Da una crepa – Elisa Biagini

Galina Kurlat, Inherent Traits, 2011

Galina Kurlat, Inherent Traits, 2011

 

mi scrivo tra le
crepe, nei nodi
del legno, nella
polvere sotto il tappeto:

il buio, che aspetta
d’entrare, s’aggruma
d’occhiaie.

∗∗∗

come su foglio
accartocciato
che si liscia
resta il
segno
           crepa
a colarci
l’inchiostro.

(noi ci imbeviamo
d’infiniti spigoli.)

∗∗∗

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

∗∗∗

e la schiena si
crepa, astuccio
di semi
che spingono,
che s’aprono in rami,
cespuglio di dita
che mai giunge a toccare,
che taglia l’aria d’unghia.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

Monologo per Cassandra – Wisława Szymborska

Aimé Millet, Cassandra, 1877, Jardin des Tuileries, Paris

Aimé Millet, Cassandra, 1877, Jardin des Tuileries, Paris

 

Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

È andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Uno spasso” (1967), Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Monolog dla Kasandry

To ja, Kasandra.
A to jest moje miasto pod popiołem.
A to jest moja laska i wstążki prorockie.
A to jest moja głowa pełna wątpliwości.

To prawda, tryumfuję.
Moja racja aż łuną uderzyła w niebo.
Tylko prorocy, którym się nie wierzy,
mają takie widoki.
Tylko ci, którzy źle zabrali się do rzeczy,
i wszystko mogło spełnić się tak szybko,
jakby nie było ich wcale.

Wyraźnie teraz przypominam sobie,
jak ludzie, widząc mnie, milkli w pół słowa.
Rwał się śmiech.
Rozplatały się ręce.
Dzieci biegły do matki.
Nawet nie znałam ich nietrwałych imion.
A ta piosenka o zielonym listku –
nikt jej nie kończył przy mnie.

Kochałam ich.
Ale kochałam z wysoka.
Sponad życia.
Z przyszłości. Gdzie zawsze jest pusto
i skąd cóż łatwiejszego jak zobaczyć śmierć.
Żałuję, że mój głos był twardy.
Spójrzcie na siebie z gwiazd – wołałam –
spójrzcie na siebie z gwiazd.
Słyszeli i spuszczali oczy.

Żyli w życiu.
Podszyci wielkim wiatrem.
Przesądzeni.
Od urodzenia w pożegnalnych ciałach.
Ale była w nich jakaś wilgotna nadzieja,
własną migotliwością sycący się płomyk.
Oni wiedzieli, co to takiego jest chwila,
och bodaj jedna jakakolwiek
zanim –

Wyszło na moje.
Tylko że z tego nie wynika nic.
A to jest moja szatka ogniem osmalona.
A to są moje prorockie rupiecie.
A to jest moja wykrzywiona twarz.
Twarz, która nie wiedziała, że mogła być piękna.

Wisława Szymborska

da “Sto pociech: wiersze”, Państwowy Instytut Wydawniczy, 1967 

Metti la mano – Attila József

Foto di Anastasia Laktina

Foto di Anastasia Laktina

 

Metti la mano
sulla mia fronte
come se fosse
mia la tua mano.

Fammi la guardia
come chi uccide,
come se fosse
tua la mia vita.

Amami, come se
fosse bene,
come il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Attila József

(Traduzione di Umberto Albini)

da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957

***

Tedd a kezed

Tedd a kezed
homlokomra,
mintha kezed
kezem volna.

Úgy őrizz, mint
ki gyilkolna,
mintha éltem
élted volna.

Úgy szeress, mint
ha jó volna,
mintha szívem
szíved volna.

Attila József

da “Összes versei: 1928-1937”, Budapest: Szépirodalmi konyvkiadó, 1954

Omaggio alla poesia – Yang Lian

Foto di Don Hong-Oai

Foto di Don Hong-Oai

 

Il vecchio secolo scopre la fronte
e scuote le spalle ferite
la neve copre le rovine — bianca e inquieta
come schiuma d’onde, si muove in una selva oscura
una voce sperduta ci giunge da quegli anni
non ci sono strade
attraverso questa terra che la morte ha reso misteriosa

Il vecchio secolo ingannando i suoi figli
lascia ovunque scritte irriconoscibili
la neve sulla pietra corregge la sporcizia decorata
io stringo nelle mani la mia poesia
chiamami! Nell’istante anonimo
la barca del vento portando la storia è passata in fretta
dietro di me — come un’ombra
mi segue una fine

Dunque ho capito:
un gemito non è un rifiuto, le dita della fanciulla e
il modesto mirto sono immersi nei cespugli viola
sguardi come meteoriti si tuffano nell’oceano immenso
ho capito che ogni anima infine sorgerà di nuovo
portando il profumo fresco e umido del mare
portando l’eterno sorriso e la voce che non si piega
salendo verso il puro mondo azzurro
e io declamerò il mio poema

Crederò che ogni ghiacciolo è il sole
queste rovine, essendoci io, diffondono una strana luce
tra questi campi pietrosi ho ascoltato un canto
mi nutre un seno pieno di gemme
avrò nuova dignità e sacro amore
sui campi candidi denuderò
            un cuore
sul cielo candido denuderò
           un cuore
e sfiderò il vecchio secolo
perché sono poeta

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta
l’aurora tornerà, la chiave dell’alba
ruoterà nella giungla, i frutti
           maturi lanceranno fiamme
anch’io tornerò, a scavare di nuovo
           il destino doloroso
a coltivare questa terra nascosta dalla neve

Yang Lian

Maggio 1980 – gennaio 1981.

(Traduzione di Alessandro Russo)

da “Nuovi Poeti Cinesi”, Einaudi, Torino, 1996

Durata – Ghiannis Ritsos

Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge, 1889, Kröller-Müller Museum, Otterlo

Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge, 1889, Kröller-Müller Museum, Otterlo

 

La notte ci guarda tra il fogliame delle stelle.
Bella notte silenziosa. Verrà una notte
in cui non ci saremo. E anche allora
il granturco canterà le sue antiche canzoni,
le mietitrici s’innamoreranno accanto ai covoni,
e tra i nostri versi dimenticati
come tra le spighe gialle
un viso giovane, illuminato dalla luna,
guarderà, come noi stanotte,
quella piccola nube d’argento

che si piega e appoggia la fronte sulla spalla dell’altura.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

1959; da Seminario estivo, 1953-1964, in Poesie IV, 1975

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

***

Διάρκεια

‘Η νύχτα μάς κοιτάζει μεσ’ απ’ τά φυλλώματα των άστρων.
Όμορφη νύχτα, σιωπηλή. Θα ‘ρθει μιά νύχτα
κι εμείς θα λείπουμε. Και τότε πάλι
θα τραγουδάνε οι αραποσιτιές τ’ αρχαία τραγούδια τους,
οι θερίστριες θα ερωτεύονται πλάι στα δεμάτια,
κι ανάμεσα απ’ τους ξεχασμένους στίχους μας
όπως ανάμεσα απ’ τα κίτρινα στάχυα
ένα πρόσωπο νεανικό, φωτισμένο απ’ το φεγγάρι,
θα κοιτάζει, όπως εμείς απόψε,
εκείνο το μικρό ασημένιο σύννεφο
που γέρνει κι ακουμπάει το μέτωπο του στον ώμο του λόφου.

Γιάννης Ρίτσος

1959

da “θερινό φροντιστήριο” (1953-1964) 

Insieme ancora – Yves Bonnefoy

Auguste Rodin, Mains d'amants, marmo, 1904, Musée Rodin di Parigi

Auguste Rodin, Mains d’amants, 1904, Musée Rodin, Paris

II

Coppa della fiducia,
Forgiata nell’argilla dei grandi vocaboli,
Ben sappiamo
Che la tua forma è informe, ma che importa,
Amare ci è prova maggiore. Avevo eletta
Nella lieta illusione di un primo giorno,
Una pietra, l’arenaria. O amica mia,
Serbiamole questo bel nome. Prendo la tua mano,
Questo battito al polso è il fiume.

E le nostre mani che si cercano, si trovano, si amano,
Abbiamo forgiato un’altra vita,
La coppa è nata soltanto dai nostri palmi
Che si sfiorano, si urtano, si sovrappongono
In questa creta, il desiderio, nell’amare, questo voto.

Poi, nell’incavo dell’argilla, questi occhi nuovi,
Fu, lo capimmo,
Questo stesso bagliore che avevamo
Amato veder sorgere, presto, fin da prima del giorno,
Da sotto la cima ancora indistinta
Delle nostre montagne basse: e che silenti
Annunci nel metallo in fiamme
Dell’immensa dolcezza che sarebbe stata l’alba!
Alberi apparivano, uno dopo l’altro,
Ancora scuri, si sarebbe detto, da quei segni
Che parevano disegnare su uno sfondo di bruma,
Che un dio benevolo concepisse,
Talmente era perfetta,
Questa terra, per conciliare vita e spirito.
L’anello che non mettemmo al nostro dito,
Lo sia questo luogo,
Evidenza senza prova, sufficiente.

Era reale, ciò che fummo,
Il riccio di un’attesa che un giorno
L’avrebbe aperta, con la sua debole stretta, invincibile?
Blu questa china sotto il nostro sentiero,
Silenziosa la staccionata della nostra soglia,
Alti sono i fumi. Il visibile è l’essere,
E l’essere, ciò che riunisce. O tu, e tu,
Vita nata dalla nostra vita,
Voi mi tendete le mani, che si stringono,
Le vostre dita sono sia l’Uno che il molteplice,
I vostri palmi sono il cielo e le sue stelle.
Siete voi che reggete il grande libro.
Meglio, che lo fate nascere, facendolo riaffiorare,
Pagine cariche di segni, di questo abisso
Che è la cosa in attesa del suo nome.

Mi ricordo.
La notte era stata il bel temporale
Poi, ai corpi scarmigliati
La complice acquiescenza del sonno.
All’alba il bambino è entrato nella stanza.
La mattinata, fu
Capire quanto fossero reali i frutti visti in sogno,
Placabili le seti. E che la luce
Può immobilizzarsi, è la felicità,
Mi ricordo. È ricordarmi?
O è immaginare? Facilmente valicabile
Il confine laggiù fra tutto e nulla.

Yves Bonnefoy

(Traduzione inedita di Fabio Scotto)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Settembre 2016, N. 318, Crocetti Editore

∗∗∗

Ensembre encore

II

Coupe de la confiance,
Façonnée dans l’argile des grands vocables,
Nous savons bien
Que ta forme est informe, mais qu’importe,
Aimer nous prouve plus. J’avais élu
Dans l’illusion heureuse d’un premier jour,
Une pierre, le safre. Ô mon amie,
Gardons-lui ce beau nom. Je prends ta main,
Ce battement au poignet, c’est le fleuve.

Et nos mains se cherchant, se trouvant, s’aimant,
Nous avons façonné une autre vie,
La coupe est née de seulement nos paumes
Se frôlant, se heurtant, se chevauchant
Dans cette glaise, le désir, dans aimer, ce vœu.

Puis, au creux de l’argile, ces yeux nouveaux,
Ce fut, nous le comprîmes,
Cette même lueur que nous avions
Aimé voir sourdre, tôt, dès avant le jour,
De sous la cime encore peu distincte
De nos montagnes basses: et quels apprêts
Silencieux dans le métal en feu
De l’immense douceur que serait l’aube!
Un arbre puis un arbre paraissaient,
Encore noirs, on eût cru, à ces signes
Qu’ils semblaient dessiner sur fond de brume,
Qu’un dieu de bienveillance concevait,
Si parfaite était-elle,
Cette terre, pour concilier esprit et vie.
L’anneau que nous ne mîmes pas à notre doigt,
Ce lieu le soit,
Évidence sans preuve, suffisante.

Était-ce du réel, ce que nous fûmes,
La bogue d’une attente qui la fendrait
Un jour, de sa poussée faible, invincible?
Bleue cette pente au bas de notre chemin,
Silencieuse la barrière de bois de notre seuil,
Hautes sont les fumées. Le visible est l’être,
Et l’être, ce qui rassemble. Ô toi, et toi,
Vie née de notre vie,
Vous me tendez vos mains, qui se réunissent,
Vos doigts sont à la fois l’Un et le multiple,
Vos paumes sont le ciel et ses étoiles.
C’est vous aussi qui tenez le grand livre,
Non, qui le faites naître, le remontant,
Pages chargées de signes, de ce gouffre
Qu’est la chose en attente de son nom.

Je me souviens.
La nuit avait été le bel orage
Puis, aux corps en désordre
L’acquiescement complice du sommeil.
Au jour l’enfant est entré dans la chambre.
La matinée, ce fut
De comprendre réels les fruits vus en rêve,
Apaisables les soifs. Et que la lumière
Peut s’immobiliser, c’est le bonheur.
Je me souviens. Est-ce me souvenir?
Ou est-ce imaginer? Aisément franchissable
La frontière là-bas entre tout et rien.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble encore, suivi de Perambulans in noctem”, Mercure de France, 2016

«La luce ha la tua statura» – Leonardo Sinisgalli

Harold Cazneaux, "Pergola pattern", 1931

Harold Cazneaux, “Pergola pattern”, 1931

 

La luce ha la tua statura
E regge il gesto
Precisa, anche la pietra
Dà il petto al sole.
La tua voce questa mattina
Ci cresce nelle ossa,
In questo sangue
Che si ordina come le foglie.
E il giorno prende in terra
Misura dal tuo passo.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943