Voglio possederti – Henrik Nordbrandt

Foto di René Groebli

Foto di René Groebli

 

Voglio possederti, devi essere mia.
Il tuo corpo, i più profondi
segreti della tua anima
devono essere mia proprietà.
Non devi avere un capello
non un dente
non un singolo angolo buio
nei tuoi pensieri
che non mi appartenga.

Come potrei altrimenti
venderti
per mucchi di argento e oro
preziose pietre
e ogni possibile genere di lusso?
O chissà?
Magari solo un bicchiere di vino
una notte con una puttana
un pugno di perle di vetro colorate
o un povero coltello
col manico di corda.

Come potrei altrimenti sapere
cosa significa perderti?
In che modo
misurare la tua assenza?

Perderti devo comunque.
Ogni giorno ti perdo un po’.
Nei mercati d’Oriente
voglio incettare cose come quelle
per cui avrei potuto venderti
piccole cose
che mi ricorderanno gli invisibili sonagli
che i tuoi movimenti sempre
fanno echeggiare nell’aria
e un enorme torrente di seta
come il punto
in cui il tuo collo incontra le spalle.

E se improvvisamente un giorno
casualmente ti incontrassi
ti regalerei ogni cosa.

Henrik Nordbrandt

(Traduzione di Bruno Berni)

da “La città dei liutai” in “Il nostro amore è come Bisanzio”, Donzelli Poesia, 2000

***

Jeg vil eje dig

Jeg vil eje dig, du skal være min.
Din krop, din sjæls
dybeste hemmeligheder
skal være min ejendom.
Du skal ikke have et hår
ikke en tand
ikke en eneste mørk krog
i dine tanker
som ikke tilhører mig.

Hvordan skal jeg ellers
kunne sælge dig
for dynger af sølv og guld
kostbare stene
og alle mulige luxusvarer?
Eller hvem ved?
Måske blot for et glas vin
en nat med en luder
en håndfuld kulørte glasperler
eller en tarvelig kniv
med håndtag af sejlgarn.

Hvordan skal jeg ellers få at vide
hvad tabet af dig betyder?
Med hvad
måle dit fravær?

Miste dig skal jeg alligevel.
Hver dag mister jeg dig lidt.
På Orientens markeder
vil jeg opkøbe sådanne ting
som jeg kunne have solgt dig for
små ting
der vil minde mig om de usynlige bjælder
dine bevægelser hele tiden
får til at ringe i rummet
og en vældig strøm af silke
som det sted
hvor din hals møder dine skuldre.

Og hvis jeg pludselig en dag
tilfældigt skulle møde dig
ville jeg forære dig det hele.

Henrik Nordbrandt

da “Violinbyggernes by”, Gyldendal, 1985

Nel ricordo dell’aria – Alfonso Gatto

Foto di Carlos Solito

Foto di Carlos Solito

 

Al vento triste, gracile corallo,
piega la sera i lumi
e di deserto canto è vuoto il golfo:
a barche morte
l’ombra declina in quiete
come la luna serenata ai tetti
lentamente s’illumina, ed odore
freddo di stanza al chiaro inverno ride.

Notte di luna scende al pigro sonno
ed al ricordo imbianca
strade remote, nella calma s’apre
perduto il cielo.
Ai vetri d’aria
la riva tocca armoniose stanze
e sorge in nenie desolate al fondo
della notte marina.

Immagino odorosa morte al verde
e mormorato a sonno
il tepido oriente arena ad ore
calme nel mare.
Di rosea neve smorto
il golfo passa al fumo del vulcano
nel ricordo dell’aria e sembra suono
fioco dei vetri l’alba da lontano.

Alfonso Gatto

da “Poesie 1929-1941”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

In  “Morto ai paesi”, Guanda, Modena, 1937, (dove la lirica è dedicata «a Carlo Bo»), il distico finale dice: «nel ricordo dell’aria: e sembra tono / fioco dei vetri l’alba chiusa al porto.».

Gli infimi crepuscoli – Laureano Albán

Foto di Nicola Bertellotti

Foto di Nicola Bertellotti

 

Amo le cose che consumate brillano
come se i crepuscoli fossero
fermi in esse ardendo per sempre.

I bordi delle sedie raffinati
dalla devozione chiara delle dita.
I bicchieri trasparenti per servire
sorgenti distanti.
I selciati sottomessi all’ombra.
Le vesti sfilate dall’aria.

Amo la loro affaticata servitù
di diamante appagato,
la sommessa passione dei loro silenzi.

Amo la loro anima d’autunno che fu alta
e condivise gli occhi del miracolo.
Il loro modo di darci l’oblio,
senza pianto né violenza,
come una saggia prossimità che splende,
come la mano dell’amore senza nessuno.

Amo i libri vecchi
manipolati dalla luce,
i ciottoli che stanno nella mano
dove ardono paesaggi lontanissimi.

Perché va verso l’addio la loro lenta musica,
si abbracciano all’ombra senza gemere,
tacendo come il fuoco scordato delle lampade
che restano sole al giungere dell’alba.

Laureano Albán

(Traduzione di Tomaso Pieragnolo)

da “Gli infimi crepuscoli e altre poesie”, Via del Vento Editore, 2010

***
Los ínfimos crepúsculos

a Conchita y Rafael Morales

Amo las cosas que gastadas brillan
como si los crepúsculos se hubieran
quedado en ellas para siempre ardiendo.

Los bordes de las sillas afinados
por la devoción clara de los dedos.
Los vasos transparentes de servir
manantiales destantes.
Los pisos sometidos a la sombra.
Los trajes deshilados por el aire.

Amo su fatigada servidumbre
de diamante apagado,
la sumisa pasión de sus silencios.

Amo su alma de otoño que fue alta
y compartió los ojos del milagro.

Su manera de darnos el olvido,
sin llanto ni violencia,
como una sabia cercanía brillando,
como la mano del amor sin nadie.

Amo los libros viejos
manoseados por la luz,
los guijarros que caben en la mano
donde brillan paisajes lejanísimos.

Porque va hacia el adiós su lenta música
se abrazan a la sombra sin gemir,
callando como el fuego olvidado de las lámparas
que quedan solas al llegar el alba.

Laureano Albán

Madrid, enero, 1979

da “Herencia del otoño”, Ediciones Rialp, 1981

Ogni caso – Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Wszelki wypadek

Zdarzyć się mogło.
Zdarzyć się musiało.
Zdarzyło się wcześniej. Później.
Bliżej. Dalej.
Zdarzyło się nie tobie.

Ocalałeś, bo byłeś pierwszy.
Ocalałeś, bo byłeś ostatni.
Bo sam. Bo ludzie.
Bo w lewo. Bo w prawo.
Bo padał deszcz. Bo padał cień.
Bo panowała słoneczna pogoda.

Na szczęście był tam las.
Na szczęście nie było drzew.
Na szczęście szyna, hak, belka, hamulec,
framuga, zakręt, milimetr, sekunda.
Na szczęście brzytwa pływała po wodzie.

Wskutek, ponieważ, a jednak, pomimo.
Co by to było, gdyby ręka, noga,
o krok, o włos
od zbiegu okoliczności.

Więc jesteś? Prosto z uchylonej jeszcze chwili?
Sieć była jednooka, a ty przez to oko?
Nie umiem się nadziwić, namilczeć się temu.
Posłuchaj,
jak mi prędko bije twoje serce.

Wisława Szymborska

da “Wszelki wypadek”, Czytelnik, 1972

Grigio – Costantino Kavafis

Paolo Roversi, Lucie de la Falaise, 1990

Paolo Roversi, Lucie de la Falaise, 1990

 

Rimirando un opale a metà grigio,
mi risovvengo d’occhi belli e grigi
ch’io vidi (forse vent’anni fa)…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Per un mese ci amammo.
Poi sparí, credo a Smirne,
a lavorare. E poi non ci vedemmo piú.

Si saranno guastati gli occhi grigi
− se vive − e il suo bel viso.

Serbali tu com’erano, memoria.
E piú che puoi, memoria, di quell’amore mio
recami ancora, piú che puoi, stasera.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

1917

da “Poesie”, a cura di Filippo Maria Pontani, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

***

Γκρίζα

Κυττάζοντας ένα οπάλλιο µισό γκρίζο
θυµήθηκα δυο ωραία γκρίζα µάτια
που είδα· θα ’ναι είκοσι χρόνια πριν…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Για έναν µήνα αγαπηθήκαµε.
Έπειτα έφυγε, θαρρώ στην Σµύρνη,

για να εργασθεί εκεί, και πια δεν ιδωθήκαµε.
Θ’ ασχήµισαν – αν ζει – τα γκρίζα µάτια·
θα χάλασε τ’ ωραίο πρόσωπο.

Μνήµη µου, φύλαξέ τα συ ως ήσαν.
Και, µνήµη, ό,τι µπορείς από τον έρωτά µου αυτόν,
ό,τι µπορείς φέρε µε πίσω απόψι.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Meditazione sotto la pioggia – Federico García Lorca

lorca
Frammento
a José Mora

La pioggia ha baciato il giardino provinciale
producendo emozionanti cadenze sulle foglie.
L’aroma sereno della terra bagnata
inonda il cuore di remota tristezza.

Si squarciano nubi grigie nel muto orizzonte.
Le gocce s’inchiodano sull’acqua addormentata
della fonte, creando chiare perle di spuma.
Fuochi fatui che spegne il tremolio delle onde.

La pena della sera agita la mia pena.
Il giardino si è riempito di monotona tenerezza.
Tutta la mia sofferenza, mio Dio, si deve perdere
come si perde il dolce suono delle fronde?

Tutta l’eco di stelle che custodisce la mia anima
sarà luce di soccorso nella lotta col mio corpo?
E la vera anima si sveglierà con la morte?
E l’ombra inghiotte ciò che ora pensiamo?

Oh com’è tranquillo il giardino con la pioggia!
Tutto il casto paesaggio trasforma il mio cuore,
in un fremito di idee umili e tristi
che penetra nelle mie viscere come agitarsi di colombe.

Spunta il sole.
                           Il giardino sanguina giallo.
Incombe sul luogo una pena che soffoca,
e io sento nostalgia della mia inquieta infanzia,
l’illusione di essere grande nell’amore, le ore
passate come questa a contemplar la pioggia
con tristezza.
                         Cappuccetto rosso
camminava lungo il sentiero…
Sono svanite le mie favole, oggi medito, confuso,
dinanzi alla fonte torbida che scaturisce dall’amore.

Tutta la mia sofferenza, mio Dio, si deve perdere
come si perde il dolce suono delle fronde?

La pioggia riprende.
Il vento riammassa le ombre.

Federico García Lorca

3 gennaio 1919

(Traduzione di Claudio Rendina )

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

∗∗∗

Meditación bajo la lluvia

Fragmento
a José Mora

Ha besado la lluvia al jardín provinciano
dejando emocionantes cadencias en las hojas.
El aroma sereno de la tierra mojada
inunda el corazón de tristeza remota.

Se rasgan nubes grises en el mudo horizonte.
Sobre el agua dormida de la fuente, las gotas
se clavan, levantando claras perlas de espuma.
Fuegos fatuos que apaga el temblor de las ondas.

La pena de la tarde estremece a mi pena.
Se ha llenado el jardín de ternura monótona.
¿Todo mi sufrimiento se ha de perder, Dios mío,
como se pierde el dulce onido de las frondas?

¿Todo el eco de estrellas que guardo sobre el alma
será luz que me ayude a luchar con mi forma?
¿Y el alma verdadera se despierta en la muerte?
¿Y esto que ahora pensamos se lo traga la sombra?

¡Oh, qué tranquilidad del jardín con la lluvia!
Todo el paisaje casto mi corazón transforma,
en un ruido de ideas humildes y apenadas
que pone en mis entrañas un batir de palomas.

Sale el sol.
                    El jardín desangra en amarillo.
Late sobre el ambiente una pena que ahoga,
yo siento la nostalgia de mi infancia intranquila,
mi ilusión de ser grande en el amor, las horas
pasadas como esta contemplando la lluvia
con tristeza nativa.
                                    Caperucita roja
iba por el sendero…
Se fueron mis historias, hoy medito, confuso,
ante la fuente turbia que del amor me brota.

¿Todo mi sufrimiento se ha de perder, Dios mío,
como se pierde el dulce sonido de las frondas?

Vuelve a llover.
El viento va trayendo a las sombras.

Federico García Lorca

3 de enero de 1919

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921