La sentenza – Anna Andreevna Achmatova

Anna Achmatova 3

 

E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l’anima impietrisca,
occorre imparare di nuovo a vivere.

Se no… Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.

Anna Andreevna Achmatova

Estate 1939. Casa della Fontanka.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “Requiem” (1935-1940), in “Anna Achmatova, La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

***
VII.

ПРИГОВОР

И упало каменное слово
На мою еще живую грудь.
Ничего, ведь я была готова,
Справлюсь с этим как-нибудь.

У меня сегодня много дела:
Надо память до конца убить,
Надо, чтоб душа окаменела,
Надо снова научиться жить.

А не то… Горячий шелест лета
Словно праздник за моим окном.
Я давно предчувствовала этот
Светлый день и опустелый дом.

А́нна Андре́евна Ахма́това

22 июня 1939, Фонтанный Дом

I vostri nomi – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Ieri sono passato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassú
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.

Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo piú alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.

E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

«Se mi chiamassi, sí,» – Pedro Salinas

Foto di Helmut Newton

Foto di Helmut Newton

 

[IV]

Se mi chiamassi, sí,
se mi chiamassi!
 
Io lascerei tutto,
tutto io getterei:
i prezzi, i cataloghi,
l’azzurro dell’oceano sulle carte,
i giorni e le loro notti,
i telegrammi vecchi
e un amore.
Tu, che non sei il mio amore,
se mi chiamassi!
 
E ancora attendo la tua voce:
giú per i telescopi,
dalla stella,
attraverso specchi e gallerie
ed anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
– se mi chiamassi, sí, se mi chiamassi! –
sarà da un miracolo,
ignoto, senza vederlo.
 
Mai dalle labbra che ti bacio,
mai
dalla voce che dice: «Non te ne andare ».
 
Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979
 
***

[IV]

¡Si me llamaras, sí 
si me llamaras!

Lo dejaría todo,
todo lo tiraría:
los precios, los catálogos,
el azul del océano en los mapas,
los días y sus noches,
los telegramas viejos
y un amor.
Tú, que no eres mi amor,
¡si me llamaras!

Y aún espero tu voz:
telescopios abajo,
desde la estrella,
por espejos, por túneles,
por los años bisiestos
puede venir. No sé por dónde.
Desde el prodigio, siempre.
Porque si tú me llamas
—¡si me llamaras, sí, si me llamaras!—
será desde un milagro,
incógnito, sin verlo.

Nunca desde los labios que te beso,
nunca
desde la voz que dice: «No te vayas.»
 
Pedro Salinas
 
da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Non recidere, forbice, quel volto… – Eugenio Montale

Luigi Lucioni, Mili Monti, 1941, Spanierman Gallery, NYC

Luigi Lucioni, Mili Monti, 1941, Spanierman Gallery, NYC

 

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Eugenio Montale

da “Le occasioni”, Einaudi, Torino, 1939

Il cielo – Wisława Szymborska

Eugène Boudin, Nuages blancs, ciel blu, Honfleur, vers 1859

Eugène Boudin, Nuages blancs, ciel blu, Honfleur, vers 1859

 

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

***

Niebo

Od tego trzeba było zacząć: niebo.
Okno bez parapetu, bez futryn, bez szyb.
Otwór i nic poza nim,
ale otwarty szeroko.

Nie muszę czekać na pogodną noc,
ani zadzierać głowy,
żeby przyjrzeć się niebu.
Niebo mam za plecami, pod ręką i na powiekach.
Niebo owija mnie szczelnie
i unosi od spodu.

Nawet najwyższe góry
nie są bliżej nieba
niż najgłębsze doliny.
Na żadnym miejscu nie ma go więcej
niż w innym.
Obłok równie bezwzględnie
przywalony jest niebem co grób.
Kret równie wniebowzięty
jak sowa chwiejąca skrzydłami.
Rzecz, która spada w przepaść,
spada z nieba w niebo.

Sypkie, płynne, skaliste,
rozpłomienione i lotne
połacie nieba, okruszyny nieba,
podmuchy nieba i sterty.
Niebo jest wszechobecne
nawet w ciemnościach pod skórą.

Zjadam niebo, wydalam niebo.
Jestem pułapką w pułapce,
zamieszkiwanym mieszkańcem,
obejmowanym objęciem,
pytaniem w odpowiedzi na pytanie.

Podział na ziemię i niebo
to nie jest właściwy sposób
myślenia o tej całości.
Pozwala tylko przeżyć
pod dokładniejszym adresem,
szybszym do znalezienia,
jeślibym była szukana.
Moje znaki szczególne
to zachwyt i rozpacz.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a 5, Poznań, 1993

«Sa morire cosí solo un uccello» – Jaroslav Seifert

Angelo Delle Fratte, dalla serie "Gocce di rugiada"

Angelo Delle Fratte, dalla serie “Gocce di rugiada”

 

X.

Sa morire cosí solo un uccello
e cade a piombo dentro la rugiada.
Nessuno racconta come gli accada,
e non sanno di questo né di quello.

Forse cadde ad alte nubi, un anello
di fiamma da una làvica contrada.
Sa morire cosí solo un uccello,
e cade a piombo dentro la rugiada.

Di cenere era il terreno mantello,
fra i mendicanti una carcassa brada,
ma varcò il buio ed ebbe il suggello,
la gloria e la luce che mai dirada.

Sa morire cosí solo un uccello.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “Mozart a Praga” 1951, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

X.

Tak umí umřít jenom pták
a padá střemhlav v rosu trávy.
Vždyť nikdo o tom nevypráví,
nevědí ani kdy a jak.

Možná že padal do oblak
jak plamen rozžhavené lávy.
Tak umí umřít jenom pták
a padá střemhlav v rosu trávy.

A s žebráky jak lidský vrak
šat z hlíny měl jen popelavý,
když prošel tmou a vcházel pak
už přímo do světel a slávy.

Tak umí umřít jenom pták.

Jaroslav Seifert

da “Mozart v Praze: třináct rondeaux”, Československý spisovatel, 1956

Assenza – Jorge Luis Borges

Edward Steichen, Greta Garbo

Edward Steichen, Greta Garbo

 

Dovrò di nuovo erigere la vasta vita,
specchio di te ancora:
dovrò ricostruirla ogni mattina.
Ora che non ci sei, 
quanti luoghi son diventati vani
e senza senso, uguali
a lampade di giorno.
Sere che ti hanno accolto come nicchie,
musiche dove trovavo te ad attendermi,  
parole di quel tempo,
dovrò distruggervi con questa mani.
In quale baratro potrò celare l’anima
perché non veda la tua assenza,
fulgida come  un sole orribile
che non tramonta mai, spietata, eterna?
La tua assenza mi sta attorno
come la corda al collo, 
come il mare a chi affoga.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, Milano, 2010

***

Ausencia 

Habré de levantar la vasta vida
que aún ahora es tu espejo:
cada mañana habré de reconstruirla.
Desde que te alejaste,
cuántos lugares se han tornado vanos
y sin sentido, iguales
a luces en el día.
Tardes que fueron nicho de tu imagen,
músicas en que siempre me aguardabas,
palabras de aquel tiempo,
yo tendré que quebrarlas con mis manos.
En qué hondonada esconderé mi alma
para que no vea tu ausencia
que como un sol terrible, sin ocaso,
brilla definitiva y despiadada?
Tu ausencia me rodea
como la cuerda a la garganta,
el mar al que se hunde.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Serrantes, Buenos Aires, 1923