«Vanno via con passo lento,» – Aleksandr Aleksandrovič Blok

12.

Vanno via con passo lento,
sempre avanti… Chi va là?
È un vessillo che sul vento
fruscia e oscilla in qua e in là…

Dietro ai cumuli in agguato
forse c’è chi sta aspettando…
No, è il cane allampanato
che li segue zoppicando…

«Passa via, vagabondo!
Via rognoso, via, se no…
Come un cane, o vecchio mondo,
passa via, t’abbatterò!»

Mostra i denti come un lupo,
con la coda ritta sta,
cane povero e sparuto…
«Rispondete: chi va là?»

«Chi è che che scuote la bandiera?»
«Oh che buio maledetto!»
«Chi è che va di gran carriera?
chi si fa là parapetto?»

«Su, compagno, alza le mani!
Prender te per noi è un gioco.
Tu cadrai nelle mie mani
vivo o morto! Attenti: fuoco!»

Tratatà!… Ma è solo l’eco
che risponde secco e breve.
La tormenta con un bieco
riso danza fra la neve!

Tratatà!
Tratarà!

… Cosí vanno nella sera,
         ed il cane è ormai laggiú
ma davanti alla bandiera,
        camminando lieve,
        nel vortice di neve,
di rose inghirlandato
in un nembo imperlato,
         avanti marci tu,
         non veduto, o Gesú!

Aleksandr Aleksandrovič Blok

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “I dodici”, Einaudi, Torino, 1965

∗∗∗

…Вдаль идут державным шагом…
– Кто еще там? Выходи!
Это — ветер с красным флагом
Разыгрался впереди…

Впереди – сугроб холодный,
– Кто в сугробе – выходи!..
Только нищий пес голодный
Ковыляет позади…

– Отвяжись ты, шелудивый,
Я штыком пощекочу!
Старый мир, как пес паршивый,
Провались – поколочу!

…Скалит зубы – волк голодный –
Хвост поджал – не отстает –
Пес холодный – пес безродный…
– Эй, откликнись, кто идет?

– Кто там машет красным флагом?
– Приглядись-ка, эка тьма!
– Кто там ходит беглым шагом,
Хоронясь за все дома?

– Всё равно, тебя добуду,
Лучше сдайся мне живьем!
– Эй, товарищ, будет худо,
Выходи, стрелять начнем!

Трах-тах-тах! – И только эхо
Откликается в домах…
Только вьюга долгим смехом
Заливается в снегах…

                   Трах-тах-тах!
                   Трах-тах-тах…

Алекса́ндр Алекса́ндрович Бло́

da “А. Блок. Двенадцать”, Скифы, СПб., 1918

La sabbia e l’angelo – V – Margherita Guidacci

Foto di Jerry Uelsmann

 

Furono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende
Della guerra e degli uragani,
E nemmeno voci umane ed amate,
Ma mormorii d’erbe e d’acque, risa di vento, frusciare
Di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,
Ronzio felice d’insetti attraverso molte estati
Fino a quell’insetto che più insistente ronzava
Nella stanza dove noi non volevamo morire.
E tutto si confuse in una nota, in un fermo
E sommesso tumulto, come quello del sangue
Quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai
Che a tutto ciò era impossibile rispondere.
E quando l’Angelo ci chiese: «Volete ancora ricordare?»
Noi stessi l’ implorammo: «Lascia che venga il silenzio!»

Margherita Guidacci

da “La sabbia e l’angelo” (1946), in “Margherita Guidacci, Le poesie”, a cura di Mauro Del Serra, Casa Editrice Le Lettere, 1999

Desiderio – Federico García Lorca

Garcia Lorca

 

Solo il tuo cuore appassionato
e niente più.

Il mio paradiso un campo
senza usignolo
né lire,
con un lento corso d’acqua
e una piccola sorgente.

Senza il fruscio del vento
tra i rami,
né la stella che desidera
esser foglia.

Una immensa luce
che fosse
lucciola
di un’altra,
in un campo
di sguardi evanescenti.

Una limpida quiete
e i nostri baci là
— sonori vezzi
dell’eco –
si schiuderebbero assai lontano.

Il tuo cuore appassionato
e niente più.

Federico García Lorca

1920

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

***

Deseo

Solo tu corazón caliente,
y nada más.

Mi paraíso un campo
sin ruiseñor
ni liras,
con un río discreto
y una fuentecilla.

Sin la espuela del viento
sobre la fronda,
ni la estrella que quiere
ser hoja.

Una enorme luz
que fuera
luciérnaga
de otra,
en un campo de
miradas rotas.

Un reposo claro
y allí nuestros besos,
lunares sonoros
del eco,
se abrirían muy lejos.

Y tu corazón caliente,
nada más.

Federico García Lorca

1920

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

Mappa per pregare – Chandra Livia Candiani

Matteo Massagrande, Finestra sul mare, 2016, Oil and mixed media on board, 70 x 80 cm

 

Quando vuoi pregare,
quando vuoi sapere
quel che sa la poesia,
sporgiti,
e senza esitazione
cerca il gesto piú piccolo che hai,
piegalo all’infinito,
piegalo fino a terra,
al suo batticuore.

Quando hai fame di luce
e l’amore è cinghia serrata
e il cuore stracolmo
di voli che allacciano troppo
al leggero del cielo,
istruisciti alla pura verità,
quella che non vuoi
e nemmeno immagini,
quella «polvere sul pavimento
e pane sulla tavola»,
ginocchia sbucciate
e pane che parla,
dice la fame giusta.

Offriti al paesaggio grande,
dalla finestra
o in piena aria aperta,
chinati a portare il mondo
sulla schiena nelle ossa
e poi lascialo
scivolare sbocconcellarsi
ai piedi della terra,
ascolta il suo silenzio
che risponde:
«Qui neve su albero.
Qui foglia piccola su pianura
sconfinata. Ghiaccio
esatto. Qui apprendista della luna
raccoglie luce».

Ci vuole incrollabile
ardente pazienza
e vicinanza al pavimento
fronte che lo fronteggi
e dica l’amore pesante,
la fame di giusti mietitori,
di macina.
Per cercare un’altra strada
al desiderio che ti inaridisce
ci vuole furore,
farsi creatura randagia
nel disastro delle falci,
che ti cali il silenzio
sulla testa, l’affamato
sapere che tace
e fa foreste delle ferite.

Se vuoi dare la forza,
raccogliti in un balzo,
uno slancio senza mondo,
polvere da spazzare con devozione,
piccoli scricchiolii di ossa
che parlano alle tue prossime ceneri:
se vuoi essere adesso,
datti la forza,
senza salvare,
senza costringere l’amore
in relazione, lascialo soffiare,
mietere. È un grande paesaggio
il mondo,
ogni animale
lo conserva, gli dà sguardo.

Non serve schiodare il cielo
a caccia di segreti,
sei tu
che di notte scegli,
non guardi la luce minuscola
ma il buio tutto
che le preme attorno.
Visto che non puoi
essere qui, allora ama altrove,
in rettilinea sequenza,
allora prega.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Due gocce – Zbigniew Herbert

Michel Hendrich, 2015

 

I boschi bruciavano −
e loro
s’intrecciavano le mani intorno al collo
come mazzi di rose

la gente correva nei rifugi −
lui diceva mia moglie ha capelli
in cui ci si può nascondere

avvolti nella stessa coperta
sussurravano parole prive di vergogna
litania d’innamorati

Quando il pericolo era grande
si saltavano negli occhi
chiudendoli forte

così forte da non sentire il fuoco
che gli arrivava alle ciglia

fino alla fine coraggiosi
fino alla fine fedeli
fino alla fine somiglianti
come due gocce
sospese sull’orlo d’un viso

Zbigniew Herbert

da “Rapporto dalla città assediata” Adelphi Editore, 1993

∗∗∗

Dwie krople

Lasy płonęły −
a oni
na szyjach splatali ręce
jak bukiety róż

ludzie zbiegali do schronów −
on mówił że żona ma włosy
w których się można ukryć

okryci jednym kocem
szeptali słowa bezwstydne
litanię zakochanych

Gdy było bardzo źle
skakali w oczy naprzeciw
i zamykali je mocno

tak mocno że nie poczuli ognia
który dochodził do rzęs

do końca byli mężni
do końca byli wierni
do końca byli podobni
jak dwie krople
zatrzymane na skraju twarzy

Zbigniew Herbert

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Zbigniew Herbert, Struna światła”, Warsaw: Czytelnik, 1956

Dopo la sconfitta – Ghiannis Ritsos

 

Dopo la disfatta degli ateniesi a Egospòtami, e un po’ più tardi
dopo la nostra ultima sconfitta, – finite le nostre libere
discussioni, finiti anche gli splendori di Pericle,
il fiorire delle Arti, i Ginnasi e i simposî dei sapienti. Ora
c’è un pesante silenzio nell’Agorà e mestizia, e l’impunità dei Trenta Tiranni.
Tutto (anche ciò ch’è più nostro) avviene in contumacia, senza la minima
possibilità di un ricorso, d’una difesa o apologia,
d’una sia pur formale protesta. Le nostre carte e i nostri libri al rogo;
l’onore della patria nel pattume. E se avvenisse mai che ci consentissero
di chiamare a testimoniare un vecchio amico, non accetterebbe, per timore
di patire anche lui la nostra sorte – e a ragione, il tapino. Perciò
stiamo bene qui – forse potremo perfino stabilire un nuovo contatto con la natura
guardando dietro il filo spinato uno scorcio di mare, le pietre, le erbe,
o una nube al tramonto, profonda, violetta, emozionata. E forse
un giorno si troverà un nuovo Cimone, guidato in segreto dalla stessa aquila, che scavi fino a scoprire la punta di ferro della nostra lancia,
arrugginita, consunta anch’essa, e la porti solennemente in processione funebre o trionfale, con musiche e corone, ad Atene.

Ghiannis Ritsos

21 marzo 1968

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2004

«Gli sono troppo vicina perché mi sogni.» – Wisława Szymborska

Wislawa Szymborska

 

Gli sono troppo vicina perché mi sogni.
Non volo su di lui, non fuggo da lui
sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.
Non con la mia voce canta il pesce nella rete.
Non dal mio dito rotola l’anello.
Sono troppo vicina. Una grande casa brucia
senza che io chiami aiuto. Troppo vicina
perché la campana suoni appesa al mio capello.
Troppo vicina per entrare come un ospite
dinanzi a cui si scostano i muri.
Mai più morirò così leggera,
così fuori dal corpo, così ignara,
come un tempo nel suo sogno. Troppo,
troppo vicina. Sento il sibilo
e vedo la squama lucente di questa parola,
immobile nell’abbraccio. Lui dorme,
più accessibile ora alla cassiera d’un circo
con un leone, vista una sola volta,
che non a me distesa al suo fianco.
Per lei ora cresce dentro di lui la valle
con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato
nell’aria azzurra. Io sono troppo vicina
per cadergli dal cielo. Il mio grido
potrebbe solo svegliarlo. Povera,
limitata alla mia forma,
ed ero betulla, ed ero lucertola,
e uscivo dal passato e dal broccato
cangiando i colori delle pelli. E possedevo
il dono di sparire agli occhi stupiti,
ricchezza delle ricchezze. Vicina,
sono troppo vicina perché mi sogni.
Tolgo da sotto il suo capo un braccio,
intorpidito, uno sciame di spilli.
Sulla capocchia di ciascuno sono seduti,
da contare, angeli caduti.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Sale”, Libri Scheiwiller, 2005

***

Jestem za blisko…

Jestem za blisko, żeby mu się śnić.
Nie fruwam nad nim, nie uciekam mu
pod korzeniami drzew. Jestem za blisko.
Nie moim głosem śpiewa ryba w sieci.
Nie z mego palca toczy się pierścionek.
Jestem za blisko. Wielki dom się pali
beze mnie wołającej ratunku. Za blisko,
żeby na moim włosie dzwonił dzwon.
Za blisko, żebym mogła wejść jak gość,
przed którym rozsuwają się ściany.
Już nigdy po raz drugi nie umrę tak lekko,
tak bardzo poza ciałem, tak bezwiednie,
jak niegdys w jego śnie. Jestem za blisko,
za blisko. Słyszę syk
i widzę połyskliwą łuskę tego słowa,
znieruchomiała w objęciu. On śpi,
w tej chwili dostępniejszy widzianej raz w życiu
kasjerce wędrownego cyrku z jednym lwem
niż mnie leżącej obok.
Teraz to dla niej rosnie w nim dolina
rudolistna, zamknięta ośnieżona górą
w lazurowym powietrzu. Ja jestem za blisko,
żeby mu z nieba spaść. Mój krzyk
mógłby go tylko zbudzić. Biedna,
ograniczona do własnej postaci,
a byłam brzozą, a byłam jaszczurką,
a wychodziłam z czasów i atłasów
mieniąc się kolorami skór. A miałam
łaskę znikania sprzed zdumionych oczu,
co jest bogactwem bogactw. Jestem blisko,
za blisko, żeby mu się śnić.
Wysuwam ramię spod głowy śpiącego,
zdrętwiałe, pełne wyrojonych szpilek.
Na czubku każdej z nich, do przeliczenia,
strąceni siedli anieli.

Wisława Szymborska

da “Sól”, Państwowy Instytut Wydawniczy, Warszawa, 1962