Ego dominus tuus – William Butler Yeats

George Charles Beresford, William Butler Yeats, 1911

George Charles Beresford, William Butler Yeats, 1911

Hic

Sulla sabbia grigia, lungo il ruscello,
sotto la tua vecchia torre battuta dai venti
dove ancora arde un lume accanto al libro
che lasciò aperto Michael Robartes,
tu cammini sotto la luna e pure se i tuoi anni migliori
sono trascorsi, ancora cedi al fascino
di invincibili illusioni e tracci forme magiche.

Ille

Con l’aiuto di un’immagine
evoco il mio opposto, invoco tutto ciò
che meno ho guardato, ciò che meno ho curato.

Hic

Me stesso, non un’immagine io vorrei trovare.

Ille

È questa la speranza dei moderni, e alla sua luce
abbiam trovato la mente mite, sensibile
perdendo l’antica scioltezza della mano;
e non conta che usi scalpello, penna o pennello.
Siamo solo critici, creatori solo a metà,
timidi, confusi, vuoti e imbarazzati,
senza il sostegno dei nostri compagni.

Hic

Eppure Dante Alighieri, la mente
più immaginativa della Cristianità,
trovò se stesso, tanto che all’occhio della mente
il suo volto scavato è più espressivo
di ogni altro volto, tranne quello di Cristo.

Ille

Ma trovò se stesso,
o fu la bramosia a scavargli il volto,
il desiderio della mela che è sul ramo
più alto? E quell’immagine spettrale
fu l’uomo a Lapo e Guido amico?
Credo che lui l’abbia plasmata sul suo opposto,
forse l’immagine di un volto di pietra
che da una casa scavata nella roccia
fissa lo sguardo su un tetto beduino di crine di cavallo,
o è mezzo rovesciato fra sterco di cammello ed erba incolta.
Col suo scalpello lavorò alla pietra più dura.
Deriso da Guido per la sua vita lasciva,
beffardo e beffato, esiliato e costretto
a salir le scale altrui a mangiare pane amaro,
egli trovò una giustizia incorruttibile, e la più nobile
fra le donne che mai furono amate.

Hic

Eppure c’è di certo un’arte
che non nasce da tragici conflitti ma da uomini
amanti della vita, che si gettano a cercare la felicità
e cantano quando l’hanno trovata.

Ille

                                                               No, non cantano,
perché chi ama il mondo lo serve con l’azione,
diventa ricco, celebre, influente
e se scrive o dipinge sempre agisce:
la lotta della mosca nella marmellata.
Il retore vuole ingannare che gli è accanto,
il sentimentale se stesso; l’arte invece
non è che una visione del reale.
Qual è la parte nel mondo per l’artista
una volta desto dal sogno comune?
Solo disperazione e dispersione.

Hic

                                                             Eppure
nessuno nega che Keats amasse il mondo;
rammenta la sua deliberata felicità.

Ille

La sua arte è felice, ma chi può scrutargli la mente?
Io vedo uno scolaro quando penso a lui,
il viso e il naso schiacciati contro una vetrina
di dolciumi; di certo egli scese nel sepolcro
con il cuore e i sensi insoddisfatti
e compose − povero, afflitto e incolto,
escluso dalle ricchezze del mondo,
rude figlio di un custode di cavalli −
ricchi canti.

Hic

                        Perché lasci che il lume
arda da solo accanto al libro aperto
e tracci questi segni sulla sabbia?
Lo stile va cercato con un duro lavoro
sedentario e imitando i grandi del passato.

Ille

Perché è un’immagine che cerco, non un libro.
Gli uomini che nei loro scritti son più saggi
possiedono solo cuori ciechi, intorpiditi.
Evoco la creatura misteriosa che verrà lungo il ruscello
sulla sabbia umida; sarà simile a me,
poiché è il mio doppio,
e di tutte le cose immaginabili la più dissimile
si rivelerà, perché è il mio anti-sé;
eretto in mezzo a questi segni svelerà
ciò che io cerco. E lo sussurrerà,
come se timoroso che gli uccelli, prima dell’alba
lanciano in cielo i loro brevi gridi,
lo portino ai blasfemi.

William Butler Yeats

Dicembre 1915

 (Traduzione di Gino Scatasta)

da “Per amica silentia lunae”, Il cavaliere azzurro, Bologna, 1986 

Scritta nel 1915, questa poesia fu pubblicata nel 1917 sulla rivista «Poetry » e in seguito, nel 1919, nella raccolta The Wild Swans at Coole. Il titolo è tratto dalla Vita Nova dantesca. Per un esauriente commento alla poesia, si vedano le note di Anthony L. Johnson in W.B. Yeats, L’opera poetica, Mondadori, Milano 2008, pp. 1199-1205.
Michael Robartes compare per la prima volta nel racconto Rosa Alchemica, scritto nel 1897. È un occultista, fondatore di un ordine esoterico, e simboleggia per Yeats una personalità soggettiva, antitetica. Robartes riappare nelle poesie di The Wind among the Reeds (1899), in The Double Vision of Michael Robartes (1919) e nel titolo della raccolta di poesie del 1921 Michael Robartes and the Dancer. In A Vision (I ed. 1925, II ed. 1937), Robartes compare nella poesia introduttiva, The Phases of the Moon, dove insieme ad Aherne (altra maschera di Yeats, il sé oggettivo) passa sotto la torre del poeta e spiega all’amico le fasi della luna, le ventotto possibili personalità umane, che non potranno essere mai comprese dal poeta che studia libri e manoscritti alla luce di una lampada.
Sempre in A Vision, in Le storie di Michael Robartes e dei suoi amici, Michael Robartes riappare come un uomo «magro, bruno, muscoloso, perfettamente sbarbato, con lo sguardo vivo e ironico ». È a capo di una setta mistica, della quale fa parte anche il suo amico Aherne, che ha come scopo la rigenerazione del mondo. (Cfr. W.B. Yeats, Una visione, trad. it. di Adriana Motti, Adelphi, Milano 1973.)

∗∗∗

Ego dominus tuus

Hic

On the grey sand beside the shallow stream,
Under your old wind-beaten tower, where still
A lamp burns on above the open book
That Michael Robartes left, you walk in the moon,
And, though you have passed the best of life, still trace,
Enthralled by the unconquerable delusion,
Magical shapes.

Ille

                             By the help of an image
I call to my own opposite, summon all
That I have handled least, least looked upon.

Hic

And I would find myself and not an image.

Ille

That is our modern hope, and by its light
We have lit upon the gentle, sensitive mind
And lost the old nonchalance of the hand;
Whether we have chosen chisel, pen, or brush,
We are but critics, or but half create,
Timid, entangled, empty, and abashed,
Lacking the countenance of our friends.

Hic

                                                                       And yet,
The chief imagination of Christendom,
Dante Alighieri, so utterly found himself,
That he has made that hollow face of his
More plain to the mind’s eye than any face
But that of Christ.

Ille

                                  And did he find himself,
Or was the hunger that had made it hollow
A hunger for the apple on the bough
Most out of reach? And is that spectral image
The man that Lapo and that Guido knew?
I think he fashioned from his opposite
An image that might have been a stony face,
Staring upon a Beduin’s horse-hair roof,
From doored and windowed cliff, or half upturned
Among the coarse grass and the camel dung.
He set his chisel to the hardest stone;
Being mocked by Guido for his lecherous life,
Derided and deriding, driven out
To climb that stair and eat that bitter bread,
He found the unpersuadable justice, he found
The most exalted lady loved by a man.

Hic

Yet surely there are men who have made their art
Out of no tragic war; lovers of life,
Impulsive men, that look for happiness,
And sing when they have found it.

Ille

                                                               No, not sing,
For those that love the world serve it in action,
Grow rich, popular, and full of influence;
And should they paint or write still is it action,
The struggle of the fly in marmalade.
The rhetorician would deceive his neighbours,
The sentimentalist himself; while art
Is but a vision of reality.
What portion in the world can the artist have,
Who has awakened from the common dream,
But dissipation and despair?

Hic

                                                    And yet,
No one denies to Keats love of the world,
Remember his deliberate happiness.

Ille

His art is happy, but who knows his mind?
I see a schoolboy, when I think of him,
With face and nose pressed to a sweetshop window,
For certainly he sank into his grave,
His senses and his heart unsatisfied;
And made − being poor, ailing and ignorant,
Shut out from all the luxury of the world,
The ill-bred son of a livery stable keeper −
Luxuriant song.

Hic

                              Why should you leave the lamp
Burning alone beside an open book,
And trace these characters upon the sand?
A style is found by sedentary toil,
And by the imitation of great masters.

Ille

Because I seek an image, not a book;
Those men that in their writings are most wise
Own nothing but their blind, stupefied hearts.
I call to the mysterious one who yet
Shall walk the wet sand by the water’s edge,
And look most like me, being indeed my double,
And prove of all imaginable things
The most unlike, being my anti-self,
And, standing by these characters, disclose
All that I seek; and whisper it as though
He were afraid the birds, who cry aloud
Their momentary cries before it is dawn,
Would carry it away to blasphemous men.

William Butler Yeats

December 1915.

da “Per Amica Silentia Lunae”, Macmillan, 1918

Questa felicità – Mario Luzi

Foto di Bella von Einsiedel

Foto di Bella von Einsiedel

 

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Mario Luzi

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, 1957

«L’amore è una compagnia» – Fernando Pessoa

Carl Vilhelm Holsøe (1863-1935), Interior with Woman by the Window

Carl Vilhelm Holsøe (1863-1935), Interior with Woman by the Window

   

                          V

L’amore è una compagnia.
Non so più andare solo per le strade,
perché non posso più andar solo.
Un pensiero visibile mi fa camminare più svelto
e veder meno, e nello stesso tempo mi dà piacere di camminare e vedere tutto.

Anche la sua assenza è una cosa che sta con me.
E l’amo tanto che non so come desiderarla.
Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alberi alti.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di ciò che sento nella sua assenza.

In tutto me stesso ogni forza mi abbandona.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il suo viso nel mezzo.

Fernando Pessoa

(Traduzione di Pierluigi Raule)

da “Poemi di Alberto Caeiro”, Edizioni La Vita Felice, 1999

***

                               V

O amor é uma companhia.
Já não sei andar só pelos caminhos,
Porque já não posso andar só.
Um pensamento visível faz-me andar mais depressa
E ver menos, e ao mesmo tempo gostar bem de ir vendo tudo.
Mesmo a ausência dela é uma coisa que está comigo.
E eu gosto tanto dela que não sei como a desejar.

Se a não vejo, imagino-a e sou forte como as árvores altas.
Mas se a vejo tremo, não sei o que é feito do que sinto na ausência dela.
Todo eu sou qualquer força que me abandona.
Toda a realidade olha para mim como um girassol com a cara dela no meio.

Fernando Pessoa

10-7-1930

da “O Pastor Amoroso”, in “Poemas de Alberto Caeiro”, Lisboa: Ática, 1946

Assenza – Piero Bigongiari

Man Ray, Lee Miller (Nus, Lee), 1930

Man Ray, Lee Miller, 1930

 

Non ha il cielo un segreto che ti culmini,
le tue risa s’iridano al vetro
della sera dolcissima di fulmini.
Al cielo sale nel tuo gesto effimero
la riga d’un diamante, lo smeriglio
ricalcola all’assenza una giunchiglia
morta nel sonno e al tenero fermaglio
del tuo dolore che non si può chiudere
geleranno dagli astri luci blu,
luci sorte alla piega delle labbra
che rimormorano arse cielo al cielo.

Dove un rapido greto si distrugge,
dove odorano (al tuo braccio?) gaggie,
segreto faccio
mia la tua pena che non ti raggiunge.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Racconto sentimentale – Nichita Stănescu

Nichita Stanescu si Gabriela Melinescu

 

In seguito ci vedevamo sempre più spesso.
Io stavo a un’estremità dell’ora,
tu − all’altra,
come le due anse di un’anfora.
Solo le parole volavano fra di noi,
avanti e indietro.
Il loro vortice pareva essere quasi visto,
e all’improvviso,
piegavo un ginocchio,
e poggiavo il gomito a terra,
solo per vedere l’erba inclinata
dalla caduta di qualche parola,
come sotto la zampa di un leone in corsa.
Le parole ruotavano, ruotavano fra di noi,
avanti e indietro,
e quanto più ti amavo, tanto più
ripetevano, in un vortice quasi visibile,
la struttura della materia, dall’inizio.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Una visione dei sentimenti”, 1964, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

***

Poveste sentimentală

Pe urmă ne vedeam din ce în ce mai des.
Eu stăteam la o margine-a orei,
tu − la cealaltă,
ca două toarte de amforă.
Numai cuvintele zburau intre noi,
înainte şi înapoi.
Vârtejul lor putea fi aproape zărit,
şi deodată,
îmi lăsam un genunchi,
iar cotul mi-infigeam în pământ,
numai ca să privesc iarba-nclinată
de caderea vreunui cuvânt,
ca pe sub laba unui leu alergând.
Cuvintele se roteau, se roteau între noi,
înainte şi înapoi,
şi cu cât te iubeam mai mult, cu atât
repetau, într-un vârtej aproape văzut,
structura materiei, de la-nceput.

Nichita Stănescu

da “O viziune a sentimentelor”, Editura pentru Literatură, 1964

«Ibernati, incoscienti, inesistenti» – Maria Luisa Spaziani

John William Waterhouse, The soul rose, 1908

John William Waterhouse, The soul rose, 1908

 

Ibernati, incoscienti, inesistenti,
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002

Maria Luisa Spaziani, Tutte le poesie, “I Meridiani” Mondadori, 2012

Silentium! – Fëdor Ivanovič Tjutčev

Donata Wenders, Contemplation, 2006

Donata Wenders, Contemplation, 2006

 

Taci, nasconditi ed occulta
i tuoi sogni e sentimenti;
che nel profondo dell’anima tua
sorgano e volgano a tramonto
silenti, come nella notte
gli astri: contemplali tu − e taci.

Può palesarsi il cuore mai?
Un altro potrà mai capirti?
Intenderà di che tu vivi?
Pensiero espresso è già menzogna.
Torba diviene la sommossa
fonte: tu ad essa bevi − e taci.

Sappi in te stesso vivere soltanto.
Dentro te celi tutto un mondo
d’arcani, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto − e taci!…

Fëdor Ivanovič Tjutčev

(Traduzione di Tommaso Landolfi)

da “Fëdor Tjutčev, Poesie”, Adelphi Edizioni, 2011

Scritta non più tardi del 1830; apparsa nel 1833 in «Molva». La poesia di Tjutcév forse più amata da Leone Tolstoj.

∗∗∗

Silentium!

Молчи, скрывайся и таи
И чувства и мечты свои —
Пускай в душевной глубине
Встают и заходят оне
Безмолвно, как звезды в ночи,—
Любуйся ими — и молчи.

Как сердцу высказать себя?
Другому как понять тебя?
Поймет ли он, чем ты живешь?
Мысль нареченная есть ложь.
Взрывая, возмутишь ключи,—
Питайся ими — и молчи.

Лишь жить в себе самом умей
Есть целый мир в душе твоей
Таинственно-волшебных дум;

Их оглушит наружный шум,
Дневные разгонят лучи,—
Внимай их пенью — и молчи!..

Фёдор Иванович Тютчев

da “F. I. Tjutcev, Lirika”, Izdanie podgotovil K.V. Pigarjov. M., 1965