Sonetto XVI – Elizabeth Barrett Browning

Clotilde Sacharoff

Clotilde Sacharoff

 

XIV.

Se amarmi devi, amami sì, ma a patto
     Che sia sol per amor: «Per la figura
     L’amo,» non dire, «per la parlatura
Ch’ella ha soave, io l’amo per un tratto

Di pensiero al mio simil, che m’ha fatto
     In quel giorno obliar la vita dura.»
     Queste cose, amor mio, per lor natura
O per te cangiar possono, e disfatto

Potrebb’esser così l’amore sì sorto.
     E non mi amar per la pietà di cuore
         Che terge il pianto mio. Potrebbe il pianto

Cessare e l’amor tuo, pel tuo conforto.
         Ma solo per amor: così soltanto
     Tu m’amerai l’eternità d’amore.

Elizabeth Barrett Browning

(Traduzione di Mario Praz)

da “Sonetti dal portoghese”, 1850, in  “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

***

Sonnett XIV 

If thou must love me, let it be for nought
Except for love’s sake only. Do not say
«I love her for her smile—her look—her way
Of speaking gently,—for a trick of thought

That falls in well with mine, and certes brought
A sense of pleasant ease on such a day»—
For these things in themselves, Belovèd, may
Be changed, or change for thee,—and love, so wrought,

May be unwrought so. Neither love me for
Thine own dear pity’s wiping my cheeks dry,—
A creature might forget to weep, who bore

Thy comfort long, and lose thy love thereby!
But love me for love’s sake, that evermore
Thou may’st love on, through love’s eternity.

Elizabeth Barrett Browning

da “Sonnets from the Portuguese: Centennial Variorum Ed.”, Ed. and with an Introd. by Fannie Ratchford and Notes by Deoch Fulton, 1950

Guado – Margherita Guidacci

Foto di Marcin Twardowski

Foto di Marcin Twardowski

 

L’anno contiene quest’unico guado
verso di te. Ogni volta
lo trovo un poco più sommerso, l’onda
più gonfia, la corrente
più minacciosa. Eppure
io t’ho raggiunto ancora, ed ogni breve
istante che trascorro accanto a te
diviene un «sempre» e se ne nutrirà
anche il tempo deserto. Se una dura
legge c’imporrà un «mai», noi condannati
ed immobili sulle opposte rive
intrecceremo tuttavia i richiami
di un desiderio tramutato in splendore.
Così la Tessitrice ed il Pastore
si rispondono: Vega ed Altair
tra cui si snoda l’alto
stellato fiume.

Margherita Guidacci

da “Anelli del tempo”, Edizioni Città di Vita, 1993

Charles Webster – Edgar Lee Masters 

Nicola Bertellotti, Embrace, 2016

 

I boschi di pini sulla collina,
e la fattoria lontana miglia e miglia,
apparivano nitidi come dietro una lente
sotto il cielo di un azzurro pavone!
Ma una coperta di nuvole nel pomeriggio
avvolse la terra. E tu camminavi la strada
e il campo di trifogli, dove l’unica voce
era il tremolo vivo del grillo.
Poi il sole tramontò fra grandi cumuli
di lontane burrasche. Si levò un vento
e spazzò il cielo che attizzava le fiamme
delle stelle scoperte;
e faceva oscillare la luna rossiccia,
che pendeva fra l’orlo del colle
e i rami scintillanti del frutteto.
Tu camminavi soprappensiero sulla riva
dove le gole delle onde erano come civette
che cantassero sotto l’acqua e piangessero
allo sciacquío del vento in mezzo ai cedri.
Finché tu ti fermasti, troppo commossa per piangere,
e vicino alla casa, in alto, vedesti Giove,
che sfiorava la vetta del pino gigante,
e in basso vedesti la mia sedia vuota,
cullata dal vento nel portico solitario –
sii coraggiosa, Amore!

Edgar Lee Master

(Traduzione di Fernanda Pivano)

da “Spoon River Anthology”, Einaudi Editore, 1943

∗∗∗

Charles Webster

The pine woods on the hill,
And the farmhouse miles away,
Showed clear as though behind a lens
Under a sky of peacock blue!
But a blanket of cloud by afternoon
Muffled the earth. And you walked the road
And the clover field, where the only sound
Was the cricket’s liquid tremolo.
Then the sun went down between great drifts
Of distant storms. For a rising wind
Swept clean the sky and blew the flames
Of the unprotected stars;
And swayed the russet moon,
Hanging between the rim of the hill
And the twinkling boughs of the apple orchard.
You walked the shore in thought
Where the throats of the waves were like whip-poor-wills
Singing beneath the water and crying
To the wash of the wind in the cedar trees,
Till you stood, too full for tears, by the cot,
And looking up saw Jupiter,
Tipping the spire of the giant pine,
And looking down saw my vacant chair,
Rocked by the wind on the lonely porch −
Be brave, Beloved!

Edgar Lee Masters

da “Spoon River Anthology”, Mc Millan Company, New York, 1916

Parla il frammento di un vaso – Maria Grazia Calandrone

Federica Erra, Letizia

Federica Erra, Letizia

 

Piú di cosí non si può essere amati, piú di quando il sole
scava la lente delle bottiglie abbandonate nel bosco come fossero gli occhi di lei
abbassati sul rischio della terra acre. Sopra questa scultura
c’è il frumento del corpo posato. Attraverso la lente del cuore
sorge e scintilla
un fiore immedicabile di grano
perché la rettitudine delle membra posi a terra
il doloroso eccesso della bellezza.

Maria Grazia Calandrone

24 giugno 2008

da “Croci e combinazioni”, in “Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti”, Crocetti Editore, 2010

Parente della Morte – Endre Ady

Edward Steichen, Heavy roses, 1914

 

Io sono parente della Morte.
Amo l’amore morente,
amo baciare
chi se ne va.

Amo le rose malate,
le vogliose donne sfiorenti,
e i lucenti, malinconici
tempi d’autunno.

Amo il richiamo spettrale
delle ore tristi
e il fratello giocoso
della grande e santa Morte.

Amo coloro che partono,
che piangono e si destano
e, nei freddi mattini brinati,
i campi.

Amo la stanca rinuncia,
il pianto senza lagrime,
la pace, rifugio di saggi, di poeti
e di malati.

Amo i delusi, gl’infermi,
coloro che sono fermi,
gl’increduli, i tristi:
il mondo.

Io sono parente della Morte.
Amo l’amore morente,
amo baciare
chi se ne va.

Endre Ady

(Traduzione di Paolo Santarcangeli)

da “Endre Ady, Poesie”, Lerici editori, Milano, 1964

***

A Halál rokona

Én a Halál rokona vagyok,
Szeretem a tűnő szerelmet,
Szeretem megcsókolni azt,
Aki elmegy.

Szeretem a beteg rózsákat,
Hervadva ha vágynak, a nőket,
A sugaras, a bánatos
Osz-időket.

Szeretem a szomorú órák
Kisértetes, intő hivását,
A nagy Halál, a szent Halál
Játszi mását.

Szeretem az elutazókat,
Sírokat és fölébredőket,
S dér-esős, hideg hajnalon
A mezőket.

Szeretem a fáradt lemondást,
Könnyeden sírást és a békét,
Bölcsek, poéták, betegek
Menedékét.

Szeretem azt, aki csalódott,
Aki rokkant, aki megállóit,
Aki nem hisz, aki borús:
A világot.

Én a Halál rokona vagyok,
Szeretem a tűnő szerelmet,
Szeretem megcsókolni azt,
Aki elmegy.

Endre Ady

da “Vér es arany”, Franklin-Társulat, Budapest, 1908

Rimani in sogno – Alfonso Gatto

Scultura di Yves Pires

 

Era stupore di notte
o anima di vento
la casa leggera che il lume
portava sulla sua ombra.

Rimani in sogno laggiù,
giovane di plenilunio
alle terrazze aperte.

Addormentata in declivio
sul braccio che ti chiude
sei giusta, e salvi ancora
la pace alla mia morte.

Abbiamo freddo insieme
nelle notti se chiami
il tuo nome nel sogno a illimpidirti.
La paura d’esistere non salva
una giornata calma alla bambina
che ricerca nel seno il tuo passato.

Rimani in sogno e come il sogno uguale
trascorra la pianura, il dolce vento.

Alfonso Gatto

da “La memoria felice” (1937-39), in “Poesie” (1929-1941), Mondadori, Milano, 1961

In “Poesie”, Panorama, Milano, 1939 (come già in «Il Frontespizio», 1937, 4) i due versi conclusivi sono : «E t’invento la morte per sollievo / nell’infanzia degli angeli e dei prati.».

Patagonia – Kate Clanchy

Foto di Henri Cartier-Bresson

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Dissi forse la Patagonia, e immaginavo
una penisola, grande abbastanza
per un paio di sedie a sdraio
su cui dondolare nell’alta marea. Pensavo

a noi in un freddo mozzafiato, davanti
a un orizzonte tondo come una moneta, avvolti
nell’intreccio del ripiglino che i gabbiani giocano
dal mare fino al sole. Pensavo di aspettare

finché le onde non si fossero addormentate
dalla noia, finché gli ultimi cirripedi ancora aggrappati,
preoccupati dal silenzio, non si fossero
allontanati ai remi di piccole piroghe, finché

quegli uccelli inquieti, le tue mani d’attore,
non ti fossero caduti esausti in grembo,
finché, finalmente, non ti fossi rivolto a me.
Quando dissi Patagonia, volevo dire

cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire
anni. Li volevo tutti con te.

Kate Clanchy

(Traduzione di Giorgia Sensi)

da “Neonato”, Edizioni Medusa, Milano, 2007

***

Patagonia

I said perhaps Patagonia, and pictured
a peninsula, wide enough
for a couple of ladderback chairs
to wobble on at high tide. I thought

of us in breathless cold, facing
an horizon round as a coin, looped
in a cat’s cradle strung by gulls
from sea to sun. I planned to wait

till the waves had bored themselves
to sleep, till the last clinging barnacles,
growing worried in the hush, had
paddled off in tiny coracles, till

those restless birds, your actor’s hands,
had dropped slack into your lap,
until you’d turned, at last, to me.
When I spoke of Patagonia, I meant

skies all empty aching blue. I meant
years. I meant all of them with you.

Kate Clanchy

da “Slattern”, Picador, London, 2001