La fine e l’inizio – Wisława Szymborska

 

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
 
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare 
i carri pieni di cadaveri.
 
C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
 
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
 
Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.
 
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
 
C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.
 
C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
 
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
 
Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Wisława Szymborska

(Traduzone di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Koniec i początek

Po każdej wojnie
ktoś musi posprzątać.
Jaki taki porządek
sam się przecież nie zrobi.

Ktoś musi zepchnąć gruzy
na pobocza dróg,
żeby mogły przejechać
wozy pełne trupów.

Ktoś musi grzęznąć
w szlamie i popiele,
sprężynach kanap,
drzazgach szkła
i krwawych szmatach.

Ktoś musi przywlec belkę
do podparcia ściany,
ktoś oszklić okno
i osadzić drzwi na zawiasach.

Fotogeniczne to nie jest
i wymaga lat.
Wszystkie kamery wyjechały już
na inną wojnę.

Mosty trzeba z powrotem
i dworce na nowo.
W strzępach będą rękawy
od zakasywania.

Ktoś z miotłą w rękach
wspomina jeszcze jak było.
Ktoś słucha
przytakując nie urwaną głową

Ale już w ich pobliżu
zaczną kręcić się tacy,
których to będzie nudzić.

Ktoś czasem jeszcze
wykopie spod krzaka
przeżarte rdzą argumenty
i poprzenosi je na stos odpadków.

Ci, co wiedzieli
o co tutaj szło,
muszą ustąpić miejsca tym,
co wiedzą mało.
I mniej niż mało.
I wreszcie tyle co nic.

W trawie, która porosła
przyczyny i skutki,
musi ktoś sobie leżeć
z kłosem w zębach
i gapić się na chmury.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a 5, Poznań, 1993

«Sa morire cosí solo un uccello» – Jaroslav Seifert

©2017 Copyright Massimo Zanetti

X.

Sa morire cosí solo un uccello
e cade a piombo dentro la rugiada.
Nessuno racconta come gli accada,
e non sanno di questo né di quello.

Forse cadde ad alte nubi, un anello
di fiamma da una làvica contrada.
Sa morire cosí solo un uccello,
e cade a piombo dentro la rugiada.

Di cenere era il terreno mantello,
fra i mendicanti una carcassa brada,
ma varcò il buio ed ebbe il suggello,
la gloria e la luce che mai dirada.

Sa morire cosí solo un uccello.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “Mozart a Praga (Tredici rondò su Praga)” 1951, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

X.

Tak umí umřít jenom pták
a padá střemhlav v rosu trávy.
Vždyť nikdo o tom nevypráví,
nevědí ani kdy a jak.

Možná že padal do oblak
jak plamen rozžhavené lávy.
Tak umí umřít jenom pták
a padá střemhlav v rosu trávy.

A s žebráky jak lidský vrak
šat z hlíny měl jen popelavý,
když prošel tmou a vcházel pak
už přímo do světel a slávy.

Tak umí umřít jenom pták.

Jaroslav Seifert

da “Mozart v Praze: třináct rondeaux”, Československý spisovatel, 1956

Poligoni – Tony Harrison

Sandra Lousada, Tony Harrison

 

Dionigi di Alicarnasso una volta paragonò
la poesia di Eschilo a queste mura
ciclopiche sotto il tempio di Apollo,
mura che ammiro ogni volta che torno a Delfi,
blocchi come continenti pregiurassici
dove capperi si riversano a cespugli frangiati
su una Pangea serrata, poligonale Gondwanaland.
Maiuscole greche accalcate scavalcano le fessure
tenendo legati i blocchi con cuciture d’alfabeto,
iscrizioni di manomissione che sigillano giunte.
Così quando scosse sismiche arrivano dal sottosuolo
e i capperi nelle crepe vengono squassati
e le api cessano un attimo di succhiare il basilico
e i ciottoli nel golfo che rispecchia il Parnaso
cozzano e si sparpagliano in violenti scossoni
 e i cumuli di scura bauxite brulicano come formicai
allora i massi fan muro contro le scosse sotterranee:
come una Cuba o Lesbo bloccata resistono
anche se il tempio di Apollo minaccia di rovinare.
La slittamento tettonico dell’animo che produsse la tragedia
 può frantumare quasi tutti i poemi ma non demolire
gli anapesti eschilei, intatti nel terremoto.
Questo è quanto Dionigi suggerisce:
il calcare o flysch di cui queste mura son fatte
può crollare con macigni in frane come quella
che secondo Erodoto schiacciò i Persiani di Serse.
Venti tonnellate di masso precipitano con fragore.

Avvisi CADUTA MASSI vietano l’accesso allo stadio,
quello dove i miei satiri danzanti con zoccoli
e falli eretti ebbero la prima mondiale:
I segugi di Ossirinco, frammenti da Sofocle,
per me stupefacenti come tutta un’opera intatta,
un papiro (per lo più lacunoso) da cui 25 anni fa
trassi quel dramma nel luogo dove oggi sento ancora
le rocce risuonare degli zoccoli del mio coro.
Adesso è bombardato da massi e chiuso al pubblico.
Spero però che i miei intimi entreranno di straforo
o presenteranno al sindaco domanda regolare
per spargervi le mie ceneri, magari tra dieci anni,
se avrò la ventura di durare quel tanto.
Anche se oggi mi son svegliato sentendo la mia mortalità
con in mente il detto di Dunbar sulla carne “fragile” (bruckle),
perlomeno questa scarpinata quotidiana giova al mio cuore…

È chiuso anche il sito qui accanto dove tutti gli anni
passavo il dito come una penna sopra il graffito di Byron,
il suo nome scolpito su una colonna oggi inaccessibile.
Negli ultimi trent’anni l’ho visto sparire un po’ per volta.
Ogni anno diventava più difficile da trovare e decifrare,
quasi illeggibile per i decenni di abbandono
da quando il poeta nel 1809 lo incise con Hobhouse
sotto e accanto ad altri graffiti britannici
di marinai in licenza con navi alla fonda a Itea.
La B di BYRON sta sotto la E di HOPE
mentre la O di Hobhouse  sta sotto la B di BYRON.
A decifrare il tutto ci voleva parecchia acqua castalia
versata da una bottiglietta sulle lettere svanite.
Bagnate, il sole le accendeva rendendole più  leggibili
prima che sparissero di nuovo nella pietra.
Mentre contemplavo quel nome ero ossessionato dai suoi versi.
Nel Pellegrinaggio di Aroldo la frase sul Parnaso,
la cima innevata che vediamo da qui:
“E tu, dimora delle Muse, sei divenuto loro tomba”.
Poi, in Tenebra, la scomparsa con le Muse della Terra:
“senza stagioni, erbe, alberi, uomini, vita”.
Davvero un paesaggio in cui attendere Melpomene.
No, l’arca di Deucalione sfuggì alla Tenebra di Byron,
o a inondazioni senza un ancoraggio solido sul Parnaso,
o a grandiose apocalissi atomiche generate dal finocchio
in cui Prometeo, padre di Deucalione, rubò il fuoco
come manna per le creature che aveva foggiato dall’argilla.

Nel libro I delle Metamorfosi di Ovidio, sul Diluvio,
Deucalione sopravvive alla grande inondazione,
toccando terraferma sulle pendici del Parnaso
(che abbiamo davanti agli occhi da stamane),
come Noè trovò la terra in cima all’Ararat.
Deucalione ricreò l’umanità distrutta dal Diluvio
gettando pietre come quelle su cui stiamo salendo
dietro le spalle, “ossa di Madre Terra”, mentre
sua moglie Pirra con lo stesso gesto ricreava le donne,
il flysch che gettavano indietro trasformato in carne,
la carne che stamane sentii bruckle nel mio corpo
per citare il Lamento per i Makars (Poeti) di Dunbar
con il suo timor mortis conturbat me.
Makars, malati e sani, ne ho incontrati a Delfi.

Foglie di platano imbrattate di melma del Diluvio
fecero sdrucciolare i neonati umani qui dove siamo oggi,
e dal fango scaldato dal sole vennero le altre creature.
Dallo splendore di un mezzogiorno come questo, sul viscido,
da questi elementi, avversari abbracciati,
concordia discors, è venuta la vita, dice Ovidio,
citando Empedocle che si gettò nell’Etna,
il vulcano su cui dieci anni fa lessi poesie,
luogo ideale come il Vesuvio sotto cui ho letto due volte,
entrambi con vigneti rigogliosi per le antiche eruzioni,
entrambi eguagliati dal Parnaso che sovrasta Delfi,
dove ho letto e diretto poesie e lavori teatrali.

C’è un grande platano qui e la prima foglia ingiallita
galleggia sullo specchio della Fonte Castalia 
la cui acqua per me è diventata una dipendenza,
e ci veniamo tutti i giorni a far scorta di bottiglie.
Dodwell scrisse: “Castalia fornisce un’ottima bevanda,
un sorso è in grado di convertire i bevitori in poeti”.
Dieci anni dopo che Byron le dichiarò defunte
un suo assaggio convertì un certo Jacob Spon alle Muse.
Babis, tassista di Delfi, mio buon amico da anni,
lo sa, e sempre quando mi viene a prendere
porta una bottiglia che ha riempito d’acqua castalia.
Lui guarda, io sorseggio. Esclama: “Kalò Piìma!”.
Un bel gluglù: “Kalà piìmata”, plurale.
Ne ho tracannato un bel sorso perché sorgessero queste righe
(un bisticcio attribuibile a un sorso di troppo…).

Può l’acqua castalia aiutare i sopravvissuti a crisi?
Quando oggi siamo scesi a riempire due bottiglie
un tizio è arrivato in macchina con una ventina di fiaschi.
(Suppongo sia un poeta greco impegnato in un epos
che necessita di una riserva di galloni da tracannare…)
Aspetto e osservo, per quanto lui mi offra di precederlo
e di non monopolizzare la fonte, ma mi incuriosisce,
così indugio e osservo. Lui parla. Traduco:
“È l’acqua migliore del mondo e mi aiuterà
a risparmiare sulla birra in questi tempi disgraziati.
Con Castalia sopravvivrò alla presente crisi greca” .
Comunque gli grido “Kalà piìmata” dietro la sua Peugeot.

Melpomene, Musa tragica della sopravvivenza al dolore,
faceva camminare anche i suoi attori mascherati
(non coturnati – una vecchia balla!) su poligoni
nell’orchestra di marmo dove abbiamo sostato oggi,
e sempre sostiamo (a centro scena) quando veniamo a Delfi.
Con un Prometeo stentoreo o un Aiace pazzo sul palco
o un coro declamante con quindici voci potenti,
le vette delle Fedriadi potrebbero vibrare agli ictus
e pezzi di marmo crollare provocando una frana
dalle rocce scoscese e seppellendo la cavea,
schiacciando e ammassando gli spettatori decapitati,
un ekkyklema fuori copione con cadaveri veri di attori.
Venti tonnellate di masso precipitano con fragore.

La declamazione tragica deve tenere d’occhio i monti.
Yampeia, la Fedriade orientale di ottocento metri circa
da cui Esopo fu gettato da sacerdoti suoi nemici,
ora ha un cervo selvatico che intravediamo sulla vetta,
e sopra il cervo ancor più remote creature di nuvole.
Una nuvola a forma di delfino si tuffa sfilacciandosi
in un mare che lampeggia gocce di sangue.
Una nuvola Cupido bacia un cerbiatto aurato
che castrato diventa una Creta di zucchero filato.
Una lepre con gobbe di cammello, un feto di canguro.
Nubi a forma di creature non evolute o estinte.
Creature e continenti di nuvole in grandi banchi bioccosi.
Un’Islanda di carboni ardenti, una Faroe fiammante,
le regioni più remote dell’emisfero settentrionale create
in pochi secondi di nuvole, poi inondate nel buio.
Un gioco d’ombre di evoluzione che termina nell’estinzione.
La corazza di rame del golfo ora si offusca livida.

“E le nuvole periscono: la Tenebra non necessita
del loro aiuto – è tutto l’Universo”,
scrive Byron in Tenebra. E Giorgio Seferis,
magnifico poeta greco, sente la tenebra a Delfi:
“I poteri della tenebra sono i fermenti della luce.
Più forte è il buio, più profonda è la luce.
Delfi di tutti i luoghi fu quello più impastato
del potere ctonio e della luce assoluta”.
Una volta che filmavo qui un cameraman greco mi disse:
“Qui persino le ombre hanno una luce nella tenebra”.

Riempiamo le bottiglie e rifacciamo il cammino all’indietro
sotto il picco di Yampeia, ora senza il suo cervo,
e accanto a estintori in nuovi contenitori rossi
installati dopo l’incendio degli uliveti a valle.
Giù ad Amfissa il fuoco ha divorato interi boschi.
Ora le cicale tentano un’accensione all’unisono
strofinando quei loro fiammiferi che per fortuna non si accendono.
Il loro ritmo è ripreso dal battito delle corde di bandiere
contro il metallo dei pennoni che circondano Prometeo
scolpito nel bronzo che innalza la sua fiamma
(sinora risparmiato dai rivenditori di ferri vecchi!).
Il battito delle corde trova eco nei campanacci
mentre le greggi, con l’autunno, scendono dal Parnaso
dove ben presto il ghiaccio e la neve in cima
non offrirà appoggio alle Muse rabbrividite.
Melpomene è la sola che non ha bisogno di collant
ma gira il Parnaso come una bellezza di Newcastle
nella movida natalizia, gambe e braccia al vento,
a spasso tutta la notte come nella Costa del Sol.
E le birre tintinnano nei frigoriferi dei chioschi,
riecheggiando i pennoni percossi intorno a Prometeo,
Amstel e Heineken, Alpha e Fix
nel tremolio pulsante della macchina del ghiaccio,
un tintinnio che non è ancora una più lugubre campana.

Un giornale appeso con mollette da biancheria
al chiosco di fronte all’albergo chiuso e decaduto
ha una foto a piena pagina di un poeta che conosco.
Il titolo: “SEIMOUS XINI, Seamus!”. Non c’è bisogno di leggere
l’efige o pethane che seguono per capire
che Seamus Heaney è morto. Qualche anno fa pranzammo
nell’albergo ora in abbandono alle mie spalle.
Dalla foto i suoi occhi fissano la rovina.
È stato lì che gli ho regalato la mia Orestea
i cui kenning da Egils saga mi ricordavano Eschilo,
dove avevo sudato per trovare uno stile che Dionigi
avrebbe ritenuto poligonale anche se scavato nell’inglese,
e Seamus mi diede le sue versioni dei tragici greci.
Il mio cuore coetaneo sobbalza sotto una pioggia di ghiaione.
Istintivamente porto il dito alla cassa toracica
con sotto il battito irregolare del cuore.
Ho indosso la mia maglietta nera Kazantzakis,
ne ho almeno cinque e le metto tutti i giorni.
C’è sopra una frase in greco del grande cretese:
Nulla spero. Nulla temo. Sono libero”,
e sento l’eleftheros (libero) sul capezzolo,
anche se il tipota (nulla) gli è abbastanza vicino.

Vediamo che il sole comincia a tramontare sul Ghiona,
e andiamo a prendere un uzo in un vecchio bar, l’Apollo,
accanto all’hotel dove pranzai con Seamus,
per guardare il tramonto sopra “il mare” (come dicono)
“degli ulivi”, una metafora oggi difficile da spiegare
vedendo tanti flutti sotto di noi anneriti,
discors concordia, un mare di onde carbonizzate.
Una goccia di Castalia annebbia i nostri due uzo.
Con il primo sorso brindiamo al grande spirito irlandese
e al Parnaso su di noi i cui sentieri lui frequentò.
Con il sorso seguente prendo l’anticoagulante
e brindo a te che mi hai amato fino a farmi sopravvivere.
Dico: “O femina sola superstes, amor mio”,
citando il Deucalione di Ovidio, felice di essere vivo
e poter venire a Delfi questa trentacinquesima volta.
Carpe diem… Ma non tradurre carpe “afferrare”.
Pensa al giorno come a un frutto o a un fiore,
e “afferrare” sa troppo di arraffare, violentare.
Il verbo carpo va con flores, violas, lilia,
nelle Metamorfosi di Ovidio, e in Virgilio
con rosam, poma, violas, papavera.
Una volta che hai rimosso il senso di “strappare” puoi
semplicemente, meno disperatamente, assaporare il giorno.
Karpos, l’antica parola greca per frutto, la parola
che sta ancora sul sacchetto delle albicocche mature
che abbiamo comprato scendendo verso Castalia,
deve essere la radice del verbo latino carpo:
carpe diem, carpe noctem, carpe solem, carpe lunam,
anche carpe mortem in questo brindisi annebbiato di sorgente.
La sorgente a cui sempre beviamo e attingiamo
non sa per nulla del sale del Diluvio di Deucalione.
Il profumo del seno di Melpomene rimane nella neve sciolta
e dura finoché lo si sorseggia da Castalia.
Avvolgo un litro di Castalia in asciugamano e calzini
e lo metto nel bagaglio da stiva per il volo di ritorno.

Sorseggio Castalia mentre sto in cucina a Newcastle
e me ne servo per mandar giù l’anticoagulante,
per continuare a sopravvivere alle pendici del Parnaso
anche se Melpomene è l’ultima Musa rimasta in alto.
Tutte le magliette Kazantzakis sono appese ad asciugare
sullo stenditoio che ho messo sopra i fornelli,
piegate in modo che si legga “Sono libero”.
Sopra i fornelli sono anche incorniciati due manifesti,
uno di trent’anni fa, la mia Orestea al National,
che regalai a Seamus a Delfi con la mia introduzione,
e uno di quarant’anni fa da Festival Hall,
un reading con Ted Hughes, Seamus Heaney e me,
Tony Harrison, ahimè il solo ancora vivo.
Entrambi i compagni sono stati qui con me in cucina.

Insieme con i makars che ho già menzionato,
Eschilo, Virgilio, Ovidio, Egil, Byron,
Seferis, Kazantzakis, Ted Hughes,
procedo forse verso un in memoriam,
con Seamus Heaney, makar, debitamente compianto,
ma senza il timor mortis conturbat me
che il ritornello di Dunbar continua a ripetere,
bensì con le ultime parole di Seamus stesso: noli timere.

Guardo fuori dalla finestra i miei fichi di Newcaste
pronti per essere colti (carpe ficos), non arraffati,
e il gelso piantato per ricordarmi di Delfi.
Quando ci appoggio la scala colgo i frutti amorevolmente,
quasi carezzandoli perché non restino schiacciati,
e la mia mano non resti per sempre macchiata di gelso.
Ne congelerò un po’ per farne un pudding estivo d’inverno.
Sempre quando cucino continuo a comporre.
Cucino. Compongo. Ricordo, rimpiango.
Sto rosolando un coniglio come ne ho gustati a Delfi,
kouneli me kanella, come dicono in greco,
con un gusto d’allitterazione quasi degno di Eschilo
che l’inglese rabbit with cinnamom certo non rende.

Cucino con fuoco e acqua (discors concordia)
e butto sul coniglio una manciata di capperi
che insieme cogliemmo dal Gondwanaland.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXX, Luglio/Agosto 2017, N. 328, Crocetti Editore

∗∗∗

Dionysius of Halicarnassus once likened
Aeschylus’ poetry to this Cyclopean
wall beneath Apollo’s temple before us,
this wall I always gaze on whenever in Delphi,
blocks shaped like continents pre-early Jurassic
where capers cascade down landlocked Pangaea,
polygonal Gondwanaland, in tasselly swathes.
Unspaced Greek capitals cross all the cracks
keeping blocks bonded with alphabet tack-stitch,
manumission inscriptions that seal all the junctures.
So when from below the seismic shocks happen,
and the crack-rooted capers brandish their berries,
and bees, for some moments, stop browsing the basil,
and pebbles in the bay reflecting Parnassus
bunch then release in buffing abrasions,
and the brown bauxite spoil-heaps bristle like anthills,
these blocks lock against underground shudders,
a Cuba block, a Lesbos lock shorelines and stand
when even Apollo’s own temple can tumble.
The tectonic soul-shift that tragedy comes from
can shatter most lyrics but leaves Aeschylean
anapaests uncollapsed, coping though quake-wracked.
That’s what Dionysius seeks to imply.
The limestone/flysch such masonry’s carved from
can crash down as boulders in rockfalls like those
Herodotus tells us crushed Xerxes’ Persians.
Twenty-ton blocks cause clobbering bounce tracks.

Now FALLING ROCKS signs keep the stadium closed.
This stadium was where my clog-dancing satyrs
with phalluses upright had their world premiere,
The Trackers of Oxyrhynchus, Sophocles fragments,
as inspiring to me as a whole intact corpus,
a papyrus (most missing) I made into a play
25 years since here where I’m standing
hearing rocks echo with my chorus’s clogs.
It’s now bombarded by boulders and public forbidden.
I hope, though, my survivors will sneak a way in,
or make a formal request to the mayor,
to scatter my ashes, say, ten years from now
if I manage to last another decade –
though I woke up this morning feeling more mortal
with Dunbar’s word ‘bruckle’ (of the flesh) in my brain,
this climb we make most days at least helps my heart!

The site below’s also closed where each year I’ve been
to run my pen finger over Byron’s graffito,
his name, carved on a column I can’t now get close to.
For the last thirty years I’ve witnessed it fading.
Each year it gets harder to find and decipher,
illegible nearly from decades of neglect
since he carved it with Hobhouse in 1809
below and alongside other British graffiti,
sailors on shore leave with ships in Itea.
The B of BYRON is under the E of one HOPE
with the O of Hobhouse below BYRON’s B.
And to puzzle all out needed Castalia water
which I’d pour from my bottle all over faint letters.
Sun shone on them wet and made them much clearer
before disappearing back into the marble.
His lines would haunt me as I’d peer at his name.
His Childe Harold’s Pilgrimage line on Parnassus,
the mountain seen snow-capped walking down here:
‘And thou, the Muses’ seat, art now their grave.’
And from Darkness the whole earth gone with the Muses:
‘seasonless, herbless, treeless, manless, lifeless’.
A landscape to wait for Melpomene in.
No Deucalion’s ark escaped Byron’s Darkness,
or flood with no solid safe peak on Parnassus,
or big bomb finales begotten from fennel
Prometheus, Deucalion’s father, filched fire in
as a boon to the creatures he’d formed out of clay.

Ovid’s Metamorphoses Bk I on the Deluge
has Deucalion surviving the great inundation,
finding dry land on the slopes of Parnassus
we’ve been looking up at for most of the day,
as Noah found his on Ararat’s summit.
Deucalion recreated Flood-doomed Mankind
by casting the sort of boulders we’ve clambered
backwards over his shoulder, ‘Mother Earth’s bones’,
his wife Pyrrha with the same fling refashioning women,
the flysch they flung backwards transformed into flesh,
the flesche I felt bruckle in my body this morning
to quote Dunbar’s Lament for the Makars
with its timor mortis conturbat me.
Makars, ailing or hale, I’ve met with in Delphi.

Plane leaves, slippery still smeared with old Flood-slime,
made new humans slither on the ground where we stand,
and from the sun-heated sludge came all other creatures.
From the blaze of noon, like now, on soon-waded ooze,
from those elements, those opponents embracing,
this discors concordia, says Ovid, came life,
quoting Empedocles who leaped into Etna,
the volcano I read poems on some ten years ago,
a great venue like Vesuvio I’ve read under twice,
and both with great vineyards from ancient extinction.
Both matched by Parnassus with Delphi beneath,
where I’ve read my poems often and directed my plays.

There’s a huge plane tree here whose first yellowing leaf
drifts on the surface of the Castalian spring
whose water for me has become an addiction,
and we come every day to fill up our bottles.
Dodwell wrote: ‘Castalia forms a great beverage
and one draught can convert its drinkers to poets.’
Ten years after Byron declared they were dead
a slurp turned one Jacob Spon to the Muses.
Babis, Delphi’s cabbie, for years my good friend,
knows this and always, when he comes to collect me,
brings a bottle he’s filled with Castalia water.
He watches, I sip. He exclaims: ‘kalo poima!’
A good glug ‘kala poimata’ plural.
I took a good draught to doodle this draft
(though wordplay like that shows one glug too many!)

Can quaffing Castalia help crisis survivors?
When we went down today to top up our two bottles
a man came with a car full of more than two dozen.
(I’m surmising he might be another Greek poet
with an epic on the go that needs gallons to glug from!)
I wait and watch, though he offers to let me go first
and not hog the spring’s spigot, but I’m intrigued
so I stand by and watch. He talks. I’ll translate:
‘the best water in the world and it’s going to help me
to save money on beer in these difficult times.
With Castalia I’ll survive the present Greek crisis.’
I still call ‘kala poimata’ after his Peugeot.

Melpomene the tragic Muse of suffering’s survival,
had her male actors, masked but not buskined
(that’s always been bollocks!) tread polygons too
in that marble orchestra we stood in today,
and always stand in, centre stage, when in Delphi.
With a full-lunged Prometheus or mad Ajax on stage
or a clamorous chorus with 15 strong voices,
the Phaedriades peaks could echo the verse pulse
and bits of marble could crumble causing a rockfall
from the precipitous cliff face and crush the cavea,
cramming decapitated spectators together,
an ekkeklema unscripted with real actors’ corpses.
Twenty-ton blocks cause clobbering bounce tracks.

Tragic declamation needs one eye on the mountains.
Hyampeia, the eastern peak some eight hundred metres
Aesop was pushed off by priestly opponents,
now has a wild stag we glimpse on its summit,
and above the wild stag the stranger cloud creatures.
A disintegrating dolphin-shaped cloud
dives into a sea that flashes with blood-flecks.
A cupid cloud kisses a gold-haloed coney
that gets itself gelded to a candyfloss Crete.
A hare with camel humps, a wallaby foetus.
Clouds shaped like creatures unevolved or extinct.
Cloud creatures, cloud continents in wispy great drifts.
An Iceland of burning coals, a flame-flaring Faroe,
the northern hemisphere’s remotest regions created
in seconds of cloud then inundated in darkness.
An evolution shadow-pIay that ends in extinction.
The bay’s copper breastplate dulls down to lead.

‘And the clouds perish’d: Darkness had no need
Of aid from them – she was the Universe,’
wrote Byron in Darkness. And Giorgos Seferis,
great Greek poet, senses that darkness in Delphi:
‘The powers of darkness are the leavens of light.
The stronger the darkness, the deeper the light.
Delphi of all places has been the most kneaded
by the chthonic power and the absolute light.’
Once filming here the Greek on the Steadycam told me:
‘Here even shadows have light in their darkness.’

We refill our bottles and start walking back
under the now stagless Hyampeia peak,
and past fire hoses in new red containers
installed since the olives caught fire in the valley.
Fire down in Amphissa did for whole groves.
Now cicadas rehearse a united ignition
scratching their matchsticks that don’t quite reach flaring.
Their pace is picked up by the flapping of flag-ropes
against metal flagpoles that curve round Prometheus
carved out of bronze and bearing his flame
(these days protected from scrap metal merchants!)
The flapping flag-ropes are echoed by goat-bells
as herds sensing autumn start descending Parnassus
where soon the ice and the snow on the summit
will give no firm foothold to the shivering Muses.
Melpomene’s the only one who doesn’t need thermals
but goes round Parnassus like a Newcastle lass
on a pub crawl at Christmas with bare legs and arms
as though out for the night on the Costa del Sol.
And beer bottles clink together in street kiosk fridges,
echoing the flapped flagpoles surrounding Prometheus,
Amstel and HeinekenAIpha and Fix
in the throbbing tremble of the ice cube machine,
more tintinnabulation than a solemner tolling.

A hanging newspaper clothes pegs keep open
on the kiosk across from the shut, smashed hotel
has a whole half-page picture of a poet I know well.
The headline’s ‘Seimous xini, Seamus!’ No need to read
the efige or pethane that follow to know
Seamus Heaney had died. Some years back we’d dined
in the hotel that’s now derelict just behind.
His eyes from the picture stare into the ruin.
It was there that I gave him my Oresteia
with its Egil-like kennings I thought Aeschylean,
where I’d sweated to find a style Dionysius
might find like polygons though hewn out of English,
and Seamus gave me his Greek tragedy versions.
My coeval heart judders with lurches of scree fall.
Instinctively my finger touches my ribcage
with my heart’s irregular tempo beneath it.
I’m wearing my Kazantzakis black T-shirt
I have at least five of and wear every day.
There’s a quote from the Cretan in cursive stitched Greek:
‘I hope for nothing. I fear nothing. I am free,’
and I feel the eleftheros (free) on my nipple,
though the tipota (nothing) is pretty close too.

We see the sun begin setting over Ghiona,
and go for an ouzo in an old bar, the Apollo,
next to the hotel I’d dined in with Seamus,
to watch the sun set over what’s called here ‘the sea
of olives’, a metaphor now hard to maintain
seeing so many billows below us so blackened,
discors concordia, where a sea has charred waves.
A drop of Castalia clouds both our ouzos.
With our first sip we toast that great Irish spirit
and Parnassus above us whose pathways he trod.
With the next sip I take my anti-coagulant
and toast you who’ve loved me into survival,
I say: ‘o femina sola superstes, love,’
quoting Ovid’s Deucalion glad I’ve survived
to come here to Delphi the 35th time.
Carpe diem but don’t translate carpe ‘seize’.
Think of a day as a fruit or a flower
and ‘seize’ at once sounds too grabbing, too rough.
The verb carpo goes with floresviolaslilia,
in Ovid’s Metamorphoses, and in Virgil
with rosampomaviolaspapavera.
Once you’ve taken the sense of snatching away
you can simply, less desperately, savour the day.
Karpos, the ancient Greek word for fruit, and the word
still on the brown paper bag of ripe apricots
we bought on our way down to Castalia’s spring,
must be the root of the Latin verb carpo:
carpe diemcarpe noctemcarpe solemcarpe lunam,
even carpe mortem in this spring-clouded toast.
The spring we always drink from and fill bottles with
has no Deucalion Deluge salt in its savour.
Melpomene’s breast-scent stays in the snow-melt
and lasts till it’s sipped from Castalia’s spring.
I wrap a litre of Castalia in a towel and socks
in my hold baggage for the flight back when we leave.

I sip Castalia and cook in my Newcastle kitchen
and use it to take my anticoagulant,
to keep on surviving the slopes of Parnassus
though Melpomene’s the last Muse up on the summit.
All my Kazantzakis T-shirts are hung up to dry
on the rack I hang washing on over the stove,
all of them folded so the ‘I am free’ shows.
Above the stove also two posters are framed,
one from thirty years back, my NT Oresteia,
whose text with intro I gave Seamus in Delphi,
and one forty years back from the Festival Hall,
a reading with Ted Hughes, Seamus Heaney and me,
Tony Harrison, sadly the only one still alive.
Both those I’ve read with have been in this kitchen.

Along with the makars I’ve already mentioned,
Aeschylus, Virgil, Ovid, Egil, Byron,
Seferis, Kazantzakis, Ted Hughes,
I move towards an in memoriam, maybe,
with Seamus Heaney, makar, duly lamented,
but without the timor mortis conturbat me
William Dunbar’s refrain keeps repeating
but Seamus’s own last words: noli timere.

I look out of the window at my Newcastle figs
ready for gathering, (carpe ficos), not seizing,
and the mulberry planted to remind me of Delphi.
When I’m up on my ladder they’re lovingly gathered,
almost caressingly or they’ll get crushed,
and my clumsy hand indelibly mulberry-dyed.
I’ll freeze some for summer pudding in winter.
Always when cooking I go on composing.
I cook. I compose. I remember, lamenting.
I’m cooking a rabbit like I’ve eaten in Delphi.
The Greek for the dish kouneli me kanella
with its alliterative relish almost Aeschylean
that ‘rabbit with cinnamon’ doesn’t quite match.

I cook with fire and water, (discors concordia),
and drop into the rabbit a handful of capers
we gathered together from Gondwanaland.

Tony Harrison

da “London Review of Books”, 19 febbraio 2015

«Scrivi, scrivi» – Giorgio Manganelli

Minor White, Twisted Cypress and Sea, 1950

I

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

II

Usa le allucinazioni: un
ectoplasma serve ad illuminare
un cerchio del tavolo di legno
quanto basta per scrivere una cosa egregia –
usa le elettriche fulgurazioni
di una mente malata
cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore
insaporisci della tua anima piagata
l’insalata, il tuo vino
rosso come sangue, o bianco
come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.

III

Usa la tua morte: la gentilezza
grafica gotica dei tuoi vermi,
le pause elette del nulla
che scandiscono le tue parole
rantolanti e cerimoniose;
usa il sudario, usa i candelabri,
e delle litanie puoi fare
un bordone alla melodia – improbabile –
delle sfere.

IV

Usa il tuo inferno totale:
scalda i moncherini del tuo nulla;
gela i tuoi ardori genitali;
con l’unghia scrivi sul tuo nulla:
a capo.

Giorgio Manganelli

23 /1 /’61

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006

La mia casa e il mio cuore – Marcos Ana

Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951

(sogno di libertà)

Se un giorno tornerò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

Marcos Ana

(Traduzione di Chiara De Luca)

da “Ditemi com’è un albero”, Crocetti Editore, 2009

***

Mi casa y mi corazón 

(sueño de libertad)

Si salgo un día a la vida
mi casa no tendrá llaves:
siempre abierta, como el mar,
el sol y el aire.

Que entren la noche y el día,
y la lluvia azul, la tarde,
el rojo pan de la aurora;
La luna, mi dulce amante.

Que la amistad no detenga
sus pasos en mis umbrales,
ni la golondrina el vuelo,
ni el amor sus labios. Nadie.

Mi casa y mi corazón
nunca cerrados: que pasen
los pájaros, los amigos,
el sol y el aire.

Marcos Ana

da “Decidme cómo es un árbol”, Umbriel Editores, 2007

L’aspro sapore del mare – Derek Walcott

Dipinto di Emil Nolde

Dipinto di Emil Nolde

 

Quella vela piegata alla luce,
stanca d’isole,
una goletta che batte il Mar dei Caraibi

per ritornare, potrebbe essere Odisseo
diretto a casa attraverso l’Egeo;
quel desiderio di padre e di marito,

sotto l’aspro livore della vecchiezza,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

E questo non assicura la pace. L’antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non può finire ed è la stessa

per il naufrago e per chi sul lido
ora infila i piedi nei sandali per rientrare,
da quando Troia ha spirato l’ultima fiamma

e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
alle conclusioni dell’esausta risacca.

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore 

***

Sea Grapes

That little sail in light
which tires of islands,
a schooner beating up the Caribbean

for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean,
that father and husband’s

longing, under gnarled sour grapes, is
like the adulterer hearing Nausicaa’s name
in every gull’s outcry;

This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility
will never finish and has been the same

for the sea-wanderer or the one on shore
now wriggling on his sandals to walk home,
since Troy lost its old flame,

and the blind giant’s boulder heaved the trough
from whose ground-swell the great hexameters come
to finish up as Caribbean surf.

The classics can console. But not enough.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Itaca – Costantino Kavafis

Stephania Dapolla, The house of oracles Elefsis, Athens

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti − finalmente, e con che gioia −
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, piú profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi)

da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

***

‘Ιθάκη 

Σά βγεις στόν πηγαιμό γιάα την Ιθάκη,
νάα εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος,
γεμάτος περιπέτειες, γεμάτος γνώσεις.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον θυμωμένο Ποσειδώνα μη φοβάσαι,
τέτοια στον δρόμο σου ποτέ σου δεν θα βρεις,
αν μέν’ η σκέψις σου υψηλή, αν εκλεκτή
συγκίνησις το πνεύμα και το σώμα σου αγγίζει.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον άγριο Ποσειδώνα δεν θα συναντήσεις,
αν δεν τους κουβανείς μες στην ψυχή σου,
αν η ψυχή σου δεν τους στήνει εμπρός σου.

Να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος.
Πολλά τα καλοκαιρινά πρωιά να είναι
που με τι ευχαρίστησι, με τι χαρά
θα μπαίνεις σε λιμένας πρωτοειδωμένους·
να σταματήσεις σ’ εμπορεία Φοινικικά,
και τες καλές πραγμάτειες ν’ αποκτήσεις,
σεντέφια και κοράλλια, κεχριμπάρια κ’ έβενους,
και ηδονικά μυρωδικά κάθε λογής,
όσο μπορείς πιο άφθονα ηδονικά μυρωδικά·
σε πόλεις Aιγυπτιακές πολλές να πας,
να μάθεις και να μάθεις απ’ τους σπουδασμένους.

Πάντα στον νου σου νάχεις την Ιθάκη.
Το φθάσιμον εκεί είν’ ο προορισμός σου.
Aλλά μη βιάζεις το ταξείδι διόλου.
Καλλίτερα χρόνια πολλά να διαρκέσει·
και γέρος πια ν’ αράξεις στο νησί,
πλούσιος με όσα κέρδισες στον δρόμο,
μη προσδοκώντας πλούτη να σε δώσει η Ιθάκη.

Η Ιθάκη σ’ έδωσε τ’ ωραίο ταξείδι.
Χωρίς αυτήν δεν θάβγαινες στον δρόμο.
Άλλα δεν έχει να σε δώσει πια.

Κι αν πτωχική την βρεις, η Ιθάκη δεν σε γέλασε.
Έτσι σοφός που έγινες, με τόση πείρα,
ήδη θα το κατάλαβες η Ιθάκες τι σημαίνουν.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984