Nostalgia – Giuseppe Ungaretti

Edvard Munch, Girls on the pier, 1901, Museo Puškin, Mosca

Edvard Munch, Girls on the pier, 1901, Museo Puškin, Mosca

Locvizza il 28 settembre 1916

Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa

Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto

In un canto
di ponte
contemplo
l’illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Le nostre
malattie
si fondono

E come portati via
si rimane

Giuseppe Ungaretti

da “L’allegria” (1914-1919), in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2009

Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, “I Meridiani” Mondadori, 2009
Giuseppe Ungaretti, L’allegria, Mondadori, 2011 (Formato Kindle)
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Rubai – Nazim Hikmet

Foto di Vincenza Carbone

Foto di Vincenza Carbone

 

È l’alba. S’illumina il mondo
come l’acqua che lascia cadere sul fondo

le sue impurità. E sei tu, all’improvviso
tu, mio amore, nel chiarore infinito
di fronte a me.
 
Giorno d’inverno, senza macchia, trasparente
come vetro. Addentare la polpa candida e sana
d’un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia
all’aspirare l’aria in un bosco di pini.

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto
se le nostre anime non si vedessero da lontano
non saremmo così vicini, chi sa,
se la sorte non ci avesse divisi.
 
È così, mio usignolo, tra te e me
c’è solo una differenza di grado:
tu hai le ali e non puoi volare
io ho le mani e non posso pensare.
 
Finito, dirà un giorno madre Natura
finito di ridere e di piangere
e sarà ancora la vita immensa
che non vede non parla non pensa.
 
Nazim Hikmet

Istambul, 1933

(Traduzione di Joyce Lussu)

daNazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

Componimento poetico secondo la metrica tradizionale arabo-persiana.
 Nazim Hikmet, Poesie d’amore, Mondadori (Formato Kindle)
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Mattino – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Lella, France, 1949

Édouard Boubat, Lella, France, 1949

 

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.

Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

Cesare Pavese

[9-18 agosto 1940]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Cesare Pavese, Lavorare stanca, “Collezione di poesia”, Einaudi (Formato Kindle)
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Giorni in bianco – Ingeborg Bachmann

Foto di Aleksandra Kirievskaya

 

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon’ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l’alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all’incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L’ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all’albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All’orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Maria Teresa Mandalari)

da “Ingeborg Bachmann, Poesie”, Guanda, Parma, 1978

Ingeborg Bachmann, Poesie, Guanda, Parma

***

Tage in Weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Confidenza a un amico immaginario – Gesualdo Bufalino

Gianni Berengo Gardin, Lido di Venezia, 1958

Gianni Berengo Gardin, Lido di Venezia, 1958

 

Innamorato d’una, innamorato
per tutti i balli da maggio a settembre,
per tutti i balli di lunga luna,
col grammofono sghembo su due pietre,
e una guancia bruna che s’accalda
e si difende dietro la duna…

Ce n’è voluto di favole e versi,
e frodi di guerra malvagia!
Andavano le amiche sottobraccio,
serie e bambine sul filo di spiaggia:
due cosí serie per una che rise,
guastandosi una ciocca con le dita.

Un nastro rosso caduto nel mare
cerco e non trovo da quella volta,
e una canzone che nessuno ascolta
mi s’è messa nel capo a cantare,
e sulla sabbia non scrivo che un volto:
innamorato, dunque, innamorato…

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988], Bompiani, 2006

Vieni, sempre – Vicente Aleixandre

Foto di Ted Emmons

Foto di Ted Emmons

 

Non ti accostare. La tua ardente fronte,
le orme dei tuoi baci,
il fulgore che anche di giorno sento se ti accosti,
lo splendore contagioso che resta nelle mani,
il fiume luminoso dove affondo le braccia,
dove non oso bere perché temo dopo la dura vita della stella.

Viva in me non ti voglio come vive la luce,
astro di solitudine fuso con la sua fiamma,
cui l’amore si nega attraverso lo spazio
duro e azzurro che sèpara,
dove ogni stella inaccessibile
è un deserto gemente che invia la sua tristezza.

Brilla la solitudine nel mondo senza amore.
L’esistenza è una vivida corteccia,
una rugosa pelle immobile
dove l’uomo non può trovare il suo riposo,
benché inclini il suo sogno contro un pianeta spento.

Non ti accostare. La tua fronte raggiante, carbone acceso che mi strappa a me stesso,
fulgido lutto dove di colpo morire mi tenta
e bruciarmi le labbra al tuo tocco indelebile,
disfare la mia carne contro il tuo ardente diamante.

Non ti accostare, perché il tuo bacio dura come urto impossibile di stelle,
come lo spazio che a un tratto divampa,
etere diffusore dove la distruzione dei mondi
è un solo cuore che totale arde.

Vieni, vieni come l’oscuro carbone spento che racchiude morte;
vieni come la notte cieca che mi accosta il suo volto;
vieni come due labbra segnate dalla rossa,
lunga linea che fonde i metalli.

Vieni, vieni, mio amore; vieni, ermetica fronte, rotondità ruotante,
orbita che brillando mi muori tra le braccia;
vieni come due occhi o fonde solitudini,
imperiose chiamate di un abisso che ignoro.

Amore, vieni, morte; vieni ché ti distrugga;
voglio uccidere o amare, morire o darti tutto;
vieni, leggera pietra che precipiti,
turbata come luna che mi chiede i miei raggi!

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montaldo)

da “La distruzione o Amore”, Einaudi, Torino, 1970

Vicente Aleixandre, La distruzione o amore, “Collezione di poesia” Einaudi

∗∗∗

Ven siempre, ven 

No te acerques. Tu frente, tu ardiente frente, tu encendida frente,
las huellas de unos besos,
ese resplandor que aún me da se siente si te acercas,
ese resplandor contagioso que me queda en las manos,
ese río luminoso en que hundo mis brazos,
en el que casi no me atrevo a beber, por temor después a ya una dura vida de lucero.

No quiero que vivas en mí como vive la luz,
con ese aislamiento de estrella que se une con su luz,
a quien el amor se niega a través del espacio
duro y azul que separa y no une,
donde cada lucero inaccesible
es una soledad que, gemebunda, envía su tristeza.

La soledad destella en el mundo sin amor.
La vida es una vívida corteza,
una rugosa piel inmóvil
donde el hombre no puede encontrar su descanso,
por más que aplique su sueño contra un astro apagado.

Pero tú no te acerques. Tu frente destellante, carbón encendido que me arrebata a la propia conciencia,
duelo fulgúreo en que de pronto siento la tentación de morir,
de quemarme los labios con tu roce indeleble,
de sentir mi carne deshacerse contra tu diamante abrasador.

No te acerques, porque tu beso se prolonga como el choque imposible de las estrellas,
como el espacio que súbitamente se incendia,
éter propagador donde la destrucción de los mundos
es un único corazón que totalmente se abrasa.

Ven, ven, ven como el carbón extinto oscuro que encierra una muerte;
ven como la noche ciega que me acerca su rostro;
ven como los dos labios marcados por el rojo,
por esa línea larga que funde los metales.

Ven, ven, amor mío; ven, hermética frente, redondez casi rodante
que luces como una órbita que va a morir en mis brazos;
ven como dos ojos o dos profundas soledades,
dos imperiosas llamadas de una hondura que no conozco.

¡Ven, ven muerte, amor; ven pronto, te destruyo;
ven, que quiero matar o amar o morir o darte todo;
ven, que ruedas como liviana piedra,
confundida como una luna que me pide mis rayos!

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, Madrid, Signo, 1935

Questa sera la luna… – Kostas G. Kariotakis

Foto di Tina Fersino

 

Questa sera la luna dentro il mare
cadrà come una perla pesantissima.
E giocherà sopra di me la folle,
la folle luna.

Si frangerà l’onda color rubino
sui miei piedi spargendo mille stelle.
Le mie mani saranno diventate
due colombelle:

e saliranno – due uccelli d’argento –
a riempirsi di luna – come coppe –
e di luna le spalle ed i capelli
m’irroreranno.

Il mare è un oro fuso. Metterò
in una barca il mio sogno affinché
veleggi. Chiara, diamantina ghiaia
calpesterò.

Quando la luce l’attraverserà
sarà perla pesante il mio cuore.
E riderò. E piangerò… Ma guarda, ecco,
ecco la luna!

Kostas G. Kariotakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani )

da “L’ombra delle ore”, Crocetti Editore, 2004

Kostas G. Kariotakis, L’ombra delle ore, “Lèkythos” Crocetti, 2004

***

Τό φεγγαράκι άπόψε…

Τό φεγγαράκι απόψε στο γιαλό
θά πέσει, ένα. βαρύ μαργαριτάρι.
Κι απάνω μου θά παίζει τύ τρελό
τρελό φεγγάρι.

Όλο θά σπάει τό κύμα ρουμπινί
στα πόδια μου σκορπίζοντας άστέρια.
Οί παλάμες μου θά ’χουνε γενει
δυο περιστέρια·

θ’ άνεβοΰν -άσημένια δυο πουλιά-,
με φεγγάρι -δυο κούπες- θά γεμίζουν,
με φεγγάρι τούς ώμους, τά μαλλιά
θά μου ραντίζουν.

Τό πέλαγο χρυσάφι άναλυτό.
Θά βάλω τ’ όνειρό μου σε καΐκι
ν’ αρμενίσει. Διαμάντι θά πατώ
λαμπρό χαλίκι.

Τό γύρω φως ώς θάν τή διαπερνά,
ή καρδιά μου βαρύ μαργαριτάρι.
Καί θά γελώ. Καί θέ νά κλαίω… Καί νά,
νά τό φεγγάρι!

Κώστας Καρυωτάκης 

da “Νηπενθή”, 1921