La lettura è crudele. Undici endecasillabi in forma di ipertesto – Valerio Magrelli

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e
la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce
e la lingua riposavano.
                                                                               Agostino          
O che il testo non sia, alla fin fine, un miserrimo
e stecchito parapetto che impedisce a certi psichi
di precipitare entro i baratri lautrémontiani del
«loro» corpo, e attraverso di essi in quelli del
 gran tutto.
                                                                            Andrea Zanzotto
[Matrice]

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giú
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lí in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato alla vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

I. 
Ti guardo, cerco di guardarti dentro,

Trovarsi a fianco qualcuno assorto nella lettura,
mi porta a domandargli: dove sei?
Per questo cerco di cercarti dentro,
di raggiungerti dentro quel dentro
da cui mi sento irrimediabilmente escluso.
Per questo mi viene da chiederti:
perché non mi porti con te?

II. 
come se mi sporgessi su un abisso.

Sei a fianco, eppure mi sembra di guardarti dall’alto.
Forse perché, leggendo, guardi in basso,
verso quel punto dove ti sei ritirata
sottraendoti a me.
Ecco perché vengo avanti piano piano,
come sull’orlo di un baratro.
Ecco perché mi protendo verso il vuoto
in fondo al quale posso a malapena intravederti.

III. 
Mi affaccio al parapetto e guardo giú

Il tuo corpo mi fa da parapetto.
Mi ci posso appoggiare,
tanto non c’è nessuno.
Tu sei già andata via, sparita in basso,
nel fondovalle della tua lettura.
Mi aggrappo alle tue braccia
e scruto nella gola dove ti sei cacciata,
laggiú, piccola piccola, appartata.

IV. 
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi

Il vuoto del tuo corpo,
il suo silenzio,
dimostrano che il padrone non è in casa.
Resta solo il cappello, posato sulla sedia
per occupare il posto dell’assente.
Quando leggi, vai via, e mi lasci solo.

V. 
in una lontananza irraggiungibile.

Quando leggi, vai via, mi lasci solo
e inoltre mi impedisci di seguirti.
È come se, partendo,
non mi dicessi la tua destinazione.
Anche se la scoprissi (e l’ho scoperta,
tant’è vero che posso vederti,
se soltanto mi sporgo),
comunque non mi lasci avvicinare.
La lettura è crudele, è ostile e solitaria.

VI. 
Vorrei stare con te lí in basso, invece

Quanto mi piacerebbe stare insieme!
O meglio: stare insieme laggiú.
Riuscire a condividere quello spazio
da cui mi escludi, e che esiste soltanto
perché tu me ne escludi.
Sarebbe come chiedere di essere con te
nella lettura, ovvero nel «non-essere-con-te».
Il fatto è che ti installi dove io,
insieme a te, non potrò mai,
remota, assorta, sola,
nel giardino sul fondo del giardino.

VII. 
resto inchiodato a questo ponticello

Questo sono io:
il crampo di chi si afferra al corrimano
paralizzato dalle vertigini.
Ti guardo con occhi sbarrati,
terrorizzato dal vuoto, ipnotizzato
dalla tua immagine sul fondo del burrone,
e intanto il desiderio si tramuta
nell’intensità della presa con cui mi tengo stretto
al corrimano del tuo corpo.

VIII. 
atterrito e remoto, separato,

Impaurito dall’altezza e lontano da te,
significa in ultimo:
attratto da ciò che ci separa.
Il panico di chi teme di cadere
riflette il desiderio di cadere,
ossia di superare il vuoto che divide.
Tutto si intreccia, tutto si confonde
per generare nostalgia.

IX. 
legato alla vertigine che amo,

Cosí arriviamo al nodo, alla vertigine
come attrazione del vuoto, incomprensibile
amore della paura.
(Bisogna sempre pensare alle mani
che serrano spasmodicamente il loro appiglio.
Sta a loro dire quanto costi caro lo sforzo di trattenersi:
vorrei venire da te, ma non posso farlo).

X.
se amore è la distanza che ci chiama

Pare che la parola greca per «bellezza»
provenga dal verbo «chiamare».
Se la prima condizione della felicità
sta nel bisogno di essere strappati a noi stessi,
«portami con te» vuol dire allora:
«toglimi via da me».

XI.
e insieme la paura di varcarla.

Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014

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