La settima Elegia – Rainer Maria Rilke

Konstantin Korovin, By The Window, 1893, Lviv National Art Gallery, Lviv, Ukraine

Konstantin Korovin, By The Window, 1893, Lviv National Art Gallery, Lviv, Ukraine

     

     Non squillo piú di supplice richiesta
sia la natura del tuo grido, ormai,
o mia cresciuta voce!
È vero, sí: tu già lanciasti un grido
puro siccome il grido di un uccello,
quando nel suo fiorir la Primavera
lo scaglia in alto; e quasi si dismemora
ch’egli è dolente creatura viva:
e non soltanto un cuore, unico solo,
da frombolar dentro il sereno azzurro
nella piú fonda intimità dei cieli.
Oh, come lui, brameresti tu pure,
ebro cantando, esprimerti cosí
che — invisibile ancóra — ti avvertisse
l’amica tua silente; ed anche in lei
si risvegliasse, piano, una risposta
melodiosa,
scaldandosi al tepore di ascoltarti:
per avvamparla tutta, inorgoglita
di quel tuo stesso inorgoglir nel canto.
E ben la Primavera
t’intenderebbe, allora, risonando
ogni riposto angolo di un solo
alto sonar d’annunciazione, intorno…
Da prima, quello squillo,
piccolo, interrogante, che si leva
circondato dal crescere in silenzio
di un vasto, puro, affermativo giorno.
Gradini, poi… Reiterati appelli
su per le scale, che al sognato ascendono
tempio dell’avvenire…
Ed il gorghéggio, quindi: la fontana,
che già prevede e già promette, intanto
allo zampillo impetuoso il giuoco
del ricader mutevole, infinito…
E, innanzi a sé, l’estate.
Non i mattini dell’estate solo,
per quanto tutti… E non quel loro solo
mutarsi in giorno ed irraggiarsi in luce,
anzi l’aurora…
Né solo i giorni, trepidi d’attorno
ai fiori in basso; e in alto, intorno agli alberi
cresciuti ormai grandi robusti altieri…
E non la sola santità di queste
già dispiegate forze… E non le sole
strade; né i soli prati vespertini;
né, dopo il digradar dell’uragano,
la respirante chiarità dell’aure;
né, verso sera, il presagir soave
del sonno ormai vicino…
Ma le notti! Le notti! Quelle notti,
alte, d’estate… Ma le stelle tutte…
Tutte le stelle della terra, amiche.
Essere morti, un giorno. E pur, sapere
tutte le stelle, inesauribilmente…
Perché dimenticarle, oh come, come
potremmo noi?

     S’io ti chiamassi, amata, oh non verresti
tu solamente.
Ma dalle tombe fragili sorgendo,
altre fanciulle ancóra. E ristarebbero
diritte innanzi a me.
Ché l’impeto frenar non io potrei
del mio lanciato appello. E i trapassati
anelan sempre la perduta terra.
Quello che un giorno su, nel dolce mondo,
o fanciulle, ghermiste,
multipla forza ha in sé: di mille essenze.
Oh non crediate che il Destino vinca,
col suo spessore ignoto,
ciò che la fanciullezza in sé condensa!
Quante mai volte superaste voi,
anelando, l’amato: e, dopo l’impeto
della corsa beata, ancóra dentro
vi perdurava un ansimante anelito
verso l’immensa vanità del nulla,
verso gli aperti sconfinati spazii!
Vivere in terra, è una divina gioia.
Ed anche voi, fanciulle, lo sapete:
voi che, deluse, sembravate adesso
come affondar perdute
nei sordidi angiporti dei suburbii,
già putrescenti ed avviate ormai
all’ultimo declino…
Poi che un’ora vi fu (forse, neppure
un’ora piena: un attimo soltanto
da non commisurar con le misure
consuete del tempo; un solo istante
fra due rintocchi) — in cui ciascuna visse
interamente la sua vita; ed ebbe,
di quella vita sua, le vene colme.
Ma facilmente noi dimentichiamo
ciò che il beffardo riso del vicino
non ci conferma o non invidia a noi.
E lo vorremmo sollevare in alto,
per ostentarlo, — mentre solamente
elaborata dentro i nostri cuori,
la piú vistosa gioia, ecco, si arrende
e si disvela ignuda ad occhi umani.
In nessun luogo, che non sia nell’íntimo
piú profondo di noi,
è destinato, amata, a divenirci
intorno il mondo. E questa nostra vita
è un eterno fluir nel trasmutarsi.
E, sempre piú ridotta, a poco a poco
l’Appariscenza esterna si dilegua.
Colà, dove una volta consisteva
la ben compatta casa, ora, prorompe
obliqua una figura immaginaria,
tutta in rilievo di Pensiero puro,
quasi che ancóra nel cervello chiusa
dentro ci stesse.
Lo Spirito del tempo, oggi, si crea
vasti granai di forze senza forma,
come l’impulso che d’attorno attinge
— teso in orgasmo — dalle cose tutte.
Piú non conosce templi. E questo sperpero
del nostro cuore è il piú segreto acquisto
che in ogni giorno accumuliamo in noi.
Colà dove persiste e sopravvive
una di quelle prodigiose cose,
che un dí adorammo e che servimmo proni
sulle ginocchia, sopravvive assunta
nell’Invisibile.
E son ciechi di lei tanti mai sguardi:
ma senza in cuore la divina gioia
di poterla crear piú grande ancóra,
novellamente, con pilastri e statue,
entro il tempio dell’anima profonda.

     Ogni terrena oscura metamorfosi
conta di questi miserandi eredi,
cui ciò che avvenne piú non appartiene,
né il futuro appartiene. Una distanza
illimitata gli uomini separa
finanche dalle cose piú vicine.
Ma questa realtà non ci sgomenti!
Anzi, ci tempri a custodire intatto,
dentro di noi, l’archètipo già noto.
Sorse diritto un giorno in mezzo al mondo,
sotto gli urti del Fato tempestoso,
fra mète incerte ed ignorate vie;
e a sé piegava, dai sicuri cieli,
l’arco fulgente delle stelle amiche.
Angelo, e a te lo addito. Eccolo innanzi
allo stupore de’ tuoi sguardi intenti:
salvato alfine, e novamente eretto.
La sfinge di colonne e di piloni!
Il grigio impetuoso ripontare
su dalle nebbie, dritto incontro al cielo
d’una città straniera e moribonda,
della misteriosa Cattedrale.
Non fu prodigio? Angelo, stupisci!
Ché questo, siamo noi. Proclama tu,
che questo noi potemmo. A celebrarlo
non basta il mio respiro, Angelo immenso…
E pertanto, cosí, non rinunciammo
a quei prodighi spazii, a noi donati:
vasti di tale paurosa ampiezza,
che da millennii ormai, dei nostri cuori
non li ricolma l’impeto perenne.
…Una torre fu grande, non è vero?
Angelo, grande anche di fronte a te…
Fu grande, Chartres. E la divina Musica
trascendeva, su noi, la Cattedrale.
E una fanciulla innamorata, a notte,
alla finestra, sola, — non giungeva,
Angelo, insino alle ginocchia tue?
Oh non credere, no, ch’io mi rivolga
supplice a te, perché tu scenda in terra.
Se pur ti supplicassi, non verresti…
Ogni richiamo mio pieno soltanto
è di un turbine in fuga: e questa enorme
tempestosa corrente, non ti è dato,
Angelo, risalirla incontro a me.
Come un braccio proteso, è il grido mio.
E la sua mano che si scaglia in alto
schiusa a ghermire, ti rimane innanzi
aperta, dentro gl’infiniti spazii,
difesa e ammonimento, o Inafferrabile!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die siebente Elegie

     Werbung nicht mehr, nicht Werbung, entwachsene Stimme,
sei deines Schreies Natur; zwar schrieest du rein wie der Vogel,
wenn ihn die Jahreszeit aufhebt, die steigende, beinah vergessend,
daß er ein kümmerndes Tier und nicht nur ein einzelnes Herz sei,
das sie ins Heitere wirft, in die innigen Himmel. Wie er, so
würbest du wohl, nicht minder –, daß, noch unsichtbar,
dich die Freundin erführ, die stille, in der eine Antwort
langsam erwacht und über dem Hören sich anwärmt, –
deinem erkühnten Gefühl die erglühte Gefühlin.

     O und der Frühling begriffe –, da ist keine Stelle,
die nicht trüge den Ton der Verkündigung. Erst jenen kleinen
fragenden Auflaut, den, mit steigernder Stille,
weithin umschweigt ein reiner bejahender Tag.
Dann die Stufen hinan, Ruf-Stufen hinan, zum geträumten
Tempel der Zukunft –; dann den Triller, Fontäne,
die zu dem drängenden Strahl schon das Fallen zuvornimmt
im versprechlichen Spiel… Und vor sich, den Sommer.

     Nicht nur die Morgen alle des Sommers –, nicht nur
wie sie sich wandeln in Tag und strahlen vor Anfang.
Nicht nur die Tage, die zart sind um Blumen, und oben,
um die gestalteten Bäume, stark und gewaltig.
Nicht nur die Andacht dieser entfalteten Kräfte,
nicht nur die Wege, nicht nur die Wiesen im Abend,
nicht nur, nach spätem Gewitter, das atmende Klarsein,
nicht nur der nahende Schlaf und ein Ahnen, abends…
sondern die Nächte! Sondern die hohen, des Sommers,
Nächte, sondern die Sterne, die Sterne der Erde.
O einst tot sein und sie wissen unendlich,
alle die Sterne: denn wie, wie, wie sie vergessen!

     Siehe, da rief ich die Liebende. Aber nicht sie nur
käme… Es kämen aus schwächlichen Gräbern
Mädchen und ständen… Denn, wie beschränk ich,
wie, den gerufenen Ruf? Die Versunkenen suchen
immer noch Erde. – Ihr Kinder, ein hiesig
einmal ergriffenes Ding gälte für viele.
Glaubt nicht, Schicksal sei mehr, als das Dichte der Kindheit;
wie überholtet ihr oft den Geliebten, atmend,
atmend nach seligem Lauf, auf nichts zu, ins Freie.

     Hiersein ist herrlich. Ihr wußtet es, Mädchen, ihr auch,
die ihr scheinbar entbehrtet, versankt –, ihr, in den ärgsten
Gassen der Städte, Schwärende, oder dem Abfall
Offene. Denn eine Stunde war jeder, vielleicht nicht
ganz eine Stunde, ein mit den Maßen der Zeit kaum
Meßliches zwischen zwei Weilen –, da sie ein Dasein
hatte. Alles. Die Adern voll Dasein.
Nur, wir vergessen so leicht, was der lachende Nachbar
uns nicht bestätigt oder beneidet. Sichtbar
wollen wirs heben, wo doch das sichtbarste Glück uns
erst zu erkennen sich giebt, wenn wir es innen verwandeln.

     Nirgends, Geliebte, wird Welt sein, als innen. Unser
Leben geht hin mit Verwandlung. Und immer geringer
schwindet das Außen. Wo einmal ein dauerndes Haus war,
schlägt sich erdachtes Gebild vor, quer, zu Erdenklichem
völlig gehörig, als ständ es noch ganz im Gehirne.
Weite Speicher der Kraft schafft sich der Zeitgeist, gestaltlos
wie der spannende Drang, den er aus allem gewinnt.
Tempel kennt er nicht mehr. Diese, des Herzens, Verschwendung
sparen wir heimlicher ein. Ja, wo noch eins übersteht,
ein einst gebetetes Ding, ein gedientes, geknietes –,
hält es sich, so wie es ist, schon ins Unsichtbare hin.
Viele gewahrens nicht mehr, doch ohne den Vorteil,
daß sie’s nun innerlich baun, mit Pfeilern und Statuen, größer!

     Jede dumpfe Umkehr der Welt hat solche Enterbte,
denen das Frühere nicht und noch nicht das Nächste gehört.
Denn auch das Nächste ist weit für die Menschen. Uns soll
dies nicht verwirren; es stärke in uns die Bewahrung
der noch erkannten Gestalt. – Dies stand einmal unter Menschen,
mitten im Schicksal stands, im vernichtenden, mitten
im Nichtwissen-Wohin stand es, wie seiend, und bog
Sterne zu sich aus gesicherten Himmeln. Engel,
dir noch zeig ich es, da! in deinem Anschaun
steh es gerettet zuletzt, nun endlich aufrecht.
Säulen, Pylone, der Sphinx, das strebende Stemmen,
grau aus vergehender Stadt oder aus fremder, des Doms.

    War es nicht Wunder? O staune, Engel, denn wir sinds,
wir, o du Großer, erzähls, daß wir solches vermochten, mein Atem
reicht für die Rühmung nicht aus. So haben wir dennoch
nicht die Räume versäumt, diese gewährenden, diese
unseren Räume. (Was müssen sie fürchterlich groß sein,
da sie Jahrtausende nicht unseres Fühlns überfülln.)
Aber ein Turm war groß, nicht wahr? O Engel, er war es, –
groß, auch noch neben dir? Chartres war groß –, und Musik
reichte noch weiter hinan und überstieg uns. Doch selbst nur
eine Liebende –, oh, allein am nächtlichen Fenster…
reichte sie dir nicht ans Knie –?
                                                         Glaub nicht, daß ich werbe.
Engel, und würb ich dich auch! Du kommst nicht.
                                                         Denn mein
Anruf ist immer voll Hinweg; wider so starke
Strömung kannst du nicht schreiten. Wie ein gestreckter
Arm ist mein Rufen. Und seine zum Greifen
oben offene Hand bleibt vor dir
offen, wie Abwehr und Warnung,
Unfaßlicher, weitauf.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

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