La sonata al chiaro di luna – Ghiannis Ritsos

Foto di Rebecca Litchfield

Foto di Rebecca Litchfield

 

(Sera primaverile. Grande stanza di una vecchia casa. Una donna anziana, vestita di nero, parla a un giovane. Non hanno acceso la luce. Dalle due finestre entra un implacabile chiaro di luna. Ho dimenticato di dire che la Donna in Nero ha pubblicato due o tre interessanti raccolte di versi di ispirazione religiosa. Dunque, la Donna in Nero parla al Giovane):
 

Lasciami venire con te. Che luna stasera! 
La luna è buona – non si vedrà 
che si sono imbiancati i miei capelli. La luna 
me li farà di nuovo biondi. Non te ne accorgerai. 
Lasciami venire con te. 

Con la luna ingrandiscono le ombre nella casa, 
mani invisibili tirano le tende, 
un dito pallido scrive sulla polvere del piano 
parole dimenticate – non le voglio sentire. Taci. 

Lasciami venire con te 
poco piú avanti, fino al recinto del mattonificio, 
fin dove la strada svolta e appare 
la città d’aria e di cemento, calcinata dal chiaro di luna, 
cosí indifferente e immateriale 
cosí positiva, quasi metafisica, 
che puoi finalmente credere che esisti e non esisti 
che non sei mai esistito, non è esistito il tempo con la sua rovina. 
Lasciami venire con te. 

Ci sederemo un poco sul muretto, sull’altura, 
rinfrescandoci al vento di primavera 
forse immagineremo pure di volare, 
perché spesso, e perfino ora, sento il fruscío della mia veste 
che pare il battito di due ali forti, 
e quando ti chiudi in questo rumore del volo 
senti tendersi il collo, i fianchi, la tua carne, 
e cosí stretto nei muscoli del vento azzurro, 
nei nervi robusti dell’altezza, 
non ha importanza che tu parta o torni 
né conta che i miei capelli siano bianchi 
(non è questo che mi dà pena – mi dà pena 
che non mi s’imbianchi anche il cuore). 
Lasciami venire con te. 

Lo so, ciascuno cammina solo verso l’amore, 
solo verso la gloria e la morte. 
Lo so. L’ho provato. Non giova a niente. 
Lasciami venire con te. 

Questa casa è abitata dai fantasmi, mi scaccia –
voglio dire ch’è invecchiata molto, i chiodi si staccano, 
i quadri è come se si tuffassero nel vuoto, 
gli intonaci cadono in silenzio
come il cappello del morto cade dall’attaccapanni nel corridoio scuro 
come il guanto di lana consunto cade dalle ginocchia del silenzio 
o come una striscia di luna cade sulla vecchia poltrona sventrata. 

Un tempo era giovane anche lei – non la foto che guardi con tanta diffidenza, 
parlo della poltrona, cosí riposante, potevi sedertici per ore 
e a occhi chiusi sognare a tuo piacimento
– un arenile umido e liscio, lucido per la luna, 
piú lucido delle mie vecchie scarpe di coppale che ogni mese porto dal lustrascarpe qui all’angolo, 
o della vela di un pescatore che si perde sul fondo cullata dal proprio respiro, 
una vela triangolare come un fazzoletto piegato di traverso 
come se non avesse nulla da chiudere o da contenere 
o da salutare sventolando. Ho sempre avuto la mania dei fazzoletti, 
non per tenervi ripiegato qualcosa, 
certi semi di fiori o camomilla raccolti nei campi verso sera, 
né farvi quattro nodi, come il berretto degli operai del cantiere di fronte, 
o per asciugarmi gli occhi – ho conservato buona la vista; 
non ho mai portato gli occhiali. Una semplice stravaganza i fazzoletti. 

Adesso li piego in quattro, in otto, in sedici 
per tenere occupate le dita. E ora mi ricordo 
che ritmavo cosí la musica quando andavo al Conservatorio 
col grembiule blu, il colletto bianco e due trecce bionde 
– 8, 16, 32, 64 –
per mano a un’amichetta-pesco tutta luce e fiori rosa, 
(perdona queste parole – una cattiva abitudine) – 32, 64 – e i miei riponevano 
grandi speranze nel mio talento musicale. Dunque, dicevo, la poltrona –
sventrata – si vedono le molle arrugginite, la paglia –
pensavo di portarla dal mobiliere qui accanto, 
ma chi ha il tempo, la voglia, i soldi  – che cosa riparare per prima? –
pensavo di buttarci su un lenzuolo – ho avuto paura 
del lenzuolo bianco con questo chiaro di luna. Qui si sono sedute 
persone che hanno sognato grandi sogni, come te, e come me del resto, 
e che ora riposano sottoterra senza che la pioggia o la luna li disturbi. 
Lasciami venire con te. 

Ci fermeremo un po’ in cima alla scala di marmo di San Nicola, 
poi tu scenderai e io tornerò indietro 
avendo sul fianco sinistro il calore del contatto casuale con la tua giacca, 
alcuni riquadri di luce delle piccole finestre del quartiere 
e questo fiato bianchissimo della luna che sembra un grande corteo di cigni d’argento –
non ho paura di questa frase, perché io 
molte notti di primavera, un tempo, ho dialogato con Dio, che mi è apparso 
nel manto di caligine e di gloria di un chiaro di luna come questo, 
e molti giovani, piú belli anche di te, gli ho sacrificato, 
svaporando cosí, bianca e inaccessibile nella mia fiamma bianca, nel biancore del chiaro di luna, 
incendiata dagli sguardi voraci degli uomini e dall’estasi incerta degli adolescenti, 
assediata da stupendi corpi abbronzati, 
da membra robuste addestrate nel nuoto, nei remi, nell’atletica, nel calcio (che fingevo di non vedere)
da fronti, labbra, colli, ginocchia, dita e occhi 
toraci, braccia, cosce (e davvero non li vedevo) 
 – sai, certe volte, ammirando, dimentichi quel che ammiri, ti basta l’ammirazione –
dio mio, che occhi pieni di stelle, e mi elevavo in un’apoteosi di stelle rifiutate 
perché, cosí assediata, da dentro e fuori, 
non mi restava altra via che verso l’alto o il basso. – No, non basta. 
Lasciami venire con te. 

Lo so che ormai si è fatto tardi. Lasciami, 
poiché per tanti anni, giorni e notti e meriggi purpurei, sono rimasta sola, 
irriducibile, immacolata e sola, 
perfino nel mio letto nuziale immacolata e sola, 
scrivendo versi gloriosi sulle ginocchia di Dio, 
versi che, ti assicuro, resteranno come scolpiti su un marmo irreprensibile 
oltre la mia vita e la tua, molto oltre. Non basta. 
Lasciami venire con te. 

Non fa piú per me questa casa. 
Non sopporto di portarla sulle spalle. 
Devi sempre badare a questo e a quello, 
a puntellare il muro con la grande credenza 
a puntellare la credenza con l’antichissimo tavolo intagliato 
a puntellare il tavolo con le sedie 
a puntellare le sedie con le mani 
a sostenere con la spalla la trave che ha ceduto. 
E il piano, chiuso come un feretro nero. Non osi aprirlo. 
Badare sempre a questo e a quello, che non cada, a non cadere tu. Non ce la faccio.
Lasciami venire con te. 

Questa casa, pur con tutti i suoi morti, non vuol saperne di morire. 
Si ostina a vivere con i suoi morti 
a vivere dei suoi morti 
a vivere della certezza della sua morte 
perfino a sistemare i suoi morti su letti e mensole pericolanti. 
Lasciami venire con te. 

Qui, per quanto piano io cammini nel fiato della sera, 
in pantofole o scalza, 
qualcosa scricchiola – s’incrina un vetro o uno specchio, 
si odono passi – non sono i miei. 
Fuori, per strada, può darsi che non si odano questi passi –
il pentimento, dicono, porta scarpe di legno –
e se fai per guardare in questo specchio o in quello, 
dietro la polvere e le incrinature, 
scorgi piú opaco e frantumato il tuo viso, 
il tuo viso: non chiedesti altro alla vita che di conservarlo integro e puro. 

L’orlo del bicchiere riluce al chiaro di luna 
come un rasoio circolare – come portarlo alle labbra, 
pur cosí assetata? – Come? – Vedi? 
Ho ancora voglia di similitudini, – mi è rimasto questo, 
questo mi rassicura ancora che ci sono. 
Lasciami venire con te. 

A volte, quando fa sera, ho la sensazione 
che fuori dalle finestre passi l’ambulante con la sua vecchia orsa pesante 
dal pelo pieno di lappole e di spine  
sollevando polvere sulla strada del quartiere
una nube solitaria di polvere che incensa il crepuscolo, 
e i bambini sono tornati alle loro case per la cena e non li lasciano piú uscire 
benché dietro i muri loro indovinino i passi della vecchia orsa –
e l’orsa stanca incede nella saggezza della sua solitudine, senza un dove e un perché –
si è appesantita, non riesce piú a ballare sulle zampe posteriori
non riesce a portare la cuffia merlettata per far divertire i bambini, gli sfaccendati, gli esigenti, 
vuole solo stendersi a terra 
lasciando che le calpestino il ventre, giocando cosí il suo ultimo gioco,
mostrando la sua tremenda forza di rinuncia, 
la sua disobbedienza agli interessi altrui, agli anelli nelle labbra, alla necessità dei denti, 
la sua disobbedienza al dolore e alla vita 
con l’alleanza certa della morte – foss’anche di una morte lenta –
la sua estrema disobbedienza alla morte con la continuità e la cognizione della vita 
che con la conoscenza e l’azione sale al di sopra della sua schiavitú. 

Ma chi può giocare fino alla fine questo gioco? 
E l’orsa si rialza e cammina 
obbediente al suo laccio, agli anelli, ai denti, 
sorridendo con le labbra lacere alle monete dei bambini belli e privi di sospetto 
(belli proprio perché privi di sospetto) 
e dicendo grazie. Perché gli orsi invecchiati 
hanno solo imparato a dire: grazie, grazie. 
Lasciami venire con te. 

Questa casa mi soffoca. Anzi la cucina 
è come il fondo del mare. I bricchi appesi brillano 
come grossi occhi tondi di incredibili pesci, 
i piatti si muovono lenti come meduse, 
alghe e conchiglie mi si impigliano tra i capelli – non riesco piú a staccarle, 
non riesco a risalire in superficie –
il vassoio mi cade di mano senza rumore – mi accascio 
vedo salire, salire le bolle del mio respiro,
tento di svagarmi guardandole 
e mi chiedo cosa direbbe chi dall’alto vedesse queste bolle, 
forse che qualcuno annega, o che un sommozzatore esplora gli abissi? 

E davvero, non di rado scopro lí, nel fondo dove annego, 
coralli e perle e tesori di navi naufragate, 
incontri imprevedibili, di ieri, di oggi e del futuro, 
quasi una conferma di eternità, 
un certo sollievo, un certo sorriso d’immortalità, come si dice, 
una felicità, un’ebbrezza, perfino un entusiasmo, 
coralli, perle e zaffiri; 
solo che non so donarli – no, li dono; 
solo che non so se loro possono prenderli – comunque io li dono. 
Lasciami venire con te. 

Un momento, che prendo la maglia. 
Con questo tempo instabile, per quanto, dobbiamo premunirci. 
C’è umidità la sera, e la luna 
non ti pare, davvero, che faccia aumentare il fresco? 

Lascia che ti abbottoni la camicia – che petto forte hai, 
 – che luna forte – la poltrona, dico – e quando sollevo la tazzina dal tavolo 
resta sotto un foro di silenzio, ci metto subito la mano 
per non guardare dentro – rimetto a posto la tazzina; 
anche la luna è un foro nel cranio del mondo – non guardarci dentro, 
è una forza magnetica che attira – non guardare, non guardate, 
date retta a quello che vi dico – ci cadrete dentro. Questa bella vertigine, 
leggera – attento, cadi  –
è un pozzo di marmo la luna, 
si muovono ombre, ali mute, voci misteriose – non le udite? 

Profonda la caduta, 
profonda la risalita, 
l’aerea statua tesa tra le sue ali aperte, 
profonda la carità implacabile del silenzio –
luci tremule sull’altra riva, mentre oscilli sulla tua stessa fionda, 
respiro dell’oceano. Leggerissima, bella 
questa vertigine – sta’ attento che cadi. Non guardare me, 
il mio posto è l’oscillazione – la stupenda vertigine. Cosí ogni sera 
ho un po’ di mal di testa, certi capogiri. 

Spesso faccio un salto alla farmacia di fronte per qualche aspirina, 
a volte non mi va e resto con il  mal di testa 
a sentire il rumore sordo dei tubi dell’acqua dentro i muri, 
o mi faccio un caffè; sempre distratta 
e smemorata, ne preparo due – chi berrà il secondo? –
buffo davvero, lo lascio sul davanzale a raffreddarsi, 
o a volte bevo anche l’altro, guardando dalla finestra la lampadina verde della farmacia 
come la luce verde di un treno silenzioso che mi viene a prendere 
con i miei fazzoletti, le mie scarpe sformate, la mia borsa nera, le mie poesie, 
senz’alcuna valigia – per farne che? 
Lasciami venire con te. 

Ah, te ne vai? Buonanotte. No, non vengo. Buonanotte.
Tra poco esco. Grazie. Perché infine bisognerà
che esca da questa casa in rovina.
Devo vedere un po’ di città – no, non la luna –
la città con le sue mani callose, la città del salario quotidiano,
la città che giura sul pane e sul pugno,
la città che ci regge tutti sulle spalle 
con le nostre meschinità,  cattiverie, inimicizie,
con le nostre ambizioni, la nostra ignoranza e la vecchiaia,
devo sentire i grandi passi della città,
per non sentire piú i tuoi passi
né i passi di Dio, né i miei passi. Buonanotte.

 

(La stanza si fa buia. Si vede che una nube ha coperto la luna. D’un tutto, come se qualcuno avesse alzato il volume della radio del bar vicino, si ode una frase musicale molto nota. Allora mi sono reso conto che tutta questa scena era stata accompagnata a basso volume dalla Sonata al chiaro di luna, solo la prima parte. Ora il Giovane starà scendendo con un sorriso ironico, forse di commiserazione, sulle labbra ben disegnate, e con un senso di liberazione. Quando sarà arrivato a San Nicola, prima di scendere la scala di marmo, riderà − un riso forte, irrefrenabile. La sua risata non suonerà affatto sconveniente sotto la luna. Forse l’unica cosa sconveniente è che non c’è nulla di sconveniente. Poco dopo il Giovane tacerà, si farà serio e dirà: “La decadenza di un’epoca.” Cosí, ormai completamente tranquillo, si sbottonerà di nuovo la camicia  e andrà per la sua strada. Quanto alla Donna in Nero, non so se sia infine uscita di casa. Il chiaro di luna splende ancora. E negli angoli della stanza le ombre si stringono per un’incontenibile contrizione, quasi un’ira, non tanto per la vita, quanto per l’inutile confessione. Lo sentite? La radio continua):
La sonata al chiaro di luna 2

Ghiannis Ritsos

Atene, giugno 1956

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013

L’immaginazione torturata… – Amelia Rosselli

Gosia Janik (Częstochowa, Polonia, 1978)

Gosia Janik (Częstochowa, Polonia, 1978)

 

L’immaginazione torturata si tormentava
gli idilli nascevano e si tramutavano
in fantascientifico dubbio o nausea
e l’amore era un gioco di scacchi.

Il fantasma che regnava nella casa vuota
il fiero dedicarsi ai combattimenti
tutto prendeva una piega imprevista
se il dolor di capo ricominciava.

È nel voler dar fiducia e nel dover
toglierla, il perpetuo scacco della
regina: non ha fiducia, né può darla
mentre i lustrascarpe s’industriano.

Gli alberi assassini s’accovacciano,
foglie libere e deliberate hanno conti
aperti col vento; e l’ira della regina
si tramuta in angoscia col vento!

Il vento stesso si tramuta in libidine
col vento!

Amelia Rosselli

da “Documento” (1966-1973), in “Amelia Rosselli, Le poesie”, Garzanti, 1977

Unità in lei – Vicente Aleixandre

Harrington Mann, Rhoda, 1927

Harrington Mann, Rhoda, 1927

 

Corpo felice, acqua tra le mie mani,
volto amato dove contemplo il mondo,
dove graziosi uccelli si riflettono in fuga,
volando alla regione dove nulla si oblia.

La forma che ti veste, di diamante o rubino,
brillio di un sole che tra le mie mani abbaglia,
cratere che mi attrae con l’intima sua musica,
con la chiamata indecifrabile dei denti.

Muoio perché m’avvento, perché voglio morire
o vivere nel fuoco, perché quest’aria che spira
non mi appartiene, è l’alito rovente
che se m’accosto brucia e dora le mie labbra dal profondo.

Lascia, lascia che guardi, infiammato d’amore,
mentre la tua purpurea vita mi arrossa il volto,
che guardi nel remoto clamore del tuo grembo
dove muoio e rinuncio a vivere per sempre.

Voglio amore o la morte, o morire del tutto,
voglio essere il tuo sangue, te, la lava ruggente
che bagnando frenata estreme membra belle
sente cosí i mirabili confini dell’esistere.

Sulle tue labbra un bacio come una lenta spina
o un mare che volò mutato in specchio,
come il brillio d’un’ala,
è ancora mani, è ancora crepitio di capelli,
fruscio vendicatore della luce,
luce o spada mortale che sul mio collo minaccia,
ma non potrà distruggere l’unità di questo mondo.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montaldo)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

***

Unidad en ella

Cuerpo feliz que fluye entre mis manos,
rostro amado donde contemplo el mundo,
donde graciosos pájaros se copian fugitivos,
volando a la región donde nada se olvida.

Tu forma externa, diamante o rubí duro,
brillo de un sol que entre mis manos deslumbra,
cráter que me convoca con su música íntima, con
esaindescifrable llamada de tus dientes.

Muero porque me arrojo, porque quiero morir,
porque quiero vivir en el fuego, porque este aire de fuera
no es mío, sino el caliente aliento
que si me acerco quema y dora mis labios desde un fondo.

Deja, deja que mire, teñido del amor,
enrojecido el rostro por tu purpúrea vida,
deja que mire el hondo clamor de tus entrañas
donde muero y renuncio a vivir para siempre.

Quiero amor o la muerte, quiero morir del todo,
quiero ser tú, tu sangre, esa lava rugiente
que regando encerrada bellos miembros extremos
siente así los hermosos límites de la vida.

Este beso en tus labios como una lenta espina,
como un mar que voló hecho un espejo,
como el brillo de un ala,
es todavía unas manos, un repasar de tu crujiente pelo,
un crepitar de la luz vengadora,
luz o espada mortal que sobre mi cuello amenaza,
pero que nunca podrá destruir la unidad de este mundo.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

«Mi spingo oltre il dolore» – Antonella Anedda

Foto di Katia Chausheva

Foto di Katia Chausheva

 

Mi spingo oltre il dolore
dove nessuno sospetta che si soffra
in una zona di pelle mai colpita
cupa come l’avambraccio
o molata dall’osso come il gomito.
Striscio piano con l’anima coperta da scaglie rosso-grigie
per sostenere i rovi e lasciare a terra
il sangue minimo. Un passo – sono paziente –
e il corpo ha imparato a frusciare dentro l’erba.

Da molto lontano – da un’alba di ottobre
da un oggetto mosso nella sabbia del lago
viene ciò che la pena contempla: un paesaggio
dove non si può dormire.
Era una lunga immagine
il mormorio di un brivido.
Troppo tardi si compone l’astuzia di ogni sera
fingere che il mio braccio sia il tuo
che stringa la mia mano
di nuovo, senza pace.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Annunciazione – Rainer Maria Rilke

André Kertész,

André Kertész, “My Mother’s hands”, 1919

 

(Le parole dell’Angelo)

Tu non sei piú vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai cosí intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Giaime Pintor)

da “Il Libro delle immagini”, in “Rainer Maria Rilke, Poesie”, Einaudi, Torino, 1955

***

Verkündigung

(Die Worte des Engels)

Du bist nicht näher an Gott als wir;
wir sind ihm alle weit.
Aber wunderbar sind dir
die Hände benedeit.
So reifen sie bei keiner Frau,
so schimmernd aus dem Saum:
ich bin der Tag, ich bin der Tau,
du aber bist der Baum.

Ich bin jetzt matt, mein Weg war weit,
vergieb mir, ich vergaß,
was Er, der groß in Goldgeschmeid
wie in der Sonne saß,
dir künden ließ, du Sinnende,
(verwirrt hat mich der Raum).
Sieh: ich bin das Beginnende,
du aber bist der Baum.

Ich spannte meine Schwingen aus
und wurde seltsam weit;
jetzt überfließt dein kleines Haus
von meinem großen Kleid.
Und dennoch bist du so allein
wie nie und schaust mich kaum;
das macht: ich bin ein Hauch im Hain,
du aber bist der Baum.

Die Engel alle bangen so,
lassen einander los:
noch nie war das Verlangen so, so
ungewiss und groß.
Vielleicht, dass Etwas bald geschieht,
das du im Traum begreifst.
Gegrüßt sei, meine Seele sieht:
du bist bereit und reifst.
Du bist ein großes, hohes Tor,
und aufgehn wirst du bald.
Du, meines Liedes liebstes Ohr,
jetzt fühle ich: Mein Wort verlor
sich in dir wie im Wald.

So kam ich und vollendete
dir tausendeinen Traum.
Gott sah mich an; er blendete…

Du aber bist der Baum.

Rainer Maria Rilke

da “Das Buch der Bilder”, Erscheinungsjahr, 1902

«Ogni giorno che passa è un riandare» – Cesare Pavese

Pol Ledent (Belgio, 1952), Red poppies and cornflowers in Houroy

Pol Ledent (Belgio, 1952), Red poppies and cornflowers in Houroy

 

Ogni giorno che passa è un riandare
tutta la storia grigia della vita.

Una donna che appena mi ha parlato
mi ha messo in cuore come un gran germoglio
gonfio di gioia.

È una gioia vedere tanti rami
verdissimi nel vento e tanti fiori
prepotenti, sboccianti, è una gran gioia
perché nel sangue pure è primavera.

Cesare Pavese

[17 aprile 1929]

da “Prima di «Lavorare stanca» (1923-1930)”, in “Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Alba – Emilio Prados

Marc Chagall, “Over the town", 1918

Marc Chagall, “Over the town”, 1918

 

Quanto vicini! Dal tuo occhio al mio
non il canto di un’anima!
Annodati sopra il vento
come uccelli ad uno stesso
filo, sospesi ambedue
al cielo. Quanto vicini
i nostri profili in mezzo
al giorno! Che alti! Puri
volano, slegati,
liberi dal mondo i volti
persi nella luce – aperti
come fiori senza stelo -,
viventi, ma senza corpo
che li possa incatenare
alla terra, là nel fondo!
Uniti, in mezzo alle nubi
ora volano alti, quieti
fermi al modo delle stelle
dell’alba, ma più sereni
che stelle, come due piume,
simili a pesci del vento
fermati sopra di esso
con il filo del silenzio
che li mantiene sospesi
entro gli occhi, sopra il sonno.

Emilio Prados

(Traduzione di Francesco Tentori Montaldo)

da “Memoria dell’oblio”, Einaudi, Torino, 1966

***

Amanecer

¡Qué cerca! ¡Desde mi ojo
a tu ojo, ni el canto de un alma!
Engarzados sobre el viento,
como pájaros a un mismo
cinto, prendidos al cielo
estamos los dos. ¡Qué juntos
nuestros perfiles en medio
del día! ¡Qué altos van! ¡Qué limpios
vuelan arriba, ya sueltos,
libres del mundo, los rostros,
flotando en la luz; abiertos
como dos flores sin tallo,
en ella, vivos, sin cuerpo
que los pueda sujetar
abajo en lo hondo, al suelo!
Juntos, por entre las nubes
están volando, altos, quietos,
parados igual que estrellas
del alba y aún más serenos
que estrellas, como dos plumas,
igual que peces del viento
suspendidos sobre él
con el sedal del silencio,
que los mantiene colgados,
por los ojos, sobre el sueño.

Emilio Prados

da “Emilio Prados, Antología”, Editorial Losada, Buenos Aires, 1954