Mandorla – Paul Celan

Paul Celan 3

 

Nella mandorla – cosa c’è nella mandorla?
Il Nulla.
C’è il Nulla nella mandorla.
Lì sta e ristà.

Nel Nulla – chi vi sta? Il Re.
Lì sta il Re, il Re.
Lì sta e ristà.

                  Ricciolo ebreo, tu grigio non diventi.

E il tuo occhio – dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta incontro alla mandorla.
Il tuo occhio, al Nulla sta incontro.
Sta per il Re.
Così sta e ristà.

                  Ricciolo d’uomo, tu grigio non diventi.
                  Vuota mandorla, blu regale.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

Mandorla

In der Mandel – was steht in der Mandel?
Das Nichts.
Es steht das Nichts in der Mandel.
Da steht es und steht.

Im Nichts – wer steht da? Der König.
Da steht der König, der König.
Da steht er und steht.

               Judenlocke, wirst nicht grau.

Und dein Aug – wohin steht dein Auge?
Dein Aug steht der Mandel entgegen.
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
Es steht zum König.
So steht es und steht.

                Menschenlocke, wirst nicht grau.
                Leere Mandel, königsblau.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963

Col dito in terra – Piero Bigongiari

Man Ray, Les Larmes, 1932

Man Ray, Les Larmes, 1932

 

Le unghie crescono per additare qualcosa

al di là dell’indice e di qualsiasi indicazione
se le unghie seguitano a crescere anche ai morti,
le unghie crescono per grattare la notte dal giorno
ma anche per non lasciare nulla di intentato
sulla preda, se il giorno se n’è andato 
con la sua spoglia e la morte ti è a lato
sorridente come l’angelo dal lungo passo
– ma sempre un po’ indietro – rispetto a Tobia.

Quale via più di questa impera col suo senso tra i morti
se il sorriso è rimasto tra i pruni – il nostro o quale? –
e i rovi sprizzano sangue a primavera…
Forse una traccia è rimasta di quel Dio che ha scritto
in terra dinanzi all’adultera da non lapidare,
forse la pietra da non raccattare porta quella scritta
che nessuno ha letto, ma nessuno anche 
ha raccattato quel sasso, l’ha scagliato.

A fianco di quella scrittura quale scrittura è da porsi,
i polsi quale stanchezza della traccia sentono come energia?
O mia diletta, la terra che tu calpesti è incancellabile,
ma perché nessuno si pone a leggere sulla pietra del silenzio
irraccattabile se non con un bacio che ancora prolunga quel silenzio
che più non pesa, le lacrime che ti tolsi
dal cavo degli occhi sono pietre trasparenti – o forse parole impronunciate –
per aiutare quel Dio che ha scritto e riscritto, verso il suo ultimo non senso.

Piero Bigongiari

27 marzo – 1° aprile ’80

da “Nel delta del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1989

Povero nord – Mark Strand

Edward Hopper, At the Window, 1940

Edward Hopper, At the Window, 1940

 

Fa freddo, la neve è alta,
il vento sbatte nella sua gabbia di piante,
le nuvole paiono stracci sozzi e laceri per l’uso,
e gli storni becchettano il ghiaccio.
È il nord, povero nord. Niente va bene.

Il capofamiglia è andato al lavoro,
vende sedie e sofà in un negozio che sta per fallire.
La moglie sta a casa e fissa dalla finestra le piante,
cerca di ricordare la vita che ha perso, anche se non era un granché.
Fiori bianchi di brina sbocciano sul vetro.

È quasi sera. Anatre e oche canadesi dormono
sulle acque della baia di Saint Margaret.
Marito e moglie passeggiano: guardate come si piegano
controvento; alzano il bavero
e i minuscoli sbuffi del loro respiro volano via.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

Poor North

It is cold, the snow is deep,
the wind beats around in its cage of trees,
clouds have the look of rags torn and soiled with use,
and starlings peck at the ice.
It is north, poor north. Nothing goes right.

The man of the house has gone to work,
selling chairs and sofas in a failing store.
His wife stays home and stares from the window into the trees,
trying to recall the life she lost, though it wasn’t much.
White flowers of frost build up on the glass.

It is late in the day. Brants and Canada geese are asleep
on the waters of St. Margaret’s Bay.
The man and his wife are out for a walk; see how they lean
into the wind; they turn up their collars
and the small puffs of their breath are carried away.

Mark Strand

da The Late Hour”, Atheneum, 1978

Difesa dei lupi contro le pecore – Hans Magnus Enzensberger

Foto di Clarissa Bonet

Foto di Clarissa Bonet

 

Deve mangiare viole del pensiero l’avvoltoio?
Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
Che muti pelo? E dal lupo? Deve
da sé cavarsi i denti?
Che cosa non vi garba
nei commissari politici e nei pontefici?
Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?

Chi cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
trancia il cappone all’usuraio? Chi
fieramente si appende la croce di latta
sull’ombelico brontolante? Chi intasca
la mancia, la moneta d’argento, l’obolo
del silenzio? Son molti
i derubati, pochi i ladri; chi
li applaude allora, chi
li decora e distingue, chi è avido
di menzogna?

Nello specchio guardatevi: vigliacchi
che scansate la pena della verità,
avversi ad imparare e che il pensiero
ai lupi rimettete,
l’anello al naso è il vostro gioiello piú caro,
nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando è per voi.

Pecore, a voi sorelle
son le cornacchie,
se a voi le confronto.
Voi vi accecate a vicenda.
Regna invece tra i lupi
fraternità. Vanno essi
in branchi.

Siano lodati i banditi. Alla violenza
voi li invitate, vi buttate sopra
il pigro letto
dell’ubbidienza. Tra i guaiti ancora
mentite. Sbranati
volete essere. Voi
non lo mutate il mondo.

Hans Magnus Enzensberger

1963

(Traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser)

da “Poesie per chi non legge poesia”, “Le Comete” Feltrinelli, 1964

∗∗∗

verteidigung der wölfe gegen die lämmer

soll der geier vergißmeinnicht fressen?
was verlangt ihr vom schakal,
daß er sich häute, vom wolf? soll
er sich selber ziehen die zähne?
was gefällt euch nicht
an politruks  und päpsten,
was guckt ihr blöd aus der wäsche
auf den verlogenen bildschirm?

wer näht dem general
den blutstreif  an seine hose? wer
zerlegt vor dem wucherer den kapaun?
wer hängt sich stolz das blechkreuz
vor den knurrenden nabel? wer
nimmt das trinkgeld, den silberling,
den schweigepfennig? es gibt
viel bestohlene, wenig diebe; wer
steckt die abzeichen an, wer
lechzt nach der lüge?

seht in den spiegel: feig,
scheuend die mühsal der wahrheit,
dem lernen abgeneigt, das denken
überantwortend den wölfen,
der nasenring euer teuerster schmuck,
keine täuschung zu dumm, kein trost
zu billig, jede erpressung
ist für euch noch zu milde.

ihr lämmer, schwestern sind,
mit euch verglichen, die krähen:
ihr blendet einer den andern.
brüderlichkeit herrscht
unter den wölfen:
sie gehen in rudeln.

gelobt sein die räuber: ihr,
einladend zur vergewaltigung,
werft euch aufs faule bett
des gehorsams, winselnd noch
lügt ihr, zerrissen
wollt ihr werden, ihr
ändert die welt nicht.

Hans Magnus Enzensberger

da “Verteidigung Der Wölfe”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt a. M., 1957

Uomo solo – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Edward Hopper, New York Movie, 1939 (dettaglio)

Edward Hopper, New York Movie, 1939 (dettaglio)

 

Che vergogna per l’uomo solo,
che senza un amico,
                                    senza un’amica,
                                                                 senza moglie,
va nei cinematografi,
dove sempre le proiezioni durano cosí poco,
e cosí lunghi sono gli intervalli!
Che vergogna per l’uomo che nella sua segreta guerra di nervi
contro lo scherno delle coppiette, nel foyer,
si ripara in un angolino,
a masticare una pasta, arrossendo
                                                                 come di un peccato.
Infine, la vergogna,
                                    l’angoscia
ci aggrega a strane compagnie,
a la servitú di inutili amicizie
ci perseguita fino alla tomba.
Senza ragione si formano gruppi:
in certuni si beve, si beve, si beve,
                                                             non ci si rassegna a mettere giudizio;
in altri si è sempre occupati da problemi di vestiti e di ragazze,
in altri si parla di questioni ideologiche —
in apparenza —
ma se meglio li guardi
                                          hanno tutti lo stesso volto…
le mille facce della futilità!
Ora in questa, ora in quella rumorosa compagnia…
Me la sono squagliata tante volte —
                                                                   non le saprei contare,
ora in una nuova trappola ero rimasto preso,
ma mi sono liberato,
                                      ci ho lasciato soltanto un po’ di pelo!
Me ne sono liberato?
                                     Tu a me davanti,
                                                                    vuota
libertà,
             lo sa il diavolo a che servi!
Mi piaci, libertà.
                              Ma anche, come una moglie disamata e fedele
mi sei venuta 
                         a noia.
E tu, amore,
                       come te la passi?
Ti sei liberata anche tu dalla futilità?
Di chi sono adesso i tuoi occhi bellissimi a mandorla
e le spalle bianchissime, lussuose?
Sono cosí pochi gli anni passati da quell’incontro,
e ora —
              che schifo!
Che ignominia,
                            amore,
che ignominia!
Tu pensi che io, certamente, mi vendico,
e che adesso a qualche nuova avventura sto correndo in taxi,
ma anche se cosí fosse, dove
dovrei far fermare l’autista?
Perché tutto è inutile, vedi,
inutile
mi è impossibile liberarmi di te.
Con me le donne
                               si ritirano in sé,
                                                            adesso sentono
che mi sono tanto estranee!
Sulle loro ginocchia depongo la testa:
non a loro —
                         ma a te io appartengo.
Ma ecco qua. Ascolta: un giorno
andai da una, in una misera casa di via Sennàja.
All’attaccapanni di povere corna
appesi il cappotto.
C’era nella stanza un abete sghimbescio, illuminato da fioche lampadine,
sedeva vicino una donna, le sue bianche scarpette luccicavano:
severa e chiusa in viso – come una fanciulla.
Era stato tutto cosí facile – l’invito
                                                                   e il permesso
di venire – che troppo
sicuro di me e con troppa
improntitudine moderno,
non le portai dei fiori ma del vino;
poi la cosa risultò, come si dice,
                                                          un poco piú complessa.
La donna taceva,
le brillavano ai lobi degli orecchi
due gocce trasparenti –
                                            due orecchini
orfanelli.
Come malata,
                          guardandomi con occhi incerti,
sollevando appena il suo debole corpo,
disse sordamente:
                                «Vattene…
                                                      Non bisogna…
Lo vedo: tu non sei mio,
                                            appartieni a lei…»
Una volta di me s’innamorò una ragazzina,
con una frangia scomposta sulla fronte,
con modi di fanciullo, selvatici,
                                                         e occhi di ghiaccio,
pallida di paure
                                e di languore.
Eravamo in Crimea.
                                      Una notte ci fu un temporale,
e la bambina
                        nel magnesio dei lampi
sotto voce mi diceva:
                                      «Piccolo mio?
                                                               Piccolo mio?»
e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era orrido e solenne:
e il tuono
                 e il sordomuto gemito del mare —
e lei ebbe una improvvisa intuizione di donna:
e mi gridò:
                    «Tu non sei mio,
                                                  non sei mio!»
Addio, mia cara!
                              Io sono tuo,
                                                   cupamente,
                                                                        fedelmente,
e chi è solo, di tutti è il piú fedele.
Possa dalle mie labbra non sciogliersi in eterno
la neve dell’addio del tuo piccolo guanto.
Grazie alle donne,
grazie a tutte le donne
                                         bellissime e infedeli,
perché tutto ciò è durato un istante,
perché il loro addio
                                    non è un arrivederci,
perché nella loro falsità piena di sovrana fierezza,
ci donano deliziosi patimenti
e della solitudine gli splendidi frutti.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1959

(Traduzione di Alfeo Bertin)

da “La stazione di Zimà e altri versi”, «Le Comete» Feltrinelli, 1962

∗∗∗

Одиночество

Как стыдно одному ходить в кинотеатры,
без друга,
                  без подруги,
                                          без жены,
где так сеансы все коротковаты
я так ях ожидания длинны!
Как стыдно
                        в нервной замкнутой войне
с насмешливостью парочек в фойе
жевать, краснея, в уголке пирожное,
как будто что-то в этом есть порочное!…
Мы, одиночества стесняясь,
                                                      от тоски
бросаемся в какие-то компании,
и дружб никчемных обязательства кабальные
преследуют до гробовой доски.
Компании нелепо образуются:
в одних все пьют да пьют,
                                                     не образумятся,
в других все заняты лишь тряпками и девками,
а в третьих — вроде спорами идейными,
но приглядишься —
                                       те же в них черты…
Разнообразны формы суеты!
То та, то эта шумная компания…
Из скольких я успел удрать —
                                                            не счесть! 
Уже как будто в новом был капкане я, 
но вырвался,
                         на нем оставив шерсть!
Я вырвался!
                        Ты впереди,
                                               пустынная
свобода,
                 но на черта ты нужна!
Ты милая,
                    но ты же и постылая,
как нелюбимая и верная жена.
А ты, любимая?
                                Как пожинаешь ты?
Избавилась ли ты от суеты,
и чьи сейчас глаза твои раскосые
и плечи твои, белые, роскошные?
Как мало лет с той встречи минуло,
и вот —
                 такая пошлость!
Какая это подлость,
                                          милая,
какая подлость!
Ты думаешь, что я, наверно, мщу,
что я сейчас в такси куда-то мчу,
но если я и мчу,
то где высадиться?
Ведь все равно
                            мне от тебя
                                                     не высвободиться!
Со мною женщины в себя уходят,
                                                                  чувствуя,
что мне они сейчас
                                       такие чуждые!
На их коленях головой лежу,
но я не им —
                         тебе принадлежу.
А вот недавно был я у одной
в невзрачном домике на улице Сенной.
Пальто повесил я на жалкие рога.
Под однобокой е;шой с лампочками тускленькими,
посвечивая беленькими туфельками,
сидела женщина,
                                  как девочка, строга.
Мне было так легко разрешено
нриехать,
                    что я был самоуверен
и слишком упоенно современен
я не цветы привез ей,
                                          а вино,
но оказалось все
                                куда сложней.
Она молчала,
                           и совсем сиротски
две капельки прозрачных —
                                                       две сережки
мерцали в мочках розовых у ней.
И, как больная,
                              глядя так невнятно,
поднявши тело слабое свое,
сказала глухо:
                            «Уходи…
                                               Не надо…
Я вижу: ты не мой,
                                       а ты ее…».
Меня любила девочка одна
с повадками мальчишескими, дикими,
с летящей челкой
                                    и глазами-льдинками,
от страха и от нежности бледна.
В Крыму мы были.
                                    Ночью шла гроза,
и девочка
                   под молниею мапшйной
шептала мне:
                             «Мой маленький!
                                                                Мой маленький!» —
ладонью закрывая мне глаза.
Вокруг все было жутко и торжественно:
и гром
             и моря стон глухонемой, —
и вдруг она, полна прозренья женского,
мне закричала:
                              «Ты не мой,
                                                      не мой!»
Прощай, любимая!
                                      Я твой угрюмо,
                                                                     верно,
и одиночество
                             всех верностей верней.
Пусть на губа моих не тает вечно
прощальный снег
                                  от варежки твоей.
Спасибо женщинам,
                                        прекрасным и неверным,
за то, что это было все мгновенным,
за то, что их «прощай» —
                                                       не «до свиданья»,
за то, что, в лживости так царственно горды,
даруют нам блаженные страданья
и одиночества прекрасные плоды!

Евгений Александрович Евтушенко

da “Евгений Александрович Евтушенко, Станция Зима и другие стихи”

I tuoi segni – Leonardo Sinisgalli

Florence Henri, Portrait composition No. 8, 1938

Florence Henri, Portrait composition No. 8, 1938

 

Riguardo quando tu non ci sei
gli scartafacci toccati dalle tue dita,
i fogli con le impronte dei giorni
bui, delle ferite dolenti.
Guardo le carte miracolosamente
riavute (gli editori sono a caccia
di farfalle sui lungotevere),
draghi gioiosi, tronchi
capelluti, meteore fiammanti, e
mi esalto e mi dispero
perché è morta la tua mano.

Leonardo Sinisgalli

da “Dimenticatoio”, “Lo Specchio” Mondadori, 1978

Posso scrivere i versi – Pablo Neruda

Federica Erra, Elsa Pataky

Federica Erra, Elsa Pataky

 

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Scrivere, ad esempio: «La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza».

Il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Io l’amai, e a volte anche lei mi amò.

Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La baciai tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi amò, a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare che non l’ho. Dolermi d’averla perduta.

Udire la notte immensa, più immensa senza lei.
E il vento cade sull’anima come sull’erba la rugiada.

Poco importa che il mio amore non potesse conservarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

È tutto. In lontananza qualcuno canta. In lontananza.
La mia anima non si accontenta di averla perduta.

Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi.

Più non l’amo, è certo, ma quanto l’amai.
La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.

D’altro. Sarà d’altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Più non l’amo, certo, ma forse l’amo.
È così breve l’amore, ed è sì lungo l’oblio.

Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
la mia anima non si rassegna di averla perduta.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

***

Puedo escribir los versos

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Escribir, por ejemplo: «La noche está estrellada,
y tiritan, azules, los astros, a lo lejos».

El viento de la noche gira en el cielo y canta.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Yo la quise, y a veces ella también me quiso.

En las noches como esta la tuve entre mis brazos.
La besé tantas veces bajo el cielo infinito.

Ella me quiso, a veces yo también la quería.
Cómo no haber amado sus grandes ojos fijos.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido.

Oir la noche inmensa, más inmensa sin ella.
Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.

Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.
La noche esta estrellada y ella no está conmigo.

Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.
Mi alma no se contenta con haberla perdido.

Como para acercarla mi mirada la busca.
Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.

La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.
Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.

Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise.
Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.

De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.
Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.

Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.
Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.

Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,
mi alma no se contenta con haberla perdido.

Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,
y estos sean los ultimos versos que yo le escribo.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924