Luna – Mark Strand

Masao Yamamoto, Moon

Masao Yamamoto, Moon

 

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, la luna sempre, appare

tra due nuvole, spostandosi così piano che parrà
siano trascorse ore prima che tu giunga alla pagina seguente

dove la luna, ora più luminosa, fa scendere un sentiero
per condurti via da ciò che hai conosciuto

entro i luoghi in cui quello che ti eri augurato si avvera,
la sua sillaba solitaria come una frase sospesa

sull’orlo del significato, in attesa che tu ne dica il nome
una volta ancora mentre alzi gli occhi dalla pagina

e chiudi il libro, sentendo ancora com’era
soffermarsi in quella luce, quell’improvviso paradiso di suono.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

***

Moon

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon, appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

and close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Knopf Doubleday Publishing Group, 2008

Barcarola – Gesualdo Bufalino

Foto di Josephine Cardin

Foto di Josephine Cardin

 

Infinita di fiaccole l’acqua
con le movenze di un’iride ombrosa
s’apre e s’aggrotta, s’incupisce e ride.

Ti abbandoni, le ali del viso
come una grande farfalla richiudi.

Piú tardi, se ti sporgi
ai gentili alleluia della riva,
o disegni un oracolo col remo,
falò di luna labili fioriscono
sulla tua fronte, l’ora
è fulminata di felicità.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1981-1988”, Bompiani, 2006

La bellezza – Charles Baudelaire

Vincenza Carbone, Venere Esquilina, Musei Capitolini, giugno 2016

 

XVII. 

Sono bella, o mortali! come un sogno di pietra,
e il mio seno, che a tutti fu tortura,
fa nel poeta nascere un amore
eterno e muto come la materia.

Sfinge incompresa regno nell’azzurro.
In me il bianco dei cigni copre un cuore di neve.
Il movimento, che turba le linee, lo detesto,
e non piango mai e mai non rido.

I poeti, vedendo che m’atteggio
come se mi ispirassi a monumenti fieri, 
passano i loro giorni in studi austeri,

giacché per incantare cosí docili amanti
ho due limpidi specchi che fan tutto piú bello:
gli occhi, i miei grandi occhi dalle chiarezze eterne!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Giovanni Raboni)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male”, “I supercoralli” Einaudi, 1987

***

XVII. La beauté

Je suis belle, ô mortels! comme un rêve de pierre,
Et mon sein, où chacun s’est meurtri tour à tour,
Est fait pour inspirer au poëte un amour
Éternel et muet ainsi que la matière.

Je trône dans l’azur comme un sphinx incompris;
J’unis un cœur de neige à la blancheur des cygnes;
Je hais le mouvement qui déplace les lignes,
Et jamais je ne pleure et jamais je ne ris.

Les poëtes, devant mes grandes attitudes,
Que j’ai l’air d’emprunter aux plus fiers monuments,
Consumeront leurs jours en d’austères études;

Car j’ai, pour fasciner ces dociles amants,
De purs miroirs qui font toutes choses plus belles:
Mes yeux, mes larges yeux aux clartés éternelles!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Éditeur Auguste Poulet-Malassis, 1857

Inno terzo – Piero Bigongiari

Noell S. Oszvald, “Cage”

Noell S. Oszvald, “Cage”

 

Basta un uccellino posato sopra un’altana
e silenzioso che ti guardi come un aerolito
picchiettando col capino
a dirti che il mondo è piú grande della tua immaginazione,
piú lontano, piú attento: piú vicino.

Esplora il vento, cede, vede terra
verde e acqua torbida la rondine
che s’avvita al suo volo.
                                            Tu vicino
alla sua libertà ma qui con me
che pensi, che pensiero han queste pietre
nel tuo destino, gli ireos che nel vaso
sul tavolino sembrano volare
nella penombra?
                               La rondine è ferma,
erma della sua vita tra due venti,
e la rapina è in corso, nulla esplora
piú della sua fermezza questa ancóra
per un istante in equilibrio scelta
perduta, questo andarsene dei rami
a terra nella giravolta in volo…

Cosí si attacca il cuore a quel che ha visto
in sogno, in cielo, nel suo stesso sangue,
cosí, veduto, tutto è il suo contrario:
è vero, in terra, è l’arrossire primo
del figlio che correndo, da lontano
t’apre le braccia, sangue rattenuto
in pelle dalle lacrime.
                                        Anche il sangue
raggiorna in una stilla dolorosa
offerta a tutto quello che l’attornia
e lo tramanda equanime, il dolore
è solo moto, e resistenza al moto,
di questa luce spinta tra colori
diversi, che tra le diverse cose
fruga attenta, incisiva, anche festante
d’essere già diversa da quel ch’era
come la cagna che non ha padrone
annusa l’uno o l’altro, entra ed esce
di bottega in bottega ed attraversa
scodinzolando in tralice la strada:
luce certa, immutabile, hanno detto
i poeti, io direi meglio raminga…

Quello ch’è stato, questo impallidire
lo rinnova, non lo ripete, rondine
mentre cadi avvitata sulla gabbia
che una povera via cittadina
rallegra del suo pettirosso arguto
a un tratto ora col muto passeggero.

Piero Bigongiari

maggio – 2 giugno ’61

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

«Portami lungo viali vuoti» – Boris Ryžhy

Boris Ryžhy

 

Portami lungo viali vuoti,
parlami di qualche sciocchezza,
pronuncia vagamente un nome.
I lampioni piangono l’estate.

Due lampioni piangono l’estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina umida.
Amore mio, resta con me fino all’alba,
poi lasciami.

Rimasto come un’ombra offuscata,
vagherò qui ancora un po’, ricorderò tutto,
la luce accecante, il buio infernale,
io stesso fra cinque minuti sparirò.

Boris Ryžhy

(Traduzione di Valeria Ferraro)

da “La nuovissima poesia russa”, Einaudi, Torino, 2005

∗∗∗

Веди меня аллеями пустыми,
о чем-нибудь ненужном говори,
нечетко проговаривая имя.
Оплакивают лето фонари.

Два фонаря оплакивают лето.
Кусты рябины. Влажная скамья.
Любимая, до самого рассвета
побудь со мной, потом оставь меня.

А я, оставшись тенью потускневшей,
еще немного послоняюсь тут.
Все вспомню: свет палящий, мрак кромешный.
И сам исчезну через пять минут.

Бори́с Бори́сович Ры́жий

Senza di te tornavo… – Pier Paolo Pasolini

pasolini1

 

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti,
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te e al mio fianco
c’è solo l’ombra.

E mi sarai lontano mille volte,
e poi per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Pier Paolo Pasolini

da “Tutte le poesie”, Volume 2, “I Meridiani” Mondadori, 2003

Luce – Federico García Lorca

Joseph Mallord Turner, Sunset, 1835

Joseph Mallord Turner, Sunset, 1835

 

È la magica ora intensa del tramonto.
Il monte si dissangua. La luce è bionda. Io
cammino sul sentiero con aria distrutta,
la fronte bassa e il cuore rosso.

Il poeta è l’ombra luminosa che cammina
con la pretesa di collegare gli uomini a Dio,
senza considerare che l’azzurro è un Sogno che vive
e la Terra un altro sogno che da tempo è morto.

L’azzurro che ammiriamo possiede la gran tristezza
di non prevedere mai dov’è la propria fine,
e Dio è la tristezza suprema ed impossibile
dal momento che il suo perché profondo neanche può parlare.

Il segreto di tutto non esiste. Le stelle
sono anime che vollero dare la scalata al mistero.
L’essenza del mistero le rese luce di pietra,
ma non riuscirono a introdursi nella sua Pace.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie sparse” 1917/1936, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro”, Newton Compton, 2009

***

Luz

Es la mágica hora sentida del ocaso.
El monte se desangra. La luz es rubia. Yo
marcho por el sendero con aire de fracaso,
apagada la frente y rojo el corazón.

El poeta es la sombra luminosa que marcha
pretendiendo enlazar a los hombres con Dios,
sin notar que el azul es un Sueño que vive
y la Tierra otro sueño que hace tiempo murió.

El azul que miramos tiene la gran tristeza
de no presentir nunca donde su fin está,
y Dios es la tristeza suprema e imposible
pues su porqué profundo tampoco puede hablar.

El secreto de todo no existe. Las estrellas
son almas que al misterio quisieron escalar.
La esencia del misterio las hizo luz de piedra,
pero no consiguieron internarse en su Paz.

Federico García Lorca

da “Poemas sueltos” 1917/1936, in “Federico García Lorca, Obra Completa”, Akal Ediciones Sa, 2008