«Prima del triste e difficile addio» – Nina Nikolaevna Berberova

Portrait of Mary Pickford by Hartsook Photo, S.F. – L.A, 1918

P. P. M.

Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.

In un altro paese, nell’esilio lontano
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.

E tu leggi come il pensiero mi ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.

Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole –
di più da te non mi è dato.

Nina Nikolaevna Berberova

Berlino, 1923

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale. Poesie 1921-1933”, Passigli Poesia, 2004

***

П. П. М.

Перед еред разлукой горестной и трудной
Не говори, что встрече не бывать
Есть у меня таинствеиный и чудный
Дар о себе тебе напоминать.

В чужом краю, в изгнании далеком,
Когда-нибудь, когда придет пора,
Я повторю тебя одним намеком,
Одним стихом, движением пера.

А ты прочти, как мысль мне возвратила
И прежние слова твои, и тень,
Узнай вдали, как я преобразила
Сегодняшний или вчерашний день.

Какой еще для нас ты хочешь встречи?
Я отдаю тебе одной строкой
Твои шаги, поклоны, взгляды, речи –
А большего мне не дано тобой.

Нина Николаевна Берберова

Енрих, 1923

da “Стихи, 1921-1983”, New York: Russica Publishers, 1984

«Dorme» – Adonis

Max Dupain, Jean with wire mesh, 1936

 

Dorme –
il suo volto è fiori e rose,
i suoi colori si armonizzano,
i suoi colori contrastano,
una volta rosso acceso di rosa damascena,
una volta gardenia che
abbraccia un gelsomino.
Una volta stella
che galleggia su una nave di ninfee.

Adonis

(Traduzione di Fawzi Al Delmi)

da “La foresta dell’amore in noi”, Guanda, Parma, 2017

Adonis: il cuore del corpo amante by Andrea Galgano

Ritorni dell’amore come era – Rafael Alberti

Foto di Peter Coulson

 

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luci erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d’onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell’aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Ritorni della vita lontana”, 1948-1956, in “Rafel Alberti, Poesie”, “Lo Specchio” Einaudi, 1964

∗∗∗

Retornos del amor tal como era

Eras en aquel tiempo rubia y grande,
sólida espuma ardiente y levantada
Parecías un cuerpo desprendido
de los centros del sol, abandonado
por un golpe de mar en las arenas.

Todo era fuego en aquel tiempo. Ardía
la playa en tu contorno. A rutilantes
vidrios de voz quedaban reducidos
las algas, los moluscos y las piedras
que el oleaje contra ti mandaba.

Todo era fuego, exhalación, latido
de onda caliente en ti. Si era una mano
la atrevida o los labios, ciegas ascuas,
voladoras, silbaban por el aire.
Tiempo abrasado, sueño consumido.

Yo me volqué en tu espuma en aquel tiempo.

Rafael Alberti

da “Retornos de lo vivo lejano”, 1948-1956, in “Poesías completas”, Buenos Aires, Losada, 1961

Quattro haiku – Edoardo Sanguineti

Koho Shoda, Pino al chiaro di luna e barca, ukiyo-e, 1930 circa

Koho Shoda, Pino al chiaro di luna e barca, ukiyo-e, 1930 circa

 

1.

sessanta lune:
i petali di un haiku
nella tua bocca:

2.

l’acquario acceso
distribuisce le rane
tra le cisterne:

3.

è il primo vino:
calda schiuma che assaggio
sulla tua lingua:

4.

pagina bianca
come i tuoi minipiedi
di neve nuova:

Edoardo Sanguineti

da “Corollario” (1992-1996), in “Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco”, Poesie 1982 – 2001, Feltrinelli, 2010

Tristia – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Katia Chausheva

Foto di Katia Chausheva


Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni e chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine; e mi piego al rito della notte
dei galli, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianto di donne al canto si univa delle muse.

Chi, alla parola «commiato», sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito dei galli
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova,
sulla cinta muraria sbatte le ali?

E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giú la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro ti vola.
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi, tutto sarà di nuovo;
solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.

Ma cosí sia: giace in un lindo piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte dei guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1918

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; quattro strofe di otto versi ciascuna, rimati AbAbCdCd, EfEfGhGh… Ogni strofa, in sostanza, è scomponibile in due quartine a rime alterne; ma il primo verso della seconda strofa riprende in uscita il vocabolo rasstavan´e (al nominativo), dando vita a una rima che in definitiva è la stessa dei vv. 1 e 3. Per giunta, nelle uscite del secondo e quarto verso delle ultime tre strofe troviamo sempre desinenze verbali (terza persona singolare del presente indicativo) in –ít. La rima novoj žizni : novoj žizni (vv. 13 e 15), che è “tautologica”, benché segnata da un «profondo contrasto semantico» (Ronen, p. 200) – «(una) vita nuova : (la) vita nuova» –, contiene un riferimento, perlomeno lessicale, alla Vita nova dantesca; e vi si potrebbe anche cogliere, forse, un ulteriore atto di ossequio e devozione nei confronti dell’Alighieri, che nel Paradiso, come si sa, fa rimare il nome Cristo solo con se stesso. Cfr. per altro la suite lirica Beatriče [Beatrice] di Gumilëv, pubblicata per la prima volta nel 1909, in cui i nomi Dante e Beatriče sono posti sempre in fine di verso.
Tristia è la lirica eponima della seconda raccolta di versi di Mandel´štam (1922), ripubblicata come Vtoraja kniga [Il secondo libro] nel ’23; e presenta, fin dal titolo, una densa stratificazione – una deriva quasi – di echi, reminiscenze, citazioni. Nella prima strofa si sovrappongono il ricordo dell’ultima notte di Ovidio a Roma, in attesa dell’alba che l’avrebbe visto partire verso la terra dell’esilio, la Scizia (Tristia I, 3 ), e il ricordo dei giorni che avevano preceduto la partenza di Tibullo per l’Oriente (ma il poeta, come sappiamo, non andò oltre l’odierna Corfú), al seguito di Messalla (Carmina I, 3). Nel secondo caso, Mande´štam si valse – sottolineano i commentatori – della «libera traduzione» di Batjuškov, Èlegija iz Tibulla [Un’elegia di Tibullo]; è evidente però che egli non perse mai di vista il testo latino.
v. 1: «Io so la scienza dei commiati, appresa…» traduce il russo «Ja izučil nauku rasstavan´ja» (lett.: ‘Ho studiato/appreso la scienza del dirsi addio, del separarsi’ da qualcuno). Il testo originale contiene una figura etimologica (izučil e nauku hanno la stessa radice: -uč-/-uk-), non facilmente percepibile ormai alla maggioranza dei lettori. Con «so» e «scienza» la versione italiana cerca di salvare perlomeno il legame fonico e semantico tra le due parole russe. C’è da precisare che nauka, oltre al significato piú comune di ‘scienza’, ne possiede altri: ‘tecnica’, ‘esercizio’, ‘maestria’ e simili. Per esempio, il titolo russo dell’ovidiana Ars amatoria è quasi sempre Nauka ljubvi [lett.: La “scienza” dell’amore]; e Puškin, nell’Evgenij Onegin (cap. I, strofa VII), definirà il tema dell’opera di Ovidio «scienza della tenera passione» («nauka strasti nežnoj»). D’altra parte, cosí Brodskij traduce il primo verso di quello che egli definisce «the most Roman poem» di Mandel´štam: «I’ve mastered the great craft of separation…» (BLO, p. 128; cfr. anche BCP, p. 499).
v. 3: «Stan ruminando i buoi»; la frase, certo, designa il lentissimo, vischioso scorrere del tempo; ma a giudicare dal successivo v. 14 si ha l’impressione che preannunci anche l’eterna, immutabile “Sarmazia-Russia” verso cui Ovidio è sul punto di intraprendere il suo viaggio, e in forma velata, obliqua, metonimica anticipi l’ambiente in cui il poeta esule sarà costretto a vivere.
vv. 4-5: «ultim’ora di veglia…»; piú lett.: ‘ultim’ora delle vigiliae cittadine’, dei turni di guardia svolti dalle sentinelle romane nell’arco della notte.
Con la proposizione ellittica «in spalla … del viaggio» (vv. 6-7) ho tradotto la subordinata del testo russo «podnjav dorožnoj skorbi gruz» (ossia, lett.: ‘sollevato, messo in spalla il carico, il fardello di pena’), che ha per soggetto grammaticale gli «umidi occhi» dell’esule dolente, indicato con una sineddoche. Quella subordinata, in un contesto che rinvia all’antica Roma, lí per lí ha quasi il timbro di un ablativo assoluto latino.
La cascata delle domande retoriche della seconda strofa prende avvío, si direbbe, dal Tjutčev di «Uvy, čto našego neznan´ja» [«Di questa nostra ignarità che cosa»]: «Uvy, čtó našego neznan´ja | I bespomoščnej i grustnej? | Kto smeet molvit´: do svidan´ja | Črez bezdnu dvuch ili trech dnej» («Di questa nostra ignarità, che cosa, | ahimè, è piú triste e piú impotente? | Chi oserà dire Arrivederci | oltre l’abisso di due, di tre giorni?»; cfr. TL, p. 188).
v. 14: «nell’andito» corrisponde al russo «v senjach»: il termine seni (che fa parte della categoria dei pluralia tantum), nel mondo contadino della “vecchia” Russia, designava una specie di ingresso, di vestibolo piú o meno ampio da cui si passava nella stanza principale dell’isba, e che specialmente nei mesi freddi poteva servire da riparo ad animali domestici. In una visione quasi chagalliana, Mandel´štam sembra fare delle seni un angolo di stalla; e Brodskij traduce il verso: «…when oxen chew their ration in the stall» (BCP, p. 499). Cfr. anche, dal racconto giovanile di Ivan Bunin Sosny [Pini, 1901], la frase: «Nel vestibolo [dell’isba] rumina sonnecchiando una mucca» («V sencax dremlet i žuët žvačku korova»; sency è un diminutivo di seni).
v. 15: «il gallo, araldo della vita nuova»; Mandel´štam, per qualche via, poteva forse conoscere la tradizione cristiana rappresentata ad esempio dall’inno di sant’Ambrogio Ad galli cantumAeterne rerum conditor»), che vede simboleggiato nel canto del gallo, «araldo del giorno», il rinascere, il rinnovarsi dell’esistenza umana. Probabilmente ignorava che anche il gallo che Socrate, in punto di morte, chiese venisse sacrificato ad Asclepio, era – secondo una delle interpretazioni proposte dagli esegeti del Fedone – «l’invocatore delle tenebre e l’araldo dell’alba eterna» (G. Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 1997, p. 290). Non mi sembra da escludere, invece, un richiamo al gallicinium del racconto evangelico di Pietro che rinnega Gesú, dopodiché piange «amaramente» – e, purificato, inizia quella nuova fase della sua vita che le darà una drammatica compiutezza. Cfr. nell’inno di sant’Ambrogio: «…hoc ipse petra ecclesiae | canente culpam diluit» («…cosí egli [Pietro], pietra della Chiesa, | al cantare [del gallo] lava col pianto la sua colpa»).
Nel testo russo dei vv. 19-20 – «Smotri: navstreču … | Uže bosaja Delija letit!» («Guarda: scalza … | …Delia già incontro ti vola!») – non c’è un pronome personale corrispondente a ti; ma ho poi scoperto che anche Brodskij, nella sua resa di Tristia, adottò una soluzione analoga: «look how young Delia, barefooted, braver | than down of swans, glides straight into your arms!» (BCP, p. 499).
Le immagini dei due versi citati rinviano a un altro celebre passo del primo libro (elegia III) dei carmi di Tibullo: «Tunc mihi, qualis eris, longos turbata capillos, | obvia nudato, Delia, curre pede» («…corrimi incontro, Delia, a piedi nudi»). Qui, anzi, Mandel´štam sembra preferire decisamente il Tibullo latino al troppo fiorito Tibullo di Batjuškov: «Begi navstreču mne…, | V prelestnoj nagote javis´ moim očam: | Vlasy razvejany nebrežno po plečam, | Vsja grud´ lilejnaja i nogi obnaženny…» (lett.: «Correndo escimi incontro…; | comparimi dinanzi agli occhi nella tua seducente nudità: | i capelli sparsi con noncuranza sugli omeri, | tutto il niveo seno e le gambe scoperte…») Delija è un senhal dietro il quale si celava (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam) una donna reale la cui identità le era però rimasta oscura: «Non so quasi niente di lei. Soltanto che era legata in qualche modo all’ambiente del balletto» (NBP, p. 553).
vv. 23-24: cfr. ad esempio l’articolo pubblicato da Mandel´štam nel maggio del 1921 Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Allorché l’amante nel silenzio si perde fra nomi carichi di tenerezza, e all’improvviso ricorda che tutto questo è già esistito: e le parole e i capelli – e il gallo che ha cantato là, oltre i vetri della finestra, già cantava nei Tristia ovidiani –, una profonda gioia s’impadronisce di lui, una gioia che gli dà le vertigini… Cosí il poeta non teme le ripetizioni e facilmente s’inebria del vino della classicità…» (SP, p. 430).
Riguardo alle parole riconoscimento e riconoscere in Mandel´štam, cfr. il riconoscere montaliano nell’interpretazione di Dante Isella, che dà al verbo il significato di ‘ricordare’ (e lo accosta al greco anagignóskein, «che vale anche ‘leggere’»).
vv. 25-28: «Da budet tak»; cfr. i primi due versi del sonetto di Benedikt Livšic Flejta Marsija [Il flauto di Marsia], testo eponimo del libro di poesie con cui Livšic esordí (Kiev 1911): «Da budet tak. V zalitych solncem stranach | Ty pobedil frigijca, Kifared…» («Ma cosí sia. Nelle terre assolate | vincesti il frigio Marsia, o Citaredo…»; com’è facile intuire, Livšic si riferisce ad Apollo Citaredo); spicca una certa affinità sintattica pure nella frase che segue «Da budet tak»: mi riferisco in particolare al complemento di luogo. «Ma cosí sia» m’è parsa l’unica traduzione adeguata, se non altro per l’incipit mandel´štamiano. Ricorrendovi non potevo non pensare anche all’attacco dell’ultimo “mottetto” delle Occasioni di Montale – «mottetto [che] chiude il ciclo su una nota di rassegnata accettazione del proprio destino» (D. Isella): del «destino dell’uomo in generale», si potrebbe dire nel caso di Mandel´štam.
Cfr. poi i versi iniziali della lirica dell’Achmatova «Vysokoe v nebe oblačko serelo» [«Grigia, lassú, c’era una nuvoletta», 1911]: «Vysokoe v nebe oblačko serelo, | Kak belič´a rasstelennaja škurka…» («Grigia, lassú, c’era una nuvoletta | come una pelle stesa di scoiattolo…»); e cfr. la strofa VIII del cap. V dell’Onegin puškiniano, dove assistiamo a un rito divinatorio che le ragazze russe compivano nei primi giorni dell’anno nuovo – per mezzo, fra l’altro, di cera fusa lasciata rapprendere nell’acqua: «Tat´jana ljubopytnym vzorom | Na vosk potoplennyj gljadit: | On čudno vylitym uzorom | Ej čto-to čudnoe glasit; | Iz bljuda polnogo, polnogo vodoju, | Vychodjat kol´ca čeredoju…» («La cera sciolta aggruma; posa | su lei Tat’jana gli occhi attenti, | e quel disegno prodigioso | le annuncia prodigiosi eventi; | gli anelli, dal ricolmo piatto, | escono l’uno dopo l’altro…»; «escono», in quanto vengono recuperati dalle ragazze che partecipano alla divinazione facendo scivolare nell’acqua anche anelli, orecchini ecc.). Coincidono la «cera», la ragazza che «guarda, scruta» la forma assunta dalla cera, il «piatto» («colmo d’acqua»). Si noti che pure nell’undicesimo e penultimo verso del componimento dell’Achmatova spunta un accenno a degli auspici sull’amato, che l’“eroina lirica” ha voluto trarre «la vigilia dell’Epifania»; ma le reminiscenze achmatoviane in Mandel´štam hanno il sapore di un omaggio alla poetessa amica.
v. 30: «bronzo» corrisponde alla parola med´, che nel russo moderno significa ‘rame’; però Mandel´štam gli conserva il valore arcaizzante caro a piú di un grande scrittore russo del passato: è appena il caso di ricordare un celebre poemetto puškiniano nel cui titolo figura un derivato di med´ – ossia Mednyj vsadnik [Il cavaliere di bronzo]; del resto, l’originario campo semantico di med´ è piú o meno lo stesso del greco chalkós e del latino aes, aeris. (Remo Faccani)

***

Tristia

Я изучил науку расставанья
В простоволосых жалобах ночных.
Жуют волы, и длится ожиданье,
Последний час вигилий городских,
И чту обряд той петушиной ночи,
Когда, подняв дорожной скорби груз,
Глядели в даль заплаканные очи,
И женский плач мешался с пеньем муз.

Кто может знать при слове «расставанье»,
Какая нам разлука предстоит,
Что нам сулит петушье восклицанье,
Когда огонь в акрополе горит,
И на заре какой-то новой жизни,
Когда в сенях лениво вол жует,
Зачем петух, глашатай новой жизни,
На городской стене крылами бьет?

И я люблю обыкновенье пряжи:
Снует челнок, веретено жужжит.
Смотри, навстречу, словно пух лебяжий,
Уже босая Делия летит!
О, нашей жизни скудная основа,
Куда как беден радости язык!
Все было встарь, все повторится снова,
И сладок нам лишь узнаванья миг.

Да будет так: прозрачная фигурка
На чистом блюде глиняном лежит,
Как беличья распластанная шкурка,
Склонясь над воском, девушка глядит.
Не нам гадать о греческом Эребе,
Для женщин воск, что для мужчины медь.
Нам только в битвах выпадает жребий,
А им дано гадая умереть.

Осип Эмильевич Мандельштам

1918

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva 1993-1994

Il Poeta – Giuseppe Conte

 

Non sapevo che cosa è un poeta
quando guidavo alla guerra i carri
e il cavallo Xanto mi parlava.
Ma è passata come una cometa

l’età ragazza di Ettore e di Achille:
non sono diventato altro che un uomo:
la mia anima si cerca ora nelle acque
e nel fuoco, nelle mille

famiglie dei fiori e degli alberi
negli eroi che io non sono
nei giardini dove tutta la pena

di nascere e morire è così leggera.
Forse il poeta è un uomo che ha in sé
la crudele pietà di ogni primavera.

Giuseppe Conte

da “Le stagioni”, Biblioteca Universale Rizzoli, 1988

Solo morire di giorno – Vicente Aleixandre

Foto di Antonio Mora

 

Esalta il giorno le sue ali.

Bosco immenso, selva, leone o nube;
lentissima pupilla che quasi non si muove;
lagrima dolorosa dove brilla una stella,
dolore quasi uccello, iride tra la pioggia.

Il tuo cuore gemello del mio,
alta roccia da cui una breve figura
muove le braccia che quasi non vedo, ma che odo;
invisibile punto dove una tosse o un petto ancora anelo
giunge quasi sia l’ombra delle braccia perdute.

Il tuo cuore gemello come un uccello in terra,
come la palla in fuga che ha piegato le ali,
come due labbra sole che ieri sorridevano…

Una magica luna colore di basalto
esce di dietro il monte come una spalla nuda.
Era di piuma l’aria, la pelle la si udiva
come una superficie che un battello ferisce.

Oh cuore, cuore o luna, oh terra secca a tutto,
oh arena assetata che s’imbeve di un’aria
quando soltanto le onde gialle son acqua!

Acqua o luna è lo stesso: ciò che sfugge alla mano,
linfa che mentre goccia sopra la fronte fredda
imita a un tratto labbra o una morte ascoltata.

Voglio morir di giorno, quando la luna bianca,
bianca come quel velo che cela solo aria,
voga senza sostegno, senza raggi, una lamina,
come una dolce ruota che non può dare gemiti,
infantile e castissima nel sole clamoroso.

Voglio morir di giorno, quando amano i leoni,
allorché le farfalle volano sopra i laghi,
quando la ninfea emerge da un’acqua verde o fredda,
fiore assonnato e strano nella luce rosata.

Voglio morire al limite degli ampi boschi estesi,
dei boschi che levano le braccia.
Quando canta la selva in alto e il sole brucia
capigliature, pelli o un amore che annienta.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o Amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Sólo morir de día 

El mundo glorifica sus alas.

Bosque inmenso, selva o león o nube;
pupila lentísima que casi no se mueve;
dolorosa lágrima donde brilla un lucero,
un dolor como un pájaro, iris fugaz en lluvia.

Tu corazón gemelo del mío,
aquel alto cantil desde el cual una figura diminuta
mueve sus brazos que yo casi no veo, pero que sí que escucho;
aquel punto invisible adonde una tos o un pecho que aún respira,
llega como la sombra de los brazos ausentes.

Tu corazón gemelo como un pájaro en tierra,
como esa bola huida que ha plegado las alas,
como dos labios solos que ayer se sonreían…

Una mágica luna del color del basalto
sale tras la montaña como un hombro desnudo.
El aire era de pluma, y a la piel se la oía
como una superficie que un solo esquife hiere.

¡Oh corazón o luna, oh tierra seca a todo,
oh esa arena sedienta que se empapa de un aire
cuando sólo las ondas amarillas son agua!

Agua o luna es lo mismo: lo impalpable a las manos,
linfa que goteando sobre la frente fría
finge pronto unos labios o una muerte escuchada.

Quiero morir de día, cuando la luna blanca,
blanca como ese velo que oculta sólo un aire,
boga sin apoyarse, sin rayos, como lámina,
como una dulce rueda que no puede quejarse,
aniñada y castísima ante un sol clamoroso.

Quiero morir de día, cuando aman los leones,
cuando las mariposas vuelan sobre los lagos,
cuando el nenúfar surte de un agua verde o fría,
soñoliento y extraño bajo la luz rosada.

Quiero morir al límite de los bosques tendidos,
de los bosques que alzan los brazos.
Cuando canta la selva en alto y el sol quema
las melenas, las pieles o un amor que destruye.

Vicente Aleixandre

 da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935