Incontri e agguati – Milo De Angelis

Brassaï, Le pilier du Métro Corvisart, 1934, Metropolitan Museum of Art, New York

Brassaï, Le pilier du Métro Corvisart, 1934, Metropolitan Museum of Art, New York

 

Questa sera ruota la vena
dell’universo e io esco, come vedi,
dalla mia pietra per parlarti ancora
della vita, di me e di te, della tua vita
che osservo dai grandi notturni e ti scruto e sento
un vuoto mai estinto nella fronte, un vuoto
torrenziale che ti agitava nel rosso dei giochi
e adesso ritorna e ancora ritorna
e arresta la danza delle sillabe
dove accadevi ritmicamente e tu
sei offeso da una voce monocorde e tu
perdi il gomitolo dei giorni e spezzi
la tua sola clessidra e ristagni e vorrei
aiutarti come sempre ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tra le tempie e ti castiga,
figlio mio.

*

Bella come un grido ti ritrovo
nel tintinnio delle colline
quando lottavi sul prato con i maschi
in una giovinezza di soli istanti
in un sussurro di finte e schivate
ti guardavano i rami del tiglio
e si tendono le braccia vittoriose
a tutti noi che restiamo.

*

Il tempo era il tuo unico compagno
e tra quelle anime inascoltate
vidi te che camminavi
sulla linea dei comignoli
ti aprivi le vene
tra un grammo e un altro grammo
bisbigliavi l’inno dei corpi perduti
nel turno di notte
dicevi cercatemi
cercatemi sotto le parole e avevi
una gonna azzurra e un viso
sbagliato e sulla tua mano
scrutavi una linea sola e il nulla
iniziò a prendere forma.

*

Nella nebbia serale, tra gli squilibri della mente,
sei scesa come un alleato
con il tuo sguardo matematico hai indicato
alcune grandezze, hai disegnato sull’asfalto
i minuti di un teorema ridente e ogni minuto
è un’epoca che abbraccio e tu non lasci
deserte le ore, a ognuna dai un nome
e una misura, disegni angoli, parallele
e soluzioni, dimostri che i corpi,
come un paesaggio, s’incontrano all’infinito.

*

Una lama di fosforo ti distingueva
e ti minacciava, in classe terza,
ti chiedeva ogni volta il voto più alto, l’esempio
perfetto del condottiero: sei stato tra la gloria
e il sacrificio umano
e hai scelto di non avere più nulla.
Ma oggi ti è riuscito
l’antico affondo, il pezzo di bravura,
chiamandomi per nome tra la Polfer e i sonnambuli
del binario ventidue “Ti ricordi di me?
Io abito qui”. “Ricordo quella versione
di Tucidide difficilissima. Solo tu… solo tu.”
“Toiósde men o táfos eghéneto…”
Hai ancora il guizzo
dello studente strepitoso, l’aggettivo
che si posa sul foglio e svetta, la frase
di una lingua canonica e nuova, quel tuo
tradurre all’istante a occhi socchiusi. Dove sei,
ti chiedo silenzioso. Dove siamo? I frutti
restano dentro e bruciano segreti
in un tempo lontano dalla luce,
in una giostra di libellule o in un sasso.

*

Sdraiato tra i macchinari del respiro
qualcosa in te gridava, Mario, correva in cerchio
e tornava giù in fondo, sbarrato dalle labbra,
verità che ha perso il cammino
nel rettangolo scosceso di una piastrella.
Dov’eri? Quel masso sopra la voce, quel petto
solcato dal niente: il sangue tuona
tra i pensieri, un impasto di frasi cade
sul lenzuolo. Tu vedi l’erba muta, la casa,
qualcosa di buono e lontano, qualcosa
che culla il respiro e lo fa suo, cerchi
nel tumulto una lampada sulla via, una mano
che scioglie il groviglio e riporta la dolce
voce umana dei corpi in movimento.

*

Il vento ti accompagna a ogni virata
sei la freccia innegabile che colpisce un acino d’uva
e lo conduce intatto dall’altro lato
della piscina e ci strappa via la morte
e ci porta fulminei nel visibilio
degli applausi e noi siamo la tua
cadenza, l’avvento della mano che sfiora
ogni goccia e accende la sua melodia e sussurra
l’inizio esultante di una vita che si compie.

*

“Mi sono allontanato, vedi, dal campo
delle nostre partite iridescenti
e mi troverai qui, sotto le parole:
il quaderno è stato il mio unico compagno
e ora sulla mano, vedi, c’è la linea della morte.

Solo tu puoi salvarmi, solo tu
con un tiro all’incrocio prodigioso”

*

Dolce niente
che mi hai condotto negli anni
del puro suono, quando tutto si diffondeva
dalle vaste novelle dei genitori
e il mondo sconosciuto ci chiamò…
… e tu invece, cupo niente dell’esilio,
niente delle anime senza risposta,
niente infuriato e sanguinante,
ustione del fiore reciso…
dolce niente e cupo niente
voi siete la stessa cosa per sempre.

*

… mi trovai così nell’aldilà…
… non puoi immaginare la mia meraviglia…
… io pensavo alla grande punizione divina,
pensavo all’incendio dei corpi e al tribunale dei santi
ma questo non accade… no… non accade… ci sono
scene bianche e scene mortali, ci sono alcuni corridori
al ritmo di un’immensa maratona e poi ci sono
le impronte bellissime della cantante
che impresse nel cemento i piedi nudi e c’è persino lei,
la sacra ragazzina… io la chiamo… lei sorride…
sorride ancora… e poi affonda nella risaia…

*

Un’impronta infinita di interrogazioni e di voti
ritorna in questa camera
nel gioco dei tre cuscini e delle unghie viola
non restare in silenzio, non restare
neanche per un attimo per scherzo per sfida
ti rimarrà un segno sulla fronte
lei lo vedrà, non ti amerà più, fuggirà per sempre.

*

Ora tu ritorni nella vigna,
nella vigna trovi gli antichi giudizi
e la gioia afferrata per un soffio, Angelo
Lumelli, in questo rifugio di volpi e salite
abbandoni ciò che non è stato, traduci
le grandi musiche tedesche
per noi innamorati, sei il maestro
che aggrava ogni gesto dentro se stesso
ma sorride in un ballo nuziale di moscerini.

*

Ti ritrovo alla stazione di Greco
magro come un rasoio e ulcerato da un chiodo
che tu chiamavi poesia poesia poesia
ed era l’inverno eroico di un tempo
che si oppone alla vita giocoliera… e vorrei
parlarti ma tu ti accucci in un silenzio
ferito, ti fermi sul binario tronco,
fissi il rammendo delle tue dita
con la gola secca di fendimetrazina,
e la palpebra accesa da mille frequenze
mentre la Polfer irrompe nel sonno elettrico
e riduce ogni tuo millimetro all’analisi del sangue…
… vorrei parlarti, mio unico amico, parlare solo a te
che sei entrato nel tremendo e hai camminato
sul filo delle grondaie, nella torsione muscolare
delle cento notti insonni, e ti sei salvato
per un niente… e io adesso ti rifiuto
e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato.

*

Sei tu, non c’è dubbio, riconosco
l’attacco delle tue risposte quando venivi interrogato
e le finestre del Gonzaga mostravano un cortile immenso
e tutto, fuori, assomigliava al silenzio degli olmi
scendeva un voto dalla tonaca nera e tu eri salvo
riapparivano le nostre pure voci e tu eri sommerso
di voci e si formava un’occulta melodia e c’erano
già i numeri sulla maglia, i numeri giusti per ciascuno,
e si avvicinava, con il suo sorriso vivente, il volto
della partita.

*

Rinasce in un prato di piazza Aspromonte
la vecchia contesa tra questo rettangolo
e i cavalli della mente, tra questo semplice
rettangolo terrestre e tutti gli spettri
che si affollano lì, dove il numero otto
tirò preciso a fil di palo ed entrò
in una galleria di anni e domeniche piovose
e ora regna su di noi lo sguardo di un demiurgo
che ci raccoglie nel centro della mano
e legge su quei volti il labiale di una gioia
conclusa e straripante.

*

Ti ho incontrata in un pub
di Porta Vercellina, ho visto
i battenti della porta chiudersi
troppo lentamente e la freccetta piumata
volare troppo alta e noi due
diventare un puro iato: la verità
imprime crepe sulla parete,
annerisce lo specchio
dove abbiamo brillato per un attimo
prima di essere fissati
dall’occhio vitreo delle madri.

*

Il ragazzo eterno che risiede
in te gioca e gioca ancora e insegue un pallone
che lo porta nel grande urlo dello stadio, nell’aperto
sorriso del mondo… cosa ti manca cosa cerchi in una
donna quale ombra quale segreto quale danza indefinita
che tradisce il sacro appuntamento
dell’ultimo minuto, e lo fa più lungo più breve,
più simile alla vita.

*

Guardo la tua testa sul cuscino,
guardo la sonda e la flebo farsi tempo
e contrasto tra il giorno e le pupille
e la boccetta avvelenata ormai volava
in uno splendore di notturni
e tutto divenne infinito dilemma:
nel regno chiaro della scelta tu volevi
morire, non c’è dubbio, lo volevi e hai chiamato
l’ultima ora ma lei ha risposto con un sussurro
di giovane donna dai guanti viola
e tu hai esitato.

*

“Come ha potuto mieterti così, la vita?”
“È stato un richiamo improvviso, a Chiaravalle.”
“Quale richiamo? Non ci hai detto niente.”
“Troppo forte la nebbia di febbraio. Lì dovevo andare.”
“Nessun altro motivo, nessuna persona?”
“Tutte le persone, i fiori, le montagne.”
“E quelle pastiglie nascoste nella borsa?”
“Illuminarono all’improvviso la notte.”
“E tu cosa sentivi?”
“Sentivo di svanire a poco a poco tra i fili d’erba.”
“E lo dici sorridendo?”
“Sì, la mia vita è sorridente.”

*

Dunque, amica mia, sei tu questa gioia senza dio
che giunge a un tenero golfo stamattina
e mi dice al telefono ora so ora so
che dalla fine più violenta
può scaturire questo bene, una spiga
di atomi felici dove nasco
e vedo il chiarore infantile di un sentiero e noi siamo
il frutto di un contrasto magistrale
che prepara giorno dopo giorno la lettera d’amore.

*

Inquadratura. Una donna sola,
nella dolcezza delle nebbie. Viviana. Guarda
il tramonto, mi chiama, ripete giocosa
il filo delle corse, scatta
da porta a porta, da stagione a stagione
ripete in pochi metri il tragitto dei pianeti
e poi ritorna qui, all’ingresso dell’edicola
dove l’ho conosciuta per un soffio, l’ho vista scorrere
tra le date dei giornali, l’ho perduta, ritrovata,
risorta e poi finita e culminante, come una poesia
che rinasce precipitando nel suo bianco.

Milo De Angelis

da “Incontri e agguati”, “Lo Specchio” Mondadori, Milano, 2015

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