Perdita – Blaga Dimitrova

Foto di Katia Chausheva

Foto di Katia Chausheva

 

Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.

Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.

Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.

Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro… Non per averti perso.
Altro ho perduto – il mondo intero.

Blaga Dimitrova

1958

(Traduzione di Valeria Salvini)

da “Segnali (Poesie scelte 1937-1999)”, Fondazione Piazzolla, Roma, 2000 

Terrazza al Pincio – Antonia Pozzi

Antonia Pozzi 1

 

(ad A. M. C.)

Dai viali, a fiotti, corre sullo spiazzo
una fragranza amara d’oleandri.
Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco,
sfiorata di rintocchi. Non un volto,
né una voce, né un gesto afferro intorno:
solo l’anima tua, solo il mio amore,
sbiancato dalla tua purezza. In breve,
nel cielo smorto di sfrenata attesa,
proromperà un rimescolio di stelle.

Antonia Pozzi

Roma, 27 luglio 1929

da “Poesia, mi confesso con te: ultime poesie inedite” (1929-1933), Viennepierre Edizioni, 2004

Lettera a A.D. – Josif Aleksandrovič Brodskij

Foto di Édouard Boubat

Foto di Édouard Boubat

 

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Aleksandrovič Brodskij

27 gennaio 1962

da “Posta invernale”

∗∗∗

Письмо к А. Д.

Bсе равно ты не слышишь, все равно не услышишь ни слова,
все равно я пишу, но как странно писать тебе снова,
но как странно опять совершать повторенье прощанья.
Добрый вечер. Kак странно вторгаться в молчанье.

Bсе равно ты не слышишь, как опять здесь весна нарастает,
как чугунная птица с тех же самых деревьев слетает,
как свистят фонари, где в ночи ты одна проходила, E
распускается день — там, где ты в одиночку любила.

Я опять прохожу в том же светлом раю, где ты долго болела,
где в шестом этаже в этой бедной любви одиноко смелела,
там где вновь на мосту собираются красной гурьбою
те трамваи, что всю твою жизнь торопливо неслись за тобою.

Боже мой! Bсе равно, все равно за тобой не угнаться,
все равно никогда, все равно никогда не подняться
над отчизной своей, но дано увидать на прощанье,
над отчизной своей ты летишь в самолете молчанья.

Добрый путь, добрый путь, возвращайся с деньгами и славой.
Добрый путь, добрый путь, о как ты далека, Боже правый!
О куда ты спешишь, по бескрайней земле пробегая,
как здесь нету тебя! Tы как будто мертва, дорогая.

B этой новой стране непорочный асфальт под ногою,
твои руки и грудь — ты становишься смело другою,
в этой новой стране, там где ты обнимаешь и дышишь,
говоришь в микрофон, но на свете кого-то не слышишь.

Cохраняю твой лик, устремленный на миг в безнадежность, —
безразличный тебе — за твою уходящую нежность,
за твою одинокость, за слепую твою однодумность,
за смятенье твое, за твою молчаливую юность.

Bсе, что ты обгоняешь, отстраняешь, приносишься мимо,
все, что было и есть, все, что будет тобою гонимо, —
ночью, днем ли, зимою ли, летом, весною
и в осенних полях, — это все остается со мною.

Принимаю твой дар, твой безвольный, бездумный подарок,
грех отмытый, чтоб жизнь распахнулась, как тысяча арок,
а быть может, сигнал — дружелюбный — о прожитой жизни,
чтоб не сбиться с пути на твоей невредимой отчизне.

До свиданья! Прощай! Tам не ты — это кто-то другая,
до свиданья, прощай, до свиданья, моя дорогая.
Oтлетай, отплывай самолетом молчанья — в пространстве мгновенья,
кораблем забыванья — в широкое море забвенья.

Иосиф Александрович Бродский

da “Йосеф Бродский, Стихотворения и поэмы”, Inter-Language Literary Associates, 1965

Coro di deportati – Franco Fortini

Foto di Henri Cartier -Bresson

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Quando il ghiaccio striderà
Dentro le rive verdi e romperanno
Dai celesti d’aria amara
Nelle pozze delle carraie
Globi barbari di primavera

Noi saremo lontani.

Vorremmo tornare e guardare
Carezzare il trifoglio dei prati
Gli stipiti della casa nuova
Piangere di pietà
Dove passò nostra madre

Invece saremo lontani.

Invece noi prigionieri
Rideremo senza requie
E odieremo fin dove le lame
Dei coltelli s’impugnano.
Maledetto chi ci conduce

Lontano sempre lontano.

*

E quando saremo tornati
L’erba pazza sarà nei cortili
E il fiato dei morti nell’aria.
Le rughe sopra le mani
La ruggine sopra i badili

E ancora saremo lontani.

Saremo ancora lontani
Dal viso che in sogno ci accoglie
Qui stanchi d’odio e d’amore.
Ma verranno nuove le mani
Come vengono nuove le foglie

Ora ai nostri campi lontani.

Ma la gemma s’aprirà
E la fonte parlerà come una volta.
Splenderai pietra sepolta
Nostro antico cuore umano
Scheggia cruda legge nuda

All’occhio del cielo lontano.

Franco Fortini

1942-44

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Partenza – Eugenio Montejo

Mario Giacomelli, Gabbiani

Mario Giacomelli, Gabbiani

 

Parto con ogni nave di questo porto,
con ogni goccia azzurra di ossigeno
tra rauchi fischi.

Vado a Rotterdam, dove ora cade spessa la neve
e i gabbiani olandesi
frugando tra le merci
si posano sugli alberi delle navi.

Una cabina mi attende in ogni nave,
un libro di Li Po per la mia traversata;
– cercatemi a Rotterdam, scrivetemi
anche se non partissi.

Se non parto a quest’ora lo farò in un’altra;
le navi cambieranno, non il mio desiderio;
il mio desiderio è a Rotterdam:
da qui lo intravedo assieme alla neve
tra le sue case.

Non c’è una sola via sul mare
che non abbia il suo contrario,
non ci sono modi di stare e di non stare dove si viaggia.
Se scegliessi un’altra via piú semplice, piú umana,
partirei senza assentarmi,
toccandola la neve mi parrebbe calda.

In ogni nave di questo porto
ho noleggiato il mio bagaglio;
se anche mi vedessero domani qui nei moli,
sono a bordo;
le navi cambieranno, non il mio desiderio;
– cercatemi a Rotterdam, scrivetemi,
il mio desiderio ha il volo del gabbiano
e neve tra le sue ali.

Eugenio Montejo

(Traduzione di Luca Rosi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXII, Gennaio 2009, N. 234, Crocetti Editore

***

Partida 

Me voy con cada barco de este puerto,
con cada gota azul de oxígeno
entre roncos silbatos.

Me voy a Rotterdam donde ahora cae densa la nieve
y las gaviotas holandesas
hurgando las mercaderías
se posan en los mástiles.

Un camarote me espera en cada barco,
un libro de Li Po para mi travesía;
-búsquenme en Rótterdam, escríbanme
aunque no parta.

Si no salgo a esta hora será en otra;
las naves cambiarán, no mi deseo;
mi deseo está en Rótterdam:
desde aquí con la nieve lo diviso
entre sus casas.

No hay un solo camino sobre el mar
sin su contrario,
no hay maneras de estar y no estar donde se viaja.
Si mediara otra senda más simple, más humana,
saldría sin ausentarme,
la nieve me sería cálida al tacto.

En cada barco de este puerto
tengo fletado mi equipaje;
aunque me vean aquí mañana por los muelles,
estoy a bordo,
las naves cambiarán, no mi deseo;
-búsquenme en Rotterdam, escríbanme,
mi deseo tiene vuelo de gaviota
y nieve entre sus alas.

Eugenio Montejo

da “Terredad”, Monte Avila Editores, 1978

I versi – Vittorio Sereni

Foto di Hervé Guibert

Foto di Hervé Guibert

 

Se ne scrivono ancora.
Si pensa a essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è piú felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Alla Poesia – Czesław Miłosz

Foto di Hengki Koentjoro

Foto di Hengki Koentjoro

 

Perdonami, poesia, se fu una colpa prendere
questa voce di dolore, umana voce che da me si leva,
per la tua voce così dissimile da un garbuglio di lamenti
come una bianca onda marina da coralline paludi.

Tu, che sei l’abbozzo delle narici
di un cavallo non ancora nato, la forma ed il colore
della mela dissoltasi in polvere, le ali lampeggianti
della rondine che sfiorò il capo di Tiberio
in quel determinato punto dell’eternità,

spiegami, cosa significa dire “Tu”
alle cose, che non hanno altro linguaggio oltre al loro essere
ed esistono là dove finisce il tempo, lontano, lontano
dall’odio umano e dall’amore.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore 

***

Do poezji 

Poezjo, jeżeli zawiniłem, za twój biorąc głos
Ten ze mnie powstający głos bólu, głos ludzki,
Przebacz, do poplątanych skarg tak niepodobna
Jak biała morska fala do koralowych moczarów.

Ty, która jesteś zarysem nozdrzy nie urodzonego jeszcze konia
Kształtem i barwą jabłka, które rozpadło się w pył,
Błyskiem skrzydeł jaskółki, co dotknęła głowy Tyberiusza
W określonym punkcie wieczności,

Wytłumacz, co znaczy mówić “Ty”
Do rzeczy, które innej mowy nie mają prócz tego że są
I tam istnieją gdzie ustaje czas, daleko, daleko
Od ludzkiej nienawiści i ludzkiej miłości.

Czesław Miłosz

da “Dzieła zbiorowe: Poezje”, Instytut Literacki, 1980