Il sogno – Jorge Luis Borges

Pablo Picasso, The Dream, 1932, collezione privata, New York

 

La notte impone a noi la sua fatica
magica. Disfare l’universo,
le ramificazioni senza fine
di effetti e di cause che si perdono
in quell’abisso senza fondo, il tempo.
La notte vuole che stanotte oblii
il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue,
ogni parola umana ed ogni lacrima,
ciò che poté insegnarti la tua veglia,
l’illusorio punto dei geometri,
la linea, il piano, il cubo, la piramide,
il cilindro, la sfera, il mare, le onde,
la guancia sul cuscino, la freschezza
del lenzuolo nuovo…
Gli imperi, i Cesari e Shakespeare
e, ancora più difficile, ciò che ami.
Curiosamente, una pastiglia può
svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

El sueño 

La noche nos impone su tarea
mágica. Destejer el universo,
las ramificaciones infinitas
de efectos y de causas, que se pierden
en ese vértigo sin fondo, el tiempo.
La noche quiere que esta noche olvides
tu nombre, tus mayores y tu sangre,
cada palabra humana y cada lágrima,
lo que pudo enseñarte la vigilia,
el ilusorio punto de los geómetras,
la línea, el plano, el cubo, la pirámide,
el cilindro, la esfera, el mar, las olas,
tu mejilla en la almohada, la frescura
de la sábana nueva, los jardines,
los imperios, los Césares y Shakespeare
y lo que es más difícil, lo que amas.
Curiosamente, una pastilla puede
borrar el cosmos y erigir el caos.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, S. A., Madrid, 1981

«Ho pensato i tuoi occhi» – Michele Mari

Frances Mortimer, Reflection, Paris, 1950s

 

Ho pensato i tuoi occhi
cosí tante volte
che alla fine il pensiero
mi è rimbalzato addosso
e non ho piú avuto un gesto
che non fosse riflesso
dal tuo sguardo

Questo dirò a discolpa
quando dovrò spiegare
perché della mia vita
ho fatto cosa aliena
                                     e complicata

Michele Mari

da “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, Einaudi, Torino, 2007

Ode a Federico García Lorca – Pablo Neruda

Federico García Lorca

 

Se potessi piangere di paura in una casa solitaria,
se potessi cavarmi gli occhi e divorarli,
lo farei per la tua voce d’arancio in lutto
e per la tua poesia che esce come un grido.

Perché dipingono per te di azzurro gli ospedali
e crescono le scuole e i rioni del porto,
e si popolano di piume gli angeli feriti,
e i pesci nuziali si coprono di squame,
e volano verso il cielo i ricci del mare:
per te le sartorie con le nere membrane
si riempiono di cucchiai e di sangue,
e ingoiano nastri rotti, e si uccidono di baci,
e si vestono di bianco.

Quando voli vestito di pesco,
quando ridi con risa di riso preso d’uragano,
quando per cantare scuoti le arterie e i denti,
la gola e le dita,
vorrei morire tanto dolce tu sei,
morirei per i laghi rossi
dove dentro l’autunno tu vivi
con un corsiero caduto e un dio insanguinato,
vorrei morire per i cimiteri
che come fiumi grigi passano
con acqua e tombe,
di notte, fra campane annegate:
fiumi densi come dormitori
di soldati ammalati, che all’improvviso crescono
verso la morte in fiumi con numeri di marmo
e corone marcite, e oli funerari:
morirei per vederti di notte
guardare le croci sommerse che passano,
in piedi e piangendo,
perché davanti al fiume della morte piangi
come ferito, abbandonatamente,
piangi piangendo, con gli occhi pieni
di lacrime, di lacrime, di lacrime.

Se potessi di notte, perdutamente solo,
accumulare dimenticanza e ombra e fumo
su treni e vapori,
con un imbuto nero,
mordendo le ceneri
lo farei per l’albero nel quale cresci,
per i nidi d’acque dorate che riunisci,
per il rampicante che copre le tue ossa
rivelandoti il segreto della notte.

Città con odore di cipolla umida
aspettano che tu passi cantando raucamente,
e verdi rondini fanno nido nei tuoi capelli,
e silenziose navi di sperma ti perseguitano,
e poi lumache e settimane,
e alberature aggrovigliate e ciliege
girano continuamente quando affiora
la tua pallida testa con quindici occhi
e la tua bocca affondata nel sangue.

Se potessi riempire di fuliggine i palazzi comunali
e, singhiozzando, abbattere orologi,
lo farei per vedere quando alla tua casa
arriva l’estate con le labbra spaccate,
arriva gente col vestito d’agonia,
arrivano regioni di triste splendore,
arrivano aratri morti e papaveri,
arrivano becchini e cavalieri,
arrivano pianeti e carte geografiche con sangue,
arrivano palombari coperti di cenere,
arrivano maschere che trascinano fanciulle
trafitte da grandi coltelli,
arrivano radici, vene, ospedali,
sorgenti, formiche,
arriva la notte con il letto
dove muore fra i ragni un ussero solitario,
arriva una rosa di odio e spilli,
arriva una barca giallognola,
arriva un giorno di vento con un bambino,
e poi arrivo io con Oliverio, Norah,
Vicente Aleixandre, Delia,
Maruca, Malva Marina, María Luisa e Larco,
la Rubia, Rafael Ugarte,
Cotapos, Rafael Alberti,
Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre,
Molinari,
Rosales, Concha Méndez,
e altri che non ricordo.

Vieni perché t’incontri, giovane della salute
e della farfalla, giovane puro
come un lampo nero eternamente libero,
e conversando fra noi,
ora, quando non c’è piú nessuno fra le rocce,
diciamoci semplicemente come sei tu e come sono io:
a che cosa servono i versi se non per la rugiada?
A che cosa servono i versi se non per quella notte
quando un pugnale amaro ci scopre, per quel giorno,
per quel crepuscolo, per quell’angolo rotto
dove il colpito cuore dell’uomo si dispone a morire?

E piú di notte,
di notte ci sono molte stelle,
tutte dentro un fiume,
come un nastro presso alle finestre
delle case piene di povera gente.

Là qualcuno è morto,
forse hanno perduto il lavoro all’officina,
negli ospedali, negli ascensori
nelle miniere,
soffrono gli uomini ostinatamente feriti
e dovunque c’è proposito e pianto,
mentre le stelle corrono dentro un fiume senza fine
c’è molto pianto alle finestre,
le soglie sono corrose dal pianto,
le stanze sono bagnate dal pianto,
che arriva in forma di onda a mordere i tappeti.

Federico,
tu vedi il mondo, le strade,
l’aceto,
gli addii nelle stazioni
quando il fumo alza le sue ruote decisive
verso luoghi dove non ci sono che distacchi,
pietre, strade ferrate.

C’è molta gente che fa domande
in ogni luogo;
e il cielo è sanguinante, e l’adirato, e l’affranto,
e il miserabile, e l’albero delle unghie,
e il bandito con l’invidia sulle spalle.

Cosí è la vita, Federico,
ecco ciò che può darti l’amicizia
d’un malinconico uomo molto maschio.
Da te stesso, tu sai già molte cose,
e altre andrai imparando lentamente.

Pablo Neruda

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

da “Pablo Neruda, Poesie”, Einaudi, Torino, 1952

∗∗∗

Oda a Federico Garcìa Lorca

Si pudiera llorar de miedo en una casa sola,
si pudiera sacarme los ojos y comérmelos,
lo haría por tu voz de naranjo enlutado
y por tu poesía que sale dando gritos.

Porque por ti pintan de azul los hospitales
y crecen las escuelas y los barrios marítimos,
y se pueblan de plumas los ángeles heridos,
y se cubren de escamas los pescados nupciales,
y van volando al cielo los erizos:
por ti las sastrerías con sus negras membranas
se llenan de cucharas y de sangre
y tragan cintas rotas, y se matan a besos,
y se visten de blanco.

Cuando vuelas vestido de durazno,
cuando ríes con risa de arroz huracanado,
cuando para cantar sacudes las arterias y los dientes,
la garganta y los dedos,
me moriría por lo dulce que eres,
me moriría por los lagos rojos
en donde en medio del otoño vives
con un corcel caído y un dios ensangrentado,
me moriría por los cementerios
que como cenicientos ríos pasan
con agua y tumbas,
de noche, entre campanas ahogadas:
ríos espesos como dormitorios
de soldados enfermos, que de súbito crecen
hacia la muerte en ríos con números de mármol
y coronas podridas, y aceites funerales:
me moriría por verte de noche
mirar pasar las cruces anegadas,
de pie llorando,
porque ante el río de la muerte lloras
abandonadamente, heridamente,
lloras llorando, con los ojos llenos
de lágrimas, de lágrimas, de lágrimas.

Si pudiera de noche, perdidamente solo,
acumular olvido y sombra y humo
sobre ferrocarriles y vapores,
con un embudo negro,
mordiendo las cenizas,
lo haría por el árbol en que creces,
por los nidos de aguas doradas que reúnes,
y por la enredadera que te cubre los huesos
comunicándote el secreto de la noche.

Ciudades con olor a cebolla mojada
esperan que tú pases cantando roncamente,
y golondrinas verdes hacen nido en tuo pelo,
y silenciosos barcos de esperma te persiguen,
y además caracoles y semanas,
mástiles enrollados y cerezas
definitivamente circulan cuando asoman
tu pálida cabeza de quince ojos
y tu boca de sangre sumergida.

Si pudiera llenar de hollín las alcaldías
y, sollozando, derribar relojes,
sería para ver cuándo a tu casa
llega el verano con los labios rotos,
llegan muchas personas de traje agonizante,
llegan regiones de triste esplendor,
llegan arados muertos y amapolas,
llegan enterradores y jinetes,
llegan planetas y mapas con sangre,
llegan buzos cubiertos de ceniza,
llegan enmascarados arrastrando doncellas
atravesadas por grandes cuchillos,
llegan raíces, venas, hospitales,
manantiales, hormigas,
llega la noche con la cama en donde
muere entre las arañas un húsar solitario,
llega una rosa de odio y alfileres,
llega una embarcación amarillenta,
llega un día de viento con un niño,
llego yo con Oliverio, Norah
Vicente Aleixandre, Delia,
Maruca, Malva Marina, María Luisa y Larco,
la Rubia, Rafael Ugarte,
Cotapos, Rafael Alberti,
Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre,
Molinari,
Rosales, Concha Méndez,
y otros que se me olvidan.

Ven a que te corone, joven de la salud y
de la mariposa, joven puro
como un negro relámpago perpetuamente libre,
y conversando entre nosotros,
ahora, cuando no queda nadie entre las rocas,
hablemos sencillamente como eres tú y soy yo:
para qué sirven los versos si no es para el rocío?
Para qué sirven los versos si no es para esa noche
en que un puñal amargo nos averigua, para ese día,
para ese crepúsculo, para ese rincón roto
donde el golpeado corazón del hombre se dispone a morir?

Sobre todo de noche,
de noche hay muchas estrellas,
todas dentro de un río
como una cinta junto a las ventanas
de las casas llenas de pobres gentes.

Alguien se les ha muerto, tal vez
han perdido sus colocaciones en las oficinas,
en los hospitales, en los ascensores,
en las minas,
sufren los seres tercamente heridos
y hay propósito y llanto en todas partes:
mientras las estrellas corren dentro de un río interminable
hay mucho llanto en las ventanas,
los umbrales están gastados por el llanto,
las alcobas están mojadas por el llanto
que llega en forma de ola a morder las alfombras.

Federico,
tú ves el mundo, las calles,
el vinagre,
las despedidas en las estaciones
cuando el humo levanta sus ruedas decisivas
hacia donde no hay nada sino algunas
separaciones, piedras, vías férreas.

Hay tantas gentes haciendo preguntas
por todas partes.
Hay el ciego sangriento, y el iracundo, y el
desanimado,
y el miserable, el árbol de las uñas,
el bandolero con la envidia a cuestas.

Así es la vida, Federico, aquí tienes
las cosas que te puede ofrecer mi amistad
de melancólico varón varonil.
Ya sabes por ti mismo muchas cosas.
Y otras irás sabiendo lentamente.

Pablo Neruda

da “Residencia en la tierra, II” (1931-1935), Cruz y Raya, Madrid, 1935

«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Camille Claudel, La Valse, 1901, Musée Rodin, Paris

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il tuo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild»

Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild
In unserem Vieraug erschaut!
Und des Tages Gestaltung stand unsrer Willkür anheim.

Der reinen Erfindung der Liebe
Verdankte der Tau seine Dauer

Und wo Taifune an Urwaldgetier sich mästeten
Und ihre langen gelben Flügel
Um schwankende Inseln warfen

Selbst da hielt unser lebend Liebesdenkmal stand
Löste dein Lächeln Geliebte
Die dunkelsten Rätsel auf

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Epifania 1937 – Giorgos Seferis

Foto di Anna Pavlova

 

Il mare in fiore, i monti nella luna menomante
la grande rupe accanto ai fichi d’India e agli asfodeli
l’orcio che non voleva asciugarsi alla fine del giorno
e quel letto serrato là vicino ai cipressi e i tuoi capelli
d’oro, gli astri del Cigno e Aldebaran.

Ho serbato la mia vita, ho serbato la mia vita viaggiando
tra piante gialle nel rovescio della pioggia
su taciti versanti sovraccarichi delle foglie di faggio,
senza falò sul vertice. Fa sera.
Ho serbato la mia vita: sulla tua mano sinistra una linea,
sul tuo ginocchio un segno: ci saranno
sulla sabbia dell’altra estate, ci saranno
ancora, là dove soffiò la tramontana
mentre sento d’attorno al lago ghiaccio
questa lingua straniera.
Nulla chiedono i visi che vedo, né la donna
che incede curva col bambino al petto.
Salgo sui monti: valli annerite; la piana nevicata,
fino laggiù nevicata non chiede
nulla, né il tempo chiuso entro cappelle mute,
né le mani protese a cercare, o le strade.
Ho serbato la mia vita in un sussurro, dentro
l’illimitato silenzio
e non so più parlare né pensare: sussurri
come il respiro del cipresso quella notte,
come la voce umana del mare notturno
fra i ciottoli, o il ricordo della tua voce che diceva
«buona fortuna».
Chiudo gli occhi cercando il convegno segreto delle acque
sotto il ghiaccio, il sorriso del mare, i pozzi chiusi
palpando con le mie vene le vene che mi sfuggono,
dove mettono capo le ninfee e l’uomo che cammina
cieco sopra la neve del silenzio.
Ho serbato la mia vita, con lui, cercando l’acqua che ti sfiora:
gocce che cadono grevi sopra le foglie verdi, sul tuo viso
nel giardino deserto, sopra la vasca immota,
cogliendo un cigno morto nel bianco delle piume,
alberi vivi e i tuoi occhi sbarrati.

Questa strada non termina e non muta, anche se tenti
di rammentare gli anni d’infanzia, e chi partì
e chi sparì nel sonno, nelle tombe marine,
anche se brami di vedere i corpi amati reclinarsi
sotto le rame rigide dei platani, dove un raggio
nudo di sole s’è posato, e un cane
ha sobbalzato e un battito ha riscosso il tuo cuore,
questa strada non muta: ho serbato la mia vita.

                                                                                   La neve
e l’acqua ghiaccia al passo dei cavalli.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da Quaderno d’esercizi, 1928-1937 

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

Ora che sale il giorno – Salvatore Quasimodo

Carmen Laffón, Muchacha de espaldas, 1956

 

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo

da “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

Canti lungo la fuga – Ingeborg Bachmann

Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, I Trionfi
I

La palma si spezza nella neve,
le scalinate cedono,
splende la città rigida
nell’inverno straniero.

Bambini urlano e scalano
il monte della fame,
bianca farina mangiano
implorando il cielo.

L’inverno dai ricchi orpelli,
l’oro dei mandarini,
nelle folate turbina.
Sanguigna arancia rotola.

II

Ma io giaccio sola
nel reticolo di neve piena di ferite.

La neve non mi ha ancora
bendato gli occhi.

I morti a me addossati
tacciono in ogni lingua.

Nessuno mi ama, o un segno
a me accennò con un lume!

III

Le Sporadi, le isole,
i bei frammenti in mare,
bagnati da onde gelide,
offrono ancora i frutti.

Le navi, bianche salvatrici,
– o solinga mano di vela! –
indicano prima di sprofondare
indietro la terra.

IV

Freddo come non mai è penetrato.
Volanti commandos giunsero dal mare.
Con tutte le luci il golfo si arrese.
La città è caduta.

Innocente e prigioniera
nella sottomessa Napoli,
dove l’inverno
pone sul cielo Vomero e Posillipo,
dove i suoi bianchi lampi fanno strage
dei canti,
e l’inverno i suoi rauchi tuoni
pone nel giusto.

Sono innocente e sino a Camaldoli
i pini toccano le nuvole;
e senza conforto, ché le palme
presto non sfalderà la pioggia;

senza speranza, ché non potrò sottrarmi,
anche se il pesce rizzasse a difesa le pinne
e la bruma sulla spiaggia invernale,
scagliata da onde sempre calde,
si ergesse a muro,
anche se i flutti
fuggendo
chi fugge
alla vicina meta sollevassero.

V

Via la neve dalla città speziata!
La brezza dei frutti attraversi le strade.
Spargete uva passa,
portate i fichi, i capperi!
Vivificate l’estate,
il ciclo, nuovamente,
nascita sangue sterco e catarro,
morte – forzate le lividure,
linee imposte
a volti
diffidenti pigri e tardi,
filettati di calce, intrisi nell’olio,
scaltri per traffici,
intimi al pericolo,
alla collera del dio della lava,
all’angelo del fumo,
e alla dannata incandescenza!

VI

Istruiti nell’amore
per diecimila libri,
colti per il tramandarsi
di gesti immutabili
e giuramenti stolti –

ma solo qui
iniziati all’amore –
quando la lava discese
e il suo alito ci colse
al piede del monte,
quando infine il cratere sfinito
più non trattenne la chiave
per questi corpi serrati –

Entrammo in spazi incantati
e illuminammo il buio
con la punta delle dita.

VII

Dentro i tuoi occhi son finestre
su un paese in cui trovo chiarezza.

Dentro il tuo petto è un mare
che mi trascina al suo fondo.
Dentro la tua anca è un attracco
per le mie navi, di ritorno
da viaggi troppo lunghi.

La felicità tesse una gomena d’argento
su cui giaccio ormeggiata.

Dentro la tua bocca è un nido di piume
per la mia bocca che impara a volare.
Dentro la tua carne ha la luce d’un melone,
dolce e gustosa all’infinito.
Dentro le tue vene son quiete
e colme di quell’oro
che lavo con le mie lacrime
e che un giorno potrà ricompensarmi.

Ricevi titoli, abbracci beni
che sono dati a te per primo.

Dentro i tuoi piedi non sono mai in cammino
ma ormai giunti nei miei paesi di velluto.

Dentro le tue ossa son chiari flauti,
da cui ricaverò magici toni
che incanteranno la stessa morte…

VIII

… terra, mare e cielo.
Da baci arruffati,
la terra,
il mare e il cielo.
Dalle mie parole avvinta,
la terra,
dalla mia estrema parola ancora avvinti
il mare e il cielo!

Provata dai miei suoni,
questa terra,
che tra i miei denti singhiozzante
gettò l’àncora,
con tutti i suoi altoforni, torri
e vette altezzose,

questa terra sconfitta,
che a me svelò le sue gole,
le sue steppe, tundre e deserti,

questa terra irrequieta
con i suoi convulsi campi magnetici
che qui imprigionò se stessa
con catene a lei ignote d’energia,

questa terra stordita e assordante
con piante solanacee,
veleni di piombo
e correnti di profumo –

tramontata nel mare
e sorta nel cielo
la terra!

IX

Il gatto nero,
l’olio sul pavimento,
il malocchio:

Guai!

Afferra il corno di corallo,
appendi i corni davanti alla casa,
buio, niente luce!

X

O amore, che le nostre scorze
rompesti, gettandole via, il nostro scudo,
la difesa del tempo e la ruggine brunita degli anni!

O dolori, che calpestaste il nostro amore,
il suo umido fuoco nelle parti sensibili!
Tra fumo e caligine, agonizzante, la fiamma si spegne in se stessa.

XI

Tu vuoi bagliori, tu lanci coltelli,
tu strappi le calde vene all’aria;

abbagliandoti, saltano dai polsi aperti
taciti gli ultimi fuochi d’artificio:

follia disprezzo e poi la vendetta,
e già arriva il pentimento, il ritrattare.

Che le tue lame si spuntano, ancora percepisci
e infine avverti come l’amore chiude:

con tempeste leali, un respiro puro.
E ti respinge nella segreta del sogno.

Dove i suoi capelli biondi pendono,
fai per afferrarla, la scala nel nulla.

Mille e una notte in alto stanno i pioli.
Il passo nel vuoto è il passo estremo.

E dove cozzi, sono i vecchi luoghi,
e ad ogni luogo dai tre gocce di sangue.

Ottenebrato stringi riccioli senza radici.
Suona il sonaglio, ed è finita.

XII

Bocca che passò la notte nella mia bocca,
occhio che sorvegliò il mio occhio,
mano –

e coloro che mi trascinarono, gli occhi!
Bocca che pronunciò il verdetto,
mano, che mi giustiziò!

XIII

Il sole non riscalda, il mare è senza voce.
Le tombe, impacchettate di neve che nessuno scioglie.
Non si riempiono i bracieri
di carboni ardenti? Ma l’ardente carbone non conta.

Redimimi! Non posso continuare a morire.

Il santo ha altro da fare;
si preoccupa per la città e pensa al pane.
La corda del bucato sostiene a stento i panni;
presto cadranno. Ma senza coprirmi.

Ancora sono colpevole. Sollevami.
Non sono colpevole. Sollevami.

Sciogli il granello di ghiaccio dall’occhio,
spezza il ghiaccio con gli sguardi,
cerca il fondo azzurro,
nuota, guarda e tuffati:

non sono io.
Sono io.

XIV

Aspetta la mia morte e poi di nuovo ascoltami,
si rovescia il cesto di neve e l’acqua canta,
sboccano in via Toledo tutti i suoni, sgela,
fonde il ghiaccio un’armonia.
O gran disgelo!

Aspettati molto!

Sillabe nell’oleandro,
parola nel verde d’acacia,
cascate dalla parete.

Riempie i bacini,
chiara e mossa,
la musica.

XV

L’amore ha un trionfo e la morte ne ha uno,
il tempo e il tempo che segue.
Noi non ne abbiamo.

Solo tramontare intorno a noi di stelle. Riflesso e silenzio.
Ma il canto sulla polvere dopo,
alto si leverà su di noi.

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Luigi Reitani)

da “Invocazione all’Orsa Maggiore”, Milano, SE Edizioni, 1994

Lieder aufder Flucbt [Canti lungo la fuga]
Prima pubblicazione in  Anrufung des Großien Bären, Monaco 1956. Ingeborg Bachmann ha anche pubblicato una scelta antologica del ciclo, riducendolo a nove poesie per il volume  Gedichte, Erzählungen, Hönpiele, Essays, Monaco, 1964. In questa scelta mancano le poesie III, V, VIII, IX, X, XI.
HAPKEMEYER [1990: 69-75] ha messo in rilievo come il ciclo sia stato ispirato da un evento reale: un’eccezionale nevicata che si abbatté su Napoli nell’inverno del 1953/54. Ma naturalmente le immagini della poesia si inseriscono nella tradizione di una lirica invernale ampiamente codificata nella letteratura tedesca, e basterebbe ricordare la Winterreise di Wilhelm Müller musicata da Schubert. Anche l’apparente concretezza dei riferimenti geografici rivela, a ben guardare, un valore simbolico.
Il ciclo porta al virtuosismo quella tecnica contrappuntistica che caratterizza l’intera raccolta di  Invocazione all’Orsa Maggiore. A quadri esterni incentrati sul paesaggio metropolitano e mediterraneo si contrappongono momenti propriamente lirici. (Cfr. FEHL, 1970: 184-195.) Se le immagini della natura stretta nella morsa del gelo (I-IV) variano ancora il topos della «terra desolata», e sanciscono l’estraniamento e la minaccia dell’Io, nella seconda parte del ciclo (V-VIII) l’amore è invocato come unica esperienza in grado di sconfiggere il freddo esistenziale e di ricondurre il soggetto nell’alveo della natura. Anche la «fiamma» dell’amore, tuttavia, si rivela illusoria, e si presenta nel finale come una promessa utopica, sublimata dal canto della poesia. Cfr. MAUSER, 1981: 56-65.
Dal punto di vista formale i  Lieder auf der Flucht dispiegano ancora una volta il campionario metrico della raccolta: quartine, distici, versi liberi, strofe disposte simmetricamente. Anche qui è riscontrabile un’alternanza tra costruzioni paratattiche e iterative e complesse forme ipotattiche, in cui balza agli occhi la ricorrenza delle apposizioni, la tendenza a usare la forma composta dei verbi e la frequenza delle particelle negative (cfr. FECHNER, 1986: 66).
Sul ciclo si vedano ancora i lavori di BOTHNER, 1986: 271-274; STOLL, 1991: 113-129; OBERLE, 1992: 122-174.
La citazione posta come motto è tratta dai  Trionfi di Francesco Petrarca e precisamente dalla terza parte del  Trionfo dell’amore (Triumphus Cupidinis), vv. 148-50.
I  Quartine di versi di tre piedi giambici, con qualche irregolarità, ad uscita sempre maschile e rima alternata nei versi pari. Una particolareggiata analisi della poesia in POST, 1976. Cfr. anche HORN, 1968: 278-281.
v. 6  Hungerberg  Si potrebbe trattare dei «Quartieri spagnoli», posti su un dislivello.
II, v. 1  Traduzione quasi letterale di un celebre verso di Saffo; l’intera quartina del frammento nella traduzione italiana di Salvatore Quasimodo: «Tramontata è la luna / e le Pleiadi a mezzo della notte; / anche giovinezza già dilegua, / e ora nel mio letto resto sola».
v. 6  Inversione della espressione biblica «parlare in ogni lingua», che si riferisce al miracolo della Pentecoste.
vv. 7-8  Riferimento al mito di Ero e Leandro. Ogni notte Ero, sacerdotessa di Afrodite, accendeva una lampada per guidare il suo amante Leandro, che attraversava a nuoto lo stretto di mare che li divideva. In una notte di tempesta la lampada si spegne e Leandro perisce tra i flutti.
III, v. 1  Il riferimento alle Sporadi – nome con cui nell’antichità si designavano genericamente le isole greche vicine alla costa asiatica, in contrapposizione alle Cicladi, ora nome di un gruppo di isole nel mare Egeo -, rafforzando l’allusione a Saffo, ha il compito di completare il transfert simbolico del paesaggio napoletano. Al Golfo di Napoli con le sue isole si sovrappone una dimensione mitologica.
IV, v. 8  Posilip und Vomero  Celebri quartieri di Napoli.
v. 13 Camaldoli  Quartiere di Napoli posto nella parte più alta della città.
v. 18 In una stesura dattiloscritta [Nachlaß n. 258] si leggevano a questo punto i versi, poi cancellati: «Wenn auch die Muschel von Santa Lucia / bis zur Terrasse tönt / und…» («quand’anche la conchiglia di Santa Lucia / rimbombi sino alla terrazza / e…»).
V  Un’interpretazione in ROSS, 1983.
VII  La poesia segue il modello di metaforizzazione del corpo umano codificato dal Cantico dei cantici.
VIII, v. 23  Nachtschattengewächsen  Ancora una volta l’autrice gioca con una parola composta. Tradotto alla lettera nelle sue singole componenti il nome tedesco suona come «piante delle ombre della notte».
XI, vv. 11-12  Allusione alla fiaba di Raperonzolo, che lascia cadere le sue bionde trecce per dar modo al figlio del re di salire da lei sulla torre. Accortasi della relazione, la strega che tiene prigioniera la ragazza le taglia i capelli e così il principe, salito come sempre in cima, non troverà l’amata ma la stessa strega.
XIII  Un’analisi in HÖRICHT, 1970.
XIV, v. 3  Toledo, centralissima via della metropoli partenopea.
XV, vv. 5-6  Riecheggiano qui i versi di Rilke: «Einzig das Lied überm Land / heiligt und feiert» («Solo il canto sulla terra / consacra e festeggia », Sonetti a Orfeo, XIX).  (Luigi Reitani )
∗∗∗

Lieder auf der Flucht

Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, ›I Trionfi‹
I

Der Palmzweig bricht im Schnee,
die Stiegen stürzen ein,
die Stadt liegt steif und glänzt
im fremden Winterschein.

Die Kinder schreien und ziehn
den Hungerberg hinan,
sie essen vom weißen Mehl
und beten den Himmel an.

Der reiche Winterflitter,
das Mandarinengold,
treibt in den wilden Böen.
Die Blutorange rollt.

II

Ich aber liege allein
im Eisverhau voller Wunden.

Es hat mir der Schnee
noch nicht die Augen verbunden.

Die Toten, an mich gepreßt,
schweigen in allen Zungen.

Niemand liebt mich und hat
für mich eine Lampe geschwungen!

III

Die Sporaden, die Inseln,
das schöne Stückwerk im Meer,
umschwommen von kalten Strömen,
neigen noch Früchte her.

Die weißen Retter, die Schiffe
– o einsame Segelhand! –
deuten, eh sie versinken,
zurück auf das Land.

IV

Kälte wie noch nie ist eingedrungen.
Fliegende Kommandos kamen über das Meer.
Mit allen Lichtern hat der Golf sich ergeben.
Die Stadt ist gefallen.

Ich bin unschuldig und gefangen
im unterworfenen Neapel,
wo der Winter
Posilip und Vomero an den Himmel stellt,
wo seine weißen Blitze aufräumen
unter den Liedern
und er seine heiseren Donner
ins Recht setzt.

Ich bin unschuldig, und bis Camaldoli
rühren die Pinien die Wolken;
und ohne Trost, denn die Palmen
schuppt sobald nicht der Regen;

ohne Hoffnung, denn ich soll nicht entkommen,
auch wenn der Fisch die Flossen schützend sträubt
und wenn am Winterstrand der Dunst,
von immer warmen Wellen aufgeworfen,
mir eine Mauer macht,
auch wenn die Wogen
fliehend
den Fliehenden
dem nächsten Ziel entheben.

V

Fort mit dem Schnee von der gewürzten Stadt!
Der Früchte Luft muß durch die Straßen gehen.
Streut die Korinthen aus,
die Feigen bringt, die Kapern!
Belebt den Sommer neu,
den Kreislauf neu,
Geburt, Blut, Kot und Auswurf,
Tod – hakt in die Striemen ein,
die Linien auferlegt
Gesichtern
mißtrauisch, faul und alt,
von Kalk umrissen und in Öl getränkt,
von Händeln schlau,
mit der Gefahr vertraut,
dem Zorn des Lavagotts,
dem Engel Rauch
und der verdammten Glut!

VI

Unterrichtet in der Liebe
durch zehntausend Bücher,
belehrt durch die Weitergabe
wenig veränderbarer Gesten
und törichter Schwüre –

eingeweiht in die Liebe
aber erst hier –
als die Lava herabfuhr
und ihr Hauch uns traf
am Fuß des Berges,
als zuletzt der erschöpfte Krater
den Schlüssel preisgab
für diese verschlossenen Körper –

Wir traten ein in verwunschene Räume
und leuchteten das Dunkel aus
mit den Fingerspitzen.

VII

Innen sind deine Augen Fenster
auf ein Land, in dem ich in Klarheit stehe.

Innen ist deine Brust ein Meer,
das mich auf den Grund zieht.
Innen ist deine Hüfte ein Landungssteg
für meine Schiffe, die heimkommen
von zu großen Fahrten.

Das Glück wirkt ein Silbertau,
an dem ich befestigt liege.

Innen ist dein Mund ein flaumiges Nest
für meine flügge werdende Zunge.
Innen ist dein Fleisch melonenlicht,
süß und genießbar ohne Ende.
Innen sind deine Adern ruhig
und ganz mit dem Gold gefüllt,
das ich mit meinen Tränen wasche
und das mich einmal aufwiegen wird.

Du empfängst Titel, deine Arme umfangen Güter,
die an dich zuerst vergeben werden.

Innen sind deine Füße nie unterwegs,
sondern schon angekommen in meinen Samtlanden.

Innen sind deine Knochen helle Flöten,
aus denen ich Töne zaubern kann,
die auch den Tod bestricken werden …

VIII

… Erde, Meer und Himmel.
Von Küssen zerwühlt
die Erde,
das Meer und der Himmel.
Von meinen Worten umklammert
die Erde,
von meinem letzten Wort noch umklammert
das Meer und der Himmel!

Heimgesucht von meinen Lauten
diese Erde,
die schluchzend in meinen Zähnen
vor Anker ging
mit allen ihren Hochöfen, Türmen
und hochmütigen Gipfeln,

diese geschlagene Erde,
die vor mir ihre Schluchten entblößte,
ihre Steppen, Wüsten und Tundren,

diese rastlose Erde
mit ihren zuckenden Magnetfeldern,
die sich hier selbst fesselte
mit ihr noch unbekannten Kraftketten,

diese betäubte und betäubende Erde
mit Nachtschattengewächsen,
bleiernen Giften
und Strömen von Duft –

untergegangen im Meer
und aufgegangen im Himmel
die Erde!

IX

Die schwarze Katze,
das Öl auf dem Boden,
der böse Blick:

Unglück!

Zieh das Korallenhorn,
häng die Hörner vors Haus,
Dunkel, kein Licht!

X

O Liebe, die unsre Schalen
aufbrach und fortwarf, unseren Schild,
den Wetterschutz und braunen Rost von Jahren!

O Leiden, die unsre Liebe austraten,
ihr feuchtes Feuer in den fühlenden Teilen!
Verqualmt, verendend im Qualm, geht die Flamme in sich.

XI

Du willst das Wetterleuchten, wirfst die Messer,
du trennst der Luft die warmen Adern auf;

dich blendend, springen aus den offnen Pulsen
lautlos die letzten Feuerwerke auf:

Wahnsinn, Verachtung, dann die Rache,
und schon die Reue und der Widerruf.

Du nimmst noch wahr, daß deine Klingen stumpfen,
und endlich fühlst du, wie die Liebe schließt:

mit ehrlichen Gewittern, reinem Atem.
Und sie verstößt dich in das Traumverlies.

Wo ihre goldnen Haare niederhängen,
greifst du nach ihr, der Leiter in das Nichts.

Tausend und eine Nacht hoch sind die Sprossen.
Der Schritt ins Leere ist der letzte Schritt.

Und wo du aufprallst, sind die alten Orte,
und jedem Ort gibst du drei Tropfen Blut.

Umnachtet hältst du wurzellose Locken.
Die Schelle läutet, und es ist genug.

XII

Mund, der in meinem Mund genächtigt hat,
Aug, das mein Aug bewachte,
Hand –

und die mich schleiften, die Augen!
Mund, der das Urteil sprach,
Hand, die mich hinrichtete!

XIII

Die Sonne wärmt nicht, stimmlos ist das Meer.
Die Gräber, schneeverpackt, schnürt niemand auf.
Wird denn kein Kohlenbecken angefüllt
mit fester Glut? Doch Glut tut’s nicht.

Erlöse mich! Ich kann nicht länger sterben.

Der Heilige hat anderes zu tun;
er sorgt sich um die Stadt und geht ums Brot.
Die Wäscheleine trägt so schwer am Tuch;
bald wird es fallen. Doch mich deckt’s nicht zu.

Ich bin noch schuldig. Heb mich auf.
Ich bin nicht schuldig. Heb mich auf.

Das Eiskorn lös vom zugefrornen Aug,
brich mit den Blicken ein,
die blauen Gründe such,
schwimm, schau und tauch:

Ich bin es nicht.
Ich bin’s.

XIV

Wart meinen Tod ab und dann hör mich wieder,
es kippt der Schneekorb, und das Wasser singt,
in die Toledo münden alle Töne, es taut,
ein Wohlklang schmilzt das Eis.
O großes Tauen!

Erwart dir viel!

Silben im Oleander,
Wort im Akaziengrün,
Kaskaden aus der Wand.

Die Becken füllt,
hell und bewegt,
Musik.

XV

Die Liebe hat einen Triumph und der Tod hat einen,
die Zeit und die Zeit danach.
Wir haben keinen.

Nur Sinken um uns von Gestirnen. Abglanz und Schweigen.
Doch das Lied überm Staub danach
wird uns übersteigen.

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956