Nel village – Derek Walcott

Mario de Biasi, New York, 1955

Mario de Biasi, New York, 1955

I

Stavo salendo dalla metro e c’erano delle persone
ferme sui gradini come se sapessero qualcosa
che io non sapevo. Erano gli anni della Guerra Fredda
e della pioggia radioattiva. Ho guardato e l’intera avenue
era vuota, letteralmente intendo, e ho pensato:
Gli uccelli hanno lasciato le città e la piaga
del silenzio si moltiplica nelle loro arterie, c’è stata
la guerra e l’hanno persa e non c’è niente di sottile o di vago
in questo vuoto terrificante che è New York. Ho còlto
il rumore di un altoparlante che avvisava ripetutamente
le ultime persone, forse amanti a passeggio,
che il mondo stava per finire quella mattina
sulla Sesta o la Settima senza gente che andava al lavoro
in quella prospettiva terrificante e non contraddetta.
Non era il modo di morire, ma neanche di vivere.
Be’, se fossimo bruciati, almeno eravamo a New York.

II

A New York vivono tutti in una sit-com.
Io, in un romanzo latinoamericano, uno
in cui un viejo dai capelli color egretta è scosso
da un dolore invisibile, un’oscena afflizione, 
e l’annota segretamente, finché non gliela leggi in faccia,
le rughe parentetiche che, con suo sommo imbarazzo,
confermano il racconto. Senti, è solo la vecchia
storia di un cuore che non vuole darsi per vinto,
anche senza speranze, donchisciottesco. È solo uno che
non spezzerà il cuore a nessuno, anche se il colonnello brizzolato
si rizzasse sul suo destriero alla carica, in una battaglia
che non gli varrà una statua. È il sortilegio
di un normale amore non corrisposto. Guarda queste egrette
che incedono sul prato in truppe scomposte, bianche insegne
che arrancano derelitte; sono i rimpianti scoloriti
delle memorie di un vecchio, le loro strofe mai scritte.
Pagine che svolazzano come ali sul prato, segreti svelati.

III

Chi mi ha tolto la macchina per scrivere dalla scrivania,
così che adesso sono un musicista senza piano
con il vuoto davanti, limpido e grottesco come un’altra
primavera? Le mie vene gemmano, sono così pieno
di poesie, un cestino colmo di fili neri.
Fuori le note sono visibili; i passeri punteggeranno
le antenne come pentagrammi, com’erano le primavere,
ma i tetti sono freddi e il grande fiume grigio
con una nave che passa, enorme come una collina in inverno,
si muove impercettibilmente come gli anni
che si accumulano. Non ho ragione di perdonarla
per ciò che mi sono fatto da solo. Ho vinto l’odio,
il desiderio dell’Italia dove le raffiche di neve
assolvono e imbiancano le montagne inginocchiate
fuori Milano. Dietro il vetro, aspetto che il richiamo
di un uccello scardini l’inizio della primavera,
ma le mie mani, il mio lavoro, mi sembrano strani
senza la musica arrugginita della mia macchina. Nessuna parola
per la nave artica che scende lungo l’Hudson, per la scabbia
della neve che si scrosta dai tetti. Nessuna poesia. Nessun uccello.

IV
IL SWEET LIFE CAFÉ

Se sprofondo in un silenzio brizzolato
a volte, sulla tovaglia a scacchi rossi
fuori dal Sweet Life Café, quando il rumore
del traffico domenicale nel Village è lieve come una falena
indaffarata in un ripostiglio, è per via dell’età,
cosa che di rado ammetto, o, onestamente, persino penso.
I miei furori sono intatti, anche se la mia rabbia domestica
è illogica, diabetica, senza alcuna diminuzione dell’amore
anche se la mia mano trema follemente, ma non su questa pagina.
La mia lussuria è in piena forma, ma, se anche
tutte le mie torri si sgretolassero come sabbia,
la gioia continuerà a piegare i canneti con l’esultanza
della mia penna sulla strada per Vieuxfort con la citronella
bianca nel sole e, come per il mare che si frange
nella baia a Praslin, anche loro si sommano alla grazia
che ho provato e che la morte porterà via
dalla mia mano su questa tovaglia a scacchi in questo bel posto.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In the Village

I

I came up out of the subway and there were
people standing on the steps as if they knew
something I didn’t. This was in the Cold War,
and nuclear fallout. I looked and the whole avenue
was empty, I mean utterly, and I thought,
The birds have abandoned our cities and the plague
of silence multiplies through their arteries, they fought
the war and they lost and there’s nothing subtle or vague
in this horrifying vacuum that is New York. I caught
the blare of a loudspeaker repeatedly warning
the last few people, maybe strolling lovers in their walk,
that the world was about to end that morning
on Sixth or Seventh Avenue with no people going to work
in that uncontradicted, horrifying perspective.
It was no way to die, but it’s also no way to live.
Well, if we burnt, it was at least New York.

II

Everybody in New York is in a sitcom.
I’m in a Latin American novel, one
in which an egret-haired viejo shakes with some
invisible sorrow, some obscene affliction,
and chronicles it secretly, till it shows in his face,
the parenthetical wrinkles confirming his fiction
to his deep embarrassment. Look, it’s
just the old story of a heart that won’t call it quits
whatever the odds, quixotic. It’s just one that’ll
break nobody’s heart, even if the grizzled colonel
pitches from his steed in a cavalry charge, in a battle
that won’t make him a statue. It is the hell
of ordinary, unrequited love. Watch those egrets
trudging the lawn in a dishevelled troop, white banners
trailing forlornly; they are the bleached regrets
of an old man’s memoirs, printed stanzas
showing their hinged wings like wide open secrets.

III

Who has removed the typewriter from my desk,
so that I am a musician without his piano
with emptiness ahead as clear and grotesque
as another spring? My veins bud, and I am so
full of poems, a wastebasket of black wire.
The notes outside are visible; sparrows will
line antennae like staves, the way springs were,
but the roofs are cold and the great grey river
where a liner glides, huge as a winter hill,
moves imperceptibly like the accumulating
years. I have no reason to forgive her
for what I brought on myself. I am past hating,
past the longing for Italy where blowing snow
absolves and whitens a kneeling mountain range
outside Milan. Through glass, I am waiting
for the sound of a bird to unhinge the beginning
of spring, but my hands, my work, feel strange
without the rusty music of my machine. No words
for the Arctic liner moving down the Hudson, for the mange
of old snow moulting from the roofs. No poems. No birds.

IV
THE SWEET LIFE CAFÉ

If I fall into a grizzled stillness
sometimes, over the red-chequered tablecloth
outdoors of the Sweet Life Café, when the noise
of Sunday traffic in the Village is soft as a moth
working in storage, it is because of age
which I rarely admit to, or, honestly, even think of.
I have kept the same furies, though my domestic rage
is illogical, diabetic, with no lessening of love
though my hand trembles wildly, but not over this page.
My lust is in great health, but, if it happens
that all my towers shrivel to dribbling sand,
joy will still bend the cane-reeds with my pen’s
elation on the road to Vieuxfort with fever-grass
white in the sun, and, as for the sea breaking
in the gap at Praslin, they add up to the grace
I have known and which death will be taking
from my hand on this chequered tablecloth in this good place.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Egrette bianche – Derek Walcott

Hengki Koentjoro, Mangrove Symphony

Hengki Koentjoro, Mangrove Symphony

I

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permetterà
alle ombre del mattino di allungarsi sul prato
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferanti di lanciare la loro flotta all’alba
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo tambureggiante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’alba, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa;
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.

II

L’eleganza di quelle egrette bianche dal becco arancione,
ognuna una brocca che incede, gli olivi fitti,
i cedri che consolano la furia di un ruscello torrenziale
nella stagione delle piogge; in quella pace
di là dai desideri e di là dai rimpianti,
alla quale infine potrò forse arrivare,
con le palme che si afflosciano al sole come portantine
con sotto ombre tigresche. Saranno lì
dopo che la mia ombra con tutti i suoi peccati
sarà entrata in una verde boscaglia di oblio,
con lo spuntare e il calare di cento soli
sopra la Valle di Santa Cruz quando amavo invano.

III

Guardo gli alberi enormi agitarsi sul bordo del prato
come un mare gonfio senza creste, i bambù scuotono il collo
come cavalli presi al lazo mentre le foglie gialle, strappate
dai rami scudiscianti, diventano una valanga;
tutto questo prima che una pioggia si riversi allarmante dal telo
zuppo, a brandelli del cielo come una vela irreparabile,
rovesciandosi in scrosci e offuscando del tutto le colline
come se l’intera valle fosse uno scafo che resiste alla burrasca
e i boschi non fossero alberi ma onde di un mare in tempesta.
Quando la luce s’incrina e il tuono geme come fosse afflitto
e tu sei al sicuro in una casa buia nell’interno di Santa
Cruz, senza luci, la corrente saltata all’improvviso,
pensi: «Chi offrirà riparo al falco tremante
e all’impeccabile egretta e all’airone color nube
e ai pappagalli in panico per il finto incendio dell’alba? ».

IV

Questi uccelli che continuano a posare per Audubon,
la Garzella nivea o l’Airone bianco in un libro
che, quand’ero ragazzo, si apriva come un prato
nella smeraldina Santa Cruz, sanno di essere belli,
perfezione che incede. Punteggiano le isole
lungo i fiumi, nelle paludi di mangrovie o nei pascoli,
planano sugli stagni, poi si equilibrano sul dorso
setoso di una giovenca, o sfuggono al disastro
durante gli uragani, e beccano le zecche
con colpetti elettrici come fosse un puro privilegio
studiarli nella loro mitica pretesa
di aver attraversato il mare in volo dall’Egitto
col faraonico ibis, le sue zampe e il becco arancioni
profilati nella quiete per adornare una cripta,
poi si lanciano con ali che, sbattendo più rapide,
sono sicure come quelle di un serafino quando sbattono.

V

L’ideale perpetuo è lo stupore.
Il prato verde e fresco, gli alberi tranquilli, la foresta
laggiù sulla collina, poi, il bianco ansito di un’egretta
che irrompe nella cornice poi atterra e si assesta
coi suoi passi impacciati fino a fermarsi, eretta,
un emblema! Un altro pensiero ti sorprende:
uno sparviero sul polso di un ramo, silenzioso, come un falcone,
schizza in cielo, volteggiando sopra l’elogio o la colpa,
con la tua stessa altera indifferenza, poi scende
in picchiata per ghermire un topo con gli artigli.
La pagina del prato e questa pagina sono un’unica cosa,
un’egretta stupisce la pagina, lo sparviero alto stride
sopra una cosa morta, un amore che era pura punizione.

VI

Per metà settimana a Natale non le avevo più viste,
le egrette, e nessuno mi diceva perché se n’erano andate,
ma ora sono tornate con la pioggia, becco arancione,
stinchi rosa e testa picchiettante, tornate sul prato
dove stavano prima sotto la pioggia chiara e illimitata
della Valle di Santa Cruz, che, quando piove, cade
ininterrotta sui cedri finché non annebbia la pianura.
Le egrette hanno il colore delle cascate
e delle nuvole. Alcuni amici, i pochi rimasti,
stanno morendo, ma le egrette incedono nella pioggia
come se nulla di mortale potesse toccarle, o prendono il volo
come angeli bruschi, si librano, poi atterrano ancora.
A volte le colline stesse scompaiono
come gli amici, lentamente, ma sono più felice
adesso che sono tornate, come i ricordi, come le preghiere.

VII

Con l’agio di una foglia che cade nella foresta,
un giallo pallido che rotea sul verde – la mia fine.
Presto verrà la stagione secca, le colline arrugginiranno,
le egrette affondano i colli ondulanti, chinandosi,
becchettando vermi e larve dopo la pioggia;
a volte erette come birilli da bowling, stanno lì
mentre strisce di ovatta si staccano dai monti,
poi quando si muovono, impacciate, muovono questa mano
con le dita allargate delle loro zampe, i colli rapidi.
Condividiamo lo stesso istinto, il vorace cibarsi
del becco della mia penna, quel raccogliere insetti
che si dimenano come nomi e ingoiarli, col pennino che legge
mentre scrive e scrolla via quello che il becco rigetta.
La selezione è ciò che insegnano le egrette
sul prato ampio e aperto, la testa che annuisce mentre leggono
in risoluto silenzio, una lingua al di là delle parole.

VIII

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix
e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,
durante questa visita che speravo si godesse,
per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento
ma fissa nel grande albero da frutta, una visione che lo scosse,
«sembra uscito da Bosch» disse. Quell’enorme uccello
era lì all’improvviso, forse lo stesso che lo prese,
un’egretta o un airone sepolcrale; la parola impronunciabile
era sempre con noi, come Eumeo, un terzo compagno,
e ciò che lo colpì, lui che amava la neve, ciò che lo fece arrestare
fu che l’uccello era di un tale biancore spettrale.
Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato
le egrette si levano insieme in un volo silenzioso
o virano, come una regata, sull’erba verde mare,
sono anime serafiche, com’era Joseph.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

White Egrets

I

Cautious of time’s light and how often it will allow
the morning shadows to lengthen across the lawn
the stalking egrets to wriggle their beaks and swallow
when you, not they, or you and they, are gone;
for clattering parrots to launch their fleet at sunrise
for April to ignite the African violet
in the drumming world that dampens your tired eyes
behind two clouding lenses, sunrise, sunset,
the quiet ravages of diabetes.
Accept it all with level sentences
with sculpted settlement that sets each stanza,
learn how the bright lawn puts up no defenses
against the egret’s stabbing questions and the night’s answer.

II

The elegance of those white, orange-billed egrets,
each like a stalking ewer, the thick olive trees,
cedars consoling a stream that roars torrentially
in the wet season; into that peace
beyond desires and beyond regrets,
at which I may arrive eventually,
whose palms droop in the sun like palanquins
with tigerish shadows under them. They shall
be there after my shadow passes with all its sins
into a green thicket of oblivion,
with the rising and setting of a hundred suns
over Santa Cruz Valley when I loved in vain.

III

I watch the huge trees tossing at the edge of the lawn
like a heaving sea without crests, the bamboos plunge
their necks like roped horses as yellow leaves, torn
from the whipping branches, turn to an avalanche;
all this before the rain scarily pours from the burst,
sodden canvas of the sky like a hopeless sail,
gusting in sheets and hazing the hills completely
as if the whole valley were a hull outriding the gale
and the woods were not trees but waves of a running sea.
When light cracks and thunder groans as if cursed
and you are safe in a dark house deep in Santa
Cruz, with the lights out, the current suddenly gone,
you think: “Who’ll house the shivering hawk, and the
impeccable egret and the cloud-colored heron,
and the parrots who panic at the false fire of dawn?”

IV

These birds keep modeling for Audubon,
the Snowy Egret or White Heron in a book
that, in my youth, would open like a lawn
in emerald Santa Cruz, knowing how well they look,
strutting perfection. They speckle the islands
on river-bank, in mangrove marsh or cattle pasture,
gliding over ponds, then balancing on the ridge
of a silken heifer, or fleeing disaster
in hurricane weather, and picking ticks
with their electric stab as if it were sheer privilege
to study them in their mythical conceit
that they have beat across the sea from Egypt
with the pharaonic ibis, its orange beak and feet
profiled in quiet to adorn a crypt,
then launch themselves with wings that, beating faster
are certain as a seraph’s when they beat.

V

The perpetual ideal is astonishment.
The cool green lawn, the quiet trees, the forest
on the hill there, then, the white gasp of an egret sent
sailing into the frame then teetering to rest
with its gawky stride, erect, an egret-emblem!
Another thought surprises: a hawk on the wrist
of a branch, soundlessly, like a falcon,
shoots into heaven, circling above praise or blame,
with the same high indifference as yours,
now dropping to tear a field mouse with its claws.
The page of the lawn and this open page are the same,
an egret astonishes the page, the high hawk caws
over a dead thing, a love that was pure punishment.

VI

I hadn’t seen them for half of the Christmas week,
the egrets, and no one told me why they had gone,
but they are back with the rain now, orange beak,
pink shanks and stabbing head, back on the lawn
where they used to be in the clear, limitless rain
of the Santa Cruz Valley, which, when it rains, falls
steadily against the cedars till it mists the plain.
The egrets are the color of waterfalls,
and of clouds. Some friends, the few I have left,
are dying, but the egrets stalk through the rain
as if nothing mortal can affect them, or they lift
like abrupt angels, sail, then settle again.
Sometimes the hills themselves disappear
like friends, slowly, but I am happier
that they have come back now, like memory, like prayer.

VII

With the leisure of a leaf falling in the forest,
pale yellow spinning against green—my ending.
Soon it will be the dry season, the hills will rust,
the egrets dip their necks undulant, bending,
stabbing at worms and grubs after the rain,
sometimes erect as bowling pins, they stand
as strips of cotton-wool peel from the mountain,
then when they move, gawkily, they move this hand
with their feet’s splayed fingers, their darting necks.
We share one instinct, that ravenous feeding
my pen’s beak, plucking up wriggling insects
like nouns and gulping them, the nib reading
as it writes, shaking off angrily what its beak rejects,
selection is what the egrets teach
on the wide-open lawn, heads nodding as they read
in purposeful silence, a language beyond speech.

VIII

We were by the pool of a friend’s house in St. Croix
and Joseph and I were talking; he stopped the talk,
on this visit I had hoped that he would enjoy
to point out, with a gasp, not still or stalking
but fixed in the great fruit tree, a sight that shook him
“like something out of Bosch,” he said. The huge bird was
suddenly there, perhaps the same one that took him,
a sepulchral egret or heron; the unutterable word was
always with us, like Eumaeus, a third companion
and what got him, who loved snow, what brought it on
was that the bird was such a spectral white.
Now when at noon or evening on the lawn
the egrets soar together in noiseless flight
or tack, like a regatta, the sea-green grass,
they are seraphic souls, as Joseph was.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Migranti – Derek Walcott

Foto di Sebastião Salgado

Foto di Sebastião Salgado

 

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

Derek Walcott

St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000

(Traduzione di Luigi Sampietro)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016, N. 319, Crocetti Editore

∗∗∗

Prodigal, 3° excerpt

 II
to Luigi Sampietro

The tidal motion of refugees, not the flight of wild geese,
the faces in freight cars, haggard and coal-eyed,
particularly the peaked stare of children,
the huge bundles crossing bridges, axles creaking
as if joints and bones were audible, the dark stain
spreading on maps whose shapes dissolve their frontiers
the way that corpses melt in a lime-pit or
the bright mulch of autumn is trampled into mud,
and the smoke of a cypress signals Sachsenhausen,
those without trains, without mules or horses,
those who have the rocking chair and the sewing machine
heaped on a human cart, a wagon without horses
for horses have long since galloped out of their field
back to the mythology of mercy, back to the cone
of the orange steeple piercing clouds over the lindens
and the stone bells of Sunday over the cobbles,
those who rest their hands on the sides of the carts
as if they were the flanks of mules, and the women
with flint faces, with glazed cheekbones, with eyes
the color of duck-ponds glazed over with ice,
for whom the year has only one season, one sky:
that of the rooks flapping like torn umbrellas,
all have been reduced into a common language,
the homeless, the province-less, to the incredible memory
of apples and clean streams, and the sound of milk
filling the summer churns, where are you from,
what was your district, I know that lake, I know the beer,
and its inns, I believed in its mountains,
now there is a monstrous map that is called Nowhere
and that is where we’re all headed, behind it
there is a view called the Province of Mercy,
where the only government is that of the apples
and the only army the wide banners of barley
and its farms are simple, and that is the vision
that narrows in the irises and the dying
and the tired whom we leave in ditches
before they stiffen and their brows go cold
as the stones that have broken our shoes,
as the clouds that grow ashen so quickly after dawn
over palm and poplar, in the deceitful sunrise
of this, your new century.

Derek Walcott

da “The Prodigal”, Farrar, Straus and Giroux, 2004

Il mare è Storia – Derek Walcott

Mimmo Jodice, Licola I, 2000

Mimmo Jodice, Licola I, 2000

 

Dove sono i vostri monumenti, le vostre battaglie, màrtiri?
Dov’è la vostra memoria tribale? Signori,
in quella grigia volta. Il mare, il mare
li rinchiude. Il mare è Storia.

All’inizio ribolliva l’olio,
pesante come il caos;
poi, come una luce in fondo a una galleria,

la lanterna d’una caravella,
e quella fu la Genesi.
Poi ci furono gli urli assordanti,
la merda, i lamenti:

l’Esodo.
Osso ad osso saldato dal corallo,
mosaici
avvolti dall’ombra benedicente dello squalo,

quella fu l’Arca della Testimonianza.
Poi vennero dai pizzicati fili
della luce sul fondo del mare
l’arpe dolenti della cattività babilonese,
quali le bianche cipree agglomerate come manette
sulle donne annegate,
e quelli furono gli eburnei bracciali
del Canto di Salomone,
ma il mare continuava a voltare pagine bianche

cercando la Storia.
Poi vennero gli uomini con occhi pesanti come ancore
che affondavano senza tombe,

briganti che grigliavano bestiame,
lasciando le loro costole carbonizzate come foglie di palma sul lido,
poi lo schiumoso, feroce gabbiano

della marea che ingoia Port Royal,
e quello fu Giona,
ma dov’è il vostro Rinascimento?

Signore, è chiuso in quelle sabbie
laggiù oltre il fiacco piano del frangente,
dove gli uomini di guerra scendevano;

metti gli occhiali subacquei, ti ci porterò io,
È tutto impalpabile e glauco
tra i colonnati di corallo,

oltre le finestre gotiche delle gorgonie
fin dove la crostosa cernia, occhivenata,
ammicca, carica dei suoi gioielli, come una calva regina;

e queste grotte lunettate con cirripedi
bucherellati come pietra
sono le nostre cattedrali,

e la fornace prima degli uragani:
Gomorra. Ossa tritate dai mulini a vento
in marna e crusca −

ecco le Lamentazioni −
nient’altro che Lamentazioni,
non Storia;

poi vennero, come schiuma sul labbro semiasciutto del fiume,
le brune canne dei villaggi
che spumeggiano e congelano in città,

e la sera, i cori dei moscerini,
e, sopra, le cuspidi
spinte nel fianco di Dio
mentre Suo figlio moriva, e quello fu il Nuovo Testamento.

Poi vennero le bianche sorelle che applaudivano
il progresso dell’onda,
ed ecco l’Emancipazione −
giubilo, giubilo −
presto svanito
mentre il pizzo del mare s’asciugava al sole,

ma non era la Storia,
non era che fede,
e poi ogni roccia divenne nazione a sé;

poi venne il sinodo delle mosche,
poi venne l’airone segretariale,
poi venne la rumorosa rana toro in cerca di voti,

lucciole con idee brillanti,
e pipistrelli come ambasciatori volanti
e la mantide, come una poliziotta in cachi,

e i pelosi bruchi dei giudici
che esaminavano ogni caso da vicino,
e poi nelle scure orecchie delle felci

e nel gorgoglio salino delle rocce
con i loro stagni di mare ecco il suono
come un sussurro senza alcun eco

della Storia, che incomincia.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

The sea is History

Where are your monuments, your battles, martyrs?
Where is your tribal memory? Sirs,
in that gray vault. The sea. The sea
has locked them up. The sea is History.

First, there was the heaving oil,
heavy as chaos;
then, like a light at the end of a tunnel,

the lantern of a caravel,
and that was Genesis.
Then there were the packed cries,
the shit, the moaning:

Exodus.
Bone soldered by coral to bone,
mosaics
mantled by the benediction of the shark’s shadow,

that was the Ark of the Covenant.
Then came from the plucked wires
of sunlight on the sea floor

the plangent harps of the Babylonian bondage,
as the white cowries clustered like manacles
on the drowned women,

and those were the ivory bracelets
of the Song of Solomon,
but the ocean kept turning blank pages

looking for History.
Then came the men with eyes heavy as anchors
who sank without tombs,

brigands who barbecued cattle,
leaving their charred ribs like palm leaves on the shore,
then the foaming, rabid maw

of the tidal wave swallowing Port Royal,
and that was Jonah,
but where is your Renaissance?

Sir, it is locked in them sea sands
out there past the reef’s moiling shelf,
where the men-o’-war floated down;

strop on these goggles, I’ll guide you there myself.
It’s all subtle and submarine,
through colonnades of coral,

past the gothic windows of sea fans
to where the crusty grouper, onyx-eyed,
blinks, weighted by its jewels, like a bald queen;

and these groined caves with barnacles
pitted like stone
are our cathedrals,

and the furnace before the hurricanes:
Gomorrah. Bones ground by windmills
into marl and cornmeal,

and that was Lamentations—
that was just Lamentations,
it was not History;

then came, like scum on the river’s drying lip,
the brown reeds of villages
mantling and congealing into towns,

and at evening, the midges’ choirs,
and above them, the spires
lancing the side of God

as His son set, and that was the New Testament.

Then came the white sisters clapping
to the waves’ progress,
and that was Emancipation—

jubilation, O jubilation—
vanishing swiftly
as the sea’s lace dries in the sun,

but that was not History,
that was only faith,
and then each rock broke into its own nation;

then came the synod of flies,
then came the secretarial heron,
then came the bullfrog bellowing for a vote,

fireflies with bright ideas
and bats like jetting ambassadors
and the mantis, like khaki police,

and the furred caterpillars of judges
examining each case closely,
and then in the dark ears of ferns

and in the salt chuckle of rocks
with their sea pools, there was the sound
like a rumor without any echo

of History, really beginning.

Derek Walcott

da “The Star-Apple Kingdom”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 1979

Una mappa d’Europa – Derek Walcott

Dipinto di Jean-Baptiste-Siméon Chardin

Dipinto di Jean-Baptiste-Siméon Chardin

 

Come l’idea di Leonardo
dove passaggi s’aprono su gocce d’acqua
o i draghi s’accovacciano a macchie,
il mio scrostato muro nell’aria chiara
disegna di vena in vena una mappa d’Europa.

Sul davanzale dipinto
l’orlo dorato d’una lattina brilla come
lungo un lago di Canaletto la sera
o come quell’eremo di roccia
dove nella sua cella di luce Gerolamo prega
sparuto che il Suo regno giunga
alla lontana città.

La luce si fa quiete. Nel suo cerchio
tutto è. Una tazzina crepata,
un pane rotto, un’urna scalfita diventano
sé, come in Chardin,
o nel chiaro alcolico di Vermeer,
non oggetti della nostra pietà.

Non lacrimae rerum,
non arte. Nient’altro che il dono
di vedere le cose come sono, dimezzate dal buio
da cui non sanno staccarsi.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore 

***

A Map of Europe

Like Leonardo’s idea
Where landscapes open on a waterdrop
Or dragons couch in stains,
My flaking wall, in the bright air,
Maps Europe with its veins.

On its limned window ledge
A beer can’s gilded rim gleams like
Evening along a Canaletto lake,
Or like that rocky hermitage
Where, in his cell of light, haggard Gerome
Prays that His kingdom come
To the far city.

The light creates its stillness. In its ring
Everything is. A cracked coffee cup,
A broken loaf, a dented urn become
Themselves, as in Chardin,
Or in beer-bright Vermeer,

Not objects of our pity.
In it is no lacrimae rerum,
No art. Only the gift
To see things as they are, halved by a darkness
From which they cannot shift.

Derek Walcott

da “Collected Poems 1948-1984”, London-Boston, Faber & Faber, 1992

Concludendo – Derek Walcott

Foto di Josef Hoflehner

Foto di Josef Hoflehner

 

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra
che si posa sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.

Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. È più grande e duro,
questo, di ciò che là passa per vita.

Derek Walcott

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “Mappa del nuovo mondo”, Adelphi, Milano, 1992

∗∗∗

Winding Up

I live on the water,
alone. Without wife and children.
I have circled every possibility
to come to this:

a low house by grey water,
with windows always open
to the stale sea. We do not choose such things,

but we are what we have made.
We suffer, the years pass,
we shed freight but not our need

for encumbrances. Love is a stone
that settled on the sea-bed
under grey water. Now, I require nothing

from poetry but true feeling,
no pity, no fame, no healing. Silent wife,
we can sit watching grey water,

and in a life awash
with mediocrity and trash
live rock-like.

I shall unlearn feeling,
unlearn my gift. That is greater
and harder than what passes there for life.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Adios, Carenage – Derek Walcott

Foto di Josef Hoflehner

Foto di Josef Hoflehner

 

da «La goletta Flight»

1. Adios, Carenage

Nel pigro agosto, quando il mare è liscio
e foglie d’isole brune s’incollano all’orlo
di questo mare dei Caraibi, io spengo la luce
sul volto senza sogni di Maria Concepción
per imbarcarmi marinaio sulla goletta Flight.
Fuori, nel cortile che diventava grigio nell’alba,
ero pietrificato, e nient’altro si muoveva
tranne il mare freddo, increspato come zinco,
e i fori dei chiodi delle stelle nel tetto del cielo,
fino a che un vento s’infilò tra gli alberi.
Incontro la mia stupida vicina che scopava il cortile,
mentre scendevo al porto, e dissi più o meno:
« Fa’ piano, strega, lei ha il sonno leggero, »
ma la puttana mi guarda da parte a parte come fossi morto.
Si ferma un taxi, le luci di parcheggio ancora accese.
Il taxista misura il mio bagaglio con un ghigno:
« Stavolta, Shabine, te ne vai sul serio! ».
Non rispondo a quell’asino, mi butto
sul sedile di dietro e guardo il cielo ardere
sopra Laventille, rosa come la camicia
in cui dormiva la donna che stavo lasciando,
e guardo nel retrovisore e vedo un uomo
identico a me, e quell’uomo piangeva
per le case, le strade, tutta l’isola fottuta.
Cristo abbia pietà di tutte le cose che dormono!
Da quel cane che sta marcendo giù in Wrightson Road
a quando io ero un cane in queste strade;
se amare queste isole è il mio carico,
per troppa corruzione l’anima mia s’invola.
Ma  hanno cominciato a avvelenarmela
con la loro grande casa, grande auto, gran marciume,
coolie, negro, siriano e creolo francese,
così gli lascio tutto, a loro e al loro carnevale —
mi faccio un bagno in mare, me ne vado.
Conosco queste isole da Monos a Nassau,
marinaio con la testa ruggine e occhi verde-mare
che chiamano Shabine, il soprannome patois
per ogni negro rosso; e io, Shabine, ho visto
questi bassifondi d’impero quando erano paradiso.
Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,
ho avuto una buona istruzione coloniale,
ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,
sono nessuno, o sono una nazione.

Ma Maria Concepción era ogni mio pensiero
mentre guardavo il mare che saliva e scendeva
e il fianco sinistro di canotti, golette e yacht
veniva ridipinto dalle pennellate del sole
che in ogni riflesso scriveva il suo nome;
sapevo, quando la sera dai capelli scuri indossava
la sua seta splendente nel tramonto e, ripiegando il mare,
s’infilava sotto il lenzuolo col suo riso stellato,
che non ci sarebbe stata pace, non oblio.
È come parlare a gente in lutto, attorno alla tomba,
della resurrezione, perché loro rivogliono il defunto;
così sorrido a me stesso mentre la cima di prua è sciolta
e la Flight si volge al mare aperto: « Inutile ripetere
che il mare ha più pesce. Io non la voglio
vestita nella luce senza sesso di un serafino,
voglio quegli occhi tondi, castani, da uistitì,
e fino a quando potrò sdraiarmi e ridere,
quegli artigli che mi solleticavano la schiena nei sudati
pomeriggi domenicali, come un granchio sulla sabbia umida ».
Durante il lavoro, gli occhi fissi alle onde putrescenti
in corsa oltre la prua che sforbicia il mare come seta,
io  giuro a tutti voi, sul latte di mia madre
e sulle stelle che voleranno dalla fornace di questa notte,
che li ho amati, i miei figli, mia moglie, la mia casa;
li ho amati come i poeti amano la poesia
che li uccide, come i marinai annegati amano il mare.

Vi è mai successo di guardare da una spiaggia deserta
e vedere lontano una goletta? Be’, mentre scrivo
questo poema, ogni frase s’intriderà di sale;
io traccio e annodo ogni verso così stretto
come le cime di questo sartiame; in semplici parole
sia il mio linguaggio elementare il vento,
e le mie pagine le vele della goletta Flight.
Ma lasciate che racconti come ha inizio la storia.

[…]

Derek Walcott

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Derek Walcott, Mappa del Nuovo Mondo”, Adelphi Edizioni, 1992

***

da «The Schooner Flight»

1. Adios, Carenage

In idle August, while the sea soft,
and leaves of brown islands stick to the rim
of this Caribbean, I blow out the light
by the dreamless face of Maria Concepcion
to ship as a seaman on the schooner Flight.
Out in the yard turning gray in the dawn,
I stood like a stone and nothing else move
but the cold sea rippling like galvanize
and the nail holes of stars in the sky roof,
till a wind start to interfere with the trees.
I pass me dry neighbor sweeping she yard
as I went downhill, and I nearly said:
“Sweep soft, you witch, ’cause she don’t sleep hard,”
but the bitch look through me like I was dead.
A route taxi pull up, park-lights still on.
The driver size up my bags with a grin:
“This time, Shabine, like you really gone!”
I ain’t answer the ass, I simply pile in
the back seat and watch the sky burn
above Laventille pink as the gown
in which the woman I left was sleeping,
and I look in the rearview and see a man
exactly like me, and the man was weeping
for the houses, the streets, that whole fucking island.
Christ have mercy on all sleeping things!
From that dog rotting down Wrightson Road
to when I was a dog on these streets;
if loving these islands must be my load,
out of corruption my soul takes wings.
But they had started to poison my soul
with their big house, big car, big-time bohbohl,
coolie, nigger, Syrian, and French Creole,
so I leave it for them and their carnival—
I taking a sea bath, I gone down the road.
I know these islands from Monos to Nassau,
a rusty head sailor with sea-green eyes
that they nickname Shabine, the patois for
any red nigger, and I, Shabine, saw
when these slums of empire was paradise.
I’m just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial education,
I have Dutch, nigger, and English in me,
and either I’m nobody, or I’m a nation.

But Maria Concepcion was all my thought
watching the sea heaving up and down
as the port side of dories, schooners, and yachts
was painted afresh by the strokes of the sun
signing her name with every reflection;
I knew when dark-haired evening put on
her bright silk at sunset, and, folding the sea,
sidled under the sheet with her starry laugh,
that there’d be no rest, there’d be no forgetting.
Is like telling mourners round the graveside
about resurrection, they want the dead back,
so I smile to myself as the bow rope untied
and the Flight swing seaward: “Is no use repeating
that the sea have more fish. I ain’t want her
dressed in the sexless light of a seraph,
I want those round brown eyes like a marmoset, and
till the day when I can lean back and laugh,
those claws that tickled my back on sweating
Sunday afternoons, like a crab on wet sand.”
As I worked, watching the rotting waves come
past the bow that scissor the sea like silk,
I swear to you all, by my mother’s milk,
by the stars that shall fly from tonight’s furnace,
that I loved them, my children, my wife, my home;
I loved them as poets love the poetry
that kills them, as drowned sailors the sea.

You ever look up from some lonely beach
and see a far schooner? Well, when I write
this poem, each phrase go be soaked in salt;
I go draw and knot every line as tight
as ropes in this rigging; in simple speech
my common language go be the wind,
my pages the sails of the schooner Flight.
But let me tell you how this business begin.

[…]

Derek Walcott

da “Collected Poems 1948-1984”, London-Boston, Faber & Faber, 1992