Corpo nudo – Ghiannis Ritsos

Foto di Irving Penn

Foto di Irving Penn

 

Disse:
voto per l’azzurro.
Io per il rosso.
Anch’io.

*

Bello il tuo corpo.
Infinito il tuo corpo.
Mi sono perso nell’infinito.

*

Diastole della notte.
Diastole del corpo.
Sistole dell’anima.

*

Quanto più ti allontani
ti avvicino.

*

Una stella
mi ha incendiato la casa.

*

Mi van strette le notti
in tua assenza.
Ti respiro.

*

La mia lingua nella tua bocca,
la tua lingua nella mia bocca –
una foresta oscura;
i tagliaboschi scomparvero
così gli uccelli.

*

Dove tu sei
esisto.

*

Le mie labbra
percorrono il tuo orecchio.
Così minuto e tenero
come può contenere
tutta la musica?

*

Piacere –
oltre la nascita,
oltre la morte;
presente finale
e eterno.

*

Tocco le dita
dei tuoi piedi.
Com’è incommensurabile il mondo.

*

Sotto tutte le parole
due corpi s’uniscono
e si separano.

*

In così poche notti
come si crea e crolla
il mondo intero?

*

La lingua tocca
più in fondo delle dita.
Si congiunge.

*

Ora
il tuo respiro
ritma il mio passo
e il polso.

*

Due mesi senza incontrarci.
Un secolo
e nove secondi.

*

Che farmene delle stelle
se tu manchi?

*

Con il rosso del sangue
io sono.
Sono per te.

Il tuo nome soltanto
ancora e sempre —
mia profonda solitudine,
l’arcangelo,
la poesia.

*

Altra dimora non ho.
Abito il tuo corpo.

*

Rosso era
con una linea nera verticale.
Le mele cadono nel fiume.
Galleggiano.
Se ne vanno.

*

Come spicca
nella notte
una rosa,
un riccio di mare
senza luna?

*

Nudi stiamo
sopra le maschere.
Eretti.

*

L’unghia del tuo dito mignolo
più infinita del mare.
Per dove mi veleggi?

*

L’indicibile
s’accresce,
compie l’eccelso.

*

Il tuo corpo
mi disloca,
mi contiene.
Coricato mi ergo
dentro di te.

*

Gli organi occulti
suonano
fuori dal tempo.
Navi illuminate
arrivano, partono;
non fischiano.

*

Amore,
la profonda incisione —
ciò che sognammo
metà nell’ignoranza,
metà nell’assoluto,
qui.

*

Come tutto si lega
con te —
le tende rosse di fronte,
i passeri sul terrazzo,
il rubinetto in bagno —
alberi invisibili, il vento.

*

Un animale ucciso
il letto.
Il nostro sangue scorre.

*

Perché il bicchiere rotto?
Perché la tenda strappata
e le tue scarpe mézze?
Dove?

*

La finestra di fronte
è illuminata.
Ti spogli.
Sempre tu.

*

Le sigarette, il letto,
lo spazio pieno del tuo corpo
la statua del mio sangue.

*

Accendo fiammiferi,
mi taglio le unghie,
buco le lenzuola.
Manchi.

*

Avevi detto:
amo i tuoi capelli.
I miei capelli crebbero.
Mi nascosero.

*

Mese promesso.
Giorno promesso.
Verrò — dicesti.
Aspetto sulla porta.
La porta
è piena di sigilli.

*

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

Non cemento.
Vuoto
trapassato
da una verga di ferro.

I tuoi abiti
ancora caldi del tuo corpo,
su quale sedia, dove
sono gettati?

*

Il caffè, la sigaretta,
l’attesa,
l’attesa, la sigaretta.
I miei occhi sono più azzurri.

*

Aspettandoti
ho dimenticato di osservare,
ho dimenticato di osservarmi.
II sogno mi tiene
in braccio,
piegato sulla tua spalla.

Il tuo corpo invisibile.
Tangibile.
Due uccelli nelle tue ascelle.
Una croce sui tuoi seni.
Morte niente.

*

No.
Il ricordo del corpo
non è corpo.
Stringo
aria condensata.

*

Con correlazioni,
con similitudini
ti ricreo
frammentariamente.
Non mi completo.

*

Dissi finestra.
Non lo era.
Tutte le finestre
s’aprono su te.

*

L’assenza di perifrasi — diceva —
annienta la poesia.
E sia.
Preferisco il tuo corpo.

*

Quella sedia.
Sempre.
Dove tu sedevi.
Immobile.

*

Dicevi:
sono te, te, te.
E io?
Te.
E arrivasti.

Migliaia di volte
ripetei il tuo nome.
Non ti dissi.
Inesauribile il tuo nome.

*

Giorno promesso.
E arrivasti.
Fuoco e fumo.
Fumo e notte.
Il letto brucia.
Di fuoco le nostre ali.
Non si bruciano.

*

Separatamente
le dita dei tuoi piedi,
delle tue mani,
i tuoi capelli, le tue unghie,
le tue ginocchia, le tue ascelle,
la morte.

La poesia inattiva.
Mi focalizzo
in un punto del tuo corpo.
Conchiuso,
mi libero.

*

Il grande asciugamano blu
con cui il mattino ti asciugavi
è lì, lì —
non l’ho lavato.

*

E le altre cose, quali erano?
Mi è cresciuta molto la barba;
mi ha coperto lo scettro,
il falco,
il tuo seno.

Mio blu — dicevi —
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.

*

Tengo il martello,
scolpisco l’aria,
scolpisco la tua statua
aperta,
vi entro,
vi resto.

*

Ogni stella, ogni foglia,
ogni sigaretta che accendo,
ogni passo per strada,
il tuo passo.
E sei qui.
E tardi.

Chiudimi — dicevi.
Chiuditi.
Spezza il pettine.
Le tue dita mi pettinano
da dentro.

*

Frugo gli angoli della notte —
il tuo gomito, il tuo ginocchio,
il tuo mento.
Rotolano pietre.
Senz’alcun rumore.
Dove sei?

Il monte entra in casa,
siede sulle mie ginocchia.
Il giorno fuma.
L’aria di nuovo tua.
Più oltre nulla.

Giungono notti più lunghe.
Piante carnivore
avvolgono la casa,
avvolgono il letto.
Le tue labbra assenti
mi suggono.

*

Nel centro del verso
tu e tu.
Il tuo respiro riempie
tutte le parole,
tutto il silenzio.

*

Ogni tuo gesto
ha lasciato
sul tavolo,
nell’armadio,
sotto il cuscino,
una cassettina di musica.
Ascolto solo.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Per telefono
ti sento gettare
a uno a uno i tuoi vestiti
sul pavimento.
Per ultimo
il tuo anello.

*

Prendevi il treno.
Non tardare — ti dicevo.
Più in fretta, più in fretta.
E i tuoi capezzoli
s’inturgidivano.

Orologi fermi,
le mie mani ferme
attorno ai tuoi fianchi.

Di mattino presto il telefono;
frastuono tutt’intorno;
automobili, grida, pescherie;
una bicicletta cade dal ponte
e d’improvviso
nel centro del frastuono
un silenzio assoluto
pieno della tua voce.

Il letto è fiero.
Ha visto la nostra unione
fino alla profonda foresta degli orsi
col grande fiume
e le cinque aquile.

Non avevo da aggiungere
altro verso,
altra parola.
Nel tuo corpo vivevo
tutta la poesia.

Ho sondato l’insondabile profondità
con una piuma legata a un filo; —
non scendeva; saliva.
Le tue labbra.

*

Ti alzai sulle mie mani
e spiccai il volo.

*

Il corpo
è cielo.
Nessun volo
lo esaurisce.

Partivi.
Ehi, — ti gridai —
lo romperò questo bicchiere.
Ridevi.
Non lo ruppi.

Uccelli, monti e notti —
ciò ch’esiste di bello
lo chiamo col tuo nome;
mi ode e mi risponde.

*

Circoli nel mio sangue
mi riempi il corpo.
Contengo il mondo.

*

Notte.
Gettammo dalla finestra
le nostre chiavi.
Prendemmo le stelle.
Apriamo.

E rami
e alberi di navi
e l’àncora.
E tu in giardino
dietro la statua.

*

Bella giornata —
non sopporto
che tu non sia qui.

Sangue il tramonto,
sangue la notte,
sangue le rose.
Tu — il mio sangue.

Ciascuno di noi altrove,
separati e insieme;
tengo la tua mano;
mi tiene.
Appena arriva la primavera…

Mi tolsi la giacca,
te la misi sulle spalle.
Nella tasca destra
c’è un ciottolo bianchissimo
caldo.

In brevi versi
si nascondono grandi cose
indicibili.
Tu sai.

Una foglia,
una sigaretta,
un bacio.
Mio amato mondo.

Nudo il tuo corpo,
autentico —
risposta definitiva
al niente.
Vieni.

Cinque bicchieri,
si riempiono, si vuotano.
Li batto con la matita —
suono dopo suono
la storia.

*

Volevo dirle in qualche luogo,
spartirle queste cose —
così grandi.
Non le dissi.
Asfitticamente crebbi,
solo.

*

Dormi sul mio seno
— dicevi;
e io pernottavo
sul tuo seno.

Come mi sollevano in alto
i tuoi baci.
Mi perdo.
Tienimi.

*

Ora
è il cielo
la mia terra.
La mia vasta terra
è il cielo.

*

Nel tuo corpo
nasco e muoio
e nasco.

*

Gettasti i lenzuoli,
apristi le finestre,
ci riempimmo di stelle.
Una farfalla d’oro
sui tuoi capelli.

Arrivavi sempre
coi fiori in mano.
Vi aspettavo
i fiori e te.
Che ne è dei giardini?

*

Notte.
Il sedile di pietra
accanto al mare.
Ti levasti i sandali.
Una nave illuminata
partiva.

*

Profumo improvviso
d’origano bagnato.
T’indicai la piccola luna
sopra il colle.
Non parlammo.
La parola si gonfiava
in un unico grazie.

Qualsiasi cosa tocchi,
la carta, il tavolo, il bicchiere,
è te che tocco.
Le mie mani
attaccate ai tuoi seni.
Non le controllo le mani.

*

Giorni, notti
di fuoco,
vetri rotti,
porte chiuse.
Una grande rosa
sale senza compagnia
nell’oscurità.

Suonano alla porta.
Suona il telefono.
Niente.
Non ci siamo.
Noi due insieme
non ci siamo.
E la pioggia cospiratrice.

La forma del tuo corpo
tra le mie mani
creta,
diventa una brocca,
un’ampolla,
nove statue
e un’aquila.

*

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria.

*

I corpi
rifiutano le parole.
Nudi e silenziosi
s’intendono.
Le due Sfingi di pietra
si guardano.
Dalle loro labbra scorre
l’acqua azzurra.

Ci spogliammo.
Chiudemmo fuori dalla porta
le case, i cani,
i giardini, le statue,
la morte.

*

Lo sai?
Quelle due castagne
restano ancora
sopra il tavolo spoglio.
Ti amo.

*

Come vivono i morti
senza amore?

*

Profondo amplesso.
Crollano città,
galoppano cavalli,
cadono lampioni,
senza suono, senza suono.

Succhi il mio pollice —
neonata, e ti nutri,
e mi nutro.

*

Non ti telefono.
Ti taccio.
Ti sono.
Le notti,
quando si svuotano i parchi,
parlo con le statue.

Ho scavato con le mani,
con le labbra,
con gli occhi.
Il muro immobile
là.

Lottai con l’albero.
Lo buttai giù.
Molte le sue foglie,
mi coprirono.

Odisseo — dicevi —
e Penelope,
entrambi blu.
Il tavolo rosso,
il letto rosso.
Nel tessuto a fogliami
in mille pieghe avvolta
la grande spada.

*

Guerra era,
amore era.
Noi due uccisi.
Raccogliemmo i nostri uccisi.
Li spogliammo.
Ci coricammo.

*

Dicevi:
amo i tuoi capelli,
le tue unghie,
la tua lingua.
Sul corridoio lastricato,
al buio,
s’udivano i passi
delle guardie.

Dimenticasti l’ombrello
sul treno.
Mi ricordavi dunque.
I tuoi capelli bagnati.
Ti pettinai.
II pettine lo misi
sotto la poesia.

*

A turno morsichiamo
la mela più rossa
non sbucciata.
Come sono bianchi i tuoi denti.
Com’è rosso il sogno.

*

Nube la poesia,
foss’anche luce,
non ha corpo.
Nel tuo corpo esisto.

Ovunque tu sia
mi sei accanto.
Stringo la tua cintura
alla mia vita.
Mia profonda fierezza.

*

Quanto dicemmo,
quanto non dicemmo
sostiene la poesia.
Sul frontone
un alto cipresso
tra due cavalli di marmo.

Il tramonto splendé
sul dorso di un uccello.
Lo vedemmo insieme.
Sorridemmo.
La tua mano si ritrovò
nella mia mano.

La casa ove abitammo
mi segue.
Ma
a destra sulla strada
vidi un bosco
viola e d’oro.
E la tristezza
che tu non lo vedessi.

*

Dirimpetto alla porta a vetri
il monte innevato.
Com’eran calde le tue mani
e il tuo seno.

*

Tra le case
gli aranci.
Brillano arance d’oro.
Azzurro l’alto monte.
Ah, l’oro e l’azzurro
vederlo nei tuoi occhi.

Dall’alta finestra vedo
uomini, case, giardini,
l’arcobaleno,
un trattore arancione,
un gatto,
un secondo arcobaleno.
E tu?

Al tuo corpo si legano
alberi e monti,
nuvole,
l’antico mare.
Si condensa il tuo corpo —
solo corpo.
Il tuo corpo.

Se le vedessimo insieme
sarebbero più belle —
foglie rosse,
colline verdi,
un cancello,
la pioggia.
Ma quand’eravamo insieme
non vedevamo niente.

Dall’inizio sillabai con te
la musica —
do, re, mi,
capovolsi le lettere
imerod —
trovai la musica per parlarti
senza essere udito.

*
Imerod ti chiamo,
Imerod —
forse così
onoro imeros
Strappo la tua veste,
salgo la scala,
faccio digiuno d’acqua.

*

In tanta stanchezza
l’insaziabilità delle nostre mani.

Quanto dovrai chinarti
per trovare la tua radice,
perché si chiuda il cerchio?
Non si chiude.
E non cerchio.
Spirale.

*

Gloriosi e ingloriosi
uniti un giorno
nello stesso palpito.
L’amore non fa
distinzioni.

*

Mare gagliardo
profondo-blu
t’illuminava il viso.
Perseguitati dal sole
tutti i morti.

Violette di bosco,
margherite di campo,
asfodeli.
Sulla roccia
rampolla di marmo
col mio sangue.

Dopo
qualcosa di duro e vivo
resta.
Gamberi vagano
nelle navi affondate.

Passarono i pescatori
coi panieri vuoti.
La luna sobbalzava
sulle tue ginocchia.
Non distingueva più
il vuoto dalla pienezza.

Il  nostro petto urtò
contro l’impraticabile.

Calura di mezzodì,
le pietre di Monemvasià,
i ciottoli bianchi
e i tremendi fichidindia
dall’aria così infantile —
quando ti spogliavi.

*

Anche la ripetizione
è un rinnovamento.
I tuoi capelli
sciolti da un lato
parlano diversamente.

Là dove sei
lo senti il nostro treno?
È passato.
Ho comprato le arance.
Piove.

Quando mi posavi la mano
sul ginocchio o sulla spalla
o sul fianco
cambiava posa il mondo.

*

Si allontana il tempo,
ti allontani.
E la tua immagine immobile
sul muro interno.

Ascolto.
Qualcosa s’incrina
nel legno, nel vetro,
nello specchio.
Quando ci rincontreremo
saremo gli stessi?

Naturalmente
esistono altri colori
e altri paesaggi.
Nel mezzo del mio sonno
ricordo.
E mi desto.

*

Ora
da che parte dell’orizzonte
sventolano i tuoi capelli?

*

Neanche stanotte luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio.

*

Il movimento delle tue mani
quando ti spogliavi,
inestinguibile.
Nello specchio del corridoio
nove lampade
inchiodate al muro.

Questo timore
che sia rimasto qualcosa
ch’io non presi.
E il timore
che quell’infinito
abbia fine.

*

Strano —
si attenuano le luci,
si spengono le vetrine.
Prima che faccia notte
albeggia.

Di nuovo il traffico,
traffico nelle case, per le strade.
Verde, rosso,
verde, rosso.
Non solo rosso.
I vigili
sono ai loro posti.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Erotica”, Crocetti Editore, 1981

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