Naufragi – Enrico Testa

Foto di Hengki Koentijoro

Foto di Hengki Koentijoro

 

invece di spolverare i mobili
Virginia prende la porta
s’avvia verso i campi
arriva all’acqua
e, due grosse pietre in tasca,
cerca il naufragio
a pochi passi da casa.
Ma anche qui
nel buio che l’accoglie
– i pesci guizzanti
le alghe verde-marroni
la melma sul fondo –
brilla qualcosa
che dà luce al mondo

∗∗∗

a filo d’acqua intravedo
gli oleandri fioriti sulla riva
il porto tranquillo
le case sulla collina
il campanile della mia chiesa
i bagnanti di porcellana
illuminati dal sole.

Ma all’improvviso la scena appassisce
come un’eclisse.
Basta – gorgoglio mentre l’onda
mi schiuma in gola –
basta di tutto questo!
Non sentite quanta pena
si nasconde, ritrosa,
dietro l’idillio?

Allora – mi dico – meglio scendere
e scendere ancora nel profondo
sino a toccare l’ombra
vagante sola sul fondo…

∗∗∗

«ma io naufragio l’ho fatto davvero
– dice una voce da dietro –
tra Otranto e Othonoí
quando la notte il Da Noli s’inabissò
colpito da una motosilurante.
In mare petrolio e sangue
bidoni e lamenti
sotto grappoli di stelle
ironiche e indifferenti.

Al mattino ci raccolsero gli inglesi.
Ci aspettavano mesi e mesi
in un campo di prigionia in Puglia:
pane secco, gamelle di tè, ricordi di casa,
le stanche partite sul prato
e tante corse tristi dietro il reticolato»

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

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