«Sono cent’anni che non ho visto il suo viso» – Nazim Hikmet

Foto di Rimel Neffati

Foto di Rimel Neffati

 

Sono cent’anni che non ho visto il suo viso
che non ho passato il braccio
attorno alla sua vita
che non mi son fermato nei suoi occhi
che non ho interrogato
la chiarità del suo pensiero
che non ho toccato
il calore del suo ventre

eravamo sullo stesso ramo insieme
     eravamo sullo stesso ramo
caduti dallo stesso ramo ci siamo separati
e tra noi il tempo è di cent’anni
     di cent’anni la strada
e da cent’anni nella penombra
     corro dietro a te.

Nazim Hikmet

Stoccolma, 1960

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “In esilio”

daNazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

«Tu sei come una terra» – Cesare Pavese

Foto di Édouard Boubat

Foto di Édouard Boubat

 

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.

Cesare Pavese

[29 ottobre 1945]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1952

Mia lingua fedele – Czesław Miłosz

Foto di Tomasz Tomaszewski

Foto di Tomasz Tomaszewski

 

Mia lin­gua fedele,
ti ho ser­vito.
Ogni notte ti met­tevo davanti le sco­del­line dei colori,
per­ché tu avessi e la betulla e la caval­letta e il ciuf­fo­lotto
con­ser­vati nella mia memoria.

È stato così per molti anni.
Sei stata la mia patria per­ché un’altra è man­cata.
Pen­savo che avre­sti fatto da inter­me­dia­ria
fra me e le per­sone buone,
non fos­sero che venti, dieci,
o ancora doves­sero nascere.

Ora rico­no­sco di dubi­tare.
Ci sono momenti in cui mi sem­bra di aver sciu­pato la vita.
Per­ché tu sei la lin­gua degli umi­liati,
la lin­gua degli insen­sati e di coloro che odiano
se stessi forse ancor più degli altri popoli,
la lin­gua dei con­fi­denti,
la lin­gua dei con­fusi,
malati della pro­pria innocenza.

Ma senza di te chi sono.
Solo un pedante in qual­che paese lon­tano,
un suc­cess senza paura e umi­lia­zioni.
Be’ sì, chi sono senza di te.
Un filo­sofo come tutti.

Capi­sco, que­sta deve essere la mia edu­ca­zione:
la glo­ria all’individualità sot­tratta,
al Pec­ca­tore d’una Mora­lità
il Gran Borioso stende sotto il tap­peto rosso,
men­tre la lan­terna magica
getta sulla tela imma­gini di umana e divina sofferenza.

Mia lin­gua fedele,
eppure forse io ti devo sal­vare.
Con­ti­nuerò per­ciò a met­terti davanti sco­del­line di colori
chiari e puliti se pos­si­bile,
per­ché nell’infelicità occorre una qual­che armo­nia e bellezza.

Czesław Miłosz

Berkeley, 1968

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Città senza nome”, in “Czesław Miłosz, Poesie”, Adelphi, 1983

Tra la legge e la leggenda – Piero Bigongiari

Foto di Sayaka Maruyama

Foto di Sayaka Maruyama

 

Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
forse perché amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
ma forse proprio in essa pesticciando,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente la ravviva.

Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart…, mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.

Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari – è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.

                                       Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne precorri l’augurio coi tuoi occhi,
scheggia impazzita tra gli altri balocchi
del destino che l’uomo chiama vita.

Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul tuo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
– altro non ne ho: l’aspo ne fu rapito –
che sull’altro ritesso la leggenda.
Tu che la leggi strappane la benda
dei segni che l’accertano o la mettono
in forse, perché, vedi, sotto sanguina.

Piero Bigongiari

18 – 20 marzo ’90

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, Milano, 1992

Silenzio – Rainer Maria Rilke

Alessio Albi, Mirror, 2015

Alessio Albi, Mirror, 2015

     

     Lo senti, amore?… Le mani sollevo,
ed è nell’aria — lo senti? — un fruscío.

     Entro la solitudine, perviene
come un suono ogni gesto
alle cose che origliano mute.

     Lo senti, amore?… Le palpebre inclino
e ti raggiunge un novello fruscío.

     Lo senti, amore?… Ridesto, le schiudo…
Oh perché mai non ti vedo, amor mio?

     D’ogni piú lieve mio gesto, rimane
come un’impronta tenace, che appare
nel serico silenzio.
Ogni piú labile moto s’incide
entro il velario disteso dell’ètere,
imperituro.

     Col mio respiro, in un ritmo, le stelle
via per il cielo discendono, salgono.
Alle mie labbra l’olezzo dei fiori
giunge qual filtro, che immemore bevo.
E riconosco tralucer nell’ombra
d’angeli ignoti un lontano accennare.

     Questo, e non altro, sognando ripenso…
Piú non mi avveggo, Diletta, di te…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Il libro delle immagini, 1902”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die Stille

Hörst du, Geliebte, ich hebe die Hände –
hörst du: es rauscht …
Welche Gebärde der Einsamen fände
sich nicht von vielen Dingen belauscht?
Hörst du, Geliebte, ich schließe die Lider,
und auch das ist Geräusch bis zu dir,
hörst du, Geliebte, ich hebe sie wieder …
… Aber warum bist du nicht hier.

Der Abdruck meiner kleinsten Bewegung
bleibt in der seidenen Stille sichtbar;
unvernichtbar drückt die geringste Erregung
in den gespannten Vorhang der Ferne sich ein.
Auf meinen Atemzügen heben und senken
die Sterne sich.
Zu meinen Lippen kommen die Düfte zur Tränke,
und ich erkenne die Handgelenke
entfernter Engel.
Nur die ich denke: Dich
seh ich nicht.

Rainer Maria Rilke

da “Das Buch der Bilder”, Leipzig: Insel Verlag, 1917

«Abito nella tua voce» – Chandra Livia Candiani

Willy Ronis, Night at the Chalet, 1935

Willy Ronis, Night at the Chalet, 1935

 

Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
«Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome».

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

Come chi ascolta piovere – Octavio Paz

Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

 

Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte non arriva ancora,
figure della nebbia
al voltare l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata con i cinque sensi svegli,
piove, passi lievi, rumore di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
ciò che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
lampeggia l’asfalto umido,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e il tuo sembiante di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lento lampo,
attraversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto lampeggia, tu attraversi la strada,
è la nebbia errante nella notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’ondeggiare del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sgorgare di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, ritornano gli istanti,
senti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né là: li senti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
– entra, la tua ombra copre questa pagina.

Octavio Paz

(Traduzione di Ernesto Franco)

da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

***

Como quien oye llover

Óyeme como quien oye llover,
ni atenta ni distraída,
pasos leves, llovizna,
agua que es aire, aire que es tiempo,
el día no acaba de irse,
la noche no llega todavía,
figuraciones de la niebla
al doblar la esquina,
figuraciones del tiempo
en el recodo de esta pausa,
óyeme como quien oye llover,
sin oírme, oyendo lo que digo
con los ojos abiertos hacia adentro,
dormida con los cinco sentidos despiertos,
llueve, pasos leves, rumor de sílabas,
aire y agua, palabras que no pesan:
lo que fuimos y somos,
los días y los años, este instante,
tiempo sin peso, pesadumbre enorme,
óyeme como quien oye llover,
relumbra el asfalto húmedo,
el vaho se levanta y camina,
la noche se abre y me mira,
eres tú y tu talle de vaho,
tú y tu cara de noche,
tú y tu pelo, lento relámpago,
cruzas la calle y entras en mi frente,
pasos de agua sobre mis párpados,
óyeme como quien oye llover,
el asfalto relumbra, tú cruzas la calle,
es la niebla errante en la noche,
es la noche dormida en tu cama,
es el oleaje de tu respiración,
tus dedos de agua mojan mi frente,
tus dedos de llama queman mis ojos,
tus dedos de aire abren los párpados del tiempo,
manar de apariciones y resurrecciones,
óyeme como quien oye llover,
pasan los años, regresan los instantes,
¿oyes tus pasos en el cuarto vecino?
no aquí ni allá: los oyes
en otro tiempo que es ahora mismo,
oye los pasos del tiempo
inventor de lugares sin peso ni sitio,
oye la lluvia correr por la terraza,
la noche ya es más noche en la arboleda,
en los follajes ha anidado el rayo,
vago jardín a la deriva
–entra, tu sombra cubre esta página.

Octavio Paz

da “Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987