«Ogni notte, tornando dalla vita» – Cesare Pavese

Foto di Man Ray

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     Ogni notte, tornando dalla vita,
dinanzi a questo tavolo
prendo una sigaretta
e fumo solitario la mia anima.

     La sento spasimare tra le dita
e consumarsi ardendo.
Mi sale innanzi agli occhi con fatica
in un fumo spettrale
e mi ravvolge tutto,
a poco a poco, d’una febbre stanca.
I rumori e i colori della vita
non la toccano piú:
sola in se stessa è tutta macerata
di triste sazietà
per colori e rumori.

     Nella stanza è una luce violenta
ma piena di penombre.
     Fuori, il silenzio eterno della notte.

Eppure nella fredda solitudine
la mia anima stanca
ha tanta forza ancora
che si raccoglie in sé
e brucia d’un’acredine convulsa.
     Mi si contrae fra mano,
poi, distrutta, si fonde e si dissolve
in una nebbia pallida
che non è piú se stessa
ma si contorce tanto.

      Cosí ogni notte, e non mi vale scampo,
in un silenzio altissimo,
io brucio solitario la mia anima.

Cesare Pavese

[14 maggio 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» (1923-1930)”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi (Formato Kindle)
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Un commento su “«Ogni notte, tornando dalla vita» – Cesare Pavese

  1. Franz ha detto:

    E in quella stanza Cesare , nel fumo della sua sigaretta, tra quelle volute che bruciano gli occhi, vedeva, lui, lo sguardo che l’avrebbe ucciso, quel viaggio tra solitudine e amore verso una società mai adeguata alla vita dei poeti.

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