da «L’inferno musicale» – Alejandra Pizarnik

Francesca Woodman, Untitled, New York,1979

COLD IN HAND BLUES

e cos’è che dirai
dirò solamente qualcosa
e cos’è che darai
mi nasconderò nel linguaggio
e perché
ho paura

OCCHI PRIMITIVI

Dove la paura non dice racconti e poesia, non forma figure di terrore e di gloria.

Vuoto grigio è il mio nome, il mio pronome.

Conosco la gamma delle paure e quel cominciare a cantare adagio nella stretta che riconduce alla sconosciuta che sono, all’emigrante di sé.

Scrivo contro la paura. Contro il vento con artigli che alloggia nella mia respirazione.

E quando al mattino temi di ritrovarti morta (e che non ci siano altre immagini): il silenzio della comprensione, il silenzio del semplice stare, cosí passano gli anni, cosí passò la bella allegria animale.

L’INFERNO MUSICALE

Colpiscono con soli

Nulla copula con nulla qui

E di tanto animale morto nel cimitero di ossa affilate della mia memoria

E di tante suore come corvi che si precipitano a frugare tra le mie cosce

La quantità di frammenti mi squarcia

Impuro dialogo

Un proiettarsi disperato della materia verbale

Liberata a se stessa

Naufragante in se stessa

IL DESIDERIO DELLA PAROLA

La notte, di nuovo la notte, la magistrale sapienza del buio, il caloroso tocco della morte, un istante di estasi per me, erede di tutti i giardini proibiti.

Passi e voci dal lato in ombra del giardino. Risa all’interno delle pareti. Non crederai che siano vivi. Non crederai che non siano vivi. In un momento qualunque la fessura nella parete e l’immediato sparpagliarsi delle bimbe che fui.

Cadono bimbe di carte di svariati colori. Parlano i colori? Parlano le figure di carta? Parlano solo quelle dorate e in giro non ce n’è nessuna.

Vado tra muri che si avvicinano, che si uniscono. Tutta la notte fino all’aurora salmodiavo: Se non è venuto è perché non è venuto. Domando. A chi? Dice che fa domande, vuol sapere a chi fa le domande. Tu non parli piú con nessuno. Straniera a morte sta morendo. Altro è il linguaggio degli agonizzanti.

Ho sprecato il dono di trasfigurare quelli proibiti (li sento respirare dentro le pareti). Impossibile narrare il mio mattino, il mio cammino. Ma contempla tutta sola la nudità di questi muri. Non fa crescere fiori né cresceranno dal miracolo. A pane e acqua per tutta la vita.

Al culmine dell’allegria ho detto di una musica mai udita. E allora? Magari potessi vivere solamente in estasi, facendo con il mio corpo il corpo della poesia, riscattando ogni frase con i miei giorni e con le mie settimane, insufflando alla poesia il mio soffio per ogni lettera e per ogni parola che siano state sacrificate nelle cerimonie del vivere.

LA PAROLA DEL DESIDERIO

Questa spettrale trama del buio, questa melodia nelle ossa, questo soffio di silenzi diversi, questo cadere per cadere, questa galleria buia, buia, questo affondare senza affondarsi.

Che cosa sto dicendo? È buio e voglio entrare. Non so che altro dire. (Io non voglio dire, io voglio entrare.) Il dolore nelle ossa, il linguaggio spappolato, ricostruire a poco a poco il diagramma dell’irrealtà.

Possessi non ne ho (questo è sicuro; alla fine è sicuro). Poi una melodia. È una melodia dolente, una luce lilla, un’imminenza senza destinatario. Vedo la melodia. Presenza di una luce arancione. Senza il tuo sguardo non saprò vivere, anche questo è certo. Ti suscito, ti resuscito. E mi ha detto di uscire al vento e fuori di casa a domandare se c’ero.

Passo nuda con una candela in mano, castello freddo, giardino delle delizie. La solitudine non è essere in piedi sul molo, all’alba, e guardare l’acqua avidamente. La solitudine è non poterla dire per non poterla circondare  per non poterle dare un volto per non poterla rendere sinonimo di un paesaggio. La solitudine sarebbe questa rotta melodia delle mie frasi.

NOMI E FIGURE

La bellezza dell’infanzia tetra, la tristezza imperdonabile tra bambole, statue, cose mute, favorevoli al doppio monologo tra me e il mio antro lussurioso, il tesoro dei pirati sotterrato nella mia prima persona singolare.

Non attende nient’altro che musica e lascia, lascia che la sofferenza che vibra in forme traditrici e troppo belle giunga al fondo dei fondi.

Abbiamo tentato di farci perdonare ciò che non facemmo, le offese fantastiche, le colpe fantasma. A causa di brume, di nulla, di ombre, abbiamo espiato.

Ciò che voglio è onorare la proprietaria della mia ombra: quella che sottrae al nulla nomi e figure.

IN UN ESEMPLARE DE LES CHANTS DE MALDOROR

Sotto il mio vestito ardeva un campo dai fiori allegri come i bambini della mezzanotte.

Il soffio della luce nelle mie ossa quando scrivo la parola terra. Parola o presenza seguita da animali profumati; triste come se stessa, bella come il suicidio; e che mi sorvola come una dinastia di soli.

SEGNI

Tutto fa l’amore con il silenzio.

Mi avevano promesso un silenzio come un fuoco, una casa di silenzio.

A un tratto il tempio è un circo e la luce un tamburo.

FUGA IN LILLA

Bisognava scrivere senza perché, senza per chi.

Il corpo si ricorda di un amore come un accendersi la lampada.

Il silenzio è tentazione e promessa.

DALL’ ALTRO LATO

Come un orologio a polvere cade la musica nella musica.

Sono triste nella notte dalle zanne di lupo.

Cade la musica nella musica come la mia voce nelle mie voci.

L’OBSCURITÉ DES AUX

Sento risuonare l’acqua che cade nel mio sogno. Le parole cadono come l’acqua io cado. Disegno nei miei occhi la forma dei miei occhi, nuoto nelle mie acque, mi dico i miei silenzi. Tutta la notte attendo che il mio linguaggio riesca a darmi forma. E penso al vento che viene a me, perdura in me. Tutta la notte ho camminato sotto la pioggia sconosciuta. Mi hanno dato un silenzio pieno di forme e di visioni (dici). E corri desolata come l’unico uccello nel vento.

A PIENA PERDITA

I sortilegi emanano dal nuovo centro di una poesia rivolta a nessuno. Parlo con la voce che sta dietro la voce ed emetto i magici suoni della lamentatrice. Uno sguardo azzurro aureolava la mia poesia. Vita, mia vita, che cosa hai fatto della mia vita?

I POSSEDUTI TRA LILLÀ
I

– Si aprí il fiore della distanza. Voglio che guardi dalla finestra e mi dica ciò che vedi, gesti inconclusi, oggetti illusori, forme fallite… Come se ti fossi preparato dall’infanzia, avvicinati alla finestra.

Un caffè pieno di sedie vuote, illuminato al parossismo, la notte in forma d’assenza, il cielo come una materia deteriorata, gocce d’acqua su una finestra, passa qualcuno mai visto prima, che non vedrò mai piú…

Che cosa ho fatto del dono dello sguardo?

– Una lampada troppo intensa, una porta aperta, qualcuno fuma nell’ombra, il tronco e la chioma di un albero, un cane si trascina, una coppia di innamorati passeggia adagio sotto la pioggia, un giornale in un fosso, un bambino che fischietta…

Continua.

– (In tono vendicativo). Un’equilibrista nana si getta sulle spalle una borsa piena d’ossa e avanza lungo il filo a occhi chiusi.

È nuda ma col cappello, ha peli dappertutto ed è grigia, sicché coi suoi capelli rossi sembra il caminetto della scenografia teatrale di un teatro di pazzi. Uno gnomo sdentato la insegue masticando lustrini…

Basta, per favore.

– (Con aria stanca). Una donna grida, un bambino piange. Sagome spiano dalle loro tane. È passato un passante. Si è chiusa una porta.

II

Se vedessi un cane morto morirei di orfanità pensando alle carezze che avrà ricevuto. I cani sono come la morte: vogliono ossa. I cani mangiano ossa. Quanto alla morte, indubbiamente si diverte a intagliarli in forma di portapenne, di cucchiaini, di tagliacarte, di forchette, di posacenere. Sí, la morte intaglia ossa come il silenzio è d’oro e la parola d’argento. Sí, il guaio della vita è che non è ciò che crediamo ma nemmeno il contrario.

Resti. Per noi rimangono le ossa degli animali e degli uomini. Dove una volta un ragazzo e una ragazza facevano l’amore, ci sono ceneri e macchie di sangue e pezzetti di unghie e riccioli pubici e una candela storta che usarono con oscure finalità e macchie di sperma sulla mota e teste di gallo e una casa in rovina disegnata sulla sabbia e pezzi di carta profumati che furono lettere d’amore e la sfera di vetro in frantumi di una veggente e lillà marciti e teste mozzate su cuscini come anime impotenti tra gli asfodeli e tavole incrinate e scarpe vecchie e vestiti nel fango e gatti malati e occhi incastrati in una mano che scivola verso il silenzio e mani inanellate e schiuma nera che imbratta uno specchio che non riflette nulla e una bambina che asfissia nel sonno la sua colomba preferita e pepite d’oro nero sonanti come zingari a lutto che strimpellano violini sulle rive del mar Morto e un cuore che batte per ingannare e una rosa che si apre per tradire e un bambino che piange di fronte a un corvo che gracida, e l’ispiratrice si traveste per eseguire una melodia che nessuno capisce sotto una pioggia che calma il mio male. Nessuno ci sente, per questo emettiamo preghiere, ma guarda! lo zingaro piú giovane sta decapitando con i suoi occhi a sega la bambina della colomba.

III

Voci, sussurri, ombre, canti di affogati: non so se sono segni o una tortura. Qualcuno nel giardino rallenta il passo del tempo. E le creature dell’autunno abbandonate al silenzio.

Io ero predestinata a nominare le cose con nomi essenziali. lo non esisto piú e lo so; ciò che non so è che cosa vive al mio posto. Perdo la ragione se parlo, perdo gli anni se taccio. Un vento violento ha fatto piazza pulita. E non aver potuto parlare per tutti quelli che dimenticarono il canto.

IV

Un giorno, forse, troveremo rifugio nella realtà vera. Intanto, posso dire fino a che punto sono in disaccordo?

Ti parlo della solitudine mortale. È in collera il destino perché si avvicina, tra le sabbie e le pietre, il lupo grigio. E allora? Perché romperà tutte le porte, perché tirerà fuori i morti affinché divorino i vivi, affinché solo i morti esistano e i vivi spariscano. Non avere paura del lupo grigio. Io l’ho nominato per dimostrare che esiste e perché nel fatto di dimostrare c’è una voluttosità inaggettivabile.

Le parole avrebbero potuto salvarmi, ma sono troppo viva. No, non voglio cantare morte. La mia morte… il lupo grigio… l’assassina che proviene dalla lontananza… Non c’è un’anima viva in questa città? Perché voi siete tutti morti. E quale attesa può diventare speranza se siete tutti morti? E quando verrà ciò che attendiamo? Quando smetteremo di fuggire? Quando succederà tutto ciò? Quando? Dove? Come? Quanto? Perché? Per chi?

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “L’inferno musicale” (1971), inAlejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

COLD IN HAND BLUES

y qué es lo que vas a decir
voy a decir solamente algo
y qué es lo que vas a hacer
voy a ocultarme en el lenguaje
y por qué
tengo miedo

OJOS PRIMITIVOS

En donde el miedo no cuenta cuentos y poemas, no forma figuras de terror y de gloria.
 
Vacío gris es mi nombre, mi pronombre.
 
Conozco la gama de los miedos y ese comenzar a cantar despacito en el desfiladero que reconduce hacia mi desconocida que soy, mi emigrante de sí.

Escribo contra el miedo. Contra el viento con garras que se aloja en mi respiración.

Y cuando por la mañana temes encontrarte muerta (y que no haya más imágenes): el silencio de la compresión, el silencio del mero estar, en esto se van los años, en esto se fue la bella alegría animal.

EL INFIERNO MUSICAL

Golpean con soles
 
Nada se acopla con nada aquí
 
Y de tanto animal muerto en el cementerio de huesos filosos de mi memoria

Y de tantas monjas como cuervos que se precipitan a hurgar entre mis piernas
 
La cantidad de fragmentos me desgarra
 
Impuro diálogo
 
Un proyectarse desesperado de la materia verbal
 
Liberada a sí misma
 
Naufragando en sí misma

EL DESEO DE LA PALABRA

La noche, de nuevo la noche, la magistral sapiencia de lo oscuro, el cálido roce de la muerte, un instante de éxtasis para mí, heredera de todo jardín prohibido.
 
Pasos y voces del lado sombrío del jardín. Risas en el interior de las paredes. No vayas a creer que están vivos. No vayas a creer que no están vivos. En cualquier momento la fisura en la pared y el súbito desbandarse de las niñas que fui.
 
Caen niñas de papel de variados colores. ¿Hablan los colores? ¿Hablan las imágenes de papel? Solamente hablan las doradas y de ésas no hay ninguna por aquí.

Voy entre muros que se acercan, que se juntan. Toda la noche hasta la aurora salmodiaba: Si no vino es porque no vino. Pregunto. ¿A quién? Dice que pregunta, quiere saber a quién pregunta. Tú ya no hablas con nadie. Extranjera a muerte está muriéndose. Otro es el lenguaje de los agonizantes.

He malgastado el don de transfigurar a los prohibidos (los siento respirar adentro de las paredes). Imposible narrar mi día, mi vía. Pero contempla absolutamente sola la desnudez de estos muros. Ninguna flor crece ni crecerá del milagro. A pan y agua toda la vida.

En la cima de la alegría he declarado acerca de una música jamás oída. ¿Y qué? Ojalá pudiera vivir solamente en éxtasis, haciendo el cuerpo del poema con mi cuerpo, rescatando cada frase con mis días y con mis semanas, infundiéndole al poema mi soplo a medida que cada letra de cada palabra haya sido sacrificada en las ceremonias del vivir.

LA PALABRA DEL DESEO

Esta espectral textura de la oscuridad, esta melodía en los huesos, este soplo de silencios diversos, este ir abajo por abajo, esta galería oscura, oscura, este hundirse sin hundirse.
 
¿Qué estoy diciendo? Está oscuro y quiero entrar. No sé qué más decir. (Yo no quiero decir, yo quiero entrar.) El dolor en los huesos, el lenguaje roto a paladas, poco a poco reconstituir el diagrama de la irrealidad.
 
Posesiones no tengo (esto es seguro; al fin algo seguro). Luego una melodía. Es una melodía plañidera, una luz lila, una inminencia sin destinatario. Veo la melodía. Presencia de una luz anaranjada. Sin tu mirada no voy a saber vivir, también esto es seguro. Te suscito, te resucito. Y me dijo que saliera al viento y fuera de casa en casa preguntando si estaba.

Paso desnuda con un cirio en la mano, castillo frío, jardín de las delicias. La soledad no es estar parada en el muelle, a la madrugada, mirando el agua con avidez. La soledad es no poder decirla por no poder circundarla por no poder darle un rostro por no poder hacerla sinónimo de un paisaje. La soledad sería esta melodía rota de mis frases.

NOMBRES Y FIGURAS

La hermosura de la infancia sombría, la tristeza imperdonable entre muñecas, estatuas, cosas mudas, favorables al doble monólogo entre yo y mi antro lujurioso, el tesoro de los piratas enterrado en mi primera persona del singular.

No se espera otra cosa que música y deja, deja que el sufrimiento que vibra en formas traidoras y demasiado bellas llegue al fondo de los fondos.

Hemos intentado hacernos perdonar lo que no hicimos, las ofensas fantásticas, las culpas fantasmas. Por bruma, por nadie, por sombras, hemos expiado.

Lo que quiero es honorar a la poseedora de mi sombra: la que sustrae de la nada nombres y figuras.

EN UN EJEMPLAR DE «LES CHANTS DE MALDOROR»

Debajo de mi vestido ardía un campo con flores alegres como los niños de la medianoche.

El soplo de la luz en mis huesos cuando escribo la palabra tierra. Palabra o presencia seguida por animales perfumados; triste como sí misma, hermosa como el suicidio; y que me sobrevuela como una dinastía de soles.

SIGNOS

Todo hace el amor con el silencio.

Me habían prometido un silencio como un fuego, una casa de silencio.

De pronto el templo es un circo y la luz un tambor.

FUGA EN LILA

Había que escribir sin para qué, sin para quién.

El cuerpo se acuerda de un amor como encender la lámpara.

Si silencio es tentación y promesa.

DEL OTRO LADO

Como un reloj de arena cae la música en la música.

Estoy triste en la noche de colmillos de lobo.

Cae la música en la música como mi voz en mis voces.

L’OBSCURITÉ DES EAUX

Escucho resonar el agua que cae en mi sueño. Las palabras caen como el agua yo caigo. Dibujo en mis ojos la forma de mis ojos, nado en mis aguas, me digo mis silencios. Toda la noche espero que mi lenguaje logre configurarme. Y pienso en el viento que viene a mí, permanece en mí. Toda la noche he caminado bajo la lluvia desconocida. A mí me han dado un silencio pleno de formas y visiones (dices). Y corres desolada como el único pájaro en el viento.

A PLENA PÉRDIDA

Los sortilegios emanan del nuevo centro de un poema a nadie dirigido. Hablo con la voz que está detrás de la voz y emito los mágicos sonidos de la endechadora. Una mirada azul aureolaba mi poema. Vida, mi vida, ¿qué has hecho de mi vida?

LOS POSEÍDOS ENTRE LILAS
I

–Se abrió la flor de la distancia. Quiero que mires por la ventana y me digas lo que veas, gestos inconclusos, objetos ilusorios, formas fracasadas… Como si te hubieses preparado desde la infancia, acércate a la ventana.

–Un café lleno de sillas vacías, iluminado hasta la exasperación, la noche en forma de ausencia, el cielo como de una materia deteriorada, gotas de agua en una ventana, pasa alguien que no vi nunca, que no veré jamás…

–¿Qué hice del don de la mirada?

–Una lámpara demasiado intensa, una puerta abierta, alguien fuma en la sombra, el tronco y el follaje de un árbol, un perro se arrastra, una pareja de enamorados se pasea despacio bajo la lluvia, un diario en una zanja, un niño silbando…
 
–Proseguí.

–(En tono vengativo). Una equilibrista enana se echa al hombro una bolsa de huesos y avanza por el alambre con los ojos cerrados.

¡No!

Está desnuda pero lleva sombrero, tiene pelos por todas partes y es de color gris de modo que con sus cabellos rojos parece la chimenea de la escenografía teatral de un teatro para locos. Un gnomo desdentado la persigue mascando las lentejuelas…

–Basta, por favor.

–(En tono fatigado). Una mujer grita, un niño llora. Siluetas espían desde sus madrigueras. Ha pasado un transeúnte. Se ha cerrado una puerta.

II

Si viera un perro muerto me moriría de orfandad pensando en las caricias que recibió. Los perros son como la muerte: quieren huesos. Los perros comen huesos. En cuanto a la muerte, sin duda se entretiene tallándolos en forma de lapiceras, de cucharitas, de cortapapeles, de tenedores, de ceniceros. Sí, la muerte talla huesos en tanto el silencio es de oro y la palabra de plata. Sí, lo malo de la vida es que no es lo que creemos pero tampoco lo contrario.

Restos. Para nosotros quedan los huesos de los animales y de los hombres. Donde una vez un muchacho y una chica hacían el amor, hay cenizas y manchas de sangre y pedacitos de uñas y rizos púbicos y una vela doblegada que usaron con fines oscuros y manchas de esperma sobre el lodo y cabezas de gallo y una casa derruida dibujada en la arena y trozos de papeles perfumados que fueron cartas de amor y la rota bola de vidrio de una vidente y lilas marchitas y cabezas cortadas sobre almohadas como almas impotentes entre los asfódelos y tablas resquebrajadas y zapatos viejos y vestidos en el fango y gatos enfermos y ojos incrustados en una mano que se desliza hacia el silencio y manos con sortijas y espuma negra que salpica a un espejo que nada refleja y una niña que durmiendo asfixia a su paloma preferida y pepitas de oro negro resonantes como gitanos de duelo tocando sus violines a orillas del mar Muerto y un corazón que late para engañar y una rosa que se abre para traicionar y un niño llorando frente a un cuervo que grazna, y la inspiradora se enmascara para ejecutar una melodía que nadie entiende bajo una lluvia que calma mi mal. Nadie nos oye, por eso emitimos ruegos, pero ¡mira! el gitano más joven está decapitando con sus ojos de serrucho a la niña de la paloma.

III

Voces, rumores, sombras, cantos de ahogados: no sé si son signos o una tortura. Alguien demora en el jardín el paso del tiempo. Y las criaturas del otoño abandonadas al silencio.

Yo estaba predestinada a nombrar las cosas con nombres esenciales. Yo ya no existo y lo sé; lo que no sé es qué vive en lugar mío. Pierdo la razón si hablo, pierdo los años si callo. Un viento violento arrasó con todo. Y no haber podido hablar por todos aquellos que olvidaron el canto.

IV

Alguna vez, tal vez, encontraremos refugio en la realidad verdadera. Entretanto ¿puedo decir hasta qué punto estoy en contra?

Te hablo de la soledad mortal. Hay cólera en el destino porque se acerca, entre las arenas y las piedras, el lobo gris. ¿Y entonces? Porque romperá todas las puertas, porque sacará afuera a los muertos para que devoren a los vivos, para que sólo haya muertos y los vivos desaparezcan. No tengas miedo del lobo gris. Yo lo nombré para comprobar que existe y porque hay una voluptuosidad inadjetivable en el hecho de comprobar.

Las palabras hubieran podido salvarme, pero estoy demasiado viviente. No, no quiero cantar muerte. Mi muerte… el lobo gris… la matadora que viene de la lejanía… ¿No hay un alma viva en esta ciudad? Porque ustedes están muertos. ¿Y qué espera puede convertirse en esperanza si están todos muertos? ¿Y cuándo vendrá lo que esperamos? ¿Cuándo dejaremos de huir? ¿Cuándo ocurrirá todo esto? ¿Cuándo? ¿Dónde? ¿Cómo? ¿Cuánto? ¿Por qué? ¿Para quién?

Alejandra Pizarnik

da “L’inferno musical” (1971), in “Alejandra Pizarnik, Poesía Completa”, Lumen Barcellona, 2001

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