«Anche questa mattina mi sono svegliato» – Nazim Hikmet

Lee Miller, Autoportrait, 1932

Lee Miller, Autoportrait, 1932

 

Anche questa mattina mi sono svegliato
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati addosso a me alla rinfusa
e la luce d’argento annerito della lampada

mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico
e la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta

mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
e la nostra separazione e quello che siamo
mi sono svegliato anche questa mattina e ti amo.

Nazim Hikmet

Berlino, 1961

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “In esilio”

daNazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

Sogno – Cesare Pavese

Edward Weston, Nude on Sand, Oceano, 1936

Edward Weston, Nude on Sand, Oceano, 1936

 

Ride ancora il tuo corpo all’acuta carezza
della mano o dell’aria, e ritrova nell’aria
qualche volta altri corpi? Ne ritornano tanti
da un tremore del sangue, da un nulla. Anche il corpo
che si stese al tuo fianco, ti ricerca in quel nulla.

Era un gioco leggero pensare che un giorno
la carezza dell’aria sarebbe riemersa
improvviso ricordo nel nulla. Il tuo corpo
si sarebbe svegliato un mattino, amoroso
del suo stesso tepore, sotto l’alba deserta.
Un acuto ricordo ti avrebbe percorsa
e un acuto sorriso. Quell’alba non torna?

Si sarebbe premuta al tuo corpo nell’aria
quella fresca carezza, nell’intimo sangue,
e tu avresti saputo che il tiepido istante
rispondeva nell’alba a un tremore diverso,
un tremore dal nulla. L’avresti saputo
come un giorno lontano sapevi che un corpo
era steso al tuo fianco.
                                          Dormivi leggera
sotto un’aria ridente di labili corpi,
amorosa di un nulla. E l’acuto sorriso
ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti.
Non è piú ritornata, dal nulla, quell’alba?

Cesare Pavese

[16 – 22 ottobre 1937]

da “Poesie del disamore e altre poesie disperse”, Einaudi, Torino, 1951

«A cosa mi è servito correre per tutto il mondo» – Maria do Rosário Pedreira

Edward Drimsdale, Road, East of England, Autumn 1997

Edward Drimsdale, Road, East of England, Autumn 1997

 

A cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valigie; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito

respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro te

che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo nome
sulle mie labbra di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,

ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

***

«De que me serviu ir correr mundo»

De que me serviu ir correr mundo,
arrastar, de cidade em cidade, um amor
que pesava mais do que mil malas; mostrar
a mil homens o teu nome escrito em mil
alfabetos e uma estampa do teu rosto
que eu julgava feliz? De que me serviu

recusar esses mil homens, e os outros mil
que fizeram de tudo para eu parar, mil
vezes me penteando as pregas do vestido
cansado de viagens, ou dizendo o seu nome
tão bonito em mil línguas que eu nunca
entenderia? Porque era apenas atrás de ti

que eu corri o mundo, era com a tua voz
nos meus ouvidos que eu arrastava o fardo
do amor de cidade em cidade, o teu nome
nos meus lábios de cidade em cidade, o teu
rosto nos meus olhos durante toda a viagem,

mas tu partias sempre na véspera de eu chegar.

Maria do Rosário Pedreira

da “Nenbum Nome Depois”, Gótica, Lisboa, 2004

Quel giorno ci fu un tramonto… – Nina Nikolaevna Berberova

Edward Drimsdale, Road, East of England, Autumn 1997

Edward Drimsdale, Road, East of England, Autumn 1997

                                             

                                               OTTAVE
                  1

Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.

Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.

E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.

E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

Nina Nikolaevna Berberova

1927

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale. Poesie 1921-1933”, Passigli Poesia, 2004

∗∗∗

восьмистишия

1

В этот день был такой небывало протяжный закат,
В красном небе чернели дома и пустынный наш сад.

В эту ночь от бесчисленных звезд было сердцу невмочь,
И раскрыли мы окна в широкую, жаркую ночь.

А наутро прохладу морей легкий ветер пронес,
Стало слишком пестро от расцветших глициний и роз.

И в тот вечер ушел я, и думал о нашей судьбе,
О любви своей думал, опять − о себе и тебе.

Нина Николаевна Берберова

1927

da “Стихи, 1921-1983”, New York: Russica Publishers, 1984

«Ho aperto i miei occhi» – Pierluigi Cappello

Tina Modotti, Calle, Messico, 1924

Tina Modotti, Calle, Messico, 1924

 

Ho aperto i miei occhi
negli occhi color tempocattivo
del cielo; lassú, Donzel,
ci porterà tempesta,

tempesta e poi tempesta
sul tremolio dei fiori:
nella prima frustata
di vento sopra i verdi,

ho annusato con l’odore
delle erbe di pioggia
l’odore denso d’amore,

come se amore mi fosse
il peso intero di un cielo
sulla tenerezza di un fiore.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

∗∗∗

Il me donzel

XXVI

O ài daviert i miei vôi
tai vôi colôr trist timp
dal cîl; lassù Donzel
nus menarà tampieste

tampieste e poi tampieste
sul trimulâ dai flôrs:
inte prime sgoriade
di vint sore dai verts

o ài nasât cu l’odôr
da lis jerbis di ploie
l’odôr penç da l’amôr

come che amôr mi fos
il pês intîr di un cîl
sore il tenar di un flôr.

Il senso – Czesław Miłosz

Michael Kenna, Huangshan Mountains, Study 46, China, 2010

Michael Kenna, Huangshan Mountains, Study 46, China, 2010

 

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, la montagna, il tramonto.
Il vero significato che vorrà essere letto.
Ciò ch’era inconciliabile, si concilierà.
E sarà compreso ciò ch’era incomprensibile.

– Ma se non c’è una fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un segno
ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
si susseguono senza badare a un senso
e non c’è nulla sulla terra, oltre questa terra?

Se così fosse, resterebbe ancora la parola
suscitata una volta da effimere labbra,
che corre e corre, messaggero instancabile,
nei campi interstellari, nei vortici galattici
e protesta, chiama, grida.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Le regioni ulteriori”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

***

Sens

– Kiedy umrę, zobaczę podszewkę świata.
Drugą stronę, za ptakiem, górą i zachodem słońca.
Wzywające odczytania prawdziwe znaczenie.
Co nie zgadzało się, będzie się zgadzało.
Co było niepojęte, będzie pojęte.

– A jeżeli nie ma podszewki świata?
Jeżeli drozd na gałęzi nie jest wcale znakiem
Tylko drozdem na gałęzi, jeżeli dzień i noc
Następują po sobie nie dbając o sens
I nie ma nic na ziemi, prócz tej ziemi?

Gdyby tak było, to jednak zostanie
Słowo raz obudzone przez nietrwałe usta,
Które biegnie i biegnie, poseł niestrudzony,
Na międzygwiezdne pola, w kołowrót galaktyk
I protestuje, woła, krzyczy.

Czesław Miłosz

da “Dalsze okolice”, Wydawn, Znak, 1991

La lettura è crudele. Undici endecasillabi in forma di ipertesto – Valerio Magrelli

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1950

Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e
la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce
e la lingua riposavano.
                                                                               Agostino          
O che il testo non sia, alla fin fine, un miserrimo
e stecchito parapetto che impedisce a certi psichi
di precipitare entro i baratri lautrémontiani del
«loro» corpo, e attraverso di essi in quelli del
 gran tutto.
                                                                            Andrea Zanzotto
[Matrice]

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giú
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lí in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato alla vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

I. 
Ti guardo, cerco di guardarti dentro,

Trovarsi a fianco qualcuno assorto nella lettura,
mi porta a domandargli: dove sei?
Per questo cerco di cercarti dentro,
di raggiungerti dentro quel dentro
da cui mi sento irrimediabilmente escluso.
Per questo mi viene da chiederti:
perché non mi porti con te?

II. 
come se mi sporgessi su un abisso.

Sei a fianco, eppure mi sembra di guardarti dall’alto.
Forse perché, leggendo, guardi in basso,
verso quel punto dove ti sei ritirata
sottraendoti a me.
Ecco perché vengo avanti piano piano,
come sull’orlo di un baratro.
Ecco perché mi protendo verso il vuoto
in fondo al quale posso a malapena intravederti.

III. 
Mi affaccio al parapetto e guardo giú

Il tuo corpo mi fa da parapetto.
Mi ci posso appoggiare,
tanto non c’è nessuno.
Tu sei già andata via, sparita in basso,
nel fondovalle della tua lettura.
Mi aggrappo alle tue braccia
e scruto nella gola dove ti sei cacciata,
laggiú, piccola piccola, appartata.

IV. 
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi

Il vuoto del tuo corpo,
il suo silenzio,
dimostrano che il padrone non è in casa.
Resta solo il cappello, posato sulla sedia
per occupare il posto dell’assente.
Quando leggi, vai via, e mi lasci solo.

V. 
in una lontananza irraggiungibile.

Quando leggi, vai via, mi lasci solo
e inoltre mi impedisci di seguirti.
È come se, partendo,
non mi dicessi la tua destinazione.
Anche se la scoprissi (e l’ho scoperta,
tant’è vero che posso vederti,
se soltanto mi sporgo),
comunque non mi lasci avvicinare.
La lettura è crudele, è ostile e solitaria.

VI. 
Vorrei stare con te lí in basso, invece

Quanto mi piacerebbe stare insieme!
O meglio: stare insieme laggiú.
Riuscire a condividere quello spazio
da cui mi escludi, e che esiste soltanto
perché tu me ne escludi.
Sarebbe come chiedere di essere con te
nella lettura, ovvero nel «non-essere-con-te».
Il fatto è che ti installi dove io,
insieme a te, non potrò mai,
remota, assorta, sola,
nel giardino sul fondo del giardino.

VII. 
resto inchiodato a questo ponticello

Questo sono io:
il crampo di chi si afferra al corrimano
paralizzato dalle vertigini.
Ti guardo con occhi sbarrati,
terrorizzato dal vuoto, ipnotizzato
dalla tua immagine sul fondo del burrone,
e intanto il desiderio si tramuta
nell’intensità della presa con cui mi tengo stretto
al corrimano del tuo corpo.

VIII. 
atterrito e remoto, separato,

Impaurito dall’altezza e lontano da te,
significa in ultimo:
attratto da ciò che ci separa.
Il panico di chi teme di cadere
riflette il desiderio di cadere,
ossia di superare il vuoto che divide.
Tutto si intreccia, tutto si confonde
per generare nostalgia.

IX. 
legato alla vertigine che amo,

Cosí arriviamo al nodo, alla vertigine
come attrazione del vuoto, incomprensibile
amore della paura.
(Bisogna sempre pensare alle mani
che serrano spasmodicamente il loro appiglio.
Sta a loro dire quanto costi caro lo sforzo di trattenersi:
vorrei venire da te, ma non posso farlo).

X.
se amore è la distanza che ci chiama

Pare che la parola greca per «bellezza»
provenga dal verbo «chiamare».
Se la prima condizione della felicità
sta nel bisogno di essere strappati a noi stessi,
«portami con te» vuol dire allora:
«toglimi via da me».

XI.
e insieme la paura di varcarla.

Ma c’è un divieto.
Il desiderio d’essere sradicati da sé,
fino a confondersi con la creatura amata,
si scontra con la forza di gravità che ci governa.
L’io si agguanta al suo io e non si lascia andare.
Da qui la nostalgia per la persona
con cui non potremo mai ricongiungerci
nel paradiso perduto della lettura,
nel paradiso perduto che la lettura addita
sul fondo incantato del non-io.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014