La notte 4 – Jaime Saenz

Ruth Bernhard, Torso, 1938

Ruth Bernhard, Torso, 1938

 

Che cos’è la notte? – ci si chiede oggi e sempre.
La notte, una rivelazione non rivelata.
Forse un morto possente e tenace,
forse un corpo perduto nella stessa notte.
In realtà, una profondità, uno spazio inimmaginabile.
Una entità tenebrosa e sottile, forse somigliante
al corpo che ti abita,
e che senza dubbio occulta molte chiavi della notte.

*

Quando penso al mistero della notte, immagino
il mistero del tuo corpo,
che è solo un modo di essere la notte;
io so davvero che il corpo che ti abita non è altro
che l’oscurità del tuo corpo;
e questa oscurità si diffonde sotto il segno della notte.
Nelle infinite concavità del tuo corpo, esistono
infiniti regni d’oscurità;
ed è qualcosa che chiama alla meditazione.
Questo corpo, chiuso, segreto e proibito;
questo corpo straniero e temibile,
e mai presagito né presentito.
Ed è come un bagliore, o come un’ombra:
solo si lascia sentire da lontano, nel recondito,
e con una solitudine eccessiva, che non ti appartiene.
E solo si lascia sentire con un palpito, con una temperatura,
e con un dolore che non ti appartiene.

Se qualcosa mi sorprende, è l’immagine che mi immagina,
nella distanza;
si sente un respiro dentro di me.
Il corpo respira dentro di me.
L’oscurità mi preoccupa – la notte del corpo mi preoccupa.
Il corpo della notte e la morte del corpo,
sono cose che mi preoccupano.

*

E io mi chiedo:
Che cos’è il corpo? Io non so se ti sei chiesto
una volta che cos’è il tuo corpo.
È un frangente grave e difficile.
Io mi sono avvicinato una volta al mio corpo;
e avendo capito che non lo avevo mai visto,
anche se lo portavo addosso,
gli ho chiesto chi era;
e una voce, nel silenzio, mi ha detto:

Io sono il corpo che ti abita, e sono qui, nell’oscurità, e ti
dolgo, e ti vivo, e ti muoio.
Ma non sono il tuo corpo. Io sono la notte.

Jaime Saenz

(Traduzione di Giampietro Pizzo)

da “Percorrere questa distanza”, Crocetti Editore, 2000

***

La noche 4 

¿Qué es la noche? – uno se pregunta hoy y siempre.
La noche, es una revelación no revelada.
Acaso un muerto poderoso y tenaz,
quizá un cuerpo perdido en la propia noche.
En realidad, una hondura, un espacio inimaginable.
Una entidad tenebrosa y sutil, tal vez parecida
al cuerpo que te habita,
y que sin duda oculta muchas claves de la noche.

*
Cuando pienso en el misterio de la noche, imagino
el misterio de tu cuerpo,
que es sólo una manera de ser de la noche;
yo sé de verdad que el cuerpo que te habita no es sino
la oscuridad de tu cuerpo;
y tal oscuridad se difunde bajo el signo de la noche.
En las infinitas concavidades de tu cuerpo, existen
infinitos reinos de oscuridad;
y esto es algo que llama a la meditación.
Este cuerpo, cerrado, secreto y prohibido;
este cuerpo, ajeno y temible,
y jamás adivinado, ni presentido.
Y es como un resplandor, o como una sombra:
sólo se deja sentir desde lejos o en lo recóndito,
y con una soledad excesiva, que no te pertenece a ti.
Y sólo se deja sentir con un pálpito, con una temperatura,
y con un dolor que no te pertenece a ti.

Si algo me sobrecoge, es la imagen que me imagina,
en la distancia;
se escucha una respiración en mis adentros.
El cuerpo respira en mis adentros.
La oscuridad me preocupa –la noche del cuerpo me preocupa.
El cuerpo de la noche y la muerte del cuerpo,
son cosas que me preocupan.

*
Y yo me pregunto:
¿Qué es tu cuerpo? Yo no sé si te has preguntado
alguna vez qué es tu cuerpo.
Es un trance grave y difícil.
Yo me he acercado una vez a mi cuerpo;
y habiendo comprendido que jamás lo había visto,
aunque lo llevaba a cuestas,
le he preguntado quién era;
y una voz, en el silencio, me ha dicho:

Yo soy el cuerpo que te habita, y estoy aquí, en las oscuridades, y
te duelo, y te vivo, y te muero.
Pero no soy tu cuerpo. Yo soy la noche.

Jaime Saenz

da “Antología de la poesía hispanoamericana actual”, Siglo XXI de España Editores, S. A.

Alla deriva – Vincenzo Cardarelli

Gianni Berengo Gardin, Catania, 2001

Gianni Berengo Gardin, Catania, 2001

 

La vita io l’ho castigata vivendola.
Fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi.
Ora la mia giornata non è più
che uno sterile avvicendarsi
di rovinose abitudini
e vorrei evadere dal nero cerchio.
Quando all’alba mi riduco,
un estro mi piglia, una smania
di non dormire.
E sogno partenze assurde,
liberazioni impossibili.
Oimè. Tutto il mio chiuso
e cocente rimorso
altro sfogo non ha
fuor che il sonno, se viene.
Invano, invano lotto
per possedere i giorni
che mi travolgono rumorosi.
Io annego nel tempo.

Vincenzo Cardarelli

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1960

Dalla lunga festa triste – Mark Strand

Foto di Nicholas Buer

Foto di Nicholas Buer

 

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’ora tarda”, 1978, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

***

From the Long Sad Party

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps toward morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had noticed.
Then someone said something about the planets, about the stars,
how small they were, how far away.

 Mark Strand

da The Late Hour”, Atheneum, 1978

Giardino astratto – Hart Crane

Martina dal Brollo, Donna Albero, 2010

Martina dal Brollo, Donna Albero, 2010

 

La mela sul suo ramo è il desiderio
di lei, – sospensione lucente e mimica del sole.
Il ramo le ha tolto il respiro, e la sua voce,
nell’inclinarsi e levarsi su di lei di ramo in ramo,
articolata sordamente ecco le annebbia gli occhi.
Lei prigioniera dell’albero, delle sue dita verdi.

Giunge così a sognare d’essere divenuta albero, col vento
che la possiede e intreccia le sue vene giovani,
la stringe al cielo e al suo rapido azzurro, annegando
la febbre delle mani nella luce
del sole. E non c’è in lei memoria, paura né speranza,
oltre l’erba e le ombre distese ai suoi piedi.

Hart Crane

(Traduzione di Roberto Sanesi)

da “Il ponte e altre poesie”, Garzanti, 1984

***

Garden abstract

The apple on its bough is her desire,—
Shining suspension, mimic of the sun.
The bough has caught her breath up, and her voice,
Dumbly articulate in the slant and rise
Of branch on branch above her, blurs her eyes.
She is prisoner of the tree and its green fingers.

And so she comes to dream herself the tree,
The wind possessing her, weaving her young veins,
Holding her to the sky and its quick blue,
Drowning the fever of her hands in sunlight.
She has no memory, nor fear, nor hope
Beyond the grass and shadows at her feet.

Hart Crane

da “White Buildings: Poems by Hart Crane”, New York, 1926

Certo che fa male – Karin Boye

Josephine Cardin, Weightless

Josephine Cardin, Weightless

 

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

Karin Boye

(Traduzione di Valeria Marcheschi)

da “Karin Boye, Poesie”, Le lettere, Firenze, 1994

 ***

Ja visst gör det ont

Ja visst gör det ont när knoppar brister.
Varför skulle annars våren tveka?
Varför skulle all vår heta längtan
bindas i det frusna bitterbleka?
Höljet var ju knoppen hela vintern.
Vad är det för nytt, som tär och spränger?
Ja visst gör det ont när knoppar brister,
ont för det som växer
och det som stänger.

Ja nog är det svårt när droppar faller.
Skälvande av ängslan tungt de hänger,
klamrar sig vid kvisten, sväller, glider –
tyngden drar dem neråt, hur de klänger.
Svårt att vara oviss, rädd och delad,
svårt att känna djupet dra och kalla,
ändå sitta kvar och bara darra –
svårt att vilja stanna
och vilja falla.

Då, när det är värst och inget hjälper,
Brister som i jubel trädets knoppar.
Då, när ingen rädsla längre håller,
faller i ett glitter kvistens droppar
glömmer att de skrämdes av det nya
glömmer att de ängslades för färden –
känner en sekund sin största trygghet,
vilar i den tillit
som skapar världen.

Karin Boye

da “För trädets skull”, Albert Bonniers Förlag, 1935

da «Monologo» – Mario Luzi

Paul Gauguin, Women at the Reverside, French Polynesia, 1892,

Paul Gauguin, Women at the Reverside, French Polynesia, 1892

I

Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d’essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della notte…
Era, donde scendesse, un salto d’acque
silenziose, frenetiche, affluenti
da una febbrile trasparenza d’astri
ove di giorno ero travolto in giorno,
da me profondamente entro di me
e l’angoscia d’esistere tra rocce
perdevo e ritrovavo sempre intatta.

Tempo di consentire sei venuto,
giorno in cui mi maturo, ripetevo,
e mormora la crescita del grano,
ronza il miele futuro. Senza pausa
una ventilazione oscura errava
tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;
correva, ove tendesse, vento astrale,
deserto tra le prime fredde foglie,
portava una germinazione oscura
negli alberi, turbava pietre e stelle.

Con lo sgomento d’una porta
che s’apra sotto un peso ignoto, entrava
nel cuore una vertigine d’eventi,
moveva il delirio e la pietà.
Le immagini possibili di me,
passi uditi nel sogno ed inseguiti,
svanivano, con che tremenda forza
ti fu dato di cogliere, dicevo,
tra le vane la forma destinata!
Quest’ora ti edifica e ti schianta.

L’uno ancora implacato, l’altro urgeva —
con insulto di linfa chiusa i giorni
vorticosi nascevano da me,
rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,
senza riparo n’ero trascinato.
Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
la contesa col nulla era finita,
spirava un tempo lucido e furente,
senza fine perivi e rinascevi,
ne sentivi la forza e la paura.
Una disperazione antica usciva
dagli alberi, passava sulle tempie.
Vita, ne misuravi la pienezza,
vita tu irreparabile, dovuta,
prima ancora che accolta già caduta
fuori di me, nel fiume indifferente.

Mario Luzi

da “Poesie sparse (1945-48)”, in “Il giusto della vita”, Garzanti, Milano, 1960

La permanenza – Czesław Miłosz

Foto di Nina Ai-Artyan

Foto di Nina Ai-Artyan

 

Accadde in una metropoli, non importa il paese, la lingua.
Molto tempo fa (sia benedetto il dono
di trarre racconti da una sciocchezza
per strada, in auto-annoto- perché non si perda).
Ma forse non fu una sciocchezza, era un affollato caffè notturno,
in cui si esibiva ogni sera una nota cantante.
Sedevo con altri nel fumo, nel tintinnio dei bicchieri.
Cravatte, divise di ufficiali, scollature femminili,
la musica selvaggia di quel folclore montano.
E quel canto, la sua gola, uno stelo pulsante,
indimenticata per tutti questi anni,
il moto della danza, il bianco della pelle e i capelli neri,
e immaginare come odorava il suo profumo.
Cos’ho imparato, che cosa ho conosciuto?
Stati, costumi, esistenze, è passato.
Nessuna traccia di lei, in quel caffè.
Con me soltanto la sua ombra, la fragilità
e la bellezza, sempre.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Le regioni ulteriori”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

***

Trwałość

To było w dużym mieście, mniejsza z tym jakiego kraju, jakiego języka.
Dawno temu (błogosławiony niech będzie dar
Wysnuwania opowieści z drobiazgu
Na ulicy, w aucie- zapisuję, żeby nie zgubić).
Może nie drobiazg, bo tłumna nocna kawiarnia,
W której występowała co wieczór sławna pieśniarka.
Siedziałem z innymi w dymie, w brzęku szklanic.
Krawaty, oficerskie mundury, dekolty kobiet,
Dzika muzyka tamtego, pewnie z gór, folkloru.
I ten śpiew, jej gardło, pulsująca łodyga,
Nie zapomniana przez tak długie lata,
Ruch taneczny, czerń jej włosów, biel jej skóry,
Wyobrażenie zapachu jej perfum.
Czego nauczyłem się, co poznałem?
Państwa, obyczaje, żywoty, minione.
Żadnego śladu po niej i tamtej kawiarni.
I tylko cień jej ze mną, kruchość, piękno, zawsze.

Czesław Miłosz

da “Dalsze okolice”, Wydawn, Znak, 1991