Lavori in corso – Vittorio Sereni

Mario de Biasi, New York, 1955

I

Sarà che esistono vite come foglie morte –
la casa tra le acque
                                   evidentemente in rovina
quella lebbra repressa dall’acciaio
quei ragnateli di suoni domestici di appena ieri
(e vuoti i letti umidi i divani le poltrone deserte)
lasciala nel lampo del suo enigma
espunta dal traffico riproposta a ogni rotazione del Riverside Drive

non chiederti dove saranno mai finiti
non dire che la vita è carbonizzazione o divorzio
(ma strano che uno ricordi solo questo di una intera metropoli)

oppure inezie di un viaggio d’inverno nell’immenso –
il palpebrìo del jet nel suo orgasmo di mutante
quando è ancora e non è più
un numero-luce scattato sul tabulatore di New York

o anche quei segni dipinti negli atrii dei formicai –
foglianti epidemie su pareti piastrelle carte da parati
che ci fanno le piccole svastiche qui nel Bronx,
ce n’erano tanti – dicono – ce ne sono tra colombe e falchi
ma puoi anche supporli come emblemi vecchi motivi indiani,
comunque si biforchino in questo mezzo sonno:
drappi e stendardi calpestati in Europa
o l’ombra senza speranza dell’indio tra i grattacieli?
Altre sono in cammino nell’agonia o nell’estasi
nuove ombre mi inquietano che intravedendo non vedo.

II

A certi che so non gli basta
di volermi morto. Tale mi sperano:
morto, ma con infamia. Non sanno
che ho fatto di peggio che li ho
miniaturizzati nel ricordo.

Ma questi di qui sono foglie
inezie segni che lavorano in grande
non quei congelati in miniatura quei non addetti
bocche minime vocianti sotto vetro
– e avrebbero ragione se solo sapessero –
rattrappite per sempre nella colata
fossili nel cemento vivo.

III

Inopportuno futile intempestivo
lo spiritello di cui sopra.

Scatta e lo annienta un altro
battente diversa ala da laggiù
dal mare se mare è quel grigio
d’inesistenza attorno a Ellis Island
isolotto già di quarantena
sfumante in nube di memoria:
del giovane Charlie
Chaplin e di quanti con lui
in lista con lui d’attesa
bussarono alle porte degli Stati
con tutta quell’america davanti
presto travolti in quelle
storie sue prime d’ombre
velocissime
di emigranti sguatteri vagabondi
– e vorrebbero oggi rifarsi ricomporsi
con gli sbuffi di fumo del sottosuolo
sempre oro cercando i testardi
contro le vetrate spente
sul gelo sul deserto qui in Wall Street
una domenica.

Vittorio Sereni

New York, 1967

da “Stella variabile”, Garzanti, 1981

Lavori in corso I: «e vuoti i letti ecc.» riproduce in adattamento italiano due versi della poesia These di William Carlos Williams.
III: Ellis Island, centro di sosta e transito per immigranti, porta ufficiale e simbolica per milioni di futuri cittadini statunitensi dal 1892 al 1954, anno in cui il centro fu chiuso. La piccola isola è poi diventata monumento storico in aggiunta alla non lontana Statua della Libertà.

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