Sono una stella – Hermann Hesse

Ivan Aivazovsky, Tempest by Sounion, 1856

Ivan Aivazovsky, Tempest by Sounion, 1856

 

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nel proprio ardore.

Io sono il mare di notte in tempesta
il mare urlante che accumula nuovi
peccati e agli antichi rende mercede.

Sono dal vostro mondo esiliato
di superbia educato, dalla superbia frodato,
io sono il re senza corona.

Son la passione senza parole
senza pietre del focolare, senz’arma nella guerra,
è la mia stessa forza che mi ammala.

Hermann Hesse

(Traduzione di Mario Specchio)

da “Hermann Hesse, Poesie”, Guanda, Parma, 1978 

***

Ich bin ein Stern

Ich bin ein Stern am Firmament,
Der die Welt betrachtet, die Welt verachtet,
Und in der eignen Glut verbrennt.

Ich bin das Meer, das nächtens stürmt,
Das klagende Meer, das opferschwer
Zu alten Sünden neue türmt.

Ich bin von Eurer Welt verbannt
Vom Stolz erzogen, vom Stolz belogen,
Ich bin der König ohne Land.

Ich bin die stumme Leidenschaft,
Im Haus ohne Herd, im Krieg ohne Schwert,
Und krank an meiner eignen Kraft.

Hermann Hesse

da “Die Gedichte”, Suhrkamp, 1947

Estate – Cesare Pavese

Edward Hopper, Summertime, 1943

Edward Hopper, Summertime, 1943

 

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

Cesare Pavese

[3-10 settembre 1940]

da “Lavorare stanca” (1936-1943), in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Abbandono – Valentino Zeichen

Edward Hopper, Nighthawks, 1942, Art Institute of Chicago, (dettaglio)

Edward Hopper, Nighthawks, 1942, Art Institute of Chicago, (dettaglio)

 

I suoi addii echeggiano
nella lontana memoria
simili a colpi d’automatica.
Da molti anni agonizzo
senza smettere di morire,
al pari degli immortali,
ma questa è una menzogna
essendo un morto vivente
come nelle più scadenti
pellicole di genere horror.
Anche la qualità del mio dolore
si è fatta scadente.

Valentino Zeichen

da “D’amore e d’altro”, in  “Metafisica tascabile”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997

«Prima del triste e difficile addio» – Nina Nikolaevna Berberova

Carl Vilhelm Holsøe, Girl Reading in a Sunlit Room

Carl Vilhelm Holsøe, Girl Reading in a Sunlit Room

 

P. P. M.

Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà un altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.

In un altro paese, nell’esilio lontano
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.

E tu leggi come il pensiero mi ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.

Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole –
di più da te non mi è dato.

Nina Nikolaevna Berberova

Berlino, 1923

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale. Poesie 1921-1933”, Passigli Poesia, 2004

***

П. П. М.

Перед еред разлукой горестной и трудной
Не говори, что встрече не бывать
Есть у меня таинствеиный и чудный
Дар о себе тебе напоминать.

В чужом краю, в изгнании далеком,
Когда-нибудь, когда придет пора,
Я повторю тебя одним намеком,
Одним стихом, движением пера.

А ты прочти, как мысль мне возвратила
И прежние слова твои, и тень,
Узнай вдали, как я преобразила
Сегодняшний или вчерашний день.

Какой еще для нас ты хочешь встречи?
Я отдаю тебе одной строкой
Твои шаги, поклоны, взгляды, речи –
А большего мне не дано тобой.

Нина Николаевна Берберова

Енрих, 1923

da “Стихи, 1921-1983”, New York: Russica Publishers, 1984

La terza Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Anka Zhuravleva

Foto di Anka Zhuravleva

   

    Altro è cantar l’amata. Ed altro, ahimè,
quel fluviale Iddio peccaminoso
sprofondato nel sangue.
Il giovine che suo, ella, da lungi
con l’anima ravvisa,
nulla, egli stesso, sa del Dio d’ebbrezza,
che dentro lui talvolta
(innanzi lo placasse la fanciulla;
o come se non fosse stata mai)
il suo capo divino sollevava
dai gorghi di quel sangue solitario,
scatenando la notte a un infinito
tumulto di bufere.
O Nettuno del sangue! O minaccioso
tridente dell’Iddio!
O buio vento, da quel petto, quasi
da ritorta conchiglia!
Odi come la notte si divalla
e s’incaverna… O stelle,
non proviene da voi la bramosia,
che al vólto amato il giovine sospinge?
E lo sguardo, con cui sonda e percorre
gli abissi delle limpide pupille,
oh non proviene
dalla sublime purità degli astri?

     O fanciulla, non tu;
né tu, sua madre, — gli tendeste
allora l’arco scattante delle sopracciglia
in quel cupido agguato.
Non al contatto delle labbra tue,
si piegò la sua bocca in quella curva
ch’è piú feconda di golosi frutti.
Davvero credi, che cosí lo avrebbe
squassato in ogni fibra il passo tuo
al primo sopraggiungere,
lieve come la brezza del mattino?
Il cuore, sí, gli empisti di sgomento.
Ma perché remotissime paure,
all’urto non atteso,
in lui precipitarono ridèste.
Chiamalo!… E, ahimè, da quell’oscuro mondo
interamente non potrai strapparlo…
Certo, egli anela evaderne.
Fatto piú lieve,
alle penombre del tuo cuore occulte
si avvezza già. Ne attinge. E vi si forma.
Ma quando incominciò?
Piccolo tu lo generavi, madre.
Ebbe, da te, principio. E ti fu nuovo.
Sovra quegli occhi appena appena schiusi,
il mondo amico,
piegandoti su lui, madre, inarcavi:
e ne bandivi il cupo mondo ostile.
Dove fuggito è il tempo,
in cui bastava la tua forma snella
ad annientargli il tempestoso caos?
Oh, quanti orrori, nascondesti a lui!
Il tenebrore della stanza infida,
colma di agguati a notte,
innocuo gli rendevi. E dal tuo cuore,
riboccante di placidi rifugi,
spazii piú umani confondesti, allora,
a’ suoi notturni spazii.
Non nell’oscurità, ma dentro il cerchio
del tuo stesso respiro,
sollevavi la lampada notturna,
che ribrillava del tuo stesso affetto.
Non uno scricchiolío, che non chiarivi
col tuo sorriso al figlio,
come se prevedessi ormai da tempo
quando crepiterebbe il secco legno.
Egli origliava, e si facea tranquillo.
Tanto potevi tu, solo sorgendo
tenera innanzi a lui!… Dietro lo stipo
si rifugiava allora ammantellato
il suo Destino. E si acquattava tutto
di tra le pieghe della tenda buia,
ora ravvolta, il suo Destino incerto.

     Ed egli?
Come giaceva piú leggiero, adesso,
sotto le grevi palpebre già chiuse
sciogliendo piano la dolcezza lenta
delle tue lievi forme
entro il sapore di quel greve sonno!
Difeso, egli parea… Ma dentro? Dentro,
chi respingeva, chi frenava in lui
l’onda ancestrale?
Ahi! L’incauto dormiva… Ma dormiva,
preda di sogni e febbri…
Incautamente, abbandonato al sonno.
L’essere nuovo, trepido, sgomento,
come irretito
era di già dentro il perenne crescere
d’íntimi eventi: tortili liane,
strette nel chiuso soffocante intreccio
d’infinita ramaglia,
saettata da sagome di belve!
Ed egli, incauto, si lasciava andare…
Amava quel suo íntimo mistero:
quella selvaggia primigenia selva,
sovra il cui muto crollo
s’ergea, raggiando di una luce verde,
alto il suo cuore.
L’amava… Poi, lo abbandonò: scendendo,
dalle proprie radici, entro i possenti
gorghi delle sue origini profonde,
ove il piccino evento
della nascita sua, —  era trasceso.
Amando,
si profondò nel piú vetusto sangue:
entro le gole in cui, sazio dei padri,
il Tremendo giaceva… Ed ogni orrore
lo riconobbe, súbito ammiccando
in un cenno d’intesa…
Gli sorridea cosí, che poche volte
ebbe da te piú tenero sorriso.
E come, allora, non amarlo, — madre?
Prima di te, lo amò. Ché mentre in grembo
tu lo portavi già, l’Orrore già
era disciolto entro quel dolce siero,
che fa piú lieve il germinante seme.
Guarda! Noi non amiamo — come i fiori —
nel succhio breve di un’annata sola.
Ma ci sale alle braccia, quando amiamo,
la linfa di stagioni immemorabili.
Fanciulla, ecco il mistero!
Oh non amammo, dentro noi, l’amore
che sarebbe venuto:
ma il nostro innumerevole fermento.
Non il figlio a venire. Ma quei padri,
che quasi frane di montagne dormono
giú nel fondo di noi: ma il secco greto
delle madri remote;
ma tutto il paesaggio silenzioso,
sotto il Destino nuvolo o sereno…
Fanciulla, ecco il mistero.
Ed il mistero fu, prima di te.

    E tu, che sai?
In colui che ti amava, prenatali
epoche antiche suscitavi a vita.
E quali sensi, si scavaron su,
verso la luce, tramiti di sbocco
da quegli esseri morti?
Quali mai donne
ti odiarono colà? Quali mai cupi
uomini sollevasti, ora, di nuovo
pei rami delle giovani tue vene?
Bimbi defunti, in ànsito di vita,
ecco, si protendean verso di te.

    Oh lievemente, lievemente, adesso,
ripeti innanzi a lui soltanto un gesto
rassicurante della tua fatica,
ch’è d’ogni giorno.
Accompàgnalo là, lungo il respiro
del placido giardino.
Dàgli il trabocco delle notti immenso!

    Rattienilo, fanciulla…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die dritte Elegie

Eines ist, die Geliebte zu singen. Ein anderes, wehe,
jenen verborgenen schuldigen Fluß-Gott des Bluts.
Den sie von weitem erkennt, ihren Jüngling, was weiß er
selbst von dem Herren der Lust, der aus dem Einsamen oft,
ehe das Mädchen noch linderte, oft auch als wäre sie nicht,
ach, von welchem Unkenntlichen triefend, das Gotthaupt
aufhob, aufrufend die Nacht zu unendlichem Aufruhr.
O des Blutes Neptun, o sein furchtbarer Dreizack.
O der dunkele Wind seiner Brust aus gewundener Muschel.
Horch, wie die Nacht sich muldet und höhlt. Ihr Sterne,
stammt nicht von euch des Liebenden Lust zu dem Antlitz
seiner Geliebten? Hat er die innige Einsicht
in ihr reines Gesicht nicht aus dem reinen Gestirn?

Du nicht hast ihm, wehe, nicht seine Mutter
hat ihm die Bogen der Braun so zur Erwartung gespannt.
Nicht an dir, ihn fühlendes Mädchen, an dir nicht
bog seine Lippe sich zum fruchtbarern Ausdruck.
Meinst du wirklich, ihn hätte dein leichter Auftritt
also erschüttert, du, die wandelt wie Frühwind?
Zwar du erschrakst ihm das Herz; doch ältere Schrecken
stürzten in ihn bei dem berührenden Anstoß.
Ruf ihn… du rufst ihn nicht ganz aus dunkelem Umgang.
Freilich, er will, er entspringt; erleichtert gewöhnt er
sich in dein heimliches Herz und nimmt und beginnt sich.
Aber begann er sich je?
Mutter, du machtest ihn klein, du warsts, die ihn anfing;
dir war er neu, du beugtest über die neuen
Augen die freundliche Welt und wehrtest der fremden.
Wo, ach, hin sind die Jahre, da du ihm einfach
mit der schlanken Gestalt wallendes Chaos vertratst?
Vieles verbargst du ihm so; das nächtlich-verdächtige Zimmer
machtest du harmlos, aus deinem Herzen voll Zuflucht
mischtest du menschlichern Raum seinem Nacht-Raum hinzu.
Nicht in die Finsternis, nein, in dein näheres Dasein
hast du das Nachtlicht gestellt, und es schien wie aus Freundschaft.
Nirgends ein Knistern, das du nicht lächelnd erklärtest,
so als wüßtest du längst, wann sich die Diele benimmt…
Und er horchte und linderte sich. So vieles vermochte
zärtlich dein Aufstehn; hinter den Schrank trat
hoch im Mantel sein Schicksal, und in die Falten des Vorhangs
paßte, die leicht sich verschob, seine unruhige Zukunft.

Und er selbst, wie er lag, der Erleichterte, unter
schläfernden Lidern deiner leichten Gestaltung
Süße lösend in den gekosteten Vorschlaf -:
schien ein Gehüteter… Aber innen: wer wehrte,
hinderte innen in ihm die Fluten der Herkunft?
Ach, da war keine Vorsicht im Schlafenden; schlafend,
aber träumend, aber in Fiebern: wie er sich ein-ließ.
Er, der Neue, Scheuende, wie er verstrickt war,
mit des innern Geschehns weiterschlagenden Ranken
schon zu Mustern verschlungen, zu würgendem Wachstum, zu tierhaft
jagenden Formen. Wie er sich hingab –. Liebte.
Liebte sein Inneres, seines Inneren Wildnis,
diesen Urwald in ihm, auf dessen stummem Gestürztsein
 lichtgrün sein Herz stand. Liebte. Verließ es, ging die
eigenen Wurzeln hinaus in gewaltigen Ursprung,
wo seine kleine Geburt schon überlebt war. Liebend
stieg er hinab in das ältere Blut, in die Schluchten,
wo das Furchtbare lag, noch satt von den Vätern. Und jedes
Schreckliche kannte ihn, blinzelte, war wie verständigt.
Ja, das Entsetzliche lächelte… Selten
hast du so zärtlich gelächelt, Mutter. Wie sollte
er es nicht lieben, da es ihm lächelte. Vor dir
hat ers geliebt, denn, da du ihn trugst schon,
war es im Wasser gelöst, das den Keimenden leicht macht.

Siehe, wir lieben nicht, wie die Blumen, aus einem
einzigen Jahr; uns steigt, wo wir lieben,
unvordenklicher Saft in die Arme. O Mädchen,
dies: daß wir liebten in uns, nicht Eines, ein Künftiges, sondern
das zahllos Brauende; nicht ein einzelnes Kind,
sondern die Väter, die wie Trümmer Gebirgs
uns im Grunde beruhn; sondern das trockene Flußbett
einstiger Mütter -; sondern die ganze
lautlose Landschaft unter dem wolkigen oder
 reinen Verhängnis -: dies kam dir, Mädchen, zuvor.

Und du selber, was weißt du -, du locktest
Vorzeit empor in dem Liebenden. Welche Gefühle
wühlten herauf aus entwandelten Wesen. Welche
Frauen haßten dich da. Wasfür finstere Männer
regtest du auf im Geäder des Jünglings? Tote
Kinder wollten zu dir… O leise, leise,
tu ein liebes vor ihm, ein verläßliches Tagwerk, – führ ihn
nah an den Garten heran, gieb ihm der Nächte
Übergewicht…
                              Verhalt ihn…

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

«Estranea m’è la lana rugginosa della chioma» – Yvan Goll

Foto di Josephine Cardin

Foto di Josephine Cardin

 

Estranea m’è la lana rugginosa della chioma
E quasi ostile l’ubbidienza del muscolo nel braccio

Ma com’è familiare e devota
La torsione del tuo collo vicino
A me appartiene anche
La freccia degli uccelli migratori
Nel tuo occhio nuvoloso
Scoccata cosí sicura nella mia mente che scoppia
A rapirmi il sangue fiottante

Come adattata alle mie mani
La tenera curva della tua spina dorsale
Le tue ali appena visibili
Fatte di vanni di uccelli infranti
E il tuo corpo plasmato di neve

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

***

Fremd ist mir meines Haupthaars rostige Wolle
Und feindlich fast des Muskels Gehorsam im Arm

Doch wie bekannt und hingegeben
Die Wendung deines nahen Halses
Mir zugehörig auch
Der Pfeil der Zugvögel
In deinem wolkigen Aug
Wie zielbewußt in meine berstende Stirn gesendet
Mich meines wogenden Blutes beraubend

Wie meinen Händen eingefühlt
Die zarte Neigung deines Rückgrats
Deine kaum sichtbaren Flügel
Gefügt aus den Schwingen zerbrochener Vögel
Und dein Körper geknetet aus Schnee

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

La seconda Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Anka Zhuravleva

Foto di Anka Zhuravleva

   

   E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Lo so. Ma non desiste
dall’invocarvi trepido il mio canto,
o dell’anima, voi, quasi mortali
alígeri tremendi… Ove scomparvero
i tempi di Tobía, quando sostava
un Angelo raggiante,
fra i piú raggianti delle vostre schiere,
presso l’umile soglia;
e, travestito là da pellegrino,
piú non parea terribile agli sguardi
curiosi del giovine, che solo
vi ravvisava un giovine compagno.
Se il periglioso Arcangelo,
dalle stelle rompendo, ora movesse
solo di un poco a scendere fra noi,
in sussulto di battiti convulsi
ci abbatterebbe al suolo il nostro cuore.
Angeli, e voi chi siete?

   Primi Beati. Prediletti, eterni,
dell’universo. Teorie sublimi
di gioghi alpestri. Creste porporine
d’ogni cosa creata, ad ogni aurora.
Pollini del Divino rifiorente.
Giunture della Luce. Itinerarii.
Troni. Scalèe.
Spazia essenziali. Scudi di delizia.
Tumulti di tripudio tempestoso….
E poi, repente, — ad uno ad uno — specchi
che la loro bellezza defluita
riattingono su, nel proprio vólto.

   Ahi ! Nel sentire, noi ci disperdiamo
esalandoci via. Da bragia a bragia,
con un sempre piú debole profumo.
E se una voce, innamoratamente,
rimormora: « Mi sei, tutto, nel sangue.
Si ricolma di te tutta la stanza,
tutta la primavera… », a che ti giova?
Oh non riesce a trattenerti in sé,
l’innamorato cuore:
e tu sparisci dentro e intorno a lui.
… E la bellezza, come trattenerla?
Ripullula, dall’íntimo, sui vólti
in riflesso di luce inesauribile,
che inesauribilmente si rispenge.

Quasi rugiada in erba mattutina,
svapora su da noi la nostra essenza:
come il tepore, su dal caldo pane.
Ci abbandona un sorriso… E dove fugge?
E dove fuggi tu, sguardo, improvvisa 
onda, balzante su dal nostro cuore?
Ed eravamo, tutti, in quel sorriso:
in quello sguardo, tutti…
Ma forse, almeno, l’infinito spazio
in cui ci disperdiamo,
ha sapore di noi?
E gli Angeli risuggono soltanto
l’essenza che fluí nei nostri cuori
dall’abbondanza loro;
o, per abbaglio, mista a quell’essenza,
anche qualcosa della nostra essenza?
E non si mesce un poco ai loro vólti,
come sul vólto alle future madri,
quel senso d’ineffabile prodigio?
Né la ravvisa alcuno (e non potrebbe!)
coinvolta nei turbini del gorgo,
che gli ritorna dentro.

     Gli Amanti solamente, ove sapessero,
potrebbero, nell’ètere notturno,
un linguaggio parlar maraviglioso.
Ché tutto sembra, allora,
dissimularci, attorno.
Guarda! Gli alberi, sono. E ancóra stanno
le case ove abitiamo.
Ma noi su tutto si trasvola via,
come uno scambio di correnti aeree.
Ogni cosa congiura a rinnegarci.
Per vergogna di noi. Quando non sia
per una inesprimibile speranza.

    Amanti, o voi beatamente fusi
l’uno nell’altro, — io vi domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Vi avviticchiate. Ma nel vostro abbraccio,
siete certi di essere?
Vedete? Accade a me che, strette a volte
l’una con l’altra
prendan di sé coscienza le mie mani;
o che, corroso dalla vita, adesso
trovi in quelle rifugio il vólto mio.
E chi, solo per ciò, si attenterebbe
di vantarsi vivente?
Ma voi, che nella voluttà dell’altro
dismisuratamente vi accrescete,
fino al grido che supplica: Non piú;
voi, che sotto le cupide carezze
vi fate ricchi come per vendemmia
vigneti opimi;
e poi, mancate alfine, solamente
perché dolce è soccombere a quell’altro,
che vi soverchia;
a voi, domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Lo so. Vi bea la trepida carezza,
che la potenza ha in sé di trattenere.
Non dileguano via le dolci carni,
su cui teneramente si depone.
E, dentro, vi trascorre — e lo avvertite —
la durata purissima del tempo.
E l’abbraccio, cosí, promessa sembra
a voi di eternità…
… Ma poi che abbiate vinto
il trepidar dei primi sguardi,
il primo anelito di attesa al davanzale,
e la dolcezza di quel vostro andare,
la prima volta, stretti in un giardino;
amanti, siete voi gli Amanti ancóra?
Quando l’un l’altro
vi portate alle labbra e vi bevete
— coppa che ad altra coppa si disseta —
nell’atto di quel bere avidamente,
le vostre essenze, entrambe, si dissolvono.

    Non vi stupiva, sulle stele attiche,
la cautela ai gesti umani infusa?
Non posavan leggieri, sovra gli òmeri,
e l’Amore e il Distacco lievemente,
quasi li componesse un soffio etèreo,
e non l’odierno peso?
Rammentate le mani, imponderabili
nel gesto del posarsi,
mentre un vigore enorme i corpi impenna?
Dominatori di se stessi, i Greci
intendevano dire: « Il nostro regno,
giunge fin qui. E solamente questo,
è il modo di toccar che ci compete.
La mano degli Dei preme piú forte.
Ma è forza che pertiene ai Numi soli ».
Potessimo anche noi, cosí, trovare
una sostanza umana,
tutta pura, arrendevole, sottile;
un nostro lembo di terra feconda
di tra la roccia e il fiume!
Ché sempre, come quelli, ci trascende
il nostro cuore. E noi piú non possiamo
seguirlo con lo sguardo entro figure
ove si plachi, né in divini corpi
in cui piú grande, moderato, cresca.

 Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Dier zweite Elegie

Jeder Engel ist schrecklich. Und dennoch, weh mir,
ansing ich euch, fast tödliche Vögel der Seele,
wissend um euch. Wohin sind die Tage Tobiae,
da der Strahlendsten einer stand an der einfachen Haustür,
zur Reise ein wenig verkleidet und schon nicht mehr furchtbar;
(Jüngling dem Jüngling, wie er neugierig hinaussah).
Träte der Erzengel jetzt, der gefährliche, hinter den Sternen
eines Schrittes nur nieder und herwärts: hochauf-
schlagend erschlüg uns das eigene Herz. Wer seid ihr?

Frühe Geglückte, ihr Verwöhnten der Schöpfung,
Höhenzüge, morgenrötliche Grate
aller Erschaffung, – Pollen der blühenden Gottheit,
Gelenke des Lichtes, Gänge, Treppen, Throne,
Räume aus Wesen, Schilde aus Wonne, Tumulte
stürmisch entzückten Gefühls und plötzlich, einzeln,
Spiegel: die die entströmte eigene Schönheit
wiederschöpfen zurück in das eigene Antlitz.

Denn wir, wo wir fühlen, verflüchtigen; ach wir
atmen uns aus und dahin; von Holzglut zu Holzglut
geben wir schwächern Geruch. Da sagt uns wohl einer:
ja, du gehst mir ins Blut, dieses Zimmer, der Frühling
füllt sich mit dir . . . Was hilfts, er kann uns nicht halten,
wir schwinden in ihm und um ihn. Und jene, die schön sind,
o wer hält sie zurück? Unaufhörlich steht Anschein
auf in ihrem Gesicht und geht fort. Wie Tau von dem Frühgras
hebt sich das Unsre von uns, wie die Hitze von einem
heißen Gericht. O Lächeln, wohin? O Aufschaun:
neue, warme, entgehende Welle des Herzens –;
weh mir: wir sinds doch. Schmeckt denn der Weltraum,
in den wir uns lösen, nach uns? Fangen die Engel
wirklich nur Ihriges auf, ihnen Entströmtes,
oder ist manchmal, wie aus Versehen, ein wenig
unseres Wesens dabei? Sind wir in ihre
Züge so viel nur gemischt wie das Vage in die Gesichter
schwangerer Frauen? Sie merken es nicht in dem Wirbel
ihrer Rückkehr zu sich. (Wie sollten sie’s merken.)

Liebende könnten, verstünden sie’s, in der Nachtluft
wunderlich reden. Denn es scheint, daß uns alles
verheimlicht. Siehe, die Bäume sind; die Häuser,
die wir bewohnen, bestehn noch. Wir nur
ziehen allem vorbei wie ein luftiger Austausch.
Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

Liebende, euch, ihr in einander Genügten,
frag ich nach uns. Ihr greift euch. Habt ihr Beweise?
Seht, mir geschiehts, daß meine Hände einander
inne werden oder daß mein gebrauchtes
Gesicht in ihnen sich schont. Das giebt mir ein wenig
Empfindung. Doch wer wagte darum schon zu sein?
Ihr aber, die ihr im Entzücken des anderen
zunehmt, bis er euch überwältigt
anfleht: nicht mehr –; die ihr unter den Händen
euch reichlicher werdet wie Traubenjahre;
die ihr manchmal vergeht, nur weil der andre
ganz überhand nimmt: euch frag ich nach uns. Ich weiß,
ihr berührt euch so selig, weil die Liebkosung verhält,
weil die Stelle nicht schwindet, die ihr, Zärtliche,
zudeckt; weil ihr darunter das reine
Dauern verspürt. So versprecht ihr euch Ewigkeit fast
von der Umarmung. Und doch, wenn ihr der ersten
Blicke Schrecken besteht und die Sehnsucht am Fenster,
und den ersten gemeinsamen Gang, ein Mal durch den Garten:
Liebende, seid ihrs dann noch? Wenn ihr einer dem andern
euch an den Mund hebt und ansetzt –: Getränk an Getränk:
o wie entgeht dann der Trinkende seltsam der Handlung.

Erstaunte euch nicht auf attischen Stelen die Vorsicht
menschlicher Geste? war nicht Liebe und Abschied
so leicht auf die Schultern gelegt, als wär es aus amderm
Stoffe gemacht als bei uns? Gedenkt euch der Hände,
wie sie drucklos beruhen, obwohl in den Torsen die Kraft steht.
Diese Beherrschten wußten damit: so weit sind wirs,
dieses ist unser, uns so zu berühren; stärker
stemmen die Götter uns an. Doch dies ist Sache der Götter.

Fänden auch wir ein reines, verhaltenes, schmales
Menschliches, einen unseren Streifen Fruchtlands
zwischen Strom und Gestein. Denn das eigene Herz übersteigt uns
noch immer wie jene. Und wir können ihm nicht mehr
nachschaun in Bilder, die es besänftigen, noch in
göttliche Körper, in denen es größer sich mäßigt.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923