«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Foto di Mario Giacomelli

Foto di Mario Giacomelli

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il suo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

La rugiadosa – Jiří Orten

Foto di Patty Maher

Foto di Patty Maher

 

Il bosco sente, di notte, il tuo fruscio, mia cara,
stormisci nella sua chioma e scorri giú dai suoi rami
con l’umido della rugiada, la tua mano silenziosa
fruga i nidi assonnati, tiepidi come il tuo grembo.

Sei tutta brividi, quando tu intoni ai fiumi
i miei versi, hai paura e un pudore ti arrosa
le spalle esili e i seni accosto ai quali aspetto
che tu me li porga alle labbra, umide di parole.

Tu non sai, non sai forse, ciò che è stato pronunciato,
tu non sai quante volte ho sospirato il tuo nome,
non sai che ti possiedo come il bosco, come l’ombra,

che si allarga ed a te non presente mi avvicina.
Ah mi sveglierò, riapriranno gli occhi i miei sogni,
con nuova gloria risorgerò dalla rovina.

Jiří Orten

31. 5. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

***

Vlhká

Les slýchá za noci tvé šumění, má drahá,
šumíš mu v korunách a stékáš mu na větve
s předjitřní vláhou ros, tvá tichá ruka sahá
do rozespalých hnízd, teplých jak břicho tvé.

Jsi celá ze chvění, když předříkáváš řekám
mé verše, bojíš se a stud ti růžoví
křehoučká ramena a ňadra, u nichž čekám,
až mi je podáš k rtům, vlhnoucím pod slovy.

Ty nevíš, nevíš snad, co bylo vysloveno,
ty nevíš, kolikrát jsem naříkal tvé jméno,
ty nevíš, že tě mám tak jako les, jak stín,

který se prodloužil a blíží nepřítomnou,
ach, vím, že procitnu, mé sny si oči promnou
a slavně obnoven povstanu ze ssutin.

31. V. 1941.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Persefone – Donatella Bisutti

Herbert List, Cigarette, Londres 1936

Herbert List, Cigarette, Londres 1936

 

Mi conoscevi già.
                                Io sono quella
che già una volta ti ha amato
quella che tu hai rifiutato dicendo
mentre mi stringevi fino a soffocarmi:
in verità io non ti amo
questo non è amore ma un’illusione
che non riguarda la mia vita
dicendo mentre la tua saliva mi addolciva il seno
mentre allattavo la tua bocca al mio seno

Mi conoscevi già.
                                Io ritorno
nella luce azzurra che ti ferisce
gli occhi.
Porti gli occhiali scuri, adesso
mentre io mi tuffo fra le onde verdi
e tu ti tieni lontano dal mare
vestito di un abito di lino blu –

Mi conoscevi già.
                                E subito mi hai
riconosciuto dietro il mio
travestimento

Ti conoscevo già.
Mi hai spogliato con dita esperte
della buccia di morbida peluria, subito segnata
dalla pressione calda del tuo polpastrello
per poi posarmi dopo un morso
accendere una sigaretta, spegnerla nel piatto
fra i residui del cibo
voltarti e allontanarti con il passo
leggero dei fantasmi.

Donatella Bisutti

 da “Rosa alchemica”, Crocetti Editore, 2011

Petali all’alba – Eugenio Montejo

Josef Sudek,The Last Rose, 1956

Josef Sudek,The Last Rose, 1956

 

Stanza dopo stanza, lampada dopo lampada,
i palazzi si risvegliano
e tutto intorno la pioggia apre i suoi petali
con un lento sussurro che percorre
sete e tendaggi.
Dormiamo dentro a un fiore che si alza
troppo lentamente sul mondo.

Tuttora ignoriamo da quale paese remoto
ci ha portati il sonno,
ma ci risulta che tra la notte e il giorno
sono passati gli anni…

La pioggia sta schiudendo la sua corolla
nel mezzo della quale ci svegliamo.
Ora so che il tuo sorriso, i tuoi capelli,
i tuoi occhi dove la notte si attarda,
la neve che cade sui tuoi seni
e queste stesse parole
sono anche petali di qualche immenso calice,
petali che si stanno aprendo, amore mio,
con lo stesso sussurro della pioggia
sui vetri.

Eugenio Montejo

(Traduzione di Luca Rosi)

da “Papiri amorosi” (2002), in “La lenta luce del tropico”, Le Lettere, Firenze, 2006

***

Pétalos al alba 

Cuarto por cuarto, lámpara por lámpara,
los edificios amanecen
y en derredor la lluvia abre sus pétalos
con un lento susurro que recorre
sedas y cortinajes.
Dormidos dentro de una flor que se alza
demasiado despacio sobre el mundo.

Aún ignoramos de qué país remoto
nos ha traído el sueño,
pero nos consta que entre noche y día
han ocurrido los años…

La lluvia va entreabriendo su corola
en cuyo centro despertamos.
Ahora sé que tu risa, tus cabellos,
tus ojos donde la noche se demora,
la nieve que cae sobre tus senos
y estas mismas palabras
también son pétalos de algún inmenso cáliz,
pétalos que van abriéndose, amor mío,
con el mismo susurro de la lluvia
en la ventana.

Eugenio Montejo

da “Papiros amorosos”, Fundación Bigott, 2003 

Forse il cuore è costante, dopo tutto – Mary Dorcey

Foto di Anka Zhuravleva

Foto di Anka Zhuravleva

 

Forse il cuore è costante, dopo tutto. Forse
non fa differenza chi amiamo, quale voce ci tenti,
quale nome pronunciamo. L’amore è sempre lo stesso,
non è vero? Scaturito da un’unica fonte, insegue lo stesso

Tracciato. È sempre la stessa sete che plachiamo, la
stessa immagine nell’acqua; lo stesso sguardo offuscato dal sangue.
Forse non fa differenza chi desideriamo –
non è sempre lo stesso velo che stendiamo su ogni nuova

Sembianza; l’ordito più fine che illusione possa comprare, tessuto
di sete impreziosite da fiducia, speranza e inganno?
Cosa importa infine quale sguardo
catturi? Non è sempre lo stesso canto di sirena,

Lo stesso vino sulle labbra, lo stesso sale sulla
ferita? Se il cuore è minimamente fedele, non lo è
a ciò che è fondamentale, universale? È soltanto nei
dettagli che l’amore ci inganna – lo scenario e i

Costumi: quel cielo particolare, quella strada, l’oleandro
sul cancello aperto, una scala a chiocciola, un copriletto bianco –
il tempo e le case, il linguaggio e le
strade: apparenze, facilmente confuse, dimenticate

Perdute come foglie o pelle, come i ricordi stessi. Come
l’impronta della vista e del tatto: il fiato sul vetro, un
volto particolare. Forse anche questo alla fine sarà perduto
e con esso l’ultimo bagliore: quella notte, l’odore di una

Strada, il fiume ferito, il ponte illuminato: un’amante
che lo attraversa; che torna indietro – un’estranea. Persino questo,
alla fine, anche questo svanirà, cancellato come il tempo stesso. Come il
ricordo del suo volto. Come il ricordo di quella bugia.

Mary Dorcey

(Traduzione di Mariagrazia Pecoraro)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Ottobre 2013, N. 286, Crocetti Editore

***

Perhaps the Heart is Constant After All

Perhaps the heart is constant after all. Perhaps it
makes no difference who we love, what voice lures
us, what name we call. It’s always the same love is
it not? Drawn from the one spring, coursing the same

Track. It’s always the same thirst we slake, the
same image in the pool; the same blood dimmed gaze.
Perhaps it makes no difference who we lust for –
isn’t it always the same veil we cast over each new

Form; the finest gossamer illusion can buy, spun
from the sheerest silks of faith, hope and deceit?
What can it signify at the end of it whose gaze
ensnares? Isn’t it always the same sirenian song,

The same wine on the tongue, the same salt in the
wound? If the heart is faithful in the least, is it to
the elemental, the universal theme? Is it only in
particulars that love betrays – the setting and the

Costumes: a certain sky, a certain street, oleander
at an open gate, a spiral stairs, a white coverlet –
the weather and the houses, the language and the
streets: surface things, easily exchanged, forgotten

Shed like leaves or skin, like memory itself. Like
the imprint of sight and touch: breath on glass, a
particular face. Perhaps, this too at last will wane,
and with it the afterglow: a certain night, a scented

Road, the scarred river, the lamp-lit bridge: a lover
crossing over; crossing back – a stranger. Even this,
too at last will fade, erased like time itself. Like the
memory of her face. Like the memory of that lie.

Mary Dorcey

da “Perhaps the Heart is Constant after All”, Salmon, 2012

«Oh foglia che tremi nel guardare» – Franco Loi

Foto di Mario Dondero

Foto di Mario Dondero

 

Oh foglia che tremi nel guardare,
è l’aria che si muove e che conosce
in quelle parole che sanno dove andare,
tu tremi al pensare che si fa rosso
nel trasparente degli occhi al tuo sognare
che è memoria all’essere tra quella tosse
del muoversi dell’anima lontana nel toccare…
Si viene dal cuore e si ritorna al cuore
nel nascosto bello del tacere che sa parlare,
nel levarsi la luna che del suo nascere muore…
– i piatti sono freddi, i calici trasparenti,
si passa un pane come per dirsi un desiderio –
e così si trema dei gridi che porta il vento,
della memoria, dell’ombra, del chiamare,
del bello si trema, dell’ignoto nella gente,
del nonnulla che passa nel fiato del guardare.

Franco Loi

da “Amur del temp”, Crocetti Editore, 1999

***

Oh, föja che te trèmet nel varda,
l’è l’aria che se möv e che cunúss
den’ quj paròll che san in due andà,
te trèmet al pensà che se fa russ
nel trasparent di öcc al tò insugnà
che l’è memoria al vèss tra quèla tuss
del möv de l’ànema luntana nel tucà…
Se vègn dal cör e se returna al cör
nel scund sò bèll del tâs che sa parlà,
nel vègn la lüna che del nàss se mör…
— i piatt în frècc, i càlis trasparent,
se passa un pan cume per dîss un vör —
e inscí se trema di sîgh che porta el vent,
de la memoria, de l’umbra, del ciamà,
del bèll se trèma, del scunussü di gent,
del nient che passa ne l’anfa del vardà.

La ragazza nuda – Jiří Orten

Vicente Romero Redondo, Desnudo, 2015, pastello su carta

 

Si tiene al tavolo, il tavolo è nelle vesti
ha vecchi versi nel ventre del cassetto
e fermo sta sulle sue gambe.
Di che sorridete?
Pure avendo al di là delle sue parolette,
di dentini-parole d’un bianco cosí puro,
una linguetta rosa, raro fugace momento,
anche Dio lei possiede!

Ah lo so quel sorriso! Pudore. E una grande
sconfitta, di cui saccheggia la vita i frutti,
ecco i frutti rotondi e maturi.
Fanciulla con la mano sui teneri piccoli seni,
con ciuffetti di brezza tra le ascelle
e sul grembo, che non significa sempre
quello a cui vi seduce e che non ha,
trema nella trepida nudità.

Presto buio sarà, tagliente come una lama,
e lei teme e non vede
che la terra che sta e non crolla,
piú di tutte le cose la ama.
E finestra e tavole e letto invidiano la terra
dove in ginocchio lei posarsi dovrà.

Presto buio sarà, e polvere sulle mie sillabe,
polvere sui miei fianchi, polvere greve, densa,
che dovunque s’attacca, polvere che bacia
i petali del fiore, del fiore che non si piega.
Meraviglioso fiore! Ma perché
ai suoi steli laggiú cosí sottile?

E di che sorridete
al di là di parolette canterine,
là dove Dio possedete?
Si tiene al tavolo, il tavolo è nelle vesti
e dal cassetto su lui una vertigine piomba,
ma alla fine sta fermo sulle sue gambe.

Jiří Orten

12.11.1939

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969