Cuore nuovo – Federico García Lorca

Garcia Lorca

 

Il mio cuore, come una serpe,
si è sfilato la pelle di dosso
e la guardo qui tra le mie dita
piena di ferite e miele.

I pensieri che si annidavano
tra le tue rughe, dove sono?
Dove le rose che profumavano
di Gesù Cristo e Satana?

Povero involucro che opprimevi
la mia stella fantastica!
Grigia pergamena sofferente
di ciò che amai e ora non amo.

Vedo in te feti di scienze,
mummie di versi e scheletri,
di mie antiche innocenze
e romantici segreti.

Ti appenderò ai muri
del mio museo sentimentale,
vicino ai gelidi e oscuri
gigli addormentati del mio male?

O ti deporrò sopra i pini
– libro dolente del mio amore –
perché tu sappia quali trilli
manda all’aurora l’usignolo?

Federico García Lorca

Granada, giugno 1918

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

***

Corazón nuevo

Mi corazón, como una sierpe,
se ha desprendido de su piel,
y aquí la miro entre mis dedos
llena de heridas y de miel.

Los pensamientos que anidaron
en tus arrugas, ¿dónde están?
¿Dónde las rosas que aromaron
a Jesucristo y a Satán?

¡Pobre envoltura que ha oprimido
a mi fantástico lucero!
Gris pergamino dolorido
de lo que quise y ya no quiero.

Yo veo en ti fetos de ciencias,
momias de versos y esqueletos
de mis antiguas inocencias
y mis románticos secretos.

¿Te colgaré sobre los muros
de mi museo sentimental,
junto a los gélidos y oscuros
lirios durmientes de mi mal?

¿O te pondré sobre los pinos
– libro doliente de mi amor –
para que sepas de los trinos
que da a la aurora el ruiseñor?

Federico García Lorca

Granada, junio de 1918

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

Due nel crepuscolo – Eugenio Montale

Foto di Emmanuel Sougez

 

Fluisce fra te e me sul belvedere
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.
                                       Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene

Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali.

                                       … le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi: fuorché due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate,
di un sorriso.

Eugenio Montale

da “La bufera e altro”, 1956, in “Tutte le poesie”, I Meridiani  Mondadori, 1984

All’ultima porta – Paul Celan

Foto di Mario Giacomelli

Foto di Mario Giacomelli

 

Autunno ho filato nel cuore del dio,
una lacrima ho pianto accanto all’occhio suo…
Com’era la tua bocca, turpe, è iniziata la notte.
A capo del tuo letto, tetro, il mondo è impietrito.

Cominciano a giungere con le brocche?
Come sparso il fogliame, è sperperato il vino.
Ti manca il cielo col migrare degli uccelli?
Fa’ che la pietra sia la nube, io la gru.

Paul Celan

(Traduzione di Dario Borso)

da “La sabbia delle urne”, Einaudi, Torino, 2016

Am letzten Tor [All’ultima porta]    Composta a Czernowitz nella seconda metà del 1944 con il titolo Finale [Finale].
v. 8 Cfr. la chiusa di Bei Tag [Di giorno] da Die Niemandsrose [La rosa di nessuno, 1963]: «Auch ich, erinnere dich, | Staub- | farbene, kam | als ein Kranich [Anch’io, ricordalo, | tu color | polvere, giunsi | come una gru]». (Dario Borso)

∗∗∗

Am letzten Tor

Herbst hab ich in Gottes Herz gesponnen,
eine Träne neben seinem Aug geweint…
Wie dein Mund war, sündig, hat die Nacht begonnen.
Dir zu Häupten, finster, ist die Welt versteint.

Fangen sie nun an zu kommen mit den Krügen?
Wie das Laub verstreuet, ist vertan der Wein.
Missest du den Himmel mit den Vogelzügen?
Laß den Stein die Wolke, mich den Kranich sein.

Paul Celan

da “Der Sand aus den Urnen”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2003

«Strofino lo specchio con la mano» – Boris Ryžhy

 

Strofino lo specchio con la mano
dietro di me scorgo l’autunno.
È irrequieta la mia pace,
la felicità non porta altra felicità.

Cadono le foglie sulla terra
ma prima volteggiano a lungo.
Non ha senso cercare parole
per celebrare questa tristezza.

Nel flauto risuonava l’estate
per l’ubriaco chiacchierone,
ora suona il silenzio per il poeta
che ha smaltito la sbornia.

Mi avvicino di piú allo specchio
e copro di me tutta la tristezza,
ma nello stesso istante
alle mie spalle echeggia il vento.

Il giardino riempie tutto lo specchio,
il volto del poeta si dissolve,
le foglie nuovamente volano via,
cadono e volteggiano.

Boris Ryžhy

1999.

(Traduzione di Valeria Ferraro)

da “La nuovissima poesia russa”, Einaudi, Torino, 2005

Vivi – Alfonso Gatto

Foto di Johan van der Keuken

 

Una casa da nulla, una ragazza alle persiane
e il meriggio era dolce di vivere,
d’aver speranze e paure.

Il meriggio era vapori che lavorano
e gli uomini del canale
che mostrano il bianco degli occhi, ma vivi.

Una casa da nulla pareti accostate
fragile ma viva,
e sera che lascia aperta la porta
e s’ode la fontanina
s’ode la lampada apparsa sulla tovaglia.

Non venga la notte, non venga la morte
degli oziosi re di pietra,
non venga la legge delle paure.
Chi vive è leggero,
è stanco in tutto il mondo.

Chi vive è senza gloria.

Alfonso Gatto

da “La storia delle vittime”, “Lo Specchio” Mondadori, 1945

Il dolore – Attila József

Bill Brandt, Edinburgh, 1942

Bill Brandt, Edinburgh, 1942

 

Il dolore è un postino grigio, muto,
col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;
gli pende giù dalle fragili spalle
la borsa, scuro e logoro ha il vestito.

Dentro al suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timido egli sguscia
di strada in strada, si stringe alle mura
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. Ed ha una lettera per te.

Attila József

(Traduzione di Umberto Albini)

da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957

***

A bánat

A bánat szürke, néma postás,
sovány az arca, szeme kék,
keskeny válláról táska lóg le,
köntöse ócska meg setét.

Mellében olcsó tik-tak lüktet,
az uccán félénken suhan,
odasimul a házfalakhoz
és eltűnik a kapuban.

Aztán kopogtat. Levelet hoz.

Attila József

da “Összes versei: 1928-1937”, Budapest: Szépirodalmi konyvkiadó, 1954

Paese d’assenza – Gabriela Mistral

Foto di Paz Errázuriz

 

Paese d’assenza
bizzarro paese
più leggero d’angelo
e gesto sottile,
color d’alga morta,
colore di nibbio,
con l’età di sempre,
senza età felice.

Non dà melograni,
non dà gelsomini,
e non ha né cieli
né mari di viola.
Il nome suo, il nome,
mai gliel’ho sentito,
e in paese senza nome
io morirò.

Né ponte né barca
mi ha portato qui.
Non me lo hanno detto
per isole o terre.
Io non lo cercavo
né poi l’ho scoperto.

E sembra una fiaba
che ho già imparato,
sogno da prendere
e poi da lasciare.
È la patria dove
vivere e morire.

Mi è nato da cose
che non son paese;
da patrie e patrie
che ho avuto e perduto;
da quelle creature
che ho visto morire;
da ciò che era mio
e mi ha abbandonato.

Ho perso montagne
su cui ho dormito;
ho perso orti d’oro
dolcezza di vita;
ho perso le isole
di canna e di viola,
e le loro ombre
le vidi a me stringersi
e avvinte e amanti
farsi anche paese.

Criniere di nebbia
senza dorso e nuca,
respiri assopiti
li vidi seguirmi,
e in anni erranti
diventar paese,
e in paese senza nome
io morirò.

Gabriela Mistral

(Traduzione di Matteo Lefèvre)

da “Taglio del bosco, 1938”, in “Canto che amavi”, Marcos y Marcos, Milano, 2010

∗∗∗

País de la ausencia

País de la ausencia
extraño país
más Ujier o que ángel
y seña sutil
color de alga muerta,
color de neblí,
con edad de siempre,
sin edad feliz.

No echa granada,
no cría jazmín,
y no tiene cíelos
ni mares de añil.
Nombre suyo, nombre,
nunca se lo oí,
y en país sin nombre
me voy a morir.

Ni puente ni barca
me trajo hasta aquí.
So me lo contaron
por isla o país.
Yo no lo buscaba
ni lo descubrí.

Parece una fábula
que ya me aprendí,
sueño de tomar
y de desasir.
Y es mi patria donde
vivir y morir.

Me nació de cosas
que no son país;
de patrias y patrias
que tuve y perdí;
de las maturas
que yo vi morir;
de lo que era mío
y se fue de mí.

Perdí cordilleras
en donde dormí;
perdí huertos de oro
dulces de vivir;
perdí yo las islas
de caña y añil,
y las sombras de ellos
me las vi ceñir
y juntas y amantes
hacerse país,

Guedejas de nieblas
sin dorso sin cerviz,
alientos dormidos
me los vi seguir,
y en años errantes
volverse país,
y en país sin nombre
me voy a morir.

Gabriela Mistral

da “Tala”, Poemas, Editorial Sur, 1938