A Lou Andreas-Salomé – Rainer Maria Rilke

 Julia Margaret Cameron, Ellen Terry , 1864

Julia Margaret Cameron, Ellen Terry , 1864

I.

Tutto tenevo aperto di me, dimenticavo
che fuori non ci sono solo cose ed animali
sempre in sé intenti, il cui occhio sporge
dal cerchio della loro vita appena
come fa un quadro dalla sua cornice;
che da ogni parte in me lasciavo irrompere
sguardi, curiosità, pensieri senza posa.
Forse si formano occhi nello spazio
e vedono. Ah, solo in te gettandosi
non è esposto il mio viso a sguardi estranei,
in te concresce e oscuro all’infinito
nel tuo cuore protetto si prolunga.

II.

Come si preme un fazzoletto sulla bocca affannosa,
anzi: su una ferita da cui tutta
la vita in un sol getto vuole erompere,
io ti stringevo a me e del mio sangue
tutta ti coloravi. Chi dirà ciò che ci accadde?
Tutto ricuperammo per cui sempre
il tempo era mancato. Io stranamente maturai
ogni slancio di mai vissuta gioventú,
e tu vivesti, Amata, sul mio cuore
non so quale impetuosa fanciullezza.

III.

Allora non basta ricordare. Il puro esistere
di quegli istanti duri sul mio fondo,
deposito di una soluzione
immensamente satura. Perché
io non ti ricordo, ciò che sono
per amor tuo mi commuove. Io non t’invento
in luoghi tristi che perdettero calore
quando tu te ne andasti. Ed anche il tuo non esserci
caldo è di te ed è piú vero, è piú
del tuo mancarmi. La nostalgia sfuma
troppo spesso nel vago. Perché slanciarmi fuori
mentre il tuo influsso forse è su me lieve
come raggio di luna al davanzale.

Rainer Maria Rilke

Duino, novembre-dicembre 1911

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926], Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

***

An Lou Andreas-Salomé

I.

Ich hielt mich überoffen, ich vergaß,
daß draußen nicht nur Dinge sind und voll
in sich gewohnte Tiere, deren Aug
aus ihres Lebens Rundung anders nicht
hinausreicht als ein eingerahmtes Bild;
daß ich in mich mit allem immerfort
Blicke hineinriß: Blicke, Meinung, Neugier.
Wer weiß, es bilden Augen sich im Raum
und wohnen bei. Ach nur zu dir gestürzt,
ist mein Gesicht nicht ausgestellt, verwächst
in dich und setzt dich dunkel
unendlich fort in dein geschütztes Herz.

II.

Wie man ein Tuch vor angehäuften Atem,
nein: wie man es an eine Wunde preßt,
aus der das Leben ganz, in einem Zue,
hinauswill, hielt ich dich an mich: ich sah,
du wurdest rot von mir. Wer spricht es aus,
was uns geschah? Wir holten jedes nach,
wozu die Zeit nie war. Ich reifte seltsam
in jedem Antrieb übersprungner Jugend,
und du, Geliebte, hauest irgendeine
wildeste Kindheit über meinem Herzen.

III.

Entsinnen ist da nicht genug, es muß
von jenen Augenblicken pures Dasein
auf meinem Grunde sein, ein Niederschlag
der unermeßlich überfüllten Lösung.
Denn ich gedenke nicht, das, was ich bin
rührt mich um deinetwillen. Ich erfinde
dich nicht an traurig ausgekühlten Stellen,
von wo du wegkamst; selbst, daß du nicht da bist,
ist warm von dir und wirklicher und mehr
als ein Entbehren. Sehnsucht geht zu oft
ins Ungenaue. Warum soll ich mich
auswerfen, während mir vielleicht dein Einfluß
leicht ist, wie Mondschein einem Platz am Fenster.

Rainer Maria Rilke

Duino, November oder Dezember 1911

da “Letzte Gedichte und Fragmentarisches”, Insel-Verlag, 1930

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