Primi incontri – Arseny Alexandrovich Tarkovsky

Peter Martin, Greenwich Village Nudes, 1951

Peter Martin, Greenwich Village Nudes, 1951

 

Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

Arseny Alexandrovich Tarkovsky

(Traduzione di Gario Zappi)

da “Poesie scelte”, Libri Scheiwiller, Milano, 1989

È l’istante che è eterno – Piero Bigongiari

Edvard Munch, Kiss by the window (1892)

Edvard Munch, Kiss by the window, 1892

 

È l’istante che è eterno: non ha fine
che fuori di sé; esplode nel suo interno
il segno, il sogno, di ciò che non è
il tempo, la cui aureola già si attenua.

Il vento che s’è fatto impetuoso
mescola fuoco e cenere, intriga
nel suo più ingeneroso antiattimo
il suo ormai impossibile riposo.

Sono qui, tu gli gridi, sono qui,
i nidi sono pieni degli implumi
che attendono le ali tra i barlumi
della tempesta. È ciò che di me resta

degli istanti fatali di una festa
racchiuso nei suoi numeri immortali.
Il piede già non calpesta le orme
della sua ultima mutazione.

Tutto dorme, anche la felicità
in questo tramutarsi delle forme
nella loro forse ultima realtà.

Piero Bigongiari 

22 settembre 1997

da “Il silenzio del poema. Poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

«Lasciai cadere il tempo sul tuo nome» – Maria do Rosário Pedreira

Felice Casorati, Abbandono, 1929, Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Torino

Felice Casorati, Abbandono, 1929, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

 

Lasciai cadere il tempo sul tuo nome,
come si adagia il marmo sulla terra e
l’acqua si sparge sulle braci. Mi vestii

di lutto come le donne che disfano
le culle vuote da tanto le guardano; e vidi
il sangue scendere finalmente sulla ferita,
come la cera che si rapprende sul palmo della mano
prima di perdersi nelle dita in polvere. Se

ti dimenticai, fu perché volli qualcuno che mi
chiamasse, un corpo che fosse un altro sul mio
corpo, una voce offerta per la mattina. Ma
niente, ma nessuno. Se il tempo non si

fosse abbattuto sul tuo nome, avrei potuto
almeno ora ricordarti – poiché non c’è
lapide senza corpo né cenere che non abbia
arso. E la casa è oggi più fredda che

mai: lasciai passare il tempo sul tuo
nome, e non c’è focolare, non c’è nido, non ci sono
figli che si possano perdere da me, né
candele per riempire di memoria questo silenzio.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

***

«Deixei cair o tempo sobre o teu nome»

Deixei cair o tempo sobre o teu nome,
como se deita o mármore sobre a terra e
a água se derrama sobre as brasas. Vesti-me

de luto como as mulheres que derrubam
os berços vazios de tanto os olharem; e vi
o sangue calar-se finalmente sobre a ferida,
como a cera que endurece na palma da mão

antes de perder-se nos dedos em poeira. Se
te esqueci, foi porque quis alguém que me
chamasse, um corpo que fosse outro no meu
corpo,uma voz oferecida pela manhã. Mas
nada, mas ninguém. Se o tempo não se

tivesse abatido sobre o teu nome, podia ao
menos agora recordar-te – pois não há
laje sem corpo nem cinza que não tenha
ardido. E a casa está hoje mais fria do que

nunca: deixei passar o tempo sobre o teu
nome e não há lareira, não há lar, não há
filhos que se pudessem perder de mim, nem
velas para encher de memória este silêncio.

Maria do Rosário Pedreira

da “Nenbum Nome Depois”, Gótica, Lisboa, 2004

L’alba – Piero Bigongiari

Michael Kenna, Late Afternoon Rainbow, Dunalley, Tasmania, Australia, 2013

Michael Kenna, Late Afternoon Rainbow, Dunalley, Tasmania, Australia, 2013

 

Ho visto uccelli strani, nevicate impossibili,
il cuore pesticciare disarmato la tundra,
ho sentito nocchi di sguardi scendere, grandinate
di sguardi mettere in forse il suo raccolto,
le ore essere uguali al loro contrario,
il tempo lento a percorrersi come un tappeto troppo lungo
– e là chi ti attende? non puoi vederlo… un’ombra scarlatta –.

Ho inteso il mare parlare da solo
quasi non avesse naufraghi su ogni riva,
ho visto bambini medicarsi ferite atroci, andare senza gambe,
guardare senz’occhi, chiedere senza lingua,
implorare una madre rivolti a una roccia,
ho visto un fiore che sboccia affrettare il tempo
ma renderlo infinito un sasso che precipita.

Ma tu che non trattieni il tuo stesso riscatto
e quanto ti completa renderlo quanto ti mutila,
che sei quello che volevi essere e non sarai mai,
cuore in palma di mano o dentro l’abisso schivo d’un sorriso,
se io vivo accanto al precipizio del tuo sangue
ogni colore finisce nel bianco, mosso il proprio spettro,
quel dolore non scompartirlo in felicità troppo sole.

Sole in palma di mano, sole che scende l’abisso
circospetto, e trova ciuffi d’erba, alberi nella nebbia,
chiome addormentate, un pensiero per capello,
basta cercarvi, scendere, risalire, abbandonata la circospezione,
la città dorme, il fango addensa il proprio siero,
butta la lenza il pescatore mattiniero
entro un’acqua che non può fermarsi se contiene, né divide, la vita.

Piero Bigongiari

20 novembre ’62

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

«Prodighi d’astri, cieli traboccanti» – Rainer Maria Rilke

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

34.

Prodighi d’astri, cieli traboccanti
splendono sull’affanno. Tu non piangere
tra i cuscini, ma verso l’alto. Qui
già dal tuo volto in lacrime, estenuato,
ha inizio e si propaga il rapinoso
spazio del mondo. Chi, se ti protendi
ad esso, chi interrompe la corrente?
Nessuno. Se non forse tu che a un tratto
lotti col flusso immenso di quegli astri
incontro a te. Respira il buio della terra,
respira e ancora alza lo sguardo! Ancora
leggera e senza volto la profondità posa
su te dall’alto. Il volto che la notte
contiene in sé disciolto, al tuo dà spazio.

Rainer Maria Rilke

Parigi, aprile 1913

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

***

34.

Überfließende Himmel verschwendeter Sterne
prachten über der Kümmernis. Statt in die Kissen,
weine hinauf. Hier, an dem weinenden schon,
an dem endenden Antlitz,
um sich greifend, beginnt der hin-
reißende Weltraum. Wer unterbricht,
wenn du dort hin drängst,
die Strömung? Keiner. Es sei denn,
dass du plötzlich ringst mit der gewaltigen Richtung
jener Gestirne nach dir. Atme.
Atme das Dunkel der Erde und wieder
aufschau! Wieder. Leicht und gesichtslos
lehnt sich von oben Tiefe dir an. Das gelöste
nachtenthaltne Gesicht giebt dem deinigen Raum.

Rainer Maria Rilke

da “Letzte Gedichte und Fragmentarisches”, Insel-Verlag, 1930

«Dorme» – Adonis

Max Dupain, Jean with wire mesh, 1936

 

Dorme –
il suo volto è fiori e rose,
i suoi colori si armonizzano,
i suoi colori contrastano,
una volta rosso acceso di rosa damascena,
una volta gardenia che
abbraccia un gelsomino.
Una volta stella
che galleggia su una nave di ninfee.

Adonis

(Traduzione di Fawzi Al Delmi)

da “La foresta dell’amore in noi”, Guanda, Parma, 2017

Ponte – Michael Krüger

La fille sur le pont, Patrice Leconte, 1998

La fille sur le pont, Patrice Leconte, 1998

 

Solo un esile ponte che collega
buio a buio. E una luce
che risolve il mondo in tanti puntini
che noi colleghiamo tra loro a fatica
per trarne un’immagine – quasi avessimo
diritto a un quadro ben incorniciato.
Da nord soffiano frasi incomprensibili
su dove passi, parole d’infanzia, immerse
nel miele, tenute contro vento,
che vogliono colpirci, qui, sul ponte
che collega buio a buio.
Sotto di noi l’acqua smussa le pietre
perché possano poi sciogliersi in mare.
Com’è esiguo il ponte che collega
i tuoi occhi: è come un grido
al di sopra della muta paura, nulla più.

Michael Krüger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Poco prima del temporale”, in “Il coro del mondo. Poesie 2001-2010”, “Lo Specchio” Mondadori, 2010

***

Brücke

Nur eine schmale Brücke, die das Dunkel
mit dem Dunkel verbindet. Und ein Licht,
das die Welt auflöst in winzige Punkte,
die wir mühsam miteinander verbinden,
um ein Bild zu erhalten – als hätten wir
ein Recht auf ein Bild mit festem Rahmen.
Von Norden wehen unverständliche Sätze
über den Steg, Kindheitsworte, in Honig
getaucht und in den Wind gehalten,
die wollen uns treffen, hier, auf der Brücke,
die das Dunkel mit dem Dunkel verbindet.
Unter uns nimmt das Wasser den Kieseln
die Schärfe, damit sie weiterkommen
und sich auflösen können im Meer.
Wie winzig ist die Brücke, die deine Augen
verbindet – sie ist wie ein Schrei
über der wortlosen Angst, nicht mehr.

Michael Krüger

da “Kurz vor dem Gewitter: Gedichte”, Suhrkamp, 2003