Dalla lunga festa triste – Mark Strand

Foto di Nicholas Buer

Foto di Nicholas Buer

 

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’ora tarda”, 1978, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

***

From the Long Sad Party

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps toward morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had noticed.
Then someone said something about the planets, about the stars,
how small they were, how far away.

 Mark Strand

da The Late Hour”, Atheneum, 1978

Giardino astratto – Hart Crane

Martina dal Brollo, Donna Albero, 2010

Martina dal Brollo, Donna Albero, 2010

 

La mela sul suo ramo è il desiderio
di lei, – sospensione lucente e mimica del sole.
Il ramo le ha tolto il respiro, e la sua voce,
nell’inclinarsi e levarsi su di lei di ramo in ramo,
articolata sordamente ecco le annebbia gli occhi.
Lei prigioniera dell’albero, delle sue dita verdi.

Giunge così a sognare d’essere divenuta albero, col vento
che la possiede e intreccia le sue vene giovani,
la stringe al cielo e al suo rapido azzurro, annegando
la febbre delle mani nella luce
del sole. E non c’è in lei memoria, paura né speranza,
oltre l’erba e le ombre distese ai suoi piedi.

Hart Crane

(Traduzione di Roberto Sanesi)

da “Il ponte e altre poesie”, Garzanti, 1984

***

Garden abstract

The apple on its bough is her desire,—
Shining suspension, mimic of the sun.
The bough has caught her breath up, and her voice,
Dumbly articulate in the slant and rise
Of branch on branch above her, blurs her eyes.
She is prisoner of the tree and its green fingers.

And so she comes to dream herself the tree,
The wind possessing her, weaving her young veins,
Holding her to the sky and its quick blue,
Drowning the fever of her hands in sunlight.
She has no memory, nor fear, nor hope
Beyond the grass and shadows at her feet.

Hart Crane

da “White Buildings: Poems by Hart Crane”, New York, 1926

Certo che fa male – Karin Boye

Josephine Cardin, Weightless

Josephine Cardin, Weightless

 

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

Karin Boye

(Traduzione di Valeria Marcheschi)

da “Karin Boye, Poesie”, Le lettere, Firenze, 1994

 ***

Ja visst gör det ont

Ja visst gör det ont när knoppar brister.
Varför skulle annars våren tveka?
Varför skulle all vår heta längtan
bindas i det frusna bitterbleka?
Höljet var ju knoppen hela vintern.
Vad är det för nytt, som tär och spränger?
Ja visst gör det ont när knoppar brister,
ont för det som växer
och det som stänger.

Ja nog är det svårt när droppar faller.
Skälvande av ängslan tungt de hänger,
klamrar sig vid kvisten, sväller, glider –
tyngden drar dem neråt, hur de klänger.
Svårt att vara oviss, rädd och delad,
svårt att känna djupet dra och kalla,
ändå sitta kvar och bara darra –
svårt att vilja stanna
och vilja falla.

Då, när det är värst och inget hjälper,
Brister som i jubel trädets knoppar.
Då, när ingen rädsla längre håller,
faller i ett glitter kvistens droppar
glömmer att de skrämdes av det nya
glömmer att de ängslades för färden –
känner en sekund sin största trygghet,
vilar i den tillit
som skapar världen.

Karin Boye

da “För trädets skull”, Albert Bonniers Förlag, 1935

da «Monologo» – Mario Luzi

Paul Gauguin, Women at the Reverside, French Polynesia, 1892,

Paul Gauguin, Women at the Reverside, French Polynesia, 1892

I

Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d’essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della notte…
Era, donde scendesse, un salto d’acque
silenziose, frenetiche, affluenti
da una febbrile trasparenza d’astri
ove di giorno ero travolto in giorno,
da me profondamente entro di me
e l’angoscia d’esistere tra rocce
perdevo e ritrovavo sempre intatta.

Tempo di consentire sei venuto,
giorno in cui mi maturo, ripetevo,
e mormora la crescita del grano,
ronza il miele futuro. Senza pausa
una ventilazione oscura errava
tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;
correva, ove tendesse, vento astrale,
deserto tra le prime fredde foglie,
portava una germinazione oscura
negli alberi, turbava pietre e stelle.

Con lo sgomento d’una porta
che s’apra sotto un peso ignoto, entrava
nel cuore una vertigine d’eventi,
moveva il delirio e la pietà.
Le immagini possibili di me,
passi uditi nel sogno ed inseguiti,
svanivano, con che tremenda forza
ti fu dato di cogliere, dicevo,
tra le vane la forma destinata!
Quest’ora ti edifica e ti schianta.

L’uno ancora implacato, l’altro urgeva —
con insulto di linfa chiusa i giorni
vorticosi nascevano da me,
rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,
senza riparo n’ero trascinato.
Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
la contesa col nulla era finita,
spirava un tempo lucido e furente,
senza fine perivi e rinascevi,
ne sentivi la forza e la paura.
Una disperazione antica usciva
dagli alberi, passava sulle tempie.
Vita, ne misuravi la pienezza,
vita tu irreparabile, dovuta,
prima ancora che accolta già caduta
fuori di me, nel fiume indifferente.

Mario Luzi

da “Poesie sparse (1945-48)”, in “Il giusto della vita”, Garzanti, Milano, 1960

Destarmi accanto a te… – Diego Valeri

Foto di Anka Zhuravleva

Foto di Anka Zhuravleva

 

Destarmi accanto a te, nella prima
luce, e vederti dormire,
così bianca, così fragile e fina
da sentirmi volontà di morire.

Baciare le tue palpebre molli,
bianche farfalle che volano via,
scoprendo due divini fiori
di nerazzurra malinconia.

Baciare il tuo viso mattutino
ancora bagnato di sonno,
il tuo viso esiguo di bambino,
tutto bianco e tenero e biondo.

Baciare su le tue labbra il profumo
della tua profonda primavera,
e tutta respirarti, con l’oscuro
mio cuore, bianca anima leggera.

Diego Valeri

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

Canzone sulla guerra – Jaroslav Seifert

Foto di Henri Cartier-Bresson

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare cosí rapidamente
come invecchiano le armi.

La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi.

Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!

E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio

come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità.

Ma noi – e questa è speranza –
possiamo ancora un attimo,
ancora un breve attimo possiamo
riflettere.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Cordaus)

da “Concerto sull’isola”, 1965, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Píseň o válce

Uškrťte válku,
ať ženy mohou se usmívat
a nestárnou tak rychle,
jako stárnou zbraně.

Válka však říká: Jsem!
Jsem od počátků,
nebylo nikdy chvíle,
abych nebyla.

Jsem stará jako hlad
a jako milování.
Já jsem se nestvořila,
ale svět je můj!

A já ho zničím.
Budu při tom,
až ohnivě krvavý cár
bude padat do tmy

jako slina dětí
na dno studny,
když si chtějí změřit
její tmavou hloubku.

Ale my – a to je naděje –
můžeme ještě chvilku,
ještě malou chvilku můžeme
o tom přemýšlet.

Jaroslav Seifert

da “Koncert na ostrově”, Československý spisovatel, 1965 

La casa morta – Ghiannis Ritsos

Foto di Andre Govia

Foto di Andre Govia

      Storia fantastica e autentica
di un’antichissima famiglia greca
(Di tutta la famiglia sono rimaste soltanto due sorelle. E una è impazzita. Immaginò che la sua casa fosse stata trasferita da qualche parte nell’antica Tebe, o, piuttosto, ad Argo − confondeva la mitologia, la storia e la sua vita privata, il passato e il presente, non il futuro. Solo questo. In seguito si riprese. E fu lei a parlarmi la sera in cui portai loro dall’estero un messaggio dello zio − un fratello del padre. L’altra non si fece vedere. Ogni tanto si udiva appena un passo lieve di pantofole nella stanza accanto, mentre la maggiore parlava):

 

Ora giriamo sole, noi due sorelle minori, in questa casa immensa —
minori, si fa per dire — da tempo siamo invecchiate anche noi,
siamo le piccole della famiglia, e le uniche superstiti, d’altronde. Non sappiamo
come sistemare questa casa, come sistemarci:
venderla ci pare brutto — abbiamo passato una vita qui —
è anche il luogo dei nostri morti questo — loro non li puoi vendere —
e poi chi se li prende i morti? E d’altra parte
trasportarli da una casa all’altra, da un quartiere all’altro —
è una fatica e un rischio — loro stanno bene qui,
uno all’ombra della tenda, un altro sotto il tavolo,
uno dietro l’armadio o dietro i vetri della libreria,
un altro nel vetro della lampada — sempre cosí modesto e frugale,
un altro che sorride discreto dietro le due sottili ombre in croce
che proiettano sul tramezzo i ferri da calza di mia sorella.

I grandi mobili li abbiamo chiusi a pianoterra,
cosí anche i tappeti pesanti e le tende di velluto o di seta,
le tovaglie, le salviette ricamate, le cristallerie e i servizi,
i grandi vassoi d’argento che un tempo specchiavano
tutt’intero il largo volto dell’ospitalità,
coltri e coperte di seta, biancheria,
vestiti di lana, soprabiti, borse,
nostri e allo stesso tempo dei morti — tutto alla rinfusa —
guanti, merletti e piume di struzzo dei cappelli di nostra madre,
il piano, le chitarre, i flauti, i tamburi,
i cavalli di legno e le bambole della nostra infanzia,
le uniformi ufficiali di nostro padre e i primi pantaloni lunghi del nostro fratello maggiore,
la cassettina d’avorio con i boccoli biondi del minore, e quel pugnale d’oro cesellato,
divise da fantino, zaini, mantelli — tutto alla rinfusa,
senza naftalina o fiori di lavanda nei sacchettini di tulle.

Abbiamo sigillato anche le stanze. Abbiamo tenuto solo
queste due camere a ponente al primo piano,
il corridoio e naturalmente la scala,
per poter uscire qualche volta la sera a passeggio in giardino
o a fare un po’ di spesa veloce nei dintorni.

Né si può dire che cosí ci siamo messe in pace. Sicuramente ci siamo liberate
di gesti superflui, di faccende domestiche insensate, di inutili fatiche
per un ordine impossibile, per una gestione irrealizzabile. E tuttavia
la casa, cosí nuda e chiusa, ha acquisito
una risonanza minima, tremenda
al passaggio di un topo, di uno scarafaggio o di un pipistrello.

Ogni ombra sul fondo dello specchio, ogni cigolío
dei dentini del tarlo o della tarma,
continua all’infinito fino ai vasi capillari del silenzio, fin nelle vene
della piú incredibile allucinazione. Si ode distintamente
il colpo di telaio del ragno piú piccolo, giú nelle cantine, tra le giare,
o la sega della ruggine sull’impugnatura delle posate,
e all’improvviso, giú nell’anticamera, il grande tonfo
di un pezzo di stoffa marcia che si stacca e cade
e sembra il crollo di uno stabile antico a noi tanto caro.

E quando talvolta, all’alba, passa lo spazzino nel sobborgo accanto,
il suo campanello lontano risuona in tutti gli oggetti di vetro o di metallo,
negli ottoni dei letti, nei ritratti degli antenati,
nei campanellini del costume da pierrot che il nostro fratello minore aveva indossato
una bella notte di carnevale — e nel tornare a casa fummo spaventati
dai cani che ci abbaiarono contro, il mio vestito si impigliò nella siepe, ‘
io corsi per raggiungere gli altri; la luna incollò il suo viso
cosí stretto al mio viso — non riuscivo piú a camminare
e gli altri dietro gli alberi mi chiamavano
e in un altro luogo si udivano le perline di vetro delle maschere
e le frange di vetro delle stelle laggiú, lontano, sopra il mar Mirtoo invisibile,
e quando infine arrivai, tutti mi guardavano sbigottiti
perché il mio viso brillava, tinto di polvere d’oro
come quella con cui tingevano i lampadari antichi della sala da pranzo
o gli specchi dei salotti con le eleganti mensole finemente scolpite —

Le abbiamo chiuse anche quelle nelle stanze dabbasso. Naturalmente potevamo
conservare qualcosa di tutto ciò per uso personale,
qualche poltrona a dondolo riposante, qualche specchio
per pettinarci ogni tanto. Ma chi se ne sarebbe occupato? Almeno cosí
possiamo sentirle andare in rovina, ma non le vediamo. Tutto ci ha abbandonate.

E anche queste due stanze che abbiamo tenuto,
le piú fredde e nude, le piú alte, forse sono
per guardare le cose dall’alto
e da una certa distanza, per avere la sensazione
di controllare e dominare la nostra sorte; soprattutto
quando fa sera e tutte le cose si chinano giú sulla terra calda,
qui il freddo è acuto come una spada,
puoi tagliare il desiderio di un nuovo accordo o la speranza
di un incontro irrealizzabile; e questo gelo
puro, sprezzante, è quasi salutare.
E queste due stanze sono appese nella notte infinita
come due fari spenti sul litorale piú deserto,
soltanto il lampo li accende un attimo e li spegne,
li trapassa e li inchioda diafani nel vuoto, anch’essi vuoti.

Ma se a volte accade che qualcuno passeggi sul colle di fronte pieno di rovi,
tardi, quando il sole sprofonda e le cose sono pallide, torbide, viola,
quando tutto pare perduto e tutto quasi raggiunto, allora
quell’uomo solitario che passeggia sul colle
sembra mite e simpatico, cioè come qualcuno che potrebbe provare
ancora un po’ di simpatia per noi; — allora anche il colle appare
sereno, alla stessa altezza della nostra finestra, tanto
che se l’uomo si girasse verso di noi per guardare i cipressi
diresti che con un altro passo potrebbe scavalcare il nostro davanzale,
entrare nella stanza come un vecchio conoscente, e anzi
chiederci una spazzola per spolverarsi le scarpe. Ma quello
poco dopo scompare dietro il colle
e davanti alle nostre finestre resta ancora
la curva del colle, silenziosa come un pentimento,
e il tramonto amaro, riconciliato, che svanisce tra le ombre.

E non che ci siamo completamente abituate — ma che farci? — Tutto ci ha abbandonate —
l’abbiamo abbandonato anche noi — cosí si è instaurato
un equilibrio quasi giusto, senza reciproci rancori,
anzi senza rimorso né tristezza — come fare altrimenti?

Ora siamo rimaste qui, come quando al crepuscolo cogli i fiori in giardino,
molti fiori per i vasi della sala da pranzo e le camere da letto dei morti,
e sulle mani ti restano macchie gialle di polline
e polvere della strada che entra dalle inferriate e impiastriccia gli steli 
e certi minuscoli insetti, alcuni alati, altri no,
e poche tiepide gocce di rugiada,
assieme a quegli inevitabili sottilissimi ragni
che si trovano sempre sui fiori, e quando il tramonto rosa si spegne sui vetri
hai la sensazione del coltello affilato che si smussa
per il sangue o il latice dei fiori — una strana, complessa sensazione
di terrore e delitto — una bellezza cieca, gentile, odorosa e infinita,
un’assenza totalmente nuda. È cosí. Tutto ci ha abbandonate.

Quell’ultimo giorno, le schiave lanciarono un grido e fuggirono —
un grido stridulo che restò confitto nel corridoio oscuro
come una grossa lisca di pesce nella gola di un ospite sconosciuto
o come una spada arrugginita dentro la lunga bara dell’ucciso,
un grido — solo questo — e fuggirono di corsa
col viso nascosto tra le mani; solo quando giunsero
in cima alla scala di marmo, dietro il peristilio,
sembrarono nere, piccole, ingobbite
infinitamente protettive e opportuniste,
rancorose, piene di secondi fini, con una solerzia calcolata,
— si fermarono un attimo, completamente estranee al loro stesso grido,
si scoprirono il viso,
attente a non cadere dalla scala
benché i loro piedi conoscessero a memoria i gradini uno per uno
per tutta la lunghezza della scala, in ogni sua sosta,
come una poesia scritta sul retro del diario,
0 come un canto dei soldati dopo la battaglia
appreso un tempo dai pochi reduci dal fronte —

alcuni soldati ancora belli e dall’aria un po’ triste
con mani e piedi grandi, le maglie piene di pidocchi,
con gallerie sotterranee e stelle sprofondate negli occhi,
con le ciglia ricurve blu scuro come l’ombra di una fortezza sulla fonte,
con qualcosa di duro e impaziente sulla bocca,
qualcosa di molto virile e indifferente a un tempo, come se avessero baciato
sulle mani incrociate o sulla fronte troppi uccisi,
come se avessero abbandonato gli amici feriti correndo sotto il nevischio nella forra
e soprattutto come se avessero rubato la borraccia che il malato teneva per guanciale. Tuttavia

i soldati la sera cantavano in cucina (allora noi eravamo piccole,
li ascoltavamo dietro le porte — non ci lasciavano
entrare nelle cucine con quegli oggetti strani, sconosciuti,
con quei misteriosi aromi di pepe, aglio, sedano, pomodori,
e altri intricati aromi che non rivelano la fonte,
con le voci sibilline del fuoco, del fumo, dell’acqua che gorgoglia,
con lo sferragliare incrociato dei coltelli svelti,
con le torri pericolanti dei piatti da lavare
e i grandi ossi nudi insanguinati di mitici animali.

Laggiú regnavano le schiave con i loro grembiuli allusivi
nell’alchimia di erbaggi, carni, frutta, lische di pesce,
criptomaghe con gli enormi mestoli di legno,
che vaticinavano sopra i vapori delle marmitte,
che plasmavano con il fumo una donna snella sgozzata con la tunica bianca
o vascelli a tre alberi con grosse gòmene, marinai e bestemmie
o plasmavano la lunga barba di un cieco diafano con la cetra sulle ginocchia —
forse perciò mia madre non ci lasciava entrare;
e a volte trovavamo una presa di sale dietro una porta,
o la testa di un gallo, con la cresta simile a un piccolo tramonto, su una tegola rotta.

Non dicevamo niente ai grandi, perché se si schiudeva appena la porta di una cucina,
lo spettro del fumo sgusciava via di lato e rimaneva per ore in corridoio,
alto, minaccioso, con un elmo di vetro da cui pendeva un cimiero equino; lo spettro
solitario, odoroso, bestiale e incorporeo
completamente senza ossa eppure potentissimo. Cosí ascoltavamo
dietro le porte fin dopo mezzanotte,
finché ci coglieva un sonno rosso di scintille). Dunque, cantavano i soldati,

a volte scherzavano con le domestiche,
si toglievano gli scarponi e si sfregavano le grosse dita dei piedi con le mani,
poi si nettavano il vino dalle labbra carnose
o si grattavano il petto villoso e le cosce,
agguantavano a caso i seni delle donne
e di nuovo cantavano (li sentivamo anche nel sonno), cantavano

con i visi nascosti tra i capelli lerci,
battendo impercettibilmente il ritmo coi piedi scalzi sulle mattonelle
o con le dita sulla brocca o sul bicchiere
o sul tavolo di legno (su cui si macinava la carne),
piano, molto piano (perché da dentro non sentissero i padroni);
e il pomo di Adamo allora andava su e giú
come il nodo di una grossa fune tirata da due rivali,
come il nodo di una fune salita su da un pozzo fondo,
come un nodo negli intestini. Perciò le donne

piangevano istericamente nel sentirli,
si strappavano le vesti, restavano nude a supplicarli
e li prendevano in grembo come bimbi malati che volevano guarire a tutti i costi
e volevano racchiuderli tutti nel ventre
— forse per colmare il loro vuoto,
le loro viscere  — racchiuderli
in fondo in fondo e soffocarli
per proteggerli e tenerli
soltanto per sé — e dopo partorirli

in un momento piú adatto, in una casa piú bianca,
in una casa piú arieggiata e piú esposta al sole, con meno ombre
di colonne, di giare, di omicidi, di spade, feretri e glorie,
con meno fori invisibili alle pareti — fori
di chiodi per specchi di metallo o abiti da sera,
di chiodi per appendere uniformi, trombe, tamburi, elmi, scudi
o spaghi dei giocattoli muti di bambini morti,
o icone, serti delle nozze, pentole; fori ovviamente chiusi
dai restauri, da nuovi intonaci e imbiancature,
ma sempre aperti piú dentro, piú in fondo, nel ricordo.

Cosí volevano dunque partorirli in un luogo piú spazioso,
luminoso e saldo, cioè senza le incavature
di cripte, sepolcri e catacombe,
in una casa senza porte che si chiudono e dietro le quali
si odono mormorii, singhiozzi, e il gran frastuono
dei capelli di una donna che cadono sulle sue ginocchia, e il frastuono
di una scarpa che batte lontano dal letto; infine

in un luogo di inspiegabile solitudine, sincerità e sicurezza,
in un luogo esterno primaverile, in mezzo all’orzo novello,
accanto a un cavallo fulvo e a un asinello grigio, mansueto,
accanto a un cane, a una vacca, a due pecore,
dentro l’unica ombra di un aratro. Ma loro

non sentivano, non vedevano né capivano,
virili e indifferenti, ubriachi di morte,
sprofondati nel loro stesso canto — un canto 
per niente eroico, e neppure malinconico o storpio —
un canto che avevano sicuramente appreso dalle donne del villaggio,
e che ora, reduci dal fronte,
insegnavano alle donne piú giovani. Dunque questa scala

la conoscevano bene le schiave, come quel canto riappreso,
con tutti gli intervalli, le pause, le misure,
con tutte le pietre atone e accentate,
con la cesura del pianerottolo; migliaia di volte l’hanno salita e scesa
in altri tempi, in giorni allegri,
quando riportavano le teglie dal forno
0 le grandi brocche di vino dalle cantine
o i larghi pani, gli animali macellati, la frutta,
o bracciate di rose, di garofani, margherite,
o i modesti rami di ulivo e gli allori lucidi per la brina mattutina — 

in altri giorni, di nozze, battesimi, festività, compleanni,
in giorni di trionfi e di gloria, quando il messaggero impolverato
si accasciava ansimando su questa scala
e ne baciava il marmo piangendo
e riferiva l’annuncio con la voce virile un po’ arrochita,
strana nell’increspatura dell’ultimo singulto;

e i servi della casa e alcuni vecchi di passaggio
ascoltavano accalcati nel peristilio
e le serve sulle porte coi grembiuli sollevati fino agli occhi
e nostra madre, la padrona, al centro della corte,
e la nutrice accanto a lei come una quercia colpita dalla folgore
e poco piú in là il pedagogo, giallo come la cera, con la barba rada,
pareva una mano scarnita uncinata alle corde di un’arpa,
e le ragazze piú giovani immobili alle finestre
nascoste dietro i loro sogni e i loro sospetti,
ascoltavano senza capire,
osservavano la bella linea del ginocchio del messaggero,
la sua barba castana giovanile e i capelli neri
ricci e incrostati di polvere e sudore
e un rametto spinoso impigliato nella tunica — Cosí
le foreste camminano e i tavoli si impennano come cavalli su due zampe
e le triremi passano sopra gli alberi al tramonto
e i rematori si curvano e si drizzano, si curvano e si drizzano, si curvano e si drizzano,
sicuramente al ritmo dell’amore; e i remi
sono donne nude appese per i capelli
che palpitano e si scuotono brillando in mezzo al mare
finché dietro le triremi si disegna la schiuma della galassia. Cosí, dunque —

E il messaggero annunciava la splendida vittoria
tra mille e mille morti — per non parlare dei feriti —
e annunciava alla fine l’arrivo del padrone
con molte prede e vessilli e carri e schiavi
e una ferita in mezzo alla fronte che — diceva —
era come un nuovo occhio fantastico da cui la morte vigilava,
e il padrone adesso vedeva fin dentro i visceri
dei luoghi, delle cose, degli uomini,
come se tutto fosse di vetro trasparente, e leggeva a suo piacimento
il ritmo del nostro sangue, i nostri umori e destini,
le vene dell’oro che circolano nella pietra
e i rami di carbone distesi nell’oscurità sotterranea
e le nervature d’argento dell’acqua diramate nelle rocce
e i piccoli brividi della colpa sotto gli abiti e la pelle.

Tutti ascoltavano (noi pure) come pietrificati,
tutti inquieti e curvi e senza lacrime
come se fossero già di vetro,
e tutti li vedevano, e loro vedevano se stessi
con lo scheletro nudo dentro il vetro, anch’esso di vetro,
fragile, senza piú alcun rifugio. Eppure

in quella totale assenza di precauzione
in quella mortale debolezza
in quella trasparenza senz’ombra

a un tratto si sentirono alleviati, dissolti
nell’infinità della trasparenza, infiniti anch’essi,
quasi innocenti nel peccato generale,
tutti fratelli nel deserto di mutue inimicizie,
armati dell’inermità dell’uomo,
con l’abito nobile e bello della nudità universale.

“Venga pure il padrone”, disse nostra madre la signora.
“Che sia il benvenuto. Anche lui di vetro.
Di vetro. Di vetro. Eccolo — anche noi conosciamo quell’occhio —
sí, lo abbiamo anche noi al centro della fronte.
L’abbiamo imparata bene anche noi, la morte. Sappiamo.Vediamo.
Lui per primo ce l’ha insegnata. Noi per primi abbiamo riacquistato la vista.

“Sia benvenuto il padrone di vetro con la spada di vetro
dalla sua sposa di vetro, dai suoi figli di vetro,
dai suoi sudditi di vetro, trascinandosi dietro
greggi di vitrei morti, vitree prede, vitree schiave,
vitrei trofei. Suonino dunque le campane;
le sentinelle accendano i segnali di fuoco da un’altura all’altra
per la nostra vittoria di vetro — sí, la nostra vittoria,
la vittoria di tutti noi. Perché anche noi abbiamo combattuto
nella pazienza e soprattutto
nell’attesa insostenibile dai mille occhi. E i caduti
sono anche loro vincitori — sono i primi —  e vedono.

“Suonino dunque le campane fino in fondo all’orizzonte.
E voi, schiave, cosa aspettate? Preparate
i cibi di vetro, i vini di vetro, la frutta di vetro;
arriva il nostro padrone di vetro. Arriva”.

Cosí disse la signora, e sulle sue tempie si vedeva
il sangue che martellava, si vedeva
il sudore prima che si formasse e le scorresse sulle guance azzurre.

La vecchia nutrice la sostenne nell’attimo
in cui stava per svenire, l’assisteva adesso con il suo silenzio esperto,
la copriva con la sua ombra saggia sotto le volte enormi
degli occhi dilatati. Allora scosse
il grembiule nero come per scacciare
un uccello nero. E il messaggero se ne andò.

Una civetta volò bassa sul cortile
benché fosse ancora il primo pomeriggio — 
non si era ancora fatta sera e l’ombra della civetta si stampò indelebile
proprio sopra la porta (c’è ancora). Le schiave corsero in casa.
La signora si scordò di vestire a festa i bambini. Entrò nella vasca.
La riempi d’acqua calda ma non si lavò. Poco dopo
si chiuse in camera sua e si truccò allo specchio
rossa, rossa, di porpora, come una maschera, una morta, una statua,
come un’assassina o come già uccisa. E il sole tramontava lontano
giallo e ardente come un adultero incoronato,
come l’usurpatore indorato di un potere altrui,
feroce nella sua viltà, temibile nel suo spavento,
mentre le campane suonavano all’impazzata in tutto il Paese.

Dunque, la conoscevano bene questa scala le schiave,
anni e anni passati in questa casa,
ma si scoprirono il viso e la guardarono,
anzi si voltarono un poco indietro temendo di esser viste,
poi si coprirono di nuovo il viso con le mani e corsero via
piccole, nere, ripugnanti, gobbe,
come macchie nere, come le mosche in tempo di malaria
sotto la pioggia di marmo del peristilio,
e rimase la grande scopa capovolta dietro la porta della cucina
come un incubo dai capelli ritti incapace di gridare. Ci hanno lasciate tutti.

Prendemmo donne di servizio straniere per lavare la scala,
per lavare bene e strofinare i marmi. Ma di lí a poco
i marmi sudavano ancora sangue. Partite anche loro. Ci hanno lasciate.
Lasciammo perdere tutto anche noi —  pulizie, lavaggi, ragnatele.
E la pietra imperterrita —  vomitava sempre piú sangue.

Un fiume rosso circondava la nostra casa;
ci isolammo dal resto del mondo;
piú tardi anche il mondo si dimenticò di noi;
non ci temeva piú; neppure noi lo temevamo.
Certo, passavano ancora, a una certa distanza, i viandanti,
ma non si facevano piú il segno della croce
né si sputavano in petto per esorcizzare i fantasmi.
La strada piú vicina a casa nostra
si è riempita di erbacce, di ortiche, di rovi
e anche di alcuni fiori azzurri di campo —  non sembrava piú una strada.

Di notte, se qualche donna si attardava
a lavare ancora nel fiume, e si sentiva il colpo della mestola
sui tessuti fradici e molli, nessuno pensava piú
che un coltello si infilasse nella carne
né che chiudessero una botola segreta
né che gettassero un cadavere nel fosso dalla finestra a nord — pensavano soltanto
che una mestola batteva sui panni,
anzi dal rumore potevano distinguere
se era un tessuto di lana o di cotone, di seta o di lino,
e sapevano che una donna candeggiava il corredo della figlia,
anzi, si immaginavano anche il giorno delle nozze,
il pallore dello sposo, il lieve rossore della ragazza,
l’intreccio dei corpi resi quasi immateriali dalla tenda di tulle del letto
agitata dal vento della notte. Tanti particolari
e ancora tanta precisione (non sono forse segni d’equilibrio?)
assieme a questo senso dell’indispensabile,
quasi fosse necessario ciò ch’è avvenuto e quello ch’è seguito — 
il senso dell’ineluttabile e dell’irresponsabile, e di nuovo
una vena di musica che palpita nel vento
e la senti ancora, la senti ancora, e non sai

dove si trovi — un po’ al di sopra degli alberi?
sotto le panchine deserte del giardino?
dentro quel bagno? sopra il fiume rosso?
o nella sala con le armi del padre e i trofei di tante inutili guerre,
o nei sandali vuoti del fratello maggiore, assente da tanti anni, marinaio su qualche nave
e chissà mai se un giorno tornerà,
o negli album da disegno del fratello minore, che non ci scrive píú dal sanatorio,
o nel guardaroba della madre sventurata
con i lunghi abiti bianchi a pieghe e le larghe fibbie cesellate —

(spesso, di notte, ho visto dalla finestra gli abiti
camminare da soli sotto gli alberi
sventolando leggeri come ombre al chiaro di luna, e dietro
il loro vapore bianco, dietro quell’ondeggiare pallido,
distinguersi la fonte secca con il delfino di bronzo
inarcato in un lampo estremo di fuga – quella trasparenza di vetro
che non lasciava macchie di rimorso e di memoria
perché anche la memoria è inutile in una continua assenza o presenza). Comunque

quella vena di musica si udiva dappertutto, e non sai neppure
perché sei felice, cos’è la felicità; distingui solo
le cose che non hai mai notato né visto prima,
ora sgravate dal loro peso. Non conoscevamo neppure il messaggero,
né l’omicidio, né le schiave che correvano atterrite,
e io ero una delle figlie alle finestre
che guardava le due ragazze come fossero giú dalla scala o sulla strada,
quasi nel punto in cui erano il messaggero o la schiava piú giovane, 
io che stavo sempre alla finestra (spesso invidiavo le schiave
per il loro parlare sboccato, la loro astuzia, l’allegria e la libertà,
quella profonda libertà della schiavitú che ti risparmia
decisioni e iniziative — le invidiavo).

Ah, non ho visto niente e non ricordo; solo quella squisita sensazione,
cosí nobilmente sottile, di cui ci fece dono la morte: vedere la morte
fino alla sua trasparente profondità. E la musica continuava
come a volte ci svegliamo presto senza motivo
e l’aria fuori è cosí eccessivamente densa di cinguettii
di migliaia di invisibili uccelli — cosí densa e vaporosa
che al mondo non c’è posto per altro — amarezza, speranza, rimorso, memoria — 
e il tempo è indifferente ed estraneo
come uno sconosciuto che è passato tranquillo nella via di fronte
senza considerare o guardare la nostra casa,
tenendo sotto l’ascella un mucchio di vetri ancora sporchi e opachi
e non sai che cosa se ne fa, dove li porta,
che senso hanno, e a quali finestre sono destinati,
anzi, neppure te lo chiedi, e neppure lo vedi scomparire
silenzioso e discreto all’ultima svolta della strada.

Chi ha serbato dunque tutte queste cose per noi, con tanta precisione e in tali quantità,
lavate, gradevoli, pulite e sistemate,
mondate da ogni ferita e da ogni morte?
E il fiume rosso intorno alla casa — niente — 
acqua pura della pioggia tiepida di due giorni fa
in cui si specchia il tramonto rosso fino a tarda sera, fino all’ora
in cui si stende quella trasparenza immensa, di vetro,
e vedi fin dentro l’infinito, l’incorrotto, l’invisibile,
anche tu immenso, incorruttibile, invisibile, circondato
dai piccoli sussurri dei mobili e delle stelle. E nostra madre siede
sulla sedia intagliata col suo eterno ricamo
sotto il lume a tre becchi con le fiammelle che tremolano
a uno spiffero di corrente dalle due finestre,
e nostro padre è assente dal mattino, a caccia,
e gli arriva alle orecchie il vortice malinconico dei corni dei cacciatori
e dei latrati impazienti e amichevoli dei cani.

La sorella minore, eludendo la sorveglianza della balia,
sogna nel fresco del giardino a cavalcioni del leone di marmo, 
e tutto è cosí tranquillo —
nessuno ha sbagliato, non è successo niente,
solo una porta che cigola dabbasso
e il cancello di ferro dell’ orto — il lattaio deve aver portato
un recipiente di yogurt per la madre ch’è a dieta — teme di ingrassare,
e per i figli è una gioia che la madre si preoccupi di nuovo del suo peso,
che si occupi un po’ di sé, che si guardi allo specchio di tanto in tanto,
che si aggiusti la crocchia dei bei capetti folti; — lo yogurt
assume un bagliore fresco, marmoreo, azzurro
sotto il chiarore stellare e le ombre degli alberi; si sente
la voce sommessa della domestica piú giovane
che paga il latte della settimana e indugia
ricontando il resto. E il giardino,
nella parte alta, nell’angolo piú buio, ogni tanto
manda faville e bagliori, mentre nella notte
i grandi girasoli girano le spalle calde
e un vapore azzurro tremola sotto le nari delle statue,
come se le statue aspirassero in segreto le umide fragranze delle rose.

Il fratello minore è sempre nel laboratorio con i telai
a dipingere finissimi acquerelli
nello stile ornamentale di Cnosso — non ci ha mai mostrato i suoi quadri —
o nel laboratorio di ceramica a decorare piccole o grandi brocche
con linee nere o rossastre di simulata austerità
guerrieri adolescenti o ballerini completamente nascosti
dietro enormi scudi — tanto che se non guardi bene
credi che siano solo cerchi in fila, una catena nera. Il fratello maggiore
ha ormai presentato le dimissioni alla regia marina; adesso,
eternamente serio, legge nella camera accanto. Nella quiete del tempo
lo si sente voltare pagina come se aprisse una porta segreta
in un paesaggio bianco trasparente. E davvero

in quel momento si apre una porta. Arriva nostro padre.
Apparecchiano la tavola. Ci chiamano.
Scendiamo tutti per la scala interna.
Sediamo a tavola e mangiamo, sentendo fuori in cortile
i piccoli latrati dei cani e la voce del sorvegliante.

È dunque cosí semplice la vita. Cosí bella.
La madre si china sul suo piatto e piange.
Il padre le appoggia la mano sulla spalla.
“È per la felicità”, si giustifica lei.
E noi guardiamo dalle finestre aperte
la notte immensa e diafana con la luna sottile
come un dito dimenticato tra le pagine
azzurre di un libro tranquillo, chiuso.

Stasera fa un po’ fresco. È già autunno, vedete.
Domani o dopo, chiuderemo di nuovo la finestra.
Comunque, provvista di legna per il caminetto ce n’è in abbondanza,
non soltanto dai boschi, ma anche dai vecchi mobili,
porte pesanti, travi, divani, feretri, pipe, fucili,
perfino la carrozzella di legno del nonno, morto anni fa, poverino.

Se partite, dite a nostro zio, vi prego, di non preoccuparsi per noi. Stiamo bene.
Anche la morte è morbida come un materasso a cui siamo abituati,
di lana, di cotone, di piume o crine; — il materasso
ha preso la forma del nostro corpo, è comodo — una morte completamente nostra —
lei almeno non ci inganna né ci evita — è sicura,
sicuri anche noi per lei — la certezza splendida e austera.

Se invece non partite da Argo, ci farebbe un piacere immenso
riavervi di nuovo in casa nostra. Anzi, per voi schioderò una porta
per mostrarvi la sala d’armi del padre,
per mostrarvi anche quello scudo sul cui metallo nero
restano ancora stampati i riflessi di mille posizioni degli uccisi,
per mostrarvi le ditate ai sangue e la fonte del sangue
e la galleria sotterranea da cui evasero travestiti da donna
i dodici guerrieri barbuti e il loro capo pallido,
il quale, anche se morto, li guidò infallibilmente all’uscita.
Sull’altro lato è rimasta aperta l’imboccatura 
muta, profonda e oscura come un errore ignoto.

E la stella del vespro — non ci hai fatto caso? — la stella del vespro è tenera 
come la gomma  — si consuma sempre nello stesso punto
come per cancellare un nostro errore — quale errore?  —
e sfregando la gomma si sente un suono impercettibile
sopra l’errore  — che non si cancella;
briciole di carta cadono sugli alberi e scintillano;
è una distrazione piacevole  — e non ha importanza
se l’errore non si cancella; basta il moto della stella,
gentile, persistente, perenne,
come un significato primo ed estremo — ritmo; attività celeste
e pratica insieme, come quella del telaio e del verso —
va e viene, va e viene, la stella in mezzo ai cipressi,
una spola d’oro tra i lunghi fili lugubri,
che ora nasconde e ora svela il nostro errore  — no, non nostro,
errore del mondo, errore radicale  — che colpa abbiamo noi?  —
errore della nascita o della morte  — ci avete fatto caso?

le sere d’autunno sono belle  — pacificanti —
cancellano, con un senso di colpa mite e universale, le colpe di noi tutti,
stabiliscono un’amicizia segreta tra noi,
un amicizia di ritmo — sí, sí, proprio un’amicizia di ritmo, ritmica — è questo— l’andirivieni continuo,
nascita-morte, amore-sogno, azione-silenzio — è un’uscita, vi dico,
dal retro, molto oscura, che dà direttamente sul cielo —

da lí soffia una brezza, asciuga il sudore — un respiro, mio Dio, un benessere, infine,
e si odono distintamente nella notte i discorsi delle terrazze intorno
e il rumore fresco del secchio che tira su l’acqua dal pozzo del giardino,
del giardino,
e la voce sotto gli alberi, che dice: “tornerò”,
e l’ansimare del bimbo che si slaccia la scarpa per la prima volta da solo,
e il flauto dalla finestra aperta dello studente — musicista dilettante —
una musica nondimeno che sale e si congiunge
con la sublime, vana, concertata musica delle stelle.

Sí, ve lo assicuro, anche se morto, li guidò infallibilmente all’uscita —
benché sappiamo che il piú delle volte anche l’uscita
è un’altra morte, necessaria, inevitabile, scaltra.

Dite dunque allo zio di non preoccuparsi per noi
laggiú nella sua Sparta meravigliosamente disciplinata.
Noi stiamo bene qui ad Argo.
Soltanto che, lo sappia, non esiste nient’altro piú in là. Che almeno questo lo sappia.

(“Sí, sí” dissi  automaticamente, e mi alzai. Non avevo capito niente. Un senso di terrore magico si era impadronito di me, come se d’un tratto mi fossi trovato di fronte tutto il fascino e la decadenza di un’antichissima civiltà. Era ormai notte. Mi accompagnò alla scala facendomi luce con una vecchia lampada a petrolio. Che cosa aveva voluto dire? E quel morto che li accompagnò  all’uscita? Che fosse… No, ovviamente non Cristo. E la casa − non quella di Agamennone. E il  fratello minore dalle tendenze artistiche? Chi era? Non esisteva un altro fratello. E allora? A cova serviva questa casa? E io, che cosa cercavo di capire dalle parole di una pazza? Ero uscito. Camminavo in fretta, e nel sentire i miei passi mi fermai. Un  sapore aspro e inappagato mi restava in bocca, sciolto nella saliva da tutta quella oscura indeterminatezza, come se avessi morso una bacca di cipresso. Ma nello stesso tempo avvertivo qualcosa di solido, ricco, puro, che mi dava un’insolita euforia e mi faceva pensare con precisione matematica a come avrei superato facilmente le difficoltà future del mio lavoro, che finora mi sembravano insormontabili. Una luna enorme era spuntata tra i cipressi. Alle mie spalle avvertivo la massa oscura di quella casa come una tomba antica, maestosa. E, se non altro, avevo imparato almeno quello che devo e dobbiamo evitare.)

Ghiannis Ritsos

Atene, settembre 1959

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013