Un sorso d’acqua – Seamus Heaney

Foto di André Kertész

Foto di André Kertész

 

Veniva ogni mattina ad attingere acqua
come un vecchio pipistrello percorrendo barcolloni il campo:
la tosse convulsa della pompa, lo strepito del secchio

e il lento diminuendo nel riempirsi

annunciavano il suo arrivo. Ricordo
il suo grembiule grigio, lo smalto bianco butterato
del secchio colmo e il cigolio

acuto della sua voce come il manico della pompa.
Notti in cui una luna piena saliva oltre il suo tetto
per ricadere dentro la sua finestra e posarsi
sull’acqua apparecchiata.
A cui ho attinto per bere ancora, per essere
fedele all’ammonimento sull’orlo della sua tazza,
Ricordati del donatore, quasi del tutto sbiadito.

Seamus Heaney

(Traduzione di Marco Sonzogni)

da “Lavoro sul campo”, 1979, in “Seamus Heaney, Poesie”, I Meridiani Mondadori, 2016

∗∗∗

A Drink of Water

She came every morning to draw water
Like an old bat staggering up the field:
The pump’s whooping cough, the bucket’s clatter
And slow diminuendo as it filled,
Announced her. I recall
Her grey apron, the pocked white enamel
Of the brimming bucket, and the treble
Creak of her voice like the pump’s handle.
Nights when a full moon lifted past her gable
It fell back through her window and would lie
Into the water set out on the table.
Where I have dipped to drink again, to be
Faithful to the admonishment on her cup,
Remember the Giver, fading off the lip.

Seamus Heaney

da “Field Work”, Faber and Faber, 1979

Il mio corpo mi porta via – Raffaele Carrieri

Foto di Hengki Koentjoro

Foto di Hengki Koentjoro

 

Il mio corpo mi porta via
E devo sempre ricominciare
Fuoco donna focolare
E la speranza per durare
Dove sono più fugace
Della stella che cade.
Il mio corpo mi porta via.
Mi taglia, mi ritaglia
Mi separa dall’arpa
Mi separa dall’amata.
Mi separa mi sparpaglia
Per deserti e cordigliere
Come sabbia nella sabbia.
Cieco vado col cieco vento,
Il mio corpo mi porta via.

Raffaele Carrieri

da “Canzoniere amoroso”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Se fosse vero – José Hierro

Pietro Canonica, L'abisso, 1909, Museo Canonica, Roma

Pietro Canonica, L’abisso, 1909, Museo Canonica, Roma

       

     Se fosse vero che due anime
camminano congiunte, senza
che i corpi si conoscano; se fosse vero
che si son toccate da sempre,
che bevvero la stessa luce,
che lo stesso destino le culla;
se fosse vero che son foglie
dello stesso arbusto, eterno e verde;
se fosse vero che il loro trionfo
si compie il dì che avranno
gli occhi dell’anima gemella
fissi nella loro carne flagrante;
se tutto ciò fosse vero,
come mai quel giorno di settembre
non ti cercai, chiamai, portai;
come mai ignoravo che esistessi,
come mai non trattenni la stella
che t’arrossava la fronte;
come mai potevo  io cantare
sotto la fiamma del ponente;
come mai poteva non esistere
il tuo passato di ora, dolendomi.
Come ha potuto essere. E come
non lo impedii, con unghie, denti,
cuore…
Se fosse vero
che due anime, senza che i corpi
si conoscano, vibrano, vanno congiunte
verso lo stesso nido caldo,
come quel giorno di luce profonda,
come quel giorno nella strada
dritta contro il ponente;
dorata e grave di settembre;
come quel giorno non sentii
che mi trafiggeva la morte.

José Hierro

(Traduzione di Oreste Macrí)

da “Poesia spagnola del ’900”, Garzanti, 1974

∗∗∗

Si fuera verdad

     Si fuera verdad que dos almas
marchan juntas, sin conocerse
sus cuerpos; si fuese verdad
que se han tocado desde siempre,
que bebieron la misma luz,
que el mismo destino las mece;
si fuera verdad que son hojas
del mismo arbusto, eterno y verde;
si fuera verdad que su gloria
se cumple el día aquel que tienen
los ojos del alma gemela
fijos en su carne evidente;
si fuera verdad todo eso,
cómo aquel día de septiembre
no te busqué, llamé, llevé,
cómo ignoraba que existieses,
cómo no detuve la estrella
que te enrojecía la frente;
cómo podía yo cantar
bajo la llama del poniente;
cómo podía no existir
tu pasado de ahora, doliéndome.
Cómo ha podido ser. Y cómo
no lo impedí, con uñas, dientes,
corazón…
                    Si fuera verdad
que dos almas, sin conocerse
sus cuerpos, vibran, marchan juntas
hacia el mismo nido caliente,
cómo aquel día por la calle
disparada contra el poniente,
cómo aquel día de luz honda,
dorada y grave de septiembre,
cómo aquel día no sentí
que me traspasaba la muerte.

José Hierro

da “Poesías completas”, Giner, 1962

I limoni – Eugenio Montale

Salvo Caramagno, Case e limoni, 2005

Salvo Caramagno, Case e limoni, 2005


Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale

da “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

«Come riluce il femmineo argento» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Cicero D'Avila, Cariátide Ruiva

Cicero D’Avila, Cariátide Ruiva

 

Come riluce il femmineo argento
che ha lottato con l’ossido e le scorie,
e un lavorío silenzioso inargenta
ferro di aratro e voce di cantore.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Inizio del 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

***

Как женственное серебро горит,
Что с окисью и примесью боролось,
И тихая работа серебрит
Железный плуг и песнотворца голос.

Осип Эмильевич Мандельштам

Начало 1937

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva 1993-1994

«Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza » – Diego Valeri

Suchitra Bhosle (India), Grace, 2010

Suchitra Bhosle (India), Grace, 2010

 

Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza
di braccia come ali, di mani come fiori,
tremar di palpebre basse, tenere labbra incolori,
capelli come un’erba bionda di sole e d’altezza.

Tu da così lontana lontananza venuta,
coi tuoi piccoli passi di smarrita fanciulla,
dentro la notte immensa e chiusa come il nulla,
a posar sul mio petto quest’angoscia tua muta.

Poi lenta levi il capo, e mi fissi negli occhi
gli occhi tuoi nudi, fondi, innamorati dentro,
e allora mi travolge la rapina d’un vento
di luce, e mi consuma come nuvola a fiocchi.

Diego Valeri

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

Fruscio d’ali – Paul Celan

 Pierre Jahan (1909-2003 French), Envol Colombe, 1948

Pierre Jahan, Envol Colombe, 1948

 

Ma la colomba indugia ad Avalon.
Cosí sui tuoi fianchi deve annottare un uccello
che per metà è cuore e per metà corazza.
Non gli cale il tuo occhio bagnato.
Invero sa il dolore e lo coglie alle ginestre,
eppure la sua ala non è qui, invisibilmente issata.

Ma la colomba indugia ad Avalon.

Il ramo d’olivo fu rapito da becchi d’aquila
e sfogliato dove si azzurra il tuo giaciglio nella tenda nera.
Ma in cerchio adunai un esercito con scarpe di velluto
e lo feci sciabolare muto per la corona del cielo.
Finché assopendo ti sei piegata sulla pozza di sangue.

Cioè: mentre si battevano accaniti, alzai
l’orcio sopra loro, lasciai cadere tutte le rose
e, allorché alcuni le intrecciarono ai capelli,
chiamai l’uccello a fare opera di consolazione.
Ti dipinge nell’occhio le unghie d’ombra.

Ma vedo giungere la colomba, bianca, da Avalon.

Paul Celan

(Traduzione di Dario Borso)

da “La sabbia delle urne”, Einaudi, Torino, 2016

Flügelrauschen [Fruscio d’ali]    Composta a Czernowitz nel settembre 1944, inserita poi in Celan, Gedichte. Eine Auswahl, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1965. Celan la collegava a Matière de Bretagne in Sprachgitter [Grata di parole, 1959].
v. 1 Avalon. Isola delle fate, sede dei morti nel ciclo di Re Artú.
v. 2 Cfr. Genesi, 32, 25.
v. 4 bagnato. Variante: «feuchtes [umido]».
v. 8 Per il ramo d’olivo cfr. Genesi, 8, 10; per i becchi d’aquila cfr. il Prometeo incatenato di Eschilo e il v. 9 di Um dein Gesicht [Attorno al viso tuo] in Eingedunkelt: «Die Geierschnäbel brechen [I becchi di rapace strappano]».
v. 9 Cfr. Esodo, 26, 14.   (Dario Borso)

∗∗∗

Flügelrauschen

Die Taube aber säumt in Avalun.
So muß ein Vogel über deine Hüften finstern,
der halb ein Herz und halb ein Harnisch ist.
Ihm ist es um dein nasses Auge nicht zu tun.
Zwar kennt er Schmerz und holt ihn bei den Ginstern,
doch seine Schwinge ist nicht hier und unsichtbar gehißt.

Die Taube aber säumt in Avalun.

Der Ölzweig ward geraubt von Adlerschnäbeln
und wo dein Lager blaut im schwarzen Zelt zerpflückt.
Rings aber bot ich auf ein Heer auf Sammetschuhn
und laß es schweigsam um den Kranz des Himmels säbeln.
Bis du dich schlummernd nach der Lache Bluts gebückt.

Das ist: ich hob, als sie gewaltig fochten,
den Scherben über sie, ließ alle Rosen fallen
und rief, als mancher sie ins Haar geflochten,
den Vogel an, ein Werk des Trosts zu tun.
Er malt dir in das Aug die Schattenkrallen.

Ich aber seh die Taube kommen, weiß, aus Avalun.

Paul Celan

da “Der Sand aus den Urnen”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2003