of conduct, poetry the knight
who leans into the flaming dragon with a pen’s lance,
is almost unhorsed like a picador, but tilts straight
in the saddle. Crouched over paper with the same stance,
a cloud in its conduct repeats your hair-thinning shape.
A conduct whose meter and poise were modeled on Wystan’s,
a poetry whose profile was Roman and open, the bust
of a minor Caesar preferring a province of distance
to the roar of arenas, a duty obscured by dust.
I am lifted above the surf’s missal, the columned cedars,
to look down on my digit of sorrow, your stone, I have drifted
over books of cemeteries to the Atlantic whose shores
shrivel, I am an eagle bearing you towards Russia,
holding in my claws the acorn of your heart that restores
you past the Black Sea of Publius Naso
to the roots of a beech-tree; I am lifted with grief and praise, so
that your speck widens with elation, a dot that soars.

VI

Now evening after evening after evening,
August will rustle from the conifers, an orange light
will seep through the stones of the causeway, shadows
lie parallel as oars across the long hull of asphalt,
the heads of burnished horses shake in parched meadows
and prose hesitates on the verge of meter. The vault
increases, its ceiling crossed by bats or swallows,
the heart climbs lilac hills in the light’s declension,
and grace dims the eyes of a man nearing his own house.
The trees close their doors, and the surf demands attention.
Evening is an engraving, a silhouette’s medallion
darkens loved ones in their profile, like yours,
whose poetry transforms reader into poet. The lion
of the headland darkens like St. Mark’s, metaphors
breed and flit in the cave of the mind, and one hears
in the waves’ incantation and the August conifers,
and reads the ornate cyrillics of gesturing fronds
as the silent council of cumuli begins convening
over an Atlantic whose light is as calm as a pond’s
and lamps bud like fruit in the village, above roofs, and the hive
of constellations appears, evening after evening,
your voice, through the dark reeds of lines that shine with life.

Derek Walcott

da “The Bounty: Poems”, Farrar, Straus and Giroux, 1998

«In fondo a questo verso…» – Derek Walcott

Karen Hollingsworth, Contemplation, 2013, Elliott Fouts Gallery, Sacramento, California

 

34

In fondo a questo verso si sta aprendo una porta
che dà su un terrazzo azzurro dove si poserà un gabbiano
con dita uncinate, poi, come un’immagine che si stacca
da un’idea, sbatterà le ali in lente scansioni sulla placca
battuta del mare meridiano, un foglio che la mia mano
destra manovra — una vela diretta in Martinica o in Sicilia.
Nella distanza maculata di lillà, i medesimi promontori arrugginiscono
in macchie di casolari soffiati dalla spuma dei frangenti,
e l’eco di un gabbiano dove l’ombra di un gabbiano sfrecciava
tra mari assolati. Nessun grido è abbastanza esultante
per la mia gratitudine, per il cuore che spalanca i suoi cardini
e mi inclina le costole con la luce. Alla fine, più lenta
di un gabbiano sull’acqua, un’ombra si allunga, a poco
a poco, fino a coprire il prato. Vi è il medesimo ardore elevato
di tramonti retorici in Sicilia come in Martinica,
e il medesimo orizzonte ne sottolinea l’assenza luminosa,
là risplende chi a lungo abbiamo amato e, forse, non parla
per la gioia indicibile, perché la parola è dei mortali,
perché alla fine di ogni frase c’è una tomba,
o la porta azzurra del cielo o, un tempo, gli spalancati portali
del nostro asservito sublime. La sola luce che abbiamo risplende
su una guglia o una conchiglia mentre scende
a voltare questa pagina con un’onda che sbianca.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Prima luce”, in “Derek Walcott, Isole”, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi, 2009

∗∗∗

34

At the end of this line there is an opening door
that gives on a blue balcony where a gull will settle
with hooked fingers, then, like an image leaving an idea,
beat in slow scansion across the hammered metal
of the afternoon sea, a sheet that my right hand steers
a small sail making for Martinique or Sicily.
In the lilac-flecked distance, the same headlands rust
with flecks of houses blown from the spume of the trough,
and the echo of a gull where a gull’s shadow raced
between sunlit seas. No cry is exultant enough
for my thanks, for my heart that flings open its hinges
and slants my ribs with light. At the end, a shadow
slower than a gull’s over water lengthens, by inches,
and covers the lawn. There is the same high ardor
of rhetorical sunsets in Sicily as over Martinique,
and the same horizon underlines their bright absence,
the long-loved shining there who, perhaps, do not speak
from unutterable delight, since speech is for mortals,
since at the end of each sentence there is a grave
or the sky’s blue door or, once, the widening portals
of our disenfranchised sublime. The one light we have
still shines on a spire or a conch-shell as it falls
and folds this page over with a whitening wave.

Derek Walcott

da “The Bounty: Poems”, Farrar, Straus and Giroux, 1998