«Da me a Mosca – le cupole ardono» – Marina Ivanovna Cvetaeva

Richard Avedon, Portrait of Audrey Hepburn

Richard Avedon, Portrait of Audrey Hepburn

 

Da «versi per Blok»

2

Da me a Mosca – le cupole ardono,
da me a Mosca – le campane suonano,
e sepolcri in fila ci sono da me,
e zarine dormono in essi e zar.

E tu non sai che all’alba nel Cremlino
più leggeri si respira che su tutta la terra!
E tu non sai che all’alba nel Cremlino
io prego te – fino all’aurora.

E tu passi sopra la tua Neva
nel momento che sopra la Moscova
sto io, con la testa reclina,
e chiudono le palpebre i lampioni.

Con tutta l’insonnia io ti amo,
con tutta l’insonnia ti ascolto
nel momento che per tutto il Cremlino
si vanno svegliando i campanari.

Ma il mio fiume – con il tuo fiume,
ma la mia mano – con la tua mano
non s’incontreranno, mia allegria, finché
l’aurora non avrà raggiunto – l’aurora.

Marina Ivanovna Cvetaeva

7 maggio 1916

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

da “Marina Ivanovna Cvetaeva , Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

***

«У меня в Москвет — купола горят!»

У меня в Москвет — купола горят!
У меня в Москве — колокола звонят!
И гробницы в ряд у меня стоят,—
В них царицы спят, и цари.

И не знаешь ты, что зарей в Кремле
Легче дышится — чем на всей земле!
И не знаешь ты, что зарей в Кремле
Я молюсь тебе — до зари!

И проходишь ты над своей Невой
О ту пору, как. над рекой — Москвой
Я стою с опущенной головой,
И слипаются фонари.

Всей бессонницей я тебя люблю,
Всей бессонницей я тебе внемлю —
О ту пору, как по всему Кремлю
Просыпаются звонари…

Но моя река — да с твоей рекой,
Но моя рука — да с твоей рукой
Не сойдутся. Радость моя, доколь
Не догонит заря — зари.

Марина Ивановна Цветаева

da “Стихи к Блоку”, Берлин: Огоньки, 1922

Grammatica – Enrico Testa

Will Barnet, Woman by the Sea

 

la litania dei casi recitata al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo

sotto, nel fondo, anche quando
parliamo falsi o compiti
o arroganti nelle nostre riunioni,
c’è sempre una corrente impetuosa
di frammenti di sogni,
di cantilene, di grida,
di frasi a metà, di visioni,
di foglie che il vento disperde:
ulivi, salici, olmi:
preghiere al verde

sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio

elma in turco significa mela.
Iridescente prisma delle lettere
che riflette separa ricongiunge
anche qui tra mura e minareti
cipressi scuri e costa d’asia
o ragnatelo esile e incerto
che se pure manca la sua cosa
(luce prima o mosca)
ci tiene – tra sbreghi impacci e nodi –
ancora legati insieme

oh venisse una sua breve notizia
(fioca e speranzosa)
lungo il viale dei tigli
che porta alla stazione…
mi basterebbe una lettera sola
anche smangiata o corrosa…

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

Mia madre – Attila József

André Kertész, La lavandaia, 1928

 

Con due mani reggeva la tazza:
al calar della sera una domenica
in silenzio sorrise; si sedette
nella penombra un poco.

Si era portata in un casserolino
dalle Eccellenze, a casa, la sua cena;
ci siamo messi a letto, mi stupivo:
essi mangiano pentole piene.

Era mia madre, piccola, moriva presto:
le lavandaie muoiono presto;
le loro gambe si piegano per il gran peso,
la testa fa male dallo stirare.

È là il bucato, la loro montagna.
Ed è un giuoco di nuvole il vapore,
che calma i nervi: per cambiar aria,
c’è la soffitta per la lavandaia.

Vedo, si ferma col ferro da stiro;
il capitale ha infranto il suo fragile corpo;
sempre più esile divenne:
pensateci, proletari.

Lavare l’ha resa un po’ curva:
e non sapevo che era una donna giovane,
nel suo sogno portava un grembiule pulito,
e allora il postino la salutava.

Attila József

(Traduzione di Umberto Albini)

da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957

∗∗∗

Anyám

A bögrét két kezébe fogta,
úgy estefelé egy vasárnap
csöndesen elmosolyodott
s ült egy kicsit a félhomályban —

Kis lábaskában hazahozta
kegyelmesektől vacsoráját,
lefeküdtünk és eltűnődtem,
hogy ők egész fazékkal esznek —

Anyám volt, apró, korán meghalt,
mert a mosónők korán halnak,
a cipeléstől reszket lábuk
és fejük fáj a vasalástól —

S mert hegyvidéknek ott a szennyes!
Idegnyugtató felhőjáték
a gőz s levegőváltozásul
a mosónőnek ott a padlás —

Látom, megáll a vasalóval.
Törékeny termetét a tőke
megtörte, mindig keskenyebb lett —
gondoljátok meg, proletárok —

A mosástól kicsit meggörnyedt,
én nem tudtam, hogy ifjú asszony,
álmában tiszta kötényt hordott,
a postás olyankor köszönt néki.

Attila József

da “Összes művei: Versek 1929-1937; Zsengék töredékek rögtönzések”, Akademiai Kiadó, 1952, Volume 2

Il sofà – Chandra Livia Candiani

Jacob Henricus Maris, A Girl Asleep on a Sofa, 1880

 

Tutti abbiamo un mondo dentro
e tutti sopportiamo la solitudine
dire che dentro di me
ci sono solo molle e legno
è come dire che dentro di voi
ci sono solo cuore fegato o polmoni.
Assisto non impassibile
a vite complesse o frantumate
assorbo discorsi irascibili
o promettenti ma
in questa casa insonne
io sono l’astronave.
Tra le mie strutture a piume
reggo una bambina la nascondo
la porto in alto mare
e in cielo profondo,
è un’esperta di derive
di cunicoli scavati nella sostanza
della notte, la conservo tra i cuscini
come un’improvvisa sobrietà.
In questo viaggio di allontanamento
lo so lei sogna
qualcuno che oltrepassi la distanza
senza nulla da offrire
una faccia che tramonti
e si lasci guardare,
una protezione terrestre.
Di forte la bambina
ha solo le spalle
e pensieri che danno alla notte
sonagli di sapienza.
In questa marcia di avvicinamento
stupisco di una confidente intimità
senza pentimenti e saggio
la mia flessibilità
non sotto il peso di una bambina
ma di un dolore
pari a quello di un adulto
ma senza mondo.
Io sono un sofà
che conduce a una visione
aperta
su voi bestemmiatori degli oggetti
ospitando
una ferita di notte polare
in completa nudità.

Chandra Livia Candiani

da “Fatti vivo”, 2006-2016, Einaudi, Torino, 2017

L’ultimo crepuscolo – Eugenio Montejo

René-Jacques, Aux environs de Royan, Charente-Maritime, 1932

René-Jacques, Aux environs de Royan, Charente-Maritime, 1932

Ceneri dell’amore sugli altari del mondo,
niente di nuovo.
Álvaro Mutis

Che ne è stato di questo millennio ormai andato
al quale siamo arrivati in ritardo?
Siamo nati con l’ultimo crepuscolo,
quando le ombre di dieci secoli
si ammassavano in un immenso delta
di fronte a un oceano senza nessuno…

E dell’altro millennio che sta nascendo,
chi saprà dirci quante ore
potranno essere nostre, amore mio?
…Il tempo intorno a noi esiste o non esiste,
non si sa mai niente qui sulla terra.

Forse sono illusori gli anni e i lori movimenti
e le ore assenti
e tutte quelle trascorse.
Soltanto il tuo sorriso è vero,
più bello dei secoli che partono
o che arrivano;
soltanto la tua voce, i tuoi occhi, le tue parole
e il nostro stupore per la vita che è qui,
per poter celebrarla in ogni fiamma del suo fuoco
fino al minimo istante.

Eugenio Montejo

(Traduzione di Luca Rosi)

da “Papiri amorosi” (2002), in “La lenta luce del tropico”, Le Lettere, Firenze, 2006

***

El último crepúsculo 

Cenizas del amor en los altares del mundo,
nada nuevo.
Álvaro Mutis

¿Qué fue de este milenio ya tan ido
al que llegamos tarde?
Nacimos con el último crepúsculo,
cuando la sombras de diez siglos
se amontonaban en un inmenso delta
frente a un océano sin nadie…

Y del otro milenio que ya nace,
¿quién va a decirnos cuántas horas
podrán ser nuestras, amor mío?
…El tiempo en torno existe o inexiste,
nunca se sabe nada aquí en la tierra.

Quizá sean ilusorias los años y sus vueltas
y las horas ausentes
y todos las que fueron.
Sólo es vera tu risa,
más hermosa que los siglos que parten
o que llegan;
sólo su voz, sus ojos, tus palabras
y nuestro asombro de ser aquí la vida,
de celebrarla en cada lumbre de su fuego
hasta el mínimo instante.

Eugenio Montejo

da “Papiros amorosos”, Fundación Bigott, 2003 

La nostra ferita non è più una – Adonis

Giuseppe De Nittis, Figura di donna (Léontine), 1880 (dettaglio)

 

La nostra ferita non è più una.

Ti ho incontrata – tu, la città – scritta dalle tempeste
col mare al suo apogeo.
Sono ancora il bambino invaghito della solitudine
il mio corpo, per lo stupore, l’esaltazione,
non sta più nella pelle.

La nostra ferita non è più una.

Adonis

(Traduzione di Fawzi Al Delmi)

da “La foresta dell’amore in noi”, Guanda, Parma, 2017

Mi piaci quando taci – Pablo Neruda

Donata Wenders, Contemplation, 2006

Donata Wenders, Contemplation, 2006

 

15.

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell’anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla tubante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

***

15. Me gustas cuando callas

Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran
volado y parece que un beso te cerrara la boca.

Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi
alma, y te pareces a la palabra melancolía.

Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
Déjame que me calle con el silencio tuyo.

Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924