Altra arte poetica – Franco Fortini

 

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’è un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppure
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

Franco Fortini

1957

da “Poesia ed errore”, Feltrinelli, Milano, 1959 

Vita – Lars Gustafsson

 

La vita scorre attraverso il mio tempo,
e io, un volto non rasato,
dove le rughe sono profonde, analizzo
le tracce.

Pensieri come bestiame,
avanzano sulla strada per bere,
estati perdute ritornano, ad una ad una,

profonda come il cielo viene la malinconia,
per la pianta di carice che fu,
e le nuvole che allora rotolavano più bianche,

eppure so che tutto è uguale,
che tutto è come allora e irraggiungibile;
perché sono al mondo,

e perché mi prende la malinconia?
E gli stessi lillà profumano come allora.
Credimi: c’è un’immutabile felicità.

Lars Gustafsson

(Traduzione di Enrico Tiozzo)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIII, Maggio 2010, N. 249, Crocetti Editore

Elegia – Jorge Louis Borges

Grete Stern, Autorretrato, 1943

 

Oh destino di Borges,
aver navigato per i diversi mari del mondo
o per l’unico e solitario mare dai diversi nomi,
essere stato una parte di Edimburgo, di Zurigo o delle due Cordova,
della Colombia e del Texas,
esser tornato, dopo il mutare di generazioni,
alle antiche terre della sua stirpe,
all’Andalusia, al Portogallo e alle contee
dove il sassone guerreggiò con il danese e mescolarono il loro sangue,
aver errato per il rosso e tranquillo labirinto di Londra,
essere invecchiato in tanti specchi,
aver cercato invano lo sguardo di marmo delle statue,
aver esaminato litografie, atlanti, enciclopedie,
aver visto le cose che vedono gli uomini,
la morte, il lento farsi giorno, la pianura
e le delicate stelle,
e non aver visto nulla o quasi nulla
fuorché il viso d’una ragazza di Buenos Aires,
un viso che non vuole lo ricordi.
Oh destino di Borges,
forse non più strano del tuo.

Jorge Louis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

Bogotà, 1963

da “L’altro, lo stesso”, Adelphi, Milano, 2002

∗∗∗

Elegía

Oh destino el de Borges,
haber navegado por los diversos mares del mundo
o por el único y solitario mar de nombres diversos,
haber sido una parte de Edimburgo, de Zurich, de las dos Córdobas,
de Colombia y de Texas,
haber regresado, al cabo de cambiantes generaciones,
a las antiguas tierras de su estirpe,
a Andalucía, a Portugal y a aquellos condados
donde el sajón guerreó con el danés y mezclaron sus sangres,
haber errado por el rojo y tranquilo laberinto de Londres,
haber envejecido en tantos espejos,
haber buscado en vano la mirada de mármol de las estatuas,
haber examinado litografías, enciclopedias, atlas,
haber visto las cosas que ven los hombres,
la muerte, el torpe amanecer, la llanura
y las delicadas estrellas,
y no haber visto nada o casi nada
sino el rostro de una muchacha de Buenos Aires,
un rostro que no quiere que lo recuerde.
Oh destino de Borges,
tal vez no más extraño que el tuyo.

Jorge Louis Borges

Bogotá, 1963

da “El otro, el mismo”, Buenos Aires: Emecé, 1969

Sotto i colpi – Nelo Risi

Foto di Brett Weston

 

C’è gente che ci passa la vita
che smania di ferire:
dov’è il tallone gridano dov’è il tallone,
quasi con metodo
sordi applicati caparbi.

Sapessero
che disarmato è il cuore
dove più la corazza è alta
tutta borchie e lastre, e come sotto
è tenero l’istrice.

Nelo Risi

da “Pensieri elementari”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

Figura bianca – Jiří Orten

Josef Sudek, Moldau with national theater, Prague, c. 1948

 

Era un dicembre di doni. Sulla nevosa pianura
uno con una tavolozza stava.
Su lui che dipingeva nevicava, nevicava.
Lui trasognava, nella sua pittura

del nudo inverno, dei suoi rigidi ossi,
della valle di un grembo, piú fonda che non voleva,
di una gloria di seni eretta vertiginosa.
Sul modello la neve cadeva.

Il corvo volteggiava, ahimè, cosa mai vuole
e da dove è venuto?
Era un dicembre di doni. E nevicava
su quella tavolozza che non ha piú colore.

O paurosa impotenza a nominare il dipingere
che cade sopra la tela,
ed è come la neve bianca, che non sa niente,
perché deve cadere!

O paurosa impotenza a fermare ciò che fugge!
Si è fatta debole la tua mano,
la lingua ti è legata e non sai piú parlare
a ciò che si dissolve:

o mutazioni eterne, ogni nodo si snoda,
o mutazioni eterne, fin quando in neve io mi sciolga,
dove sarà l’anima mia, in quale donna,
dove sarà, in quale neve?

Era un dicembre di doni, sulla nevosa pianura
uno con una tavolozza stava.
Su lui che dipingeva nevicava, nevicava.
Lui trasognava, nella sua pittura.

Jiří Orten

12.12.1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

***

Bílý obraz

Byl štědrý prosinec. Na zasněžené plám
s paletou v ruce kdosi stál.
Sněžilo, sněžilo do jeho malování.
On nevěděl, on maloval

tu nahou zimu, její pevné kosti,
údolí klína, hlubší, nežli chtěl,
a výšku ňader v strmé závratnosti.
Sněžilo na model.

Tu havran zakroužil, ach Bože, co ten chce tu
a odkud přilétá?
Byl štědrý prosinec. Sněžilo na paletu
a prázdná byla paleta.

Ta strašná bezmocnost zmocnit se malování,
jež padá na plátna,
a je jak bílý sníh, jenž neví, neví ani
proč padat má!

Ta strašná bezmocnost zastavit prchající!
Zeslábla ruka tvá,
jazyk máš svázaný a nedovede říci
tomu, co roztává:

Ó věčné proměny, taje vše utajené,
ó věčné proměny, až rozplynu se v sníh,
kde bude duše má, kde bude, v které ženě
a v kterých závějích?

Byl štědrý prosinec. Na zasněžené pláni
s paletou v ruce kdosi stál.
Sněžilo, sněžilo do jeho malování.
On nevěděl, on maloval.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

L’attesa – Guy Goffette

Foto di Richard Tuschman, from “Hopper Meditations series”

 

Se vieni per restare, lei dice, non parlare.
Bastano pioggia e vento sopra le tegole,
basta il silenzio accumulato sopra i mobili
come polvere dopo secoli senza te.

Ancora non parlare. Ascolta ciò ch’è stato
lama nella mia carne: ogni passo, un ridere lontano,
l’abbaiare di un cane, lo sportello che sbatte
e questo treno che non finisce mai di passare

sulle mie ossa. Rimani senza parole: non c’è nulla
da dire. Lascia che la pioggia ridiventi pioggia
e il vento questa marea sotto le tegole, lascia

il cane gridare il suo nome nella notte, lo sportello
sbattere, andarsene lo sconosciuto in quel luogo vuoto
dove io morirò. Rimani se vieni per rimanere.

Guy Goffette

(Traduzione di Marcello Comitini)

∗∗∗

L’attente

Si tu viens pour rester, dit-elle, ne parle pas.
Il suffit de la pluie et du vent sur les tuiles,
il suffit du silence que les meubles entassent
comme poussière depuis des siècles sans toi.

Ne parle pas encore. Écoute ce qui fut
lame dans ma chair : chaque pas, un rire au loin,
l’aboiement du cabot, la portière qui claque
et ce train qui n’en finit pas de passer

sur mes os. Reste sans paroles : il n’y a rien
à dire. Laisse la pluie redevenir la pluie
et le vent cette marée sous les tuiles, laisse

le chien crier son nom dans la nuit, la portière
claquer, s’en aller l’inconnu en ce lieu nul
où je mourais. Reste si tu viens pour rester.

Guy Goffette

da “La Vie promise”, Éditions Gallimard, 1991

«Amo il bianco tra le parole» – Chandra Livia Candiani

Donata Wenders, The Veil, Paris, 2002

 

Amo il bianco tra le parole,
il loro margine ardente,
amo quando taci
e quando riprendi a parlare,
amo la parola che spunta
solitaria
sullo specchio buio del vocabolario,
e quando sborda, va alla deriva
con deciso smarrimento,
quando si oscura
e quando si spezza,
si fa ombra.
Quando veste il mondo,
quando lo rivela,
quando fa mappa,
quando fa destino.
Amo quando è imminente
e quando si schianta,
quando è straniera,
quando straniera sono io
nella sua ipotetica terra,
amo quello che resta,
dopo la parola detta,
non detta. E quando è proibita
e pronunciata lo stesso,
quando si cerca e si vela,
quando si sposa
e quando è realtà di muri
limite che incaglia al suolo,
quando scorre candida
e corre per prima a bere,
e quando preme alla gola,
spinge all’aperto,
quando è presa a prestito,
quando mi impresta al discorso
dell’altro, quando mi abbandona.
Non voglio una parola di troppo,
voglio un silenzio a dirotto,
non un commercio tra mutezza e voce,
ma una breccia,
una spaccatura che allarga luce,
una pista delle scosse.
Dammi un ascolto che precipita –
parola.
Che nasce.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014