La Linea Maginot – Izet Sarajlić

Foto di Alfred Eisenstaedt

Foto di Alfred Eisenstaedt

 

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me ci sarà sempre l’Ombra delle Disgrazie Passate,
il Cielo dei Caduti ci sarà,
e le mie poesie piú amorose scritte per te ti faranno ricordare la polvere da sparo,
la polvere da sparo, le trincee, il fronte affumicato.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me,
fra ogni nostro aprile e noi,
fra ogni nostro novembre e noi,
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la Linea Maginot,
e mai, davvero mai riusciremo tu e io a occuparci soltanto delle tende nuove
necessarie a far cinguettare il nostro appartamentino,
necessarie per sottrarci alla vista di tutti quando beviamo
i dolci vini del nostro amore,
per non farci vedere da nessuno quando torniamo dalle nostre
inutili fughe stanchi,
per non far scoprire a nessuno le tacite ragioni per cui viviamo.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me, fra noi, fra tutti noi,
per dirci quanto siano insignificanti le tende nuove nel nostro appartamento
quanto sarebbe comicamente irrilevante anche chi potesse vederci quando ci amiamo,
qualcuno che potesse lamentarsi di noi quando ci amiamo.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la Linea Maginot.
I treni ci porteranno nelle nostalgiche primavere dei nostri aprili novembrini
perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde cosí necessario per vivere,
cosí necessario per amare,
cosí necessario per andarsene umanamente,
ma sappi:
noi non riusciremo mai a raccogliere le margherite solo come margherite,
perché fra i fiori e noi, fra te e me,
ci sarà sempre la Linea Maginot.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi
ci saranno sempre
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la Linea Maginot.

Izet Sarajlić

1955.

(Traduzione di Silvio Ferrari)

da “Chi ha fatto il turno di notte”, Einaudi, Torino, 2012

***

Linija Mažino

Između tebe i mene stajaće uvijek Linija Mažino,
između tebe i mene stajaće uvijek Sjen Minulih Stradanja,
Nebo Palih stajaće,
i moje najljubavnije pjesme pisane tebi podsjećaće te na barut,
na barut, na rovove, na zadimljeni front.

Između tebe i mene stajaće uvijek Linija Mažino,
između tebe i mene,
između svakog našeg aprila i nas,
između svakog našeg novembra i nas,
Sjen Minulih stradanja, Nebo Palih, Linija Mažino,
i nikad, nikad nećemo moći, ti i ja
da mislimo prosto o novim zavjesama
potrebnim da bi se naš mali stan rascvrkutao,
potrebnim da nas niko ne bi mogao vidjeti kad pijemo pitoma vina naše ljubavi,
da nas niko ne bi mogao vidjeti kad se vraćamo s naših uzaludnih bjekstava umorni,
da niko ne bi vidio naše tihe razloge zašto živimo.

Između tebe i mene stajaće uvijek Linija Mažino,
između tebe i mene, između nas, između sviju nas,
da nam govori kako su tako beznačajne nove zavjese u našem stanu
kako je tako smiješno nevažan neko ko bi nas mogao vidjeti kad volimo,
neko ko bi se mogao sažaliti na nas kad volimo.

Između tebe i mene stajaće uvijek Linija Mažino,
Sjen Minulih Stradanja, Nebo Palih, Linija Mažino.
Vozovi će nas odnositi u nostalgična proljeća naših novembrivih aprila
da bi se naš sumorni gradski teret misli
oplodio zelenilom tako potrebnim da se živi,
tako potrebnim da se voli,
tako potrebnim da se ljudski odlazi,
ali znaj:
mi nikad nećemo moći margarete brati prosto kao margarete,
jer između njih i nas, između tebe i mene
stajaće uvijek Linija Mažino.

Između tebe i mene stajaće uvijek Linija Mažino.
Između tebe i mene,
između svake naše želje i nas,
između svakog našeg odlaska i nas,
između svakog našeg sjećanja i nas
stajaće uvijek
Sjen Minulih Stradanja, Nebo Palih, Linija Mažino.

Izet Sarajlić

1955.

da “Knjiga oproštaja”, Rabić, Sarajevo, 1998

La dedica – Izet Sarajlić

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne, 1919, Metropolitan Museum of Art, New York

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne, 1919

 

Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perché non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare?

Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia.
L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,
perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare.

Tu sei una donna, piccola,
tu sei una piccola donna,
e un immortale agosto ti ha portato nelle mie ballate.
Resta col mio ti Amo che sopravviverà a tutte le mie
lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
Resta accanto ai miei occhi.

Sopravviveremo a noi stessi, non solo nel tumulo delle nostre tombe,
perché abbiamo saputo, abbiamo saputo, teneri e superbi,
fuggendo dai coltelli e dalle granate uccidere gli angeli in noi
continuando a restare angeli.

Posteri, cercateci qualche volta seguendo un filo rosso,
solo i nostri corpi giaceranno sotto la terra muta,
ma calpestate piano,
per non ferire le nostre labbra,
e per non pestare i nostri sguardi morti.

Izet Sarajlić

1955

(Traduzione di Silvio Ferrari)

da “Chi ha fatto il turno di notte”, Einaudi, Torino, 2012

∗∗∗

Posveta

Posvećujem ti svoje oči, svoje usne, svoje zube.
Pjesme? Šta ćeš od mojih pjesama pisanih jer nisam znao ćutati?
Šta ćeš od mojih pjesama koje ne mogu da te ljube?

Tako je dobro što nismo ni ptice ni bogomoljci u predvečerje
i što nemamo krila već ruke.
Posljednje što nas čeka ne može biti naša smrt,
jer želje naše krvi negdje su moraju nastaviti.

Ti si žena, mala,
ti si mala žena,
i jedan besmrtni avgust donio te u moje balade.
Ostani s mojim Volim koje će nadživjeti sve moje tužaljke, sve moje promjene.
Kraj mojih očiju ostani.

Nadživjećemo sebe, ne samo u humci svojih grobova,
jer znali smo, znali smo, nježni i oholi,
bježeći od noževa i granata ubiti u sebi anđele
i opet ostati anđeli.

Budući, potražite nas nekad u nekom crvenom traganju,
samo tijela naša ležaće pod nijemom zemljom,
ali gazite tiho,
da ne ranite naše usne,
i naše mrtve poglede da ne zgazite.

Izet Sarajlić

1955.

da “Knjiga oproštaja”, Rabić, Sarajevo, 1998

Nati nel ventitrè, fucilati nel quarantadue – Izet Sarajlić

Henri Cartier-Bresson, Unione Sovietica, 1954

Henri Cartier-Bresson, Unione Sovietica, 1954

 

Questa sera amiamo per loro.
Erano 28.
Erano cinquemila e 28.
Ce n’erano più di quanto amore ci sia mai stato in una poesia.
Ora sarebbero stati padri.
Ora non ci sono più.
Noi, che sui binari di un secolo abbiamo condiviso
le solitudini di tutti i Robinson del mondo,
noi, che siamo sopravvissuti ai carri armati e non abbiamo ucciso nessuno,
mia piccola grande,
questa sera amiamo per loro.
E non domandare se sarebbero potuti tornare.
E non domandare se sarebbe stato possibile tornare indietro mentre per l’ultima volta,
rosso come il comunismo, bruciava l’orizzonte dei loro desideri.

Sui loro anni che non hanno conosciuto l’amore, coperto di ferite e dritto,
è passato il futuro dell’amore.
Nessun segreto di erba appiattita.
Nessun segreto di camicette sbottonate.
Nessun segreto di mano stremata e giglio caduto.
Ci sono le notti,
c’è il filo di ferro,
c’è il cielo che si guarda
per l’ultima volta,
ci sono i treni che tornavano vuoti e tetri,
ci sono i treni e i papaveri,
e con essi, con i tristi papaveri
in un’estate da soldati,
con una mirabile voglia d’imitarli,
gareggia il loro sangue.
E intanto sui Kalemegdan e sulle Prospettive Nevskij,
sui Boulevards del Sud e i Quais degli Addii,
sui Campi dei Fiori e sui Ponti Mirabeau,
meravigliose anche quando non baciano,
aspettano le Anne, le Zoje, le Jeanettes.
Aspettano il ritorno dei soldati.
Se non tornano,
daranno ad altri le loro spalle bianche mai abbracciate.

Non sono tornati.
Sui loro occhi fucilati sono passati i carri armati.
Sui loro occhi fucilati,
sulle loro Marsigliesi mai cantate fino in fondo.
Sulle loro illusioni crivellate.

Ora sarebbero padri.
Ora non ci sono più.
All’adunata dell’amore aspettano ormai tombe.
Mia piccola grande,
questa sera amiamo per loro.

Izet Sarajlić

1953

(Traduzione di Sinan Gudzević  e Raffaella Marzano)

da “Qualcuno ha suonato”, Multimedia Edizioni, 2009

Quei due abbracciati – Izet Sarajlić

Henri Cartier-Bresson, Paris, 1958

Henri Cartier-Bresson, Paris, 1958

 

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gottlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.

Izet Sarajlić

2000

(Traduzione di Sinan Gudzević  e Raffaella Marzano)

da “Qualcuno ha suonato”, Multimedia Edizioni, 2009