La settima Elegia – Rainer Maria Rilke

Konstantin Korovin, By The Window, 1893, Lviv National Art Gallery, Lviv, Ukraine

Konstantin Korovin, By The Window, 1893, Lviv National Art Gallery, Lviv, Ukraine

     

     Non squillo piú di supplice richiesta
sia la natura del tuo grido, ormai,
o mia cresciuta voce!
È vero, sí: tu già lanciasti un grido
puro siccome il grido di un uccello,
quando nel suo fiorir la Primavera
lo scaglia in alto; e quasi si dismemora
ch’egli è dolente creatura viva:
e non soltanto un cuore, unico solo,
da frombolar dentro il sereno azzurro
nella piú fonda intimità dei cieli.
Oh, come lui, brameresti tu pure,
ebro cantando, esprimerti cosí
che — invisibile ancóra — ti avvertisse
l’amica tua silente; ed anche in lei
si risvegliasse, piano, una risposta
melodiosa,
scaldandosi al tepore di ascoltarti:
per avvamparla tutta, inorgoglita
di quel tuo stesso inorgoglir nel canto.
E ben la Primavera
t’intenderebbe, allora, risonando
ogni riposto angolo di un solo
alto sonar d’annunciazione, intorno…
Da prima, quello squillo,
piccolo, interrogante, che si leva
circondato dal crescere in silenzio
di un vasto, puro, affermativo giorno.
Gradini, poi… Reiterati appelli
su per le scale, che al sognato ascendono
tempio dell’avvenire…
Ed il gorghéggio, quindi: la fontana,
che già prevede e già promette, intanto
allo zampillo impetuoso il giuoco
del ricader mutevole, infinito…
E, innanzi a sé, l’estate.
Non i mattini dell’estate solo,
per quanto tutti… E non quel loro solo
mutarsi in giorno ed irraggiarsi in luce,
anzi l’aurora…
Né solo i giorni, trepidi d’attorno
ai fiori in basso; e in alto, intorno agli alberi
cresciuti ormai grandi robusti altieri…
E non la sola santità di queste
già dispiegate forze… E non le sole
strade; né i soli prati vespertini;
né, dopo il digradar dell’uragano,
la respirante chiarità dell’aure;
né, verso sera, il presagir soave
del sonno ormai vicino…
Ma le notti! Le notti! Quelle notti,
alte, d’estate… Ma le stelle tutte…
Tutte le stelle della terra, amiche.
Essere morti, un giorno. E pur, sapere
tutte le stelle, inesauribilmente…
Perché dimenticarle, oh come, come
potremmo noi?

     S’io ti chiamassi, amata, oh non verresti
tu solamente.
Ma dalle tombe fragili sorgendo,
altre fanciulle ancóra. E ristarebbero
diritte innanzi a me.
Ché l’impeto frenar non io potrei
del mio lanciato appello. E i trapassati
anelan sempre la perduta terra.
Quello che un giorno su, nel dolce mondo,
o fanciulle, ghermiste,
multipla forza ha in sé: di mille essenze.
Oh non crediate che il Destino vinca,
col suo spessore ignoto,
ciò che la fanciullezza in sé condensa!
Quante mai volte superaste voi,
anelando, l’amato: e, dopo l’impeto
della corsa beata, ancóra dentro
vi perdurava un ansimante anelito
verso l’immensa vanità del nulla,
verso gli aperti sconfinati spazii!
Vivere in terra, è una divina gioia.
Ed anche voi, fanciulle, lo sapete:
voi che, deluse, sembravate adesso
come affondar perdute
nei sordidi angiporti dei suburbii,
già putrescenti ed avviate ormai
all’ultimo declino…
Poi che un’ora vi fu (forse, neppure
un’ora piena: un attimo soltanto
da non commisurar con le misure
consuete del tempo; un solo istante
fra due rintocchi) — in cui ciascuna visse
interamente la sua vita; ed ebbe,
di quella vita sua, le vene colme.
Ma facilmente noi dimentichiamo
ciò che il beffardo riso del vicino
non ci conferma o non invidia a noi.
E lo vorremmo sollevare in alto,
per ostentarlo, — mentre solamente
elaborata dentro i nostri cuori,
la piú vistosa gioia, ecco, si arrende
e si disvela ignuda ad occhi umani.
In nessun luogo, che non sia nell’íntimo
piú profondo di noi,
è destinato, amata, a divenirci
intorno il mondo. E questa nostra vita
è un eterno fluir nel trasmutarsi.
E, sempre piú ridotta, a poco a poco
l’Appariscenza esterna si dilegua.
Colà, dove una volta consisteva
la ben compatta casa, ora, prorompe
obliqua una figura immaginaria,
tutta in rilievo di Pensiero puro,
quasi che ancóra nel cervello chiusa
dentro ci stesse.
Lo Spirito del tempo, oggi, si crea
vasti granai di forze senza forma,
come l’impulso che d’attorno attinge
— teso in orgasmo — dalle cose tutte.
Piú non conosce templi. E questo sperpero
del nostro cuore è il piú segreto acquisto
che in ogni giorno accumuliamo in noi.
Colà dove persiste e sopravvive
una di quelle prodigiose cose,
che un dí adorammo e che servimmo proni
sulle ginocchia, sopravvive assunta
nell’Invisibile.
E son ciechi di lei tanti mai sguardi:
ma senza in cuore la divina gioia
di poterla crear piú grande ancóra,
novellamente, con pilastri e statue,
entro il tempio dell’anima profonda.

     Ogni terrena oscura metamorfosi
conta di questi miserandi eredi,
cui ciò che avvenne piú non appartiene,
né il futuro appartiene. Una distanza
illimitata gli uomini separa
finanche dalle cose piú vicine.
Ma questa realtà non ci sgomenti!
Anzi, ci tempri a custodire intatto,
dentro di noi, l’archètipo già noto.
Sorse diritto un giorno in mezzo al mondo,
sotto gli urti del Fato tempestoso,
fra mète incerte ed ignorate vie;
e a sé piegava, dai sicuri cieli,
l’arco fulgente delle stelle amiche.
Angelo, e a te lo addito. Eccolo innanzi
allo stupore de’ tuoi sguardi intenti:
salvato alfine, e novamente eretto.
La sfinge di colonne e di piloni!
Il grigio impetuoso ripontare
su dalle nebbie, dritto incontro al cielo
d’una città straniera e moribonda,
della misteriosa Cattedrale.
Non fu prodigio? Angelo, stupisci!
Ché questo, siamo noi. Proclama tu,
che questo noi potemmo. A celebrarlo
non basta il mio respiro, Angelo immenso…
E pertanto, cosí, non rinunciammo
a quei prodighi spazii, a noi donati:
vasti di tale paurosa ampiezza,
che da millennii ormai, dei nostri cuori
non li ricolma l’impeto perenne.
…Una torre fu grande, non è vero?
Angelo, grande anche di fronte a te…
Fu grande, Chartres. E la divina Musica
trascendeva, su noi, la Cattedrale.
E una fanciulla innamorata, a notte,
alla finestra, sola, — non giungeva,
Angelo, insino alle ginocchia tue?
Oh non credere, no, ch’io mi rivolga
supplice a te, perché tu scenda in terra.
Se pur ti supplicassi, non verresti…
Ogni richiamo mio pieno soltanto
è di un turbine in fuga: e questa enorme
tempestosa corrente, non ti è dato,
Angelo, risalirla incontro a me.
Come un braccio proteso, è il grido mio.
E la sua mano che si scaglia in alto
schiusa a ghermire, ti rimane innanzi
aperta, dentro gl’infiniti spazii,
difesa e ammonimento, o Inafferrabile!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die siebente Elegie

     Werbung nicht mehr, nicht Werbung, entwachsene Stimme,
sei deines Schreies Natur; zwar schrieest du rein wie der Vogel,
wenn ihn die Jahreszeit aufhebt, die steigende, beinah vergessend,
daß er ein kümmerndes Tier und nicht nur ein einzelnes Herz sei,
das sie ins Heitere wirft, in die innigen Himmel. Wie er, so
würbest du wohl, nicht minder –, daß, noch unsichtbar,
dich die Freundin erführ, die stille, in der eine Antwort
langsam erwacht und über dem Hören sich anwärmt, –
deinem erkühnten Gefühl die erglühte Gefühlin.

     O und der Frühling begriffe –, da ist keine Stelle,
die nicht trüge den Ton der Verkündigung. Erst jenen kleinen
fragenden Auflaut, den, mit steigernder Stille,
weithin umschweigt ein reiner bejahender Tag.
Dann die Stufen hinan, Ruf-Stufen hinan, zum geträumten
Tempel der Zukunft –; dann den Triller, Fontäne,
die zu dem drängenden Strahl schon das Fallen zuvornimmt
im versprechlichen Spiel… Und vor sich, den Sommer.

     Nicht nur die Morgen alle des Sommers –, nicht nur
wie sie sich wandeln in Tag und strahlen vor Anfang.
Nicht nur die Tage, die zart sind um Blumen, und oben,
um die gestalteten Bäume, stark und gewaltig.
Nicht nur die Andacht dieser entfalteten Kräfte,
nicht nur die Wege, nicht nur die Wiesen im Abend,
nicht nur, nach spätem Gewitter, das atmende Klarsein,
nicht nur der nahende Schlaf und ein Ahnen, abends…
sondern die Nächte! Sondern die hohen, des Sommers,
Nächte, sondern die Sterne, die Sterne der Erde.
O einst tot sein und sie wissen unendlich,
alle die Sterne: denn wie, wie, wie sie vergessen!

     Siehe, da rief ich die Liebende. Aber nicht sie nur
käme… Es kämen aus schwächlichen Gräbern
Mädchen und ständen… Denn, wie beschränk ich,
wie, den gerufenen Ruf? Die Versunkenen suchen
immer noch Erde. – Ihr Kinder, ein hiesig
einmal ergriffenes Ding gälte für viele.
Glaubt nicht, Schicksal sei mehr, als das Dichte der Kindheit;
wie überholtet ihr oft den Geliebten, atmend,
atmend nach seligem Lauf, auf nichts zu, ins Freie.

     Hiersein ist herrlich. Ihr wußtet es, Mädchen, ihr auch,
die ihr scheinbar entbehrtet, versankt –, ihr, in den ärgsten
Gassen der Städte, Schwärende, oder dem Abfall
Offene. Denn eine Stunde war jeder, vielleicht nicht
ganz eine Stunde, ein mit den Maßen der Zeit kaum
Meßliches zwischen zwei Weilen –, da sie ein Dasein
hatte. Alles. Die Adern voll Dasein.
Nur, wir vergessen so leicht, was der lachende Nachbar
uns nicht bestätigt oder beneidet. Sichtbar
wollen wirs heben, wo doch das sichtbarste Glück uns
erst zu erkennen sich giebt, wenn wir es innen verwandeln.

     Nirgends, Geliebte, wird Welt sein, als innen. Unser
Leben geht hin mit Verwandlung. Und immer geringer
schwindet das Außen. Wo einmal ein dauerndes Haus war,
schlägt sich erdachtes Gebild vor, quer, zu Erdenklichem
völlig gehörig, als ständ es noch ganz im Gehirne.
Weite Speicher der Kraft schafft sich der Zeitgeist, gestaltlos
wie der spannende Drang, den er aus allem gewinnt.
Tempel kennt er nicht mehr. Diese, des Herzens, Verschwendung
sparen wir heimlicher ein. Ja, wo noch eins übersteht,
ein einst gebetetes Ding, ein gedientes, geknietes –,
hält es sich, so wie es ist, schon ins Unsichtbare hin.
Viele gewahrens nicht mehr, doch ohne den Vorteil,
daß sie’s nun innerlich baun, mit Pfeilern und Statuen, größer!

     Jede dumpfe Umkehr der Welt hat solche Enterbte,
denen das Frühere nicht und noch nicht das Nächste gehört.
Denn auch das Nächste ist weit für die Menschen. Uns soll
dies nicht verwirren; es stärke in uns die Bewahrung
der noch erkannten Gestalt. – Dies stand einmal unter Menschen,
mitten im Schicksal stands, im vernichtenden, mitten
im Nichtwissen-Wohin stand es, wie seiend, und bog
Sterne zu sich aus gesicherten Himmeln. Engel,
dir noch zeig ich es, da! in deinem Anschaun
steh es gerettet zuletzt, nun endlich aufrecht.
Säulen, Pylone, der Sphinx, das strebende Stemmen,
grau aus vergehender Stadt oder aus fremder, des Doms.

    War es nicht Wunder? O staune, Engel, denn wir sinds,
wir, o du Großer, erzähls, daß wir solches vermochten, mein Atem
reicht für die Rühmung nicht aus. So haben wir dennoch
nicht die Räume versäumt, diese gewährenden, diese
unseren Räume. (Was müssen sie fürchterlich groß sein,
da sie Jahrtausende nicht unseres Fühlns überfülln.)
Aber ein Turm war groß, nicht wahr? O Engel, er war es, –
groß, auch noch neben dir? Chartres war groß –, und Musik
reichte noch weiter hinan und überstieg uns. Doch selbst nur
eine Liebende –, oh, allein am nächtlichen Fenster…
reichte sie dir nicht ans Knie –?
                                                         Glaub nicht, daß ich werbe.
Engel, und würb ich dich auch! Du kommst nicht.
                                                         Denn mein
Anruf ist immer voll Hinweg; wider so starke
Strömung kannst du nicht schreiten. Wie ein gestreckter
Arm ist mein Rufen. Und seine zum Greifen
oben offene Hand bleibt vor dir
offen, wie Abwehr und Warnung,
Unfaßlicher, weitauf.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

Canto d’amore – Rainer Maria Rilke

Arnold Genthe, Julia Marlowe, ca. 1911

Arnold Genthe, Julia Marlowe, ca. 1911

   

   E come tratterrò l’anima mia,
perché la tua non sfiori?
Come la leverò verso altre sfere,
dove tu piú non sia?

   Oh, celarla vorrei presso qualcosa
che si smarrisse in buia solitudine,
in un angolo ignoto e silenzioso
che non vibrasse piú quando rivibrano
gli abissi tuoi!…

   Ma tutto ciò che appena ne disfiora,
ci prende insieme al pari dell’archetto
che da due corde trae solo una voce.

   Su qual strumento, ahimè, siamo noi tesi?
E chi lo regge e suona?… Oh melodia!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Liebes – Lied

Wie soll ich meine Seele halten, daß
sie nicht an deine rührt? Wie soll ich sie
hinheben über dich zu andern Dingen?
Ach gerne möcht ich sie bei irgendwas
Verlorenem im Dunkel unterbringen
an einer fremden stillen Stelle, die
nicht weiterschwingt,wenn deine Tiefen schwingen.
Doch alles, was uns anrührt, dich und mich,
nimmt uns zusammen wie ein Bogenstrich,
der aus zwei Saiten eine Stimme zieht.
Auf welches Instrument sind wir gespannt?
Und welcher Spieler hat uns in der Hand?
O süßes Lied.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

Notte d’amore – Ingeborg Bachmann

Edvard Munch, The Girl by the Window, 1893

Edvard Munch, The Girl by the Window, 1893

 

Ho ritrovato
in una notte d’amore
ritrovato

In una notte d’amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola. Ho imparato di nuovo a camminare,
sono andata alla finestra e ho detto fame e luce
e notte mi stava bene per luce.

Dopo una notte troppo lunga,
dormito di nuovo bene,
confidando,

nel buio parlavo più facilmente.
continuavo a farlo di giorno.
Muovevo le dita sul mio viso,
Non sono più morta.
Un cespuglio incendiato nella notte.
Il mio vendicatore si è fatto avanti e si chiamava vita.
Ho detto addirittura: lasciatemi morire e pensavo
senza timore alla morte più amata

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Silvia Bortoli)

da “Non conosco mondo migliore”, Guanda, Parma, 2004

∗∗∗

Wiedergefunden hab ich
in einer Nacht der Liebe
wiedergefunden

Nacht der Liebe

In einer Nacht der Liebe nach einer langen Nacht
habe ich wieder sprechen gelernt und ich weinte,
weil ein Wort aus mir kam. Ich habe wieder gehen gelernt,
ging bis ans Fenster und sagte Hunger und Licht
und Nacht war mir recht für Licht.

Nach einer zu langen Nacht,
wieder ruhig geschlafen,
im Vertrauen darauf,

Ich sprach leichter im Dunkeln.
sprach weiter am Tag.
Bewegte meine Finger in meinem Gesicht,
Ich bin nicht mehr tot.
Ein Busch, aus dem Feuer schlug in der Nacht.
Mein Rächer trat hervor und nannte sich Leben.
Ich sagte sogar: laß mich sterben, und meinte
furchtlos meinen lieberen Tod

Ingeborg Bachmann

da “Ich weiß keine bessere Welt: Unveröffentlichte Gedichte” Gebundene Ausgabe, 2000

La ottava Elegia – Rainer Maria Rilke

Ed Van Der Elsken, Tokio, 1981

Ed Van Der Elsken, Tokio, 1981

   

   È l’animale, tutto, nello sguardo
vólto all’Aperto:
fuori del tempo, nello spazio immenso.
Ma gli occhi abbiamo, noi, come riversi:
e tesi, al par di reti, a imprigionare
il suo libero passo.
Lo spazio immenso, che trascende il tempo,
solo riflesso dal suo vólto intento,
si svela a noi.
Poi che il fanciullo tenero volgiamo
súbito indietro; e lo forziamo già
a rimirare il mondo delle forme;
ma non l’Aperto, che profondo spazia
in ogni vólto d’animale ignaro:
e non lo sfiora il senso della morte.
Noi non abbiamo, ahimè, dinanzi agli occhi
se non la morte.
L’animale ha la morte dietro sé:
e a sé davanti, Dio.
Quando cammina, nell’Eterno incede.
Come incedono i fiumi.
Noi non abbiamo innanzi, un giorno solo,
il puro spazio in cui sbocciano i fiori
inesauribilmente.
Tutto, d’intorno, ai nostri sguardi, è Mondo.
Non mai, lo spazio sterminato etèreo,
incustodito e intatto,
che si respira; e che, infinitamente
intuito, si sa, — senza bramarlo.
Da bimbi, ci si sperde in quello spazio,
scossa in silenzio l’anima beata.
O vi si entra, quando agonizziamo,
e si diventa spazio a poco a poco.
Ché non è dato ravvisar la morte,
come ci giunge accanto:
sbarriamo gli occhi fuori di noi stessi,
con uno sguardo d’animale, — immenso.
Gli Amanti, — ove non fossero, tra loro,
schermo e muraglia — all’insueto Aperto,
stupefatti, sarebbero vicini.
Capzioso, si schiude dietro ognuno.
Ma, l’altro, non vi evade. E novamente,
intorno a entrambi, si richiude il mondo.
Al creato rivolti senza posa,
nel creato vediamo rispecchiarsi
l’etèreo spazio: ma nel suo riverbero,
che si appanna di noi.
Leva talvolta un animale, muto,
il suo sguardo tranquillo.
E ci percorre dentro, in ogni fibra.
Essere a fronte, eternamente a fronte
di un concretato mondo: ecco il Destino.
Se una coscienza fosse, — una coscienza
come la nostra — nel sicuro e calmo
animale che viene ad incontrarci,
oh noi saremmo trascinati dentro
quel suo vagare!… Ma, per lui, l’esistere
è senza fine. Spento; e inconcepibile
dalla luce degli occhi. Immacolato,
come il suo sguardo. E dove noi scorgiamo
il futuro e non altro, egli ravvisa
il Tutto immenso; e se stesso — in quel Tutto —
salvo e redento per l’eternità.
Ma vive tuttavia, nell’animale
vigile e caldo,
il peso, in ansia, d’una grande angoscia.
Ché mai non lo abbandona la memoria
d’essere stato piú vicino, un tempo,
al mondo ch’egli anela di raggiungere:
a quello avvinto in fedeltà piú stretta,
con nodi di dolcezza senza fine.
Tutto è distanza qui, ciò che respiro
era colà. Dopo quel primoasilo,
gli appare infido questo: e tempestato
da vènti avversi.
Felicità divina dell’ insetto,
che rimane, per sempre, dentro il grembo,
onde nasceva: nello spazio immenso.
O díttero, che dentro vi saltelli,
pur quando giunge il tempo delle nozze!
Il grembo è tutto. E malsicuri avventano
gli uccelli il volo, — poiché, già nascendo,
sanno le sorti entrambe,
quasi fossero anime di Etruschi
vaporate entro l’urna dello spazio
con la figura in sonno sul coperchio.

   Oh la tremenda angoscia dell’alato,
costretto al volo, anche se proviene
dall’angustia di un grembo!
Il suo terrore di se stesso solca
sinistramente l’ètere, guizzando:
e par l’incrinatura,
che fende la purezza d’una coppa.
Non il volo, cosí, del pipistrello
strappa la porcellana della sera?

Spettatori in eterno e in ogni dove,
rivòlti verso il Tutto, e incatenati
entro le sue prigioni,
l’universo ci colma: e in noi trabocca.
Lo rassettiamo. E ci si sfascia in pezzi.
Lo si raggiusta. E l’universo frana.
… E noi franiamo insieme.
Chi mai ci deformò, chi ci stravolse
cosí, che sempre ripetiamo il gesto
di prendere congedo?
Come quei che sull’ultima collina,
onde si schiude il prodigioso incanto
della valle beata,
sosta e si volge indietro a riguardare
cosí viviamo noi la nostra vita
in una serie di commiati, eterna.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die achte Elegie

Rudolf Kassner zugeeignet

Mit allen Augen sieht die Kreatur
das Offene. Nur unsre Augen sind
wie umgekehrt und ganz um sie gestellt
als Fallen, rings um ihren freien Ausgang.
Was draußen ist, wir wissens aus des Tiers
Antlitz allein; denn schon das frühe Kind
wenden wir um und zwingens, daß es rückwärts
Gestaltung sehe, nicht das Offne, das
im Tiergesicht so tief ist. Frei von Tod.
Ihn sehen wir allein; das freie Tier
hat seinen Untergang stets hinter sich
und vor sich Gott, und wenn es geht, so gehts
in Ewigkeit, so wie die Brunnen gehen.
   Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt. Als Kind
verliert sich eins im Stilln an dies und wird
gerüttelt. Oder jener stirbt und ists.
Denn nah am Tod sieht man den Tod nicht mehr
und starrt hinaus, vielleicht mit großem Tierblick.
Liebende, wäre nicht der andre, der
die Sicht verstellt, sind nah daran und staunen…
Wie aus Versehn ist ihnen aufgetan
hinter dem andern… Aber über ihn
kommt keiner fort, und wieder wird ihm Welt.
Der Schöpfung immer zugewendet, sehn
wir nur auf ihr die Spiegelung des Frein,
von uns verdunkelt. Oder daß ein Tier,
ein stummes, aufschaut, ruhig durch uns durch.
Dieses heißt Schicksal: gegenüber sein
und nichts als das und immer gegenüber.

Wäre Bewußtheit unsrer Art in dem
sicheren Tier, das uns entgegenzieht
in anderer Richtung –, riß es uns herum
mit seinem Wandel. Doch sein Sein ist ihm
unendlich, ungefaßt und ohne Blick
auf seinen Zustand, rein, so wie sein Ausblick.

Und wo wir Zukunft sehn, dort sieht es Alles
und sich in Allem und geheilt für immer.
Und doch ist in dem wachsam warmen Tier
Gewicht und Sorge einer großen Schwermut.
Denn ihm auch haftet immer an, was uns
oft überwältigt, – die Erinnerung,
als sei schon einmal das, wonach man drängt,
näher gewesen, treuer und sein Anschluß
unendlich zärtlich. Hier ist alles Abstand,
und dort wars Atem. Nach der ersten Heimat
ist ihm die zweite zwitterig und windig.
   O Seligkeit der kleinen Kreatur,
die immer bleibt im Schooße, der sie austrug;
o Glück der Mücke, die noch innen hüpft,
selbst wenn sie Hochzeit hat: denn Schooß ist Alles.
Und sieh die halbe Sicherheit des Vogels,
der beinah beides weiß aus seinem Ursprung,
als wär er eine Seele der Etrusker,
aus einem Toten, den ein Raum empfing,
doch mit der ruhenden Figur als Deckel.
Und wie bestürzt ist eins, das fliegen muß
und stammt aus einem Schooß. Wie vor sich selbst
erschreckt, durchzuckts die Luft, wie wenn ein Sprung
durch eine Tasse geht. So reißt die Spur
der Fledermaus durchs Porzellan des Abends.

Und wir: Zuschauer, immer, überall,
dem allen zugewandt und nie hinaus!
Uns überfüllts. Wir ordnens. Es zerfällt.
Wir ordnens wieder und zerfallen selbst.

Wer hat uns also umgedreht, daß wir,
was wir auch tun, in jener Haltung sind
von einem, welcher fortgeht? Wie er auf
dem letzten Hügel, der ihm ganz sein Tal
noch einmal zeigt, sich wendet, anhält, weilt –,
so leben wir und nehmen immer Abschied.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

Silenzio – Rainer Maria Rilke

Alessio Albi, Mirror, 2015

Alessio Albi, Mirror, 2015

     

     Lo senti, amore?… Le mani sollevo,
ed è nell’aria — lo senti? — un fruscío.

     Entro la solitudine, perviene
come un suono ogni gesto
alle cose che origliano mute.

     Lo senti, amore?… Le palpebre inclino
e ti raggiunge un novello fruscío.

     Lo senti, amore?… Ridesto, le schiudo…
Oh perché mai non ti vedo, amor mio?

     D’ogni piú lieve mio gesto, rimane
come un’impronta tenace, che appare
nel serico silenzio.
Ogni piú labile moto s’incide
entro il velario disteso dell’ètere,
imperituro.

     Col mio respiro, in un ritmo, le stelle
via per il cielo discendono, salgono.
Alle mie labbra l’olezzo dei fiori
giunge qual filtro, che immemore bevo.
E riconosco tralucer nell’ombra
d’angeli ignoti un lontano accennare.

     Questo, e non altro, sognando ripenso…
Piú non mi avveggo, Diletta, di te…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Il libro delle immagini, 1902”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die Stille

Hörst du, Geliebte, ich hebe die Hände –
hörst du: es rauscht …
Welche Gebärde der Einsamen fände
sich nicht von vielen Dingen belauscht?
Hörst du, Geliebte, ich schließe die Lider,
und auch das ist Geräusch bis zu dir,
hörst du, Geliebte, ich hebe sie wieder …
… Aber warum bist du nicht hier.

Der Abdruck meiner kleinsten Bewegung
bleibt in der seidenen Stille sichtbar;
unvernichtbar drückt die geringste Erregung
in den gespannten Vorhang der Ferne sich ein.
Auf meinen Atemzügen heben und senken
die Sterne sich.
Zu meinen Lippen kommen die Düfte zur Tränke,
und ich erkenne die Handgelenke
entfernter Engel.
Nur die ich denke: Dich
seh ich nicht.

Rainer Maria Rilke

da “Das Buch der Bilder”, Leipzig: Insel Verlag, 1917

«Prodighi d’astri, cieli traboccanti» – Rainer Maria Rilke

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

34.

Prodighi d’astri, cieli traboccanti
splendono sull’affanno. Tu non piangere
tra i cuscini, ma verso l’alto. Qui
già dal tuo volto in lacrime, estenuato,
ha inizio e si propaga il rapinoso
spazio del mondo. Chi, se ti protendi
ad esso, chi interrompe la corrente?
Nessuno. Se non forse tu che a un tratto
lotti col flusso immenso di quegli astri
incontro a te. Respira il buio della terra,
respira e ancora alza lo sguardo! Ancora
leggera e senza volto la profondità posa
su te dall’alto. Il volto che la notte
contiene in sé disciolto, al tuo dà spazio.

Rainer Maria Rilke

Parigi, aprile 1913

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

***

34.

Überfließende Himmel verschwendeter Sterne
prachten über der Kümmernis. Statt in die Kissen,
weine hinauf. Hier, an dem weinenden schon,
an dem endenden Antlitz,
um sich greifend, beginnt der hin-
reißende Weltraum. Wer unterbricht,
wenn du dort hin drängst,
die Strömung? Keiner. Es sei denn,
dass du plötzlich ringst mit der gewaltigen Richtung
jener Gestirne nach dir. Atme.
Atme das Dunkel der Erde und wieder
aufschau! Wieder. Leicht und gesichtslos
lehnt sich von oben Tiefe dir an. Das gelöste
nachtenthaltne Gesicht giebt dem deinigen Raum.

Rainer Maria Rilke

da “Letzte Gedichte und Fragmentarisches”, Insel-Verlag, 1930

Canto alla durata – Peter Handke

Donata Wenders, Peter Handke I, Chaville, France, 2009

Donata Wenders, Peter Handke, Chaville, France, 2009

In ricordo di René Kalisky,
poco tempo dopo essere passato
davanti alla sua abitazione abbandonata

 

È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata,
non un saggio, non un testo teatrale, non una storia –
la durata induce alla poesia.
Voglio interrogarmi con un canto,
voglio ricordare con un canto,
dire e affidare a un canto
cos’è la durata.

Quante volte ho avvertito la durata
nei primi segni di primavera alla Fontaine Sainte-Marie,
nel vento notturno della Porte d’Auteuil,
nel sole estivo del Carso,
nell’incamminarmi all’alba verso casa dopo un’intesa.

Quel senso di durata, cos’era?
Era un periodo di tempo?
Qualcosa di misurabile? Una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la piú fugace di tutte le sensazioni,
spesso piú veloce di un attimo,
non prevedibile, non controllabile,
inafferrabile, non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
e disarmarlo
e se mi considerava un uomo malvagio
l’avrei convinto a pensare:
«Egli è buono!»
e se esistesse un Dio
sarei stato la sua creatura
finché provavo quella sensazione della durata.

Proprio ieri nel Waagplatz a Salisburgo
nel frastuono della folla sempre intenta a far la spesa,
udendo una voce
come proveniente dall’altra parte della città
chiamare il mio nome,
mi sono accorto in quello stesso istante
di aver dimenticato su una bancarella
il testo della Ripetizione
che stavo portando alla posta
e nel tornare indietro di corsa ho sentito quell’altra voce
che un quarto di secolo prima
nel silenzio notturno di un sobborgo di Graz,
dall’altro capo di una lunga strada diritta e deserta,
si era rivolta a me con eguale premura e come dall’alto
e mi venne cosí di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto,
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
in cui ci si sente avvolgere,
il momento in cui ci si sente raggiungere
da cosa? Da un sole in piú,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono assieme.

«Ci vogliono giorni, passano anni»:
Goethe, mio eroe
e maestro del dire essenziale,
anche questa volta hai colto nel segno:
la durata ha a che fare con gli anni,
con i decenni, con il tempo della nostra vita:
ecco, la durata è la sensazione di vivere.

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

Necessario invece distinguere:
neanche «i prodigi mirabili dell’attimo,
nemmeno loro sanno generare ciò che dura
e appaga con la forza della quiete».

Hubert e Felix, l’estate scorsa
costeggiando la Turchia con una barca a vela
avevano gettato l’ancora in una piccola insenatura
per raggiungere la riva con il canotto.
Era – come per tutte e due le settimane –
una giornata senza nubi, calda e leggermente ventosa
e ci eravamo incamminati verso la baia vicina risalendo una collina.
Per strada raccolsi salvia selvatica e mentuccia
con cui poi Felix, candido e bravissimo cuoco,
piú tardi in barca avrebbe insaporito l’astice.
Sull’altra baia vi era un albero di mandorle
dai gusci semiaperti come cozze all’aria.
Mi arrampicai sull’albero per scuoterne i rami
e quello scroscio e quel grandinio sul terreno là sotto
ancora oggi, tornato nella fredda aria continentale,
mi risuonano nelle orecchie.
Tutti e tre nuotammo poi in quel mare color vino,
beati e anche un po’ imbarazzati da tanta beatitudine.
Sulla via del ritorno cogliemmo l’uva
da una vite che saliva intrecciandosi attorno agli alberi della manna,
cogliemmo fichi gialli e bluastri
attorniati da calabroni ronzanti,
assediati da caproni invidiosi di quei frutti,
cogliemmo non ancora mature le melagrane con la corona,
insegne della nostra presenza pura,
cogliemmo i frutti lunghi e scuri del carrubo
dai semi lucidi e durissimi simili a lenticchie
e tornammo con le mani piene di tutto quello
che doveva essere l’epilogo di un pasto straordinario
alla nostra riva
per restarvi ancora a lungo
volgendo lo sguardo verso la barca coperta dal tendale per il sole
e poi d’intorno verso l’interno del paese tremolante di calura
col suo frinire di cicale,
con la rovina di una chiesa bizantina,
il sarcofago licio
– una barca di pietra arenata con la chiglia all’insú
quasi irriconoscibile fra le altre forme di roccia –
e le coperte scure
dei nomadi estivi d’oggi
stese tra le fronde degli alberi,
– nelle narici il profumo delle erbe
e il lezzo
dei resti putrefatti
– le zampe, il sangue, le pelli, –
degli agnelli macellati per noi turisti,
ascoltando il gorgoglio di una fontana
ed il ronzio di un nugolo
di sottili calabroni turchi intorno all’acqua.
Straordinaria mattinata quella,
e ti ho capito allora, Hubert,
appassionato di miti e di confronti,
quando hai definito «biblico» quel luogo:
non occorreva comparissero
i profeti e Rachele alla fonte –
la scena parlava da sé.
Ma la mia commozione e la mia gratitudine
non erano pure:
erano turbate da un’angoscia,
da una malinconia e da un dolore
che mi impietrivano.
Mi sembrava di essere fuori dal mondo,
scacciato per sempre,
come se con questi attimi avessi perduto
il diritto di essere in vita.
Mi sembrava di morire,
ma non di felicità.
Avrei voluto cacciare la testa nell’elica di una barca
cosí come una volta avevo voluto
passare con la testa attraverso la vetrata di una torre panoramica
e separarmi in tal modo dalla bellezza,
dalla terra, dal paradiso,
dalla città santa di Sion, dall’amore ingannevole.
E questo stato d’animo non passava.
Per il resto del viaggio restai assente,
gli occhi sbarrati dallo sgomento,
il cuore un maligno debole battito,
soltanto uno spettro di vita, come tante altre volte mentre lavoro
nel cantuccio quotidiano
chino sulle parole,
sulle definizioni piú antiche,
le parole primigenie di Eschilo, figlio dell’uomo:
«la terra madre di ogni cosa», «il ridere infinito delle onde del mare»
al chiarore rinnovantesi
del nostro «balenio» attraverso il suo vecchio «occhio d’astro» greco.
No, quel giorno provando tutto questo capivo
che al miracolo mancava la durata.
Ero riuscito sí a fermare l’attimo,
ma nemmeno cosí
avevo qualche diritto su di lui.
A casa, subito a casa, pensavo,
tornare nel povero giardino
con la sua erba alta dalle spighe grigie,
le spore del dente di leone (con un resto raggrinzito del suo fiore),
con le sue ortiche (covo di farfalle) e il viluppo sempre piú intricato delle loro radici
e le gocce di rugiada turgide
con la loro pellicola argentea tutta tesa
nelle foglie ad imbuto dell’erba stella
che avevo abbandonato
per questo splendore mediterraneo non destinato a me,
perdendomi la fioritura della malva azzurrina, della malva rossa, delle minuscole bianche labbra del timo,
il maturare dei grappoli di sambuco
(il cespuglio pieno di merli che becchettano),
dei cespugli di nocciole con il loro collare increspato
(il cespuglio pieno di scoiattoli che sputacchiano),
delle pere regina
(l’albero invaso da un brulichio di vespe,
il terreno pieno di lumache che sbavano)
e anche il frusciare autunnale
delle prime foglie secche dell’albero di noce.
Ancora una volta ho capito
che l’estasi è sempre un che di troppo,
è la durata invece la cosa giusta.

Eppure l’accenno al giardino di casa
non vuol significare
che si possa raggiungere la durata
con una residenza stabile
e con le abitudini.
È vero che essa deriva da atti quotidiani ripetuti
attraverso gli anni,
ma non dipende dalla permanenza in un luogo
e da itinerari consueti.
Mai ho sentito la durata
standomene al mio solito posto
– in quello star seduto in silenzio
che si dice faccia diventare «santi» –,
mai ho sentito la durata
seduto a un tavolo riservato ai clienti abituali
– i relativi cartellini,
con tutto il rispetto per le trattorie,
mi sono insopportabili –,
non ho mai sentito la durata
consumando le «pietanze favorite»,
ascoltando la «canzone preferita»,
passeggiando lungo la «mia» strada.

Certo, la durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità,
ma non è un’avventura dell’ozio,
non è un’avventura del tempo libero (per quanto attivo).

È dunque connessa col lavoro,
con la fatica, con l’impegno, con la continua disponibilità?
No, perché se avesse una regola
richiederebbe allora un paragrafo
e non una poesia.
Io infatti l’ho vissuta anche viaggiando,
sognando, tendendo l’orecchio,
giocando, contemplando,
in un campo sportivo, in una chiesa,
in molti pissoirs.

Vorrei avvicinarmi comunque
all’essenza della durata,
potervi accennare, parlarne nel modo giusto,
farla vibrare,
quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio.
Eppure in un primo momento mi viene di intonare
soltanto una litania fatta di singole parole:
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine,
albeggiare, imbrunire, benda sterile, accordo.

Sulla durata non si può fare alcun affidamento:
nemmeno la persona religiosa
che va ogni giorno a messa,
neppure chi è paziente, l’artista dell’attesa,
nemmeno colui che ti è fedele
e che senza esitazioni sarà sempre con te,
può averne la certezza per tutta la vita.
Credo di capire
che essa diventa possibile solo
quando riesco
a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
quando riesco a essere cauto,
attento, lento,
sempre del tutto presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
Essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
E questa non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovrumana,
non è guerra, non è un allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.

Sí, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa piú importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa piú importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo.

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri primi sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso senso del tempo di quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo ad unirci
dopo esserci uniti
giacendo cosí per anni
fianco a fianco, il respiro nel respiro
uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.
I tuoi capelli lisci diventarono ricci,
i tuoi occhi chiari diventarono scuri,
i tuoi denti grandi si fecero piccoli.
Sulle tue labbra tese
apparve un disegno fine e delicato,
sul mento sempre liscio
scoprii al tatto una fossetta che prima non c’era
e i nostri corpi invece di farsi male a vicenda
diventavano giocando uno solo,
mentre sulla parete della stanza
alla luce dei lampioni
si muovevano le ombre dei cespugli dei giardini d’Europa,
le ombre degli alberi d’America,
le ombre degli uccelli notturni di ogni dove.

Eppure la durata
non è legata all’amore tra i sessi.
Essa può in egual modo
avvolgerti nel continuo esercizio dell’amore per tuo figlio
e anche in questo caso non certo con le coccole,
i baci, le carezze,
ma anche qui soltanto attraverso cose secondarie,
arrivando alla strada maestra per vie traverse,
l’atto d’amore
per cui servendolo lasci in pace il tuo bambino.
La durata accanto a tuo figlio
rivive forse
nei momenti di ascolto paziente,
nell’attimo in cui tu
con lo stesso gesto accurato
col quale dieci anni fa
appendevi all’attaccapanni
il cappotto azzurro con cappuccio «taglia bambino»,
adesso appendi una giacca di pelle scura «taglia adulto»
a un attaccapanni diverso in una città diversa,
la durata con tuo figlio
ti può cogliere
ogni volta che rinchiuso da ore nella stanza
con un lavoro che ti sembra utile,
senti quello che nel silenzio ancora mancava alla giustezza del tutto,
il rumore della porta che si apre,
segno del suo ritorno a casa,
che in quel momento a te,
il piú sensibile ai rumori tra i sensibili ai rumori,
se proprio in quel momento stavi attento,
risuona come la musica piú bella.
E tu senti la durata con il tuo discendente
nel modo piú intenso forse
quando ti rendi invisibile
osservandolo di nascosto lungo la strada di ogni giorno,
quando precedi l’autobus in cui è salito
per poi veder passare,
tra una fila di estranei dietro al finestrino
quell’unico viso familiare
o quando semplicemente ti immagini da lontano
di vederlo fra gli altri, protetto dagli altri,
rispettato dagli altri
nella calca della metropolitana.

Per questi momenti della durata
il canto si concede un’espressione particolare:
essi ti coronano di stelle.

Ma anche continuare per anni a essere ben disposto nei tuoi confronti
può darti durata.
Sapermi guardare amichevolmente negli occhi
talvolta mi assolve.
Essere capace di pensare al bambino
che ero,
significa già ritrovarlo.
Essere indulgente con i miei difetti
(non con i miei eccessi)
rabbonirmi, se mi viene fatto un torto,
come mio unico parente,
battermi il petto
in trionfo per una parola felice
al posto giusto
e urlare un «sí» nella foresta della mia stanza
può ringiovanirmi
come una bottiglia di prelibatissimo vino
(con effetto però diverso).

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto piú toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi,
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno piú diverse,
la teiera e la sedia di vimini
per anni lasciata in cantina
o accantonata da qualche parte
e ora finalmente di nuovo al suo posto,
un altro, in verità, diverso da quello originario
e tuttavia al suo posto.

E infine:
felice chiunque abbia i propri luoghi della durata!
Egli, anche se venisse portato lontano
senza prospettive di ritorno nel suo mondo,
non sarà piú un esule.

E anche i luoghi della durata non rifulgono di splendore,
spesso non sono nemmeno riportati sulle carte
oppure sono senza nome.

Il «lago di Griffen» è del tutto sconosciuto a chi viene da fuori,
ma anche certi bambini del mio paese nativo
oggi non sanno piú
che nelle loro vicinanze vi è un lago
di cui tra le due guerre
esistevano ancora cartoline con ninfee
e la stampigliatura «Griffen sul lago di Griffen».
E tuttavia questo stagno che va prosciugandosi
e che ben presto dovrebbe sparire
– cosí pensano i progettisti dell’autostrada –,
è per me un grande luogo della durata.
Da bambino vi accompagnavo il nonno
a tagliare foraggio.
Il lago si trovava dopo la strada asfaltata
e poi oltre la «strada vecchia» di ghiaia,
celato in un avvallamento ai piedi di quella montagna
che dà il nome a una battaglia del Medioevo
«la battaglia del Wallersberg»
e che tantissime volte ho esplorato
cercando resti arrugginiti di armi
di quel quattordicesimo secolo.
Ci staccavamo dalla riva
su una barchetta quasi quadrata
che in dialetto si chiamava Schinakel
e con una pertica ci inoltravamo tra i fitti giunchi sino al punto
dove si estendeva la zona che avevamo in affitto
e dove c’erano quelle piante acquatiche verdognole e succose
da noi chiamate Hasch, uno dei mangimi preferiti dalle mucche,
che dà un buon sapore al latte.
In questo momento ne ho un gambo, essiccato da tempo,
accanto a me sulla scrivania
raccolto in tutt’altro lago,
il lago di Doberdò vicino a Trieste,
l’unico lago del Carso.
E questo gambo nelle mie mani scricchia
e io sento di nuovo le prime gocce di pioggia di allora
cadere nella nostra barchetta.
È maculato o forse soltanto muffito
e appena lo rompo
ne esce fuori polvere
con un odore dolce, piú dolciastro di qualsiasi paglia
e che mi fa sentire ancora adesso il ruminare dei manzi.
Quei raccolti si facevano d’estate all’alba
con la falce
e durante una di queste uscite
a casa la moglie malata di quel vecchio
aveva esalato in silenzio il suo ultimo respiro.
Col tempo la barchetta faceva acqua
e dalle fessure filtrava fanghiglia nera
con dentro sanguisughe
che il nonno applicava al bambino e a se stesso
sulle gambe da servo tutte bianche
perché faceva bene:
e si aspettava il momento
in cui quelle bestie piccole come vermi
incollate alla pelle
si attaccavano con una forte puntura
rigonfiandosi a vista d’occhio
per diventare piú grandi di lumache senza guscio.
Oggi il ruscello che attraversa il lago è canalizzato
e quello che resta dello stagno
è celato alla vista da giunchi e sterpaglie.
La barchetta di famiglia ha attraversato il confine
ed è arrivata sino al lago di Doberdò, ovvero nello sloveno del luogo Doberdobsko jezero,
dove è un bastone di ontano a servire da remo
e gli insetti che corrono veloci sull’acqua sostituiscono le sanguisughe.
Tuttavia su entrambi questi laghi regna
lo stesso soave silenzio della durata
e tutte le volte che posso vado in pellegrinaggio di qua o di là.
Nel silenzio di questi laghi
so cosa faccio
e sapendo cosa faccio
so chi sono.
Sto sulle loro rive
con occhi e orecchi aperti
e lascio che cali la sera.
Vari sono i rumori degli uccelli acquatici
grazie ai quali il silenzio diventa piú vasto.
Io imparo dal silenzio.
Nel folto, impresse nel terreno fangoso,
profonde tracce di animali.
Un giorno, nel mio amore per il lago di Griffen,
risalivo a grandi passi il torrentello che lo attraversa
– per passare il lago non c’è altra via –
e intorbidivo con i miei passi l’acqua limpida;
nubi di sabbia risalivano dal fondo
rilucenti di mica
sino a cingermi i fianchi,
granellini d’argento, forse destinati
al Mar Nero.

Invece,
al contrario di questo lago che va sparendo,
la Porte d’Auteuil è indicata su ogni pianta di Parigi:
è importante perché è una delle porte occidentali della città,
ma per me con gli anni è diventata molto di piú.
Numerose strade urbane da est, nord e sud
confluiscono qui in una larga piazza a curva
che si attraversa per andare
verso Boulogne, Saint-Cloud e Versailles
e di lí in Normandia e al mare,
come preannunciano senza posa
l’ininterrotto fragore e il rimbombo del traffico
– e anche lo sferragliare di vecchi treni in una piccola stazione di testa –
sotto quel cielo ai margini della città,
mentre ciò che si vede oltre la piazza
a tutta prima è solo il Bois de Boulogne
con i suoi pinastri, cedri e platani altissimi,
come se la Porte d’Auteuil fosse un passaggio immediato
dalla metropoli alla foresta tropicale.
Anche questo posto lontano da casa
è diventato, come il lago di Griffen,
un mio luogo di pellegrinaggio laico
dove di tanto in tanto mi reco
perché qui mi aspetto il prodigio della durata
(senza ovviamente esserne certo).
Per la vicinanza dello stadio del Parco dei Principi
e dell’ippodromo
la Porte d’Auteuil non ha niente di tipicamente parigino;
la «Epsom Tavern» è un locale di periferia,
c’è un negozio di articoli sportivi dopo l’altro
e quei possenti tetri casermoni borghesi
potrebbero stare a Milano.
Questo posto è
– premessa forse dell’evento della durata? –
un perfetto modello dell’ogni dove.
La notte, mentre l’acqua scorre nelle cunette,
sui platani penzolano come palline le infruttescenze,
i cespugli di ligustro stormiscono
e nello spazio nero della notte
incessanti scattano
i colori dei semafori
come un flipper
con cui non mi stanco mai di giocare
e da ogni direzione sfrecciano come prendendo aria
le macchine e gli autobus
con i loro fanali francesi gialli
e chi osserva sente sotto la pianta dei piedi
tremare l’asfalto.
Pur essendo venuto in questo luogo
soltanto a trent’anni,
per me è come se qui avessi trascorso la mia giovinezza
e continuassi ancora a passarla qui
e anche tutte le avversità
– il mio girovagare attorno alla piazza con la paura nel cuore,
i carri armati che rintronano durante le feste nazionali
e solcano e lacerano il manto stradale,
i tifosi di calcio ubriachi attaccati alle loro bottiglie di whisky,
un automobilista
che salta fuori dalla sua vettura
per puntare la pistola contro il suo avversario –
non riescono a togliermi la fiducia in questo luogo della durata.
Desidero sentirvi spesso l’afflato della durata.

Ma il luogo principale della durata per me
è la Fontaine Sainte-Marie
nel bosco ai margini di Clamart e Meudon.
Sgorga in una radura del bosco,
in un triangolo d’erba formato da vie che si incrociano,
con una piccola trattoria sullo sfondo, un locale con giardino,
una costruzione in pietra tinteggiata di rosso all’esterno,
accogliente all’interno,
da cui d’estate e d’inverno si può vedere la sorgente,
la radura e una strada rialzata di terra gialla
che va verso l’orizzonte.
Se mi chiedessero dove sia per me il centro del mondo
direi la Fontaine Sainte-Marie.
E in effetti essa è un centro;
vi facevo sempre una sosta
passando per il bosco
quando venivo dal sobborgo di Clamart
per andare al sobborgo successivo di Meudon
a prendere la bambina a scuola
e ora rifaccio quel percorso
ogni volta che posso.
Nella vicina Parigi scorre la Senna,
le acque scorrono nelle cunette,
ma per il resto tutt’intorno nulla.
Quei pochi ruscelli d’un tempo
scorrono sotterranei ricoperti dal cemento.
Nella Fontaine Sainte-Marie
ho trovato l’unica sorgente di questa metropoli,
l’unico rivolo vivo, naturale.
Quando mi avvicino a questo luogo,
mai scendendo da un veicolo,
sempre a piedi,
già sul limitare del bosco
posso sperare nell’incanto
in cui ogni mio rimuginare si dissolve
e il mio pensare diviene un puro riflettere sul mondo.
Le chiacchiere dentro di me,
un tormento fatto di molte voci,
lasciano il campo alla meditazione,
una sorta di silenzio redentore,
dal quale poi arrivando in quel luogo
s’innalza un pensiero esplicito, il mio pensiero piú elevato:
salvare, salvare, salvare!
In una scossa cosí dolce quanto violenta
gli occhi si spalancano,
sento uno stridio negli orecchi
e celebro nella radura
la festa del ringraziamento per l’esistenza di questo luogo.
Il doberman nero ripiegandosi sulle zampe
può ora tranquillamente fiutarmi dietro le ginocchia.
In certi giorni la trattoria è chiusa,
in certe stagioni la sorgente è asciutta,
– forse presto finirà per sempre sotto il cemento –,
ma questo non ha nessuna importanza:
eccolo qui, il luogo della durata
dove io, allora come adesso, descrivo la mia parabola,
la terra raffigurata dal cespuglio di nocciolo adorno di amenti
agli inizi di primavera,
l’umanità rappresentata dalla donna
che sulla strada rialzata davanti al lungo muro
sospinge verso l’orizzonte la carrozzella col bambino.
Arthur, l’ultima volta che venni a Parigi
eravamo d’accordo
di andare di nuovo insieme alla Fontaine Sainte-Marie.
Ma poi, arrivato lí con te,
dopo una buona ora passata insieme,
ebbi l’impulso, contrariamente a quanto deciso,
di continuare la strada da solo
e ti ho mandato a casa.
Tu avevi capito
– traduttore non di professione
ma di cuore,
compagno nel pensiero, attore del testo, amico –
senza bisogno di spiegazioni, ridendo e facendo cenni
te ne tornasti trotterellando in città
alla tua Porte des Lilas, la porta orientale, la porta dei lillà,
anche tu, come me, sentivi il desiderio,
di stare da solo in compagnia della durata.
Sí, Fontaine Sainte-Marie o Porte des Lilas,
voi siete amate.

Ma viaggiare di persona,
andare ogni anno come in pellegrinaggio e per devozione
per sentirmi scosso dalla durata,
questo supplemento di entusiasmo
mi è veramente ancora necessario?
Ricordati della punta di invidia provata
tutte le volte che per le strade della città in cui abiti,
dove dai tempi degli arcivescovi lo spirito è messo al bando,
vedevi quella gente con bagaglio leggero
andare verso la ferrovia,
ricordati come ti stringeva il cuore
immaginando di stare seduto nell’aereo della sera
che virando verso ovest disegnava nel cielo la sua scia.
Nel frattempo non sento piú il bisogno di fare lunghi viaggi
verso i luoghi della durata.
Anche nell’assenza, improvvisamente,
quando me la prendo comoda,
avvitando tranquillamente una lampadina,
soppesando una pietra con la mano,
maneggiando qualcosa con cura,
si impadronisce di me, forse,
il silenzio frusciante del lago di Griffen,
nel Residenzplatz col suo scampanellio di carrozzelle
arriva il frastuono e il flusso ondeggiante della Porte d’Auteuil,
mi risollevo senza piú età
ritrovandomi nel triangolo della Fontaine Sainte-Marie.
Mi sono educato
ad attendere la durata
senza la fatica del pellegrinare.

Eppure il semplice starsene a casa non basta;
io devo andare incontro alla durata.
Andare incontro a ciò che mi è caro
o dirigermi in quel senso
mi dà fiato
in modo piú forte e piú durevole di una corsa di resistenza.

Non a chi sta seduto a casa
ma al viandante sul cammino del ritorno
si avvicina la durata
come a Odisseo bisognoso d’aiuto
la sua divina amica Pallade Atena.
Ma anche a casa mi si fa accanto molte volte
quando cammino su e giú per il giardino
nella neve, nella pioggia, al sole, sotto il temporale,
guardando il bosso ondeggiante,
l’albero di tasso trapunto di tele di ragno,
gli uccelli c0he si tuffano nell’aria,
quegli uccelli del cielo
che secondo lo Zohar «guidano la voce»,
oppure quando mi siedo nella mia stanza
al cosiddetto tavolo da lavoro –
non per attendere alla mia occupazione, al testo,
ma per fare tutti quei soliti gesti secondari:
spostare indietro la sedia,
dare uno sguardo nel cassetto
con i mozziconi di matita raccolti nel corso degli anni,
dare uno sguardo allo scaffale
con la fila di occhiali che aumenta nel corso degli anni,
sbirciare dalla finestra in giardino
dove i gatti lasciano le loro tracce
nella neve profonda e tra l’erba alta,
mentre ascolto da diverse direzioni a seconda del vento
il fischio e il trabalzare
dei treni che percorrono la pianura.

O durata, mia quiete!
O durata, mia sosta!

O scossa della durata nel tempo
tu mi circondi con uno spazio descrivibile
e già descriverlo crea i suoi nuovi spazi!

Resta vero:
la durata non è un’esperienza collettiva.
Essa non forma un popolo.
E tuttavia nello stato di grazia della durata
finalmente non sono piú io solo.
La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ed essere.
Animato dalla durata
io sono anche quegli altri
che già prima di me sono stati sul lago di Griffen,
che dopo di me gireranno attorno alla Porte d’Auteuil
e tutti quelli con cui sarò andato
alla Fontaine Sainte-Marie.
Sostenuto dalla durata,
io, essere effimero,
porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei successori,
un peso che mi eleva.
Per questo la durata doveva essere chiamata una grazia,
le sue immagini e i suoi suoni
non hanno forse quel bagliore e quel tono che ci si aspetta?
La pioggia serale che cade nella pozzanghera del mattino,
i fiocchi di neve sospinti nella teiera,
le scritte sempre uguali sui camion dei corrieri
che sfrecciano sul ponte dell’autostrada sopra la Salzach.

La scossa della durata
già di per sé intona un canto,
dà un ritmo senza parole
che,
elemento scatenante,
nelle mie vene fa battere il palpito di un epos
in cui alla fine il bene trionferà.

Quando la durata vi impone le mani
si chiude la ferita
di cui mi accorgo
solo quando si sta rimarginando.

Il pungolo della durata è ciò
che mi è mancato.
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.

La durata non stravolge,
mi rimette al posto giusto.
Senza esitazione rifuggo la luce abbagliante dell’accadere quotidiano
e mi riparo nell’incerto rifugio della durata.

Durata si ha quando
in un bambino
che non è piú un bambino
– e che forse è già un vecchio –
ritrovo gli occhi del bambino.

Durata non c’è nella pietra immortale,
preistorica,
ma dentro il tempo,
nel morbido.

Lacrime di durata, troppo rare!,
lacrime di gioia.

Incerte, non invocabili,
non implorabili
scosse della durata,
custodite ora siete
in un canto.

Peter Handke

Salisburgo, marzo 1986.

(Traduzione di Hans Kitzmüller)

“Gedicht an die Dauer”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1986

“Canto alla durata”, Einaudi, Torino, 2016