In Italia – Derek Walcott

Luigi Ghirri, Venezia, 1987, dalla serie “Paesaggio italiano”, (1980-1992)

per Paola
I

Il giorno, grigio. L’umore: ardesia. Troppo coperto per nuotare,
a meno che un sole deciso non emerga; e può accadere.
Le nostre mani, come formiche, innalzano biblioteche, archiviano fogli
e pergamene sforacchiate; i nostri libri sono lapidi, un inno ogni poesia.
E quella ragazza italiana, di talento e con un’indole di miele,
scomparsa dai fogli di «Poesia», scomparsa dal selciato umido
di Rimini mentre le formiche scribacchiano, i granchi agitano le chele
e le lapidi si addensano. Era una di quelle adorabili,
adorabile il sorriso, musicali le parole,
così cortese il suo carattere! Svanita come sabbia che si asciuga,
come l’ombra rapida del vento su una spiaggia assolata,
un granchio si ferma e poi prosegue. Come questa formica; questa mano.

II

Era sembrato un tipo trascurabile ma la morte di lei
gli ha inflitto la saggezza; ora ha acquisito
l’autorità del dolore; potevi sentire il suo respiro
e ogni minimo gesto era profondamente affaticato.
Forse è questo che lei gli ha lasciato, una strana
rabbiosa diffidenza al di là della sua resa
e una devozione più profonda di quanto il suo lavoro volesse,
per una bellezza che sembrava così oltre la gittata
del sordo colpo di cannone che l’avrebbe riversata
sul tappeto della camera da letto; è più che
essere rimasto vedovo; stavano per sposarsi.
Ora era distesa, bianca come marmo scomposto, il busto classico
di una dea la cui breve visita ha deliziato la terra.

III
per Giuseppe Cicchelero

Il pino gettò la sua rete per riportare le rondini
ai rami, il loro volo fu breve come quello dei pipistrelli,
i panfili si illuminarono portando Siracusa vicina,
una musica interrotta fluttuava dai battelli.
Al crepuscolo l’anima ondeggia nella nostalgia di casa,
nell’ora arancione il suo profilo è una palma
ispida come un riccio di mare contro un cielo
dove iniziano a pulsare le stelle, l’aperto salmo
di una nube enorme ne assorbiva lentamente la tinta.
I rondoni scagliavano le loro frecce e il fuoco del giorno
infuriava su Cartagine, su Alessandria,
nell’impero del sole tutte le città erano braci,
e nella sua cecità la notte avrebbe scelto
una ragazza dalla visione più ampia, Santa Lucia,
patrona delle palme e dei pini, il cui
alfabeto erano le rondini di Siracusa.

IV

Strade fiancheggiate da muri di cinta con stretti
budelli di ciottoli per vie, quelle città di collina
con francobolli di piazze e un mare appuntato dalla freccia
di un orizzonte tremante, con nomi che non appassiscono
nei secoli e ombre che sono la meridiana del tempo. Luce
più vecchia del vino e una nube come una tovaglia
stesa sotto le foglie per pranzo. Sono venuto tardi
in Italia, ma meglio adesso, forse, che da giovane,
in quell’età mai soddisfatta e dalle gioie ingannevoli,
mentre ora i miei capelli rimano con quelle creste distanti
e le campane sulle colline enumerano i miei errori,
perché non siamo mai dove siamo, ma altrove,
persino in Italia. Questa è la verità sopportabile
della vecchiaia; ma sii grato per quello che hai: quei campi
di girasoli, la luce a brandelli sui colli, la foschia
dell’impercettibile Adriatico, col giorno che spera ancora
in una possibilità, ombre di nubi che scorrono sui pendii.

V

Quei versanti crestati da bastioni e campanili,
le chiome degli olivi, quei pendii di grano mietuto
tra i pioppi lucenti, quei campi di girasoli
con tovaglioli da pranzo simili a mitre di papi,
vicoli dalle lunghe ombre, ripari aperti
vigilati da cipressi svettanti, muri ocra spruzzati
d’ombre, infine le cittadine dalle strade fitte
come una cotta di maglia, col nome di un santo mediocre,
avviluppate in un’unica strada che porta al mare offuscato.
Tutti quei porticcioli, tutti con nomi di santi,
redimono quella tristezza che era la Sicilia
e la stupidità dell’innocenza.
È come la luce siciliana ma col sole e la mia ombra
diversi, un’amarezza come una perdita.
Bevi da quell’amarezza per dimenticare il suo nome,
questa è la misericordia concessa dall’oblio.

VI

Le finestre azzurre, il copriletto color limone,
la consapevolezza che il mare è dietro il corso
con i balconi e le bici, che il traffico gelido
mischia i suoi scarichi all’effimero caffè degli interni,
a lenzuola effimere e alla vista effimera
di alberghi salmastri dalle palme appuntite,
nonostante i quali l’estate è seria,
perché c’è inevitabilmente un addio alle armi:
alla bellezza dai cappelli tempestosi che sparirà.
L’assenza traslata del tuo asse, l’amore
oscilla sul perno del tuo corpo a ogni tremito
del vagone che sfila lungo i tetti e le spiagge
della costa ligure. Le cose perdono il loro equilibrio
e vacillano sotto i colpetti della memoria.
Aspetti una rivelazione, le evoluzioni dei delfini,
aspetti che gli usignoli sciolgano i nodi in gola,
che le campane assolvano i tuoi peccati
come le vele ammainate delle barche al rientro.

VII

I tuoi capelli rossi che attraversavano la casa di Leopardi
lo facevano col loro fuoco modesto e senza fiamma, Maria.
Abbiamo visitato le stanze in soggezione davanti a tanta sofferenza,
tra scale che strozzavano i muri, il cui canto ascendente
era la solitudine e Silvia; sotto travi scure,
sfilando in file funeree davanti ai volumi rilegati,
abbiamo appreso dei sogni storpi del grande poeta
dalla nostra guida — un Caravaggio — e dal suo bianco sorriso.
Sembravi fuori posto tra quella gente: separata, distinta,
appartenevi alle colline di Recanati che la primavera ricopre
di lentiggini. Il tuo corpo sodo e minuto, abbronzato, s’increspava
sotto un motivo a fiori, il tuo sguardo diceva:
«Perché l’amore dev’essere per forza un dolore immenso?
I passeri non sfrecciano pieni di gioia attorno alla casa,
anche se domani arriveranno altri lugubri pellegrini? ».
Poi ho guardato dalla finestra della sua casa
e ho visto, radunati nella piazzetta,
cavalieri schierati per servire il vessillo di capelli rossi,
con le alabarde alzate, su mezzo centinaio di cavalli.

VIII

Anche in Italia non avevo mai visto un posto
simile – riquadri di grano mietuto, pannelli di una messe
recente, frumento forse, colline arate nella luce oscillante
punteggiate dagli olivi e dai cipressi che amo,
il letto sbiancato di un fiume e i campi di girasoli
fuori Urbino, sempre sorprendenti, meglio di quanto avessi letto,
poggi che dolcemente digradano poi dolcemente s’innalzano,
e sopra l’asfalto sfrecciante il finestrino mi ha detto:
«Hai visto l’Umbria, hai ammirato la Toscana, sei rimasto
a bocca aperta davanti all’ampiezza del porto di Genova,
ora ti mostro un finto segreto, hai mai visto
un paesaggio così bello, una strada
altrettanto benedetta?». Ho risposto: «Monterey.
Ci fermammo, persino, per ammirare la luce,
i frangenti, i pini, i ginepri, i cieli distesi
della costa. Se il chicco gettato dal seminatore
nella cartolina produce un tale stupore, un raccolto
così certo, io li ho visti con i miei occhi».

IX

Persino così distante ormai da quell’hotel raccolto e modesto,
dai muri bianchi estivi, dal tintinnio del carretto dei gelati,
dalla pista ciclabile rovente e dalla bottiglia di minerale,
un’altra cartolina da spiaggia mi si stampa sul cuore;
persino così distante, settimane dopo, il prurito della sabbia,
l’Adriatico mi s’appiccica alla schiena e la riveste
di sale ingrigito, riportando madri irascibili e i loro
figli gommosamente vivaci e quanto odiavo tutto
all’inizio, le sdraio a noleggio, mentre un centinaio
di ombrelloni identici enfatizzano il formato
della costa vacanziera e il terrore invincibile
delle famiglie, dove ogni ombra è un’oasi
e ragazze color vaniglia si spalmano la crema sulle cosce
in un’Italia da pubblicità, una felicità di plastica
che dava una soddisfazione reale. Nel fresco della lobby,
i vecchi in ozio. Ero uno di loro ormai.
Studiare i turisti lenti e sovraccarichi era il mio unico hobby,
schiavo di una vescica capricciosa e una terribile flemma.

X

Sono stupefatto dai girasoli che roteano
negli enormi prati verdi sopra il mare indaco,
sbalordito dal loro aureo silenzio, sebbene cantino
con l’impercettibile brusio degli orologi sopra Recanati.
Davvero si voltano verso il tramonto, proprio come un esercito
obbedirebbe agli ultimi ordini di un impero in declino,
ruote bloccate sullo stesso solco prima delle stelle
imbullettate e del fuoco vagante delle lucciole,
poi si afflosciano a terra con lievi tonfi come meteore
esauste? Nella nostra vita altrove, i girasoli
crescono solitari, ma in questa regione costiera
puoi trovare interi campi del loro potere terreno
steso come il mantello di un principe rinascimentale,
le loro insegne avvizziranno, i loro elmi d’oro riempiranno il vuoto;
sono poesie che recitiamo a noi stessi, metafore
della nostra breve gloria, una luce inevitabile
che ai tempi di Blake si chiamava paradiso, ma ora non più.

XI

Se tutte queste parole fossero ciottoli di vari colori,
con pozze dove l’airone azzurro potrebbe abbeverarsi,
un mosaico rivestito e invetriato dalle bolle evanescenti
delle secche, e onde pavesate che marciano al rullo del mare,
se fossero più che segni neri sulla carta bianca
e suoni che i nostri occhi emettono incontrandosi,
sarebbero tutte tue, perché sei tu che dài forma
al capriccio del momento, tuo è il costante benvenuto
della tortorina nel boschetto, la rete che è gettata
sul tremolante letto di pietre dell’insenatura,
e tua è la conchiglia in cui l’orecchio si arriccia,
o un feto in preghiera, profezia e rimpianto.
Qui nell’istanza torrida di un pomeriggio, il cuore
stancante è felice, il mare rovente si corruga come latta,
nelle pozze della marea gli scogli neri sparano
le solite raffiche di triglie nel loro limpido bacino;
questa è l’immobilità e la calura di un luogo segreto,
dove ciò che prende forma in una pozza è il viso di una ragazza.

XII
per Roberta

Non smetterò mai di lodare la luce che svaria
su un muro di cotto a Napoli, nell’imbrunire inafferrabile
che fa avvampare ogni angolo con i lilla e gli arancioni
di un pittore dilettante, la sgargiante Venezia col suo disco
che si dissolve nel Canal Grande quando uno sparo
impercettibile disperde i piccioni, benché Roberta dica
che i loro stormi sono ormai una seccatura ufficiale, e non c’è sibilla
o doge che possa salvarli, nemmeno una statua col suo braccio levato,
o forse si poseranno di nuovo e sulla laguna splendente
tornerà una calma da Canaletto, a Santa Maria della Salute,
con l’imbrunire che increspa l’acqua a colpi di fisarmonica,
per un dio che sferra il tridente? Sento il suono ampliarsi
sotto il rantolo dei vaporetti oltre i ricami
di merletti che, mentre ti avvicini, si mutano in pietra:
si mutano in pietra, mia adorata, mia bellezza scolpita
che fa sbadigliare i leoni sonnolenti e impennare i cavalli di bronzo.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In Italy

For Paola
I

The day, grey. The mood: slate. Too overcast to swim,
unless a strong sun emerges; which it may.
Our hands, like ants, keep building libraries, storing leaves
and riddling parchment; our books are tombstones, every poem a hymn.
And that honey-natured, gifted Italian girl
gone from the leaves of Poesia, gone from the wet stones
of Rimini as the ants keep scribbling, the crabs keep scuttering, and
the tombstones thicken. She was one of the lovely ones,
lovely in laughter, musical in speech,
so gentle in disposition! Vanished like drying sand,
like the fast shadow of the wind on a sunlit beach,
a crab halts and then continues. Like this ant; this hand.

II

He had seemed negligible but her death
afflicted him with wisdom; now he acquired
authority from pain; you could hear his breath
and the littlest gesture he made was profoundly tired.
Maybe that was what she left him, a strange,
angry diffidence beyond his surrender
and a devotion deeper than his work desired,
for a beauty that had seemed so out of range
of the dull cannon thud that would send her
sprawling on the bedroom carpet; more so
than being merely a widower; they were to be married.
Now she lay white as tousled marble, the classical torso
of a goddess whose brief visit delighted earth.

III
For Giuseppe Cicchelero

The pine flung its net to snare the evening swallows
back to its branches, their flight was brief as bats’,
the yachts lit up and brought Siracusa close,
a broken music drifted from the ferry boats.
At dusk the soul rocks in its homesickness,
in the orange hour its silhouette is a palm
spiky as a sea urchin against the sky
beginning to pulse with stars, the open psalm
of a huge cloud slowly absorbed its dye.
Swifts practised their archery and the day’s fire
roared over Carthage, over Alexandria,
all of the cities were embers in the sun’s empire,
and the night in its blindness would choose a
girl with greater vision, Santa Lucia,
patroness of palm and pine tree whose
alphabet was the swallows of Syracuse.

IV

Roads shouldered by enclosing walls with narrow
cobbled tracks for streets, those hill towns with their
stamp-sized squares and a sea pinned by the arrow
of a quivering horizon, with names that never wither
for centuries and shadows that are the dial of time. Light
older than wine and a cloud like a tablecloth
spread for lunch under the leaves. I have come this late
to Italy, but better now, perhaps, than in youth
that is never satisfied, whose joys are treacherous,
while my hair rhymes with those far crests and the bells
of the hilltop towers number my errors,
because we are never where we are, but somewhere else,
even in Italy. This is the bearable truth
of old age; but count your benedictions: those fields
of sunflowers, the torn light on the hills, the haze
of the unheard Adriatic, while the day still hopes
for possibility, cloud shadows racing the slopes.

V

Those hillsides ridged with ramparts and bell towers,
the crests of olives, those wheat-harvested slopes
through glittering aspens, those meadows of sunflowers,
with luncheon napkins like the mitres of popes,
lanes with long shadows, wide open retreats
guarded by leaping cypresses, shade-splashed ochre
walls, then the towns themselves with streets
as close as chain-mail, named after some mediocre
saint, coiling as one road down to the hazed sea.
All of those little ports, all named for saints,
redeem the sadness that was Sicily
and the stupidity of innocence.
It is like Sicilian light but not the same
sun or my shadow, a bitterness like a loss.
Drink of its bitterness to forget her name,
that is the mercy oblivion allows.

VI

The blue windows, the lemon-coloured counterpane,
the knowing that the sea is behind the avenue
with balconies and bicycles, that the gelid traffic
mixes its fumes with coffee-transient interiors,
transient bedsheets, and the transient view
of sea-salted hotels with spiky palms,
in spite of which summer is serious,
since there is inevitably a farewell to arms:
to the storm-haired beauty who will disappear.
The shifted absence of your axis, love
wobbles on your body’s pivot, to the carriage’s
shudder as it glides past the roofs and beaches
of the Ligurian coast. Things lose their balance
and totter from the small blows of memory.
You wait for revelations, for leaping dolphins,
for nightingales to loosen their knotted throats,
for the bell in the tower to absolve your sins
like the furled sails of the homecoming boats.

VII

As your red hair moved through Leopardi’s house,
it was with its modest, flameless fire, Maria.
We toured its rooms in awe of such suffering, whose
stairs constricted its walls, whose climbing aria
was Silvia and solitude; under dark beams,
passing bound volumes in funereal file,
we heard of the great poet’s crippled dreams
from our Caravaggio guide and her white smile.
You seemed wrong for the crowd: separate, distinct,
you belonged to the spring-freckled hills outside
Recanati. Your pert, tanned body wrinkled
under its floral print, your look said:
«Why must they feel that love is a great sorrow?
Don’t sparrows dart with joy around this house,
though more lugubrious pilgrims come tomorrow?»
Then I looked from the window of his house
and saw, assembled in the little square,
knights ranked to serve the banner of red hair,
their halberds raised, on half a hundred horse.

VIII

Also in Italy I’d never seen anywhere quite
like it—these squares of harvested wheat, panels of
a green crop, maybe corn, tilled hills in rolling light,
dotted with olive and the cypress that I love,
a bleached river-bed and fields of always surprising
sunflowers around Urbino, like nothing I had read,
small hills gently declining then gently rising,
and above the rushing asphalt the window said:
«You have seen Umbria, admired Tuscany,
and gaped at the width of the harbour at Genoa,
now I show you an open secret, do you know any
landscape as lovely as this, do you know a
drive as blest as this one?» I said: «Monterey.
We stopped the car, too, to take in the light,
the breakers, juniper, pine, and the unfolding skies
of the coast. If the grain flung by the sower
in the card brings such astonishment, such a sure
harvest, I have seen them with my own eyes.»

IX

Even this far now from that compact, modest hotel,
white walls of summer, tinkle of the ice-cream cart,
baking bicycle path and mineral water bottle,
another beach postcard stamps itself on my heart;
even this far, weeks later, the itch of sand,
the Adriatic sticks to my back, plating it
with greying salt, bringing irascible mothers and
their rubber-bright children and hating it
at first, the rented chairs, while a hundred
identical iron umbrellas emphasize the size
of the holiday coast and the invincible dread
of families, where each shadow is an oasis
and vanilla-coloured girls rub cream on their thighs
in an advertisement Italy, a plastic happiness
that brought actual content. In the cool lobby,
the elderly idle. I was now one of them.
Studying the slow, humped tourists was my only hobby,
racked now by a whimsical bladder and terrible phlegm.

X

I am astonished at the sunflowers spinning
in huge green meadows above the indigo sea,
amazed at their aureate silence, though they sing
with the inaudible hum of the clocks over Recanati.
Do they turn to face the dusk, just as an army
might obey the last orders of a sinking empire,
their wheels stuck in one rut before the small studs
of stars and the fireflies’ meandering fire,
then droop like exhausted meteors in soft thuds
to the earth? In our life elsewhere, sunflowers
come singly, but in this coastal province
there can be entire fields of their temporal powers
spread like the cloak of some Renaissance prince,
their banners will wilt, their gold helms fill the void;
they are poems we recite to ourselves, metaphors
of our brief glory, a light we cannot avoid
that was called heaven in Blake’s time, but not since.

XI

If all these words were different-coloured pebbles,
with little pools that the blue heron might drink from,
a mosaic sheeted and glazed by the vanishing bubbles
of the shallows, and bannered waves marching to the sea’s drum,
if they were more than black marks on white paper,
and sounds that our eyes make upon their meeting,
they would be all yours, since you are the shaper
of the instant’s whim, yours is the steady greeting
of the ground dove in the grove, the net that is hurled
over the wobbling stone bed of the inlet,
and yours is the shell in which an ear is curled
or a praying foetus, prophecy and regret.
Here on the blazing instance of an afternoon, the tiring
heart is happy, the hot sea crinkles like tin,
in the tide pools the black rocks are firing
their usual volleys of mullet in their clear basin;
this is the stillness and heat of a secret place,
where what shapes itself in a rock-pool is a girl’s face.

XII
For Roberta

Over and over I will praise the light that ranges
over a terra-cotta wall in Naples, in the ungraspable dusk
that makes every corner flare with the lilacs and oranges
of an amateur painter, praise lurid Venice with its disc
dissolving in the Grand Canal when an inaudible
gunshot scatters the pigeons although Roberta says
that their flocks are now an official nuisance and no sibyl
or Doge can save them, no statue with her lifted arm,
or will they settle again and a Canaletto calm
return to the shining lagoon, to Santa Maria della Salute,
dusk rippling the water with accordion strokes,
from a god striking his trident? I hear the widening sound
under the rattle of vaporettos past handiworks
of lace that, as you warp nearer, turn into stone:
turn into stone, cherished one, my carved beauty
who makes drowsing lions yawn and bronze stallions frisk.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

È semplice – Piero Bigongiari

Foto di Vivian Maier

 

È tutto cosí semplice quando anche,
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è cosí facile
che colte cosí presto si corrompano.

Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
con l’infinito chi non può volere?

Se io non so pregarti ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.

Piú di cosí è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
per essere sicuro alle mie spalle.

Piero Bigongiari

3 dicembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Giochi ogni giorno – Pablo Neruda

Harold Cazneaux, “Neath the Vine”, Sydney, 1931

 

14.

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra ghirlande gialle.
Chi scrive il tuo nome con lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ti ricordi com’eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire tutti i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
lo posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola, mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto tante volte ardere l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

14. Juegas todos los días

Juegas todos los días con la luz del universo.
Sutil visitadora, llegas en la flor y en el agua.
Eres más que esta blanca cabecita que aprieto
como un racimo entre mis manos cada día.

A nadie te pareces desde que yo te amo.
Déjame tenderte entre guirnaldas amarillas.
Quién escribe tu nombre con letras de humo entre las estrellas del sur?
Ah déjame recordarte cómo eras entonces, cuando aún no existías.

De pronto el viento aúlla y golpea mi ventana cerrada.
El cielo es una red cuajada de peces sombríos.
Aquí vienen a dar todos los vientos, todos.
Se desviste la lluvia.

Pasan huyendo los pájaros.
El viento. El viento.

Yo sólo puedo luchar contra la fuerza de los hombres.
El temporal arremolina hojas oscuras
y suelta todas las barcas que anoche amarraron al cielo.

Tú estás aquí. Ah tú no huyes.
Tú me responderás hasta el último grito.
Ovíllate a mi lado como si tuvieras miedo.
Sin embargo alguna vez corrió una sombra extraña por tus ojos.

Ahora, ahora también, pequeña, me traes madreselvas,
y tienes hasta los senos perfumados.
Mientras el viento triste galopa matando mariposas
yo te amo, y mi alegría muerde tu boca de ciruela.

Cuánto te habrá dolido acostumbrarte a mí,
a mi alma sola y salvaje, a mi nombre que todos ahuyentan.
Hemos visto arder tantas veces el lucero besándonos los ojos
y sobre nuestras cabezas destorcerse los crepúsculos en abanicos girantes.

Mis palabras llovieron sobre ti acariciándote.
Amé desde hace tiempo tu cuerpo de nácar soleado.
Hasta te creo dueña del universo.

Te traeré de las montañas flores alegres, copihues,
avellanas oscuras, y cestas silvestres de besos.

Quiero hacer contigo
lo que la primavera hace con los cerezos.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924

«Se la vita sapesse il mio amore!» – Sandro Penna

Camille Claudel, L' Aurore, bronze, 1908

Camille Claudel, L’ Aurore, bronze, 1908

 

Se la vita sapesse il mio amore!
me ne andrei questa sera lontano.
Me ne andrei dove il vento mi baci
dove il fiume mi parli sommesso.

Ma chi sa se la vita somiglia
al fanciullo che corre lontano…

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1989

A Sergèj Esènin – Vladimir Vladimirovič Majakovskij

Esenin

 

Voi ve ne siete andato,
                                         come suol dirsi,
                                                                      all’altro mondo.
Il vuoto…
                  Volate,
                                fendendo le stelle.
Senza un acconto,
                                 senza libagioni.
Sobrietà.
No, Esènin,
                     questo
                                 non è dileggio, —
in gola
             ho un groppo di pena,
                                                      non un ghigno.
Vedo
         che con la mano recisa, esitando,
dondolate il sacco
                                 delle vostre
                                                       ossa.
Smettetela,
                     cessate!
                                    Siete matto?
Lasciarsi
                 imbiancare
                                       le guance
                                                          dal gesso mortale?
Proprio voi
                     che sapevate sbizzarrirvi,
come nessun altro
                                  a questo
                                                  mondo.
Perché,
              a che scopo?
                                     L’incertezza ha provocato scompiglio.
I critici borbottano:
                                    «Le cause
sono queste e quelle,
                                     e in specie
                                                         lo scarso affratellamento
per effetto
                    della molta birra e del molto vino».
Si dice
             che aveste sostituito
                                                   la bohème
                                                                       con la classe,
la classe avrebbe influito su di voi
                                                              e non vi sareste più accapigliato.
Già, come se la classe
                                        spegnesse la sete
                                                                        col «kvas».
La classe
                 anche lei
                                   non scherza nel bere.
Si dice
            che, a mettervi accanto
                                                        qualcuno di «Na postú»,
sareste diventato
                                 assai piú bravo
                                                              nel contenuto:
voi
       avreste scritto
                                  al giorno
                                                    centinaia di versi
stucchevoli
                     e lungagginosi,
                                                  come Dorònin.
Ma, a parer mio,
                               se si fosse avverata
                                                                   una tale incongruenza
vi sareste soppresso
                                      ancor prima.
Meglio infatti
                          morire di vodka
che di tedio!
A noi
          non sveleranno
                                       i motivi della perdita
né il cappio
                      né il temperino.
Forse,
            ci fosse stato
                                    inchiostro all’«Angleterre»,
non avreste avuto ragione
                                                  di tagliarvi
                                                                       le vene.
Gli epigoni si rallegrarono:
                                                     «Imitiamolo»!
Poco mancò
                       che un drappello di loro
                                                                   non facesse di sé giustizia.
Perché
              aumentare
                                    il numero dei suicidi?
Meglio
             accrescere
                                 la produzione d’inchiostro!
Ora
        per sempre
                             la lingua
                                              è chiusa fra i denti.
È inopportuno
                            e penoso
                                             coltivare misteri.
Il popolo,
                  creatore del linguaggio,
ha perduto
                     un roboante
                                            sbornione apprendista.
E c’è già chi porta
                                 rottami di versi in suffragio
da precedenti
                         esequie,
                                       quasi senza rifarli.
Nel tumulo
                     conficcano
                                          pali di ottuse rime, —
è cosí
           che bisogna onorare
                                                  un poeta?
Per voi non è stato sinora
                                                fuso alcun monumento
— dov’è
              il bronzo squillante
                                                  o il granito a faccette? —
e già ai cancelli della memoria
                                                         poco per volta
                                                                                   hanno ammucchiato
le ciarpe delle dediche
                                         e delle ricordanze.
Il vostro nome
                           nei fazzolettini è smoccicato,
Sòbinov sbava
                           la vostra parola
e canticchia
                      sotto un betullina stenta:
«O amico mio,
                          né un motto,
                                                 né un so-o-o-spir».
Eh,
      poter discorrere altrimenti
con codesto
                      Leonìd Lohengrìnič!
Potersi qui levare,
                                  tonante attaccabrighe:
«Non vi permetto
                                 di cincischiare
                                                              i miei versi!»
Poterli
              assordare
                                 con un fischio a tre dita
contro la nonna,
                                e Dio, la madre, l’anima!
Perché si disperda
                                  l’inetta marmaglia,
gonfiando
                   come vele
                                      un nuvolo di giacche,
perché
             alla spicciolata
                                          Kògan se la batta,
storpiando
                     i passanti
                                        con le picche dei baffi.
Finora
             il canagliume
                                       s’è poco diradato.
Molto è il lavoro,
                               occorre fare in tempo.
Bisogna
                dapprima
                                   trasformare la vita
e, trasformata,
                            si potrà esaltarla.
Quest’epoca
                      è difficiletta per la penna.
Ma ditemi
                     voi,
                            sciancati e sciancate,
dove,
          quando,
                         quel grande si è scelto
una strada
                     piú battuta
                                          e piú facile?
La parola
                   è un condottiero
                                                  della forza umana.
March!
             Che il tempo
                                    esploda dietro a noi
                                                                          come una selva di proiettili.
Ai vecchi giorni
                             il vento
                                           riporti
solo un garbuglio di capelli.
Per l’allegria
                        il pianeta nostro
                                                       è poco attrezzato.
Bisogna
                strappare
                                   la gioia
                                                  ai giorni futuri.
In questa vita
                          non è difficile
                                                   morire.
Vivere
             è di gran lunga piú difficile.

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

1926

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

Majakovskij cominciò a scrivere questa poesia subito dopo il suicidio di Esènin (27 dicembre 1925) e la continuò nel gennaio-febbraio 1926 durante un giro di conferenze per le città dell’Unione. La poesia, terminata nella seconda metà di marzo, apparve nel giornale di Tiflìs “Zarjà Vostòka ” [L’aurora d’Oriente] il 16 aprile 1926. Sulla base di questo componimento egli spiegò poi nel saggio teorico Kak delat’ sticht [Come fare i versi, 1926] i princípi della sua creazione.

∗∗∗

Сергею Есенину

Вы ушли,
                   как говорится,
                                                 в мир иной.
Пустота…
                       Летите,
                                         в звезды врезываясь.
Ни тебе аванса,
                                ни пивной.
Трезвость.
                      Нет, Есенин,
                                                это
                                                         не насмешка, —
В горле
                горе комом,
                                       не смешок.
Вижу —
                 взрезанной рукой помешкав,
собственных
                           костей
                                          качаете мешок.
—Прекратите!
                               Бросьте!
                                                 Вы в своем уме ли?
Дать,
            чтоб щеки
                                  заливал
                                                  смертельный мел?!
Вы ж
           такое
                        загибать умели,
что другой
                       на свете
                                         не умел.
Почему?
                 Зачем?
                               Недоуменье смяло.
Критики бормочут:
                                        — Этому вина
то…
          да се,
                     а главное,
                                         что смычки мало,
в результате
                             много пива и вина.—
Дескать,
                  заменить бы вам
                                                     богему
                                                                    классом,
класс влиял на вас,
                                     и было б не до драк.
Ну, а класс-то
                              жажду
                                            заливает квасом?
Класс — он тоже
                                   выпить не дурак.
Дескать,
                  к вам приставить бы
                                                              кого из напостов —
стали б
                  содержанием
                                             премного одарённей.
Вы бы
             в день
                         писали
                                       строк по сто,
утомительно
                             и длинно,
                                                как Доронин.
А по-моему,
                       осуществись
                                                 такая бредь,
на себя бы
                     раньше наложили руки.
Лучше уж
                     от водки умереть,
чем от скуки!
Не откроют
                          нам
                                  причин потери
ни петля,
                    ни ножик перочинный.
Может,
                окажись
                                 чернила в “Англетере”,
вены
          резать
                         не было б причины.
Подражатели обрадовались:
                                                           бис!
Над собою
                       чуть не взвод
                                                   расправу учинил.
Почему же
                      увеличивать
                                                 число самоубийств?
Лучше
               увеличь
                               изготовление чернил!
Навсегда
                   теперь
                                  язык
                                             в зубах затворится.
Тяжело
                 и неуместно
                                           разводить мистерии.
У народа,
                   у языкотворца,
умер
          звонкий
                           забулдыга подмастерье.
И несут
                  стихов заупокойный лом,
с прошлых
                     с похорон
                                         не переделавши почти.
В холм
               тупые рифмы
                                            загонять колом —
разве так
                    поэта
                                 надо бы почтить?
Вам
         и памятник еще не слит,—
где он,
             бронзы звон,
                                      или гранита грань?—
а к решеткам памяти
                                              уже
                                                        понанесли
посвящений
                        и воспоминаний дрянь.
Ваше имя
                     в платочки рассоплено,
ваше слово
                      слюнявит Собинов
и выводит
                      под березкой дохлой —
“Ни слова,
                     о дру-уг мой,
                                               ни вздо-о-о-о-ха “
Эх,
      поговорить бы иначе
с этим самым
                             с Леонидом Лоэнгринычем!
Встать бы здесь
                                  гремящим скандалистом:
— Не позволю
                            мямлить стих
                                                            и мять!—
Оглушить бы
                            их
                                  трехпалым свистом
в бабушку
                       и в бога душу мать!
Чтобы разнеслась
                                      бездарнейшая погань,
раздувая
                   темь
                              пиджачных парусов,
чтобы
               врассыпную
                                        разбежался Коган,
встреченных
                           увеча
                                       пиками усов.
Дрянь
            пока что
                                мало поредела.
Дела много —
                         только поспевать.
Надо
           жизнь
                         сначала переделать,
переделав —
                          можно воспевать.
Это время —
                           трудновато для пера,
но скажите
                         вы,
                               калеки и калекши,
где,
       когда,
                    какой великий выбирал
путь,
             чтобы протоптанней
                                                           и легше?
Слово —
                  полководец
                                         человечьей силы.
Марш!
             Чтоб время
                                      сзади
                                                 ядрами рвалось.
К старым дням
                               чтоб ветром
                                                          относило
только
                путаницу волос.

Для веселия
                         планета наша
                                                       мало оборудована.
Надо
          вырвать
                             радость
                                               у грядущих дней.
В этой жизни
                            помереть
                                                не трудно.
Сделать жизнь
                               значительно трудней.

Владимир Владимирович Маяковский

Lavori in corso – Vittorio Sereni

Mario de Biasi, New York, 1955

I

Sarà che esistono vite come foglie morte –
la casa tra le acque
                                   evidentemente in rovina
quella lebbra repressa dall’acciaio
quei ragnateli di suoni domestici di appena ieri
(e vuoti i letti umidi i divani le poltrone deserte)
lasciala nel lampo del suo enigma
espunta dal traffico riproposta a ogni rotazione del Riverside Drive

non chiederti dove saranno mai finiti
non dire che la vita è carbonizzazione o divorzio
(ma strano che uno ricordi solo questo di una intera metropoli)

oppure inezie di un viaggio d’inverno nell’immenso –
il palpebrìo del jet nel suo orgasmo di mutante
quando è ancora e non è più
un numero-luce scattato sul tabulatore di New York

o anche quei segni dipinti negli atrii dei formicai –
foglianti epidemie su pareti piastrelle carte da parati
che ci fanno le piccole svastiche qui nel Bronx,
ce n’erano tanti – dicono – ce ne sono tra colombe e falchi
ma puoi anche supporli come emblemi vecchi motivi indiani,
comunque si biforchino in questo mezzo sonno:
drappi e stendardi calpestati in Europa
o l’ombra senza speranza dell’indio tra i grattacieli?
Altre sono in cammino nell’agonia o nell’estasi
nuove ombre mi inquietano che intravedendo non vedo.

II

A certi che so non gli basta
di volermi morto. Tale mi sperano:
morto, ma con infamia. Non sanno
che ho fatto di peggio che li ho
miniaturizzati nel ricordo.

Ma questi di qui sono foglie
inezie segni che lavorano in grande
non quei congelati in miniatura quei non addetti
bocche minime vocianti sotto vetro
– e avrebbero ragione se solo sapessero –
rattrappite per sempre nella colata
fossili nel cemento vivo.

III

Inopportuno futile intempestivo
lo spiritello di cui sopra.

Scatta e lo annienta un altro
battente diversa ala da laggiù
dal mare se mare è quel grigio
d’inesistenza attorno a Ellis Island
isolotto già di quarantena
sfumante in nube di memoria:
del giovane Charlie
Chaplin e di quanti con lui
in lista con lui d’attesa
bussarono alle porte degli Stati
con tutta quell’america davanti
presto travolti in quelle
storie sue prime d’ombre
velocissime
di emigranti sguatteri vagabondi
– e vorrebbero oggi rifarsi ricomporsi
con gli sbuffi di fumo del sottosuolo
sempre oro cercando i testardi
contro le vetrate spente
sul gelo sul deserto qui in Wall Street
una domenica.

Vittorio Sereni

New York, 1967

da “Stella variabile”, Garzanti, 1981

Lavori in corso I: «e vuoti i letti ecc.» riproduce in adattamento italiano due versi della poesia These di William Carlos Williams.
III: Ellis Island, centro di sosta e transito per immigranti, porta ufficiale e simbolica per milioni di futuri cittadini statunitensi dal 1892 al 1954, anno in cui il centro fu chiuso. La piccola isola è poi diventata monumento storico in aggiunta alla non lontana Statua della Libertà.

La Vergine di Spoleto – Aleksandr Aleksandrovič Blok

Paolo Roversi, Vlada Roslyakova

 

 

Sottile sei come un cero del tempio,
l’occhio hai trafitto da spade d’amore.
Io non ti chiedo un sol bacio: in silenzio
vorrei deporre sul rogo il mio cuore.

Io non ti chiedo una sola carezza:
t’offenderebbe la mia rozza mano.
Ma dal cancello ti guardo in purezza
rose di porpora cogliere e t’amo.

Sempre ti bruciano i raggi del sole
e via t’involi sul vento che fugge.
Su te c’è un angelo senza parole:
io gusto in cuore il dolor che mi strugge.

Mentre t’intreccio nei riccioli, adagio,
dei versi ignoti gli strani diamanti,
getto il mio cuore invaghito nel lago
meraviglioso degli occhi raggianti.

Aleksandr Aleksandrovič Blok

(Traduzione di Renato Poggioli)

da Il fiore del verso russo”, Passigli Editori, 1998

∗∗∗

Девушка из Spoleto

Строен твой стан, как церковные свечи.
Взор твой – мечами пронзающий взор.
Дева, не жду ослепительной встречи –
Дай, как монаху, взойти на костёр!

Счастья не требую. Ласки не надо.
Лаской ли грубой тебя оскорблю?
Лишь, как художник, смотрю за ограду,
Где ты срываешь цветы,- и люблю!

Мимо, всё мимо – ты ветром гонима –
Солнцем палима – Мария! Позволь
Взору – прозреть над тобой херувима,
Сердцу – изведать сладчайшую боль!

Тихо я в тёмные кудри вплетаю
Тайных стихов драгоценный алмаз.
Жадно влюблённое сердце бросаю
В тёмный источник сияющих глаз.

Алекса́ндр Алекса́ндрович Блок

3 Июнь 1909

da “Стихотворения. Поэмы. Театр”, Гос. изд-во худож. лит-ры, 1955